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Come sa chi la frequenta con una certa assiduità, la missione della fantascienza non è tanto di provare a prevedere il futuro, esercitando facoltà divinatorie di cui i suoi scrittori non sono affatto più dotati rispetto ai colleghi di altri generi, quanto piuttosto quella di parlarci di noi, qui e ora, come potremmo essere visti attraverso una prospettiva storica che inevitabilmente ci porta a guardarci indietro dal futuro. L’estrapolazione delle coordinate attuali fa parte del gioco, ma non ne è l’essenza, né tanto meno ne rappresenta lo scopo ultimo. Piuttosto, attraverso l’elaborazione di scenari e l’allestimento dell’equivalente letterario di un esperimento scientifico, il genere ci consente di mettere in pratica – con economia di mezzi – una forma di ricerca, in cui l’oggetto ultimo è il destinatario stesso della conoscenza: l’essere umano, preso in sé o inserito nel contesto storico della nostra contemporaneità.

Una conseguenza delle caratteristiche del genere, tuttavia, è che chi scrive fantascienza deve prima o poi confrontarsi con una situazione singolare, che viene a verificarsi nel momento in cui la storia lo mette davanti al risultato delle sue estrapolazioni oppure allo scenario alternativo maturato in seguito allo svolgimento del nastro della storia. È un discorso che si ricollega idealmente alle riflessioni sul futuro che ci siamo persi per strada, in particolare alla percezione/consapevolezza generale del futuro. Il 2019 è un anno cruciale in tal senso: come il 2001, ma in una certa misura più del 2001 di Kubrick, rappresenta uno snodo cruciale nel nostro immaginario connesso al futuro. Non abbiamo i replicanti e nemmeno le colonie extra-mondo, ma non è detto che questo sia necessariamente un male (in fondo, la martellante insistenza propagandistica del programma coloniale governativo mi ha sempre ispirato una certa diffidenza).

Quello che abbiamo sono invece: a. legioni di utenti zombie sui social network, usati per condizionare l’opinione pubblica in favore di questo o quel personaggio, e in ultima istanza a vantaggio di una superiore agenda politica; b. elettrodomestici smart infettati da malware per reclutarli in botnet con cui sferrare attacchi DDoS di portata planetaria; c. disperati in fuga dai loro paesi trattati come comparse di uno spot nemmeno più originale, in una campagna elettorale eterna e senza confini; d. la tragicommedia di intere nazioni che per secoli sono state pilastri della civiltà occidentale tenute in ostaggio dalla pantomima dei loro governi legittimamente eletti, da una parte; e. dall’altra, le manovre di una superpotenza militare che non esita a ricorrere a tutte le armi messe a sua disposizione dalla tecnologia per condizionare la vita politica delle nazioni di cui al punto precedente; f. la farsa della nazione più potente al mondo incastrata sotto il tallone di ferro di un Manchurian Candidate; g. come possibile effetto del combinato disposto dei precedenti due punti, la sospensione del trattato INF per la non proliferazione delle armi nucleari; h. l’intensificarsi dei fenomeni catastrofici direttamente legati alle dinamiche dei cambiamenti climatici (ondate anomale di caldo, incendi, siccità, inondazioni, etc.), sufficienti per scriverci sopra un’intera enciclopedia di fantascienza apocalittica, altro che tetralogia ballardiana degli elementi. E fermiamoci pure qua.

Il futuro, insomma, è arrivato ed è tutto intorno a noi, anche se non è esattamente il futuro che avevamo in mente quaranta, venti o anche solo dieci anni fa, a cui forse somiglia in maniera pur vaga negli aspetti peggiori, se solo non fosse che proprio questi aspetti peggiori sembrano portati alle loro conseguenze estreme, imprevedibili a chiunque.

Da scrittori di fantascienza abbiamo quindi sbagliato? E, se è così, dove abbiamo sbagliato?

Gli scrittori di fantascienza devono tenere le loro antenne ben sintonizzate sul presente, per poter estrapolare futuri se non impeccabili almeno attendibili, abbastanza da risultare efficaci e non interrompere la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma non devono mai dimenticare di tenere in debita considerazione anche il passato. Per esempio, appena dieci anni fa, all’inizio di una crisi da cui non siamo ancora del tutto venuti fuori, già sembravamo in grado di mettere in prospettiva gli anni del terrore che avevano caratterizzato le due amministrazioni Bush e che oggi, a fronte dell’inedito mix di incompetenza, negligenza, affarismo e avventurismo rappresentato dall’amministrazione americana in carica, ci sembra quasi di ricordare come anni tranquilli e tutto sommato ancora a modo loro normali.

Le vicissitudini dello scorso decennio sono state la conseguenza dell’attacco sferrato all’Occidente da parte di un’organizzazione terroristica di stampo islamico allevata dagli stessi USA fin dagli anni ’80 per contenere l’espansionismo sovietico. Questo decennio si chiude invece con un fantoccio in carica a Washington grazie alla più assurda macchinazione politica che si sia mai vista in una democrazia occidentale: non dovremmo sorprenderci se l’obiettivo del Cremlino non fosse altro che rimuovere il vincolo del trattato che impediva l’escalation nucleare per meglio potersi muovere nella prospettiva degli anni di instabilità geopolitica e disordini crescenti che ci attendono, a partire dall’approssimarsi di una Brexit in condizioni di no deal. Peggio sarebbe se ancora non avessimo visto tutti gli effetti più deleteri del piano russo…

Siamo usciti vivi dagli anni Zero, con qualche ferita in più riusciremo a sopravvivere anche a questi anni ’10. A patto però di continuare a scrutare nel buio che a volte sembra avvolgerci, chiudendo qualsiasi possibilità di proiezione, qualsiasi prospettiva di alternativa, dietro la cortina di ferro di un futuro a zero dimensioni, come piace immaginarlo a quelli che sono i nostri veri avversari.

La fantascienza è un lago e gli scrittori di fantascienza sono dei villeggianti che trascorrono il tempo a passeggiare sulle sue sponde: ogni volta che si siedono davanti a una tastiera, lanciano una pietra in acqua. Le onde che si generano tornano indietro sulla riva e trovano lo scrittore ogni volta più avanti, in una posizione diversa. Prima di lanciare il sasso, lo scrittore prova a farsi due conti e cerca di anticipare dove lo raggiungerà il fronte d’onda che scaturirà dall’impatto con l’acqua. I suoi calcoli sono approssimazioni, i suoi passi influenzati dalle condizioni di un terreno che non conosce. Ma la cosa fondamentale, è che lo scrittore di fantascienza si interroga sulle conseguenze. Volente o nolente, dovrà farlo in ogni caso: è una delle regole non scritte del gioco.

Esattamente dieci anni fa concludevo uno dei mie interventi sul Blog di Urania, che all’epoca avevo il piacere di amministrare sotto la guida di due maestri del fantastico e della speculative fiction in senso lato come Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, con questa chiosa:

[…] ancora una volta le conseguenze dell’atto di immaginare il futuro potrebbero incidere sulla distribuzione delle probabilità tra i futuri possibili. E la fantascienza, continuando a essere chiamata in causa per parlarci attraverso l’immagine del futuro dei cambiamenti che hanno luogo attorno a noi, non può ancora permettersi di prescindere dalle conseguenze.

Non è ancora tempo di fermarsi. Ogni lancio ha un grande potere: può disinnescare un futuro peggiore. Ora più che mai, gli scrittori di fantascienza devono continuare a lanciare pietre nell’acqua. Nessuno di noi può permettersi di rinunciare alle conseguenze.

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Once There Were Giants.
(Sergio Altieri, ritratto da Giorgio Raffaelli)

La notizia della morte prematura di Sergio Altieri ha colto tutti di sorpresa. Fatico a farmene una ragione da quando è stata diffusa ieri. In queste ultime ore nella mia mente è andato in onda un film della memoria a ciclo continuo e ho cercato di trovare il modo per parlare di Sergio senza a tutti i costi dover parlare di me. Succede spesso, nelle commemorazioni degli amici, di ridurre il ricordo della persona scomparsa quasi a un pretesto in cui il narratore finisce immancabilmente per rubare la scena al vero protagonista. Vorrei che così non fosse in questo caso, ma mi rendo conto che è impossibile, perché la storia della mia amicizia con questo gigante dell’editoria italiana è coincisa con la mia piccola “carriera” di scrittore.

Fu la sua voce che trovai dall’altra parte di un numero sconosciuto nel pomeriggio romano di un giorno di dieci anni fa, proprio in questo periodo dell’anno: mi comunicava che Sezione π² aveva vinto il premio Urania e che la mia vita stava per cambiare. Disse proprio così e mi lasciò a corto di parole, a masticare l’aria afosa dell’Eur, incredulo di fronte a una stazione della metropolitana in cui fino al giorno prima, nell’attesa della mia navetta per l’ufficio, avevo letto i libri che lui scriveva, traduceva o curava. Fu Sergio a lavorare con me sulla revisione del romanzo: telefonate, appunti, bozze che ormai conservo come un diploma. Fu Sergio a chiedermi di occuparmi con Giuseppe Lippi di un nuovo progetto che si apprestava a lanciare per trasportare nel web 2.0 le storiche collane da edicola Mondadori: mettere in pista, insieme ai blog delle sue sorelle, anche il blog di Urania.

E per capire che tipo di persona fosse Sergio, non bastano tutti i progetti connettivisti in cui si è lanciato a capofitto, dandoci racconti e postfazioni per le nostre pubblicazioni (Next International, Avanguardie Futuro Oscuro) oppure partecipando con il suo istrionismo vulcanico alle nostre Nextcon. Sergio, in arte Alan D. Altieri, era una figura imprescindibile per noi: sul blog del movimento gli avevamo dedicato uno speciale corredato da una lunga intervista, tra i pezzi di cui vado personalmente più orgoglioso. Non a caso la Nazione Oscura Caotica ha proclamato il 16 giugno giornata di lutto in memoria. Sergio era un cantore dell’Apocalisse, o forse solo un cronista dell’inferno verso cui stiamo tutti allegramente marciando, e di fronte a quest’uomo imponente in pantaloni e stivali militari, di cui per anni erano circolate solo rarissime foto, credo che la mia prima esperienza sia coincisa con quella di molti: il primo contatto segnato da un inevitabile timore reverenziale; il secondo all’insegna dell’imprevedibilità di chi non sa quale tipo di battuta o invito aspettarsi: poteva essere un commento al vetriolo sul politico di turno, un racconto per un’antologia o un’anticipazione di qualche suo progetto in rampa di lancio. Sergio era così: gli bastavano quattro parole, di cui la metà nello slang dei bassifondi di Los Angeles, per metterti a tuo agio e farti sentire parte di una squadra di cui lui era allo stesso tempo capitano, allenatore e primo dei tifosi.

Per tutto il periodo della sua direzione delle collane da edicola Mondadori (2006-2011), la cartolina da Segrate firmata di suo pugno è stato un appuntamento fisso per Natale. Ed è difficile dimenticare le cene milanesi in cui, alla prima trasferta utile, riuscivamo a vederci con lui, Giuseppe Lippi, Dario Tonani e Franco Brambilla. Oppure una passeggiata serale per le strade di Piacenza invase da una nebbia che sembrava uscita da Cherudek, dopo quella che sarebbe stata l’ultima presentazione di un altro gigante mai abbastanza rimpianto, Vittorio Curtoni, diretto lui verso un parcheggio e io verso un treno che – sempre nelle sue parole – non potevamo essere sicuri di trovare alla fine di quella marcia disperata. In effetti, a pensarci bene, almeno adesso che ci troviamo costretti a parlarne al passato, ogni cosa con lui sembra linfa adatta per l’aneddotica. Sergio stesso era un generatore umano di storie, un serbatoio inesauribile di racconti improbabili, di vita vissuta o meno.

Dopo che aveva lasciato il timone del mass market Mondadori nel 2011 ci eravamo un po’ persi di vista. Ogni tanto ci capitava di scriverci, magari ci incontravamo a qualche ritrovo, una convention o una fiera. E l’ultima volta è stata proprio a Stranimondi 2016, quando ha stritolato Sandro Battisti e me in un abbraccio fraterno e finalmente, dopo anni di comunicazioni via e-mail e incroci fugaci, siamo riusciti a scambiare di persona quattro chiacchiere senza fretta. Ci aveva lasciato il suo nuovo indirizzo e-mail, che sostituiva quello storico che era stato costretto a disattivare. Un indirizzo e-mail a cui non ho avuto il tempo di scrivere.

Quello che trovo paradossale della sua scomparsa è che sia arrivata in maniera del tutto imprevista. Sergio continuava ad allenarsi come ormai d’abitudine da diversi anni, aveva intensificato il ritmo del suo lavoro di scrittore, e attendeva come tutti il prossimo capitolo della saga di George R. R. Martin che aveva contribuito a portare all’attenzione dei lettori italiani. In questi anni ha lavorato alla traduzione di giganti come lui: Howard Phillips Lovecraft, Dashiell Hammett, l’amatissimo Raymond Chandler. Era appena uscito Magellan, il seguito di Juggernaut, che nel 2013 aveva inaugurato la sua ultima impresa, un ritorno – per me così atteso – alla fantascienza. E aveva promesso ai lettori che poi sarebbe stato il tempo di un nuovo ritorno, nella spirale di violenza e caos che stritolava l’Europa del ‘600 in quello che per ambizione e profondità è forse stato il suo massimo capolavoro, in una carriera di capolavori di certo tutt’altro che avara: la Trilogia di Magdeburg.

Ecco spiegato perché mi costi tanta fatica trovare le parole per ricordarlo. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, una voragine in chi lo ha conosciuto anche brevemente e a maggior ragione nel panorama dell’editoria italiana, che di professionisti con la sua preparazione, attenzione e generosità non ne ha mai conosciuti molti. Sarà impossibile sostituire la sua assenza.

Per dirla alla Sergio: Once there were giants. So di cosa parlo, credetemi. Li ho visti con i miei occhi.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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