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Sono trascorsi quasi due mesi dall’ultimo post, un lasso di tempo che ha inghiottito tutti i buoni propositi con cui ogni volta mi avvicinavo al blog, le rare volte in cui riuscivo a superare una sorta di blocco psicologico che quasi sempre mi impediva addirittura di aprire il link. Stati d’animo contrari, abbinati alla cronica assenza di tempo, sono state le cause principali della latitanza, mentre la mia testa era presa a rimuginare per tutta la durata di ottobre, masticando sensazioni stratificate nel tempo e indugiando in ricordi autunnali.

Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Non hanno certo contribuito a migliorare l’umore le statistiche che hanno ripreso a delineare un nuovo stato emergenziale che sembravamo tutti aspettare, come sempre senza darci la pena di prepararci. Perché senza avanzare soluzioni da bacchetta magica, è dalla scorsa primavera che gli esperti prospettavano scenari e opportunità, ma ovviamente predicavano nel deserto perché intanto i politici, come sempre, erano troppo impegnati a rimirare il dito per concentrarsi anche sulla luna. E così già da maggio sapevamo che non sarebbe cambiato granché, e ovviamente che ci saremmo fatti trovare impreparati come la prima volta (ma senza le stesse puerili giustificazioni).

E lungi da me il voler giustificare l’ostinazione di un numero crescente di nostri concittadini a far finta di nulla, a resistere alle misure pensate dal governo per contenere il contagio, limitare i danni sociali e preservare il servizio di salute pubblica. Se la novità della prima volta aveva stimolato un senso di coesione, che aveva portato alle consuete celebrazioni patriottiche dell’italiano restio alla disciplina ma sempre pronto al sacrificio e alla solidarietà se le condizioni lo impongono, non è che le condizioni attuali richiedano meno sacrificio della prima volta, è solo che le crepe della narrazione già falsata della prima ondata si sono spalancate, aprendo voragini che stanno vomitando tutto il peggio che eravamo riusciti a nascondere sotto il tappeto o nell’armadio.

Ovviamente, le responsabilità sono equamente distribuite. 1. C’è l’incompetenza di una classe dirigente inadeguata, come dimostrano tuttora scandali che – specialmente dopo le sciaguratezze compiute in Lombardia – sarebbe bastata un minimo di attenzione per evitare. 2. C’è la vanità di una schiera crescente di scienziati che hanno pensato di poter approfittare della visibilità acquisita per imporre un nuovo culto dell’immagine, peccato che abbiano voluto far passare le proprie opinioni personali per verità incontrovertibili, come ben sottolineato da Carlo Rovelli nel corso della sua intervista andata in onda durante l’ultima puntata di Propaganda Live.

3. C’è l’opportunismo ipocrita e sempre più miope di un giornalismo che sempre più ama rimestare nella confusione, più incline a massaggiare la pancia dell’opinione pubblica piuttosto che nutrire e confrontarsi con il suo cervello. 4. E ovviamente c’è la responsabilità dei cittadini, sempre meno responsabilizzati e a corto di senso civico, su cui tutte le altre cause già enumerate finiscono per prosperare.

Sul terzo punto, ha scritto parole largamente condivisibili Luca Sofri sul suo blog, che ci ricorda, adesso che i conteggi sono ultimati, quanto poco ci sia mancato perché il mondo imboccasse ancora una volta il peggiore dei sentieri possibili. Malgrado i proclami, il trumpismo si avvia a essere una parentesi di follia cripto-dittatoriale nella tradizione retorica della democrazia americana, benché il monocrate non si stia negando tutte le armi ormai spuntate del suo repertorio populista: la parata tra due ali di sostenitori inneggianti scesi per strada per rivendicare una vittoria immaginaria, mentre si dirige scortato dal sevizio d’ordine presidenziale verso i suoi campi da golf in Virginia, è la fotografia emblematica della sua uscita di scena, il congedo perfetto di questo quadriennio deleterio.

Credit: Il Post.

Se non rimpiangeremo Trump tra le cose che ci lasceremo dietro in questo anno nefasto, sono tante le perdite che conteremo una volta portata a termine la traversata. E non potrebbe essere diversamente: mentre scrivo, il conto dei casi di COVID-19 accertati nel mondo si appresta a superare i 55 milioni e le vittime sono ben 1.320.286. Paesi come USA, India e Brasile stanno pagando un prezzo altissimo, ma anche nella civilissima Europa, Francia, Spagna, UK e Italia (con un minimo di un milione e un massimo di due, e un numero di vittime compreso tra le quaranta e le cinquantamila) sono state messe in ginocchio dalla pandemia.

Ci sarà inevitabilmente un prima e un dopo questa crisi sanitaria globale. E se al momento ci sembra di essere tutti impegnati in un’impresa titanica che somiglia ogni giorno di più a una scalata lungo un percorso impervio, con la parete rocciosa del domani che ci impedisce di lanciare anche solo un fugace sguardo oltre l’ostacolo, a un certo punto ci sembrerà chiaro che questi mesi, più che uno spartiacque, sono stati in realtà un abisso, un baratro che ha inghiottito tutte le nostre certezze, dalla scala più larga alla dimensione più intima del nostro privato. Ma non illudiamoci con il mantra che niente sarà più come prima: non abbiamo imparato dai nostri errori finora, dubito che lo faremo anche stavolta. L’unica cosa che potremo dire, forse, sarà di aver imparato nuove scuse e nuovi alibi. Tutto il resto, lo troveremo ancora lì, la prossima volta che ci sarà bisogno di prendere decisioni vitali sul medio e lungo periodo.

Tutto, tranne molte delle cose che abbiamo amato pensare che sarebbero state per sempre.

Giorno 54 della pandemia e ultimo dello stato di quarantena decretato ormai quasi due mesi fa. Domani inizierà la Fase 2, da tutti tanto attesa da aver lasciato molti delusi nell’annuncio fatto dal governo, che in effetti sembra ancora alquanto lontano dal riuscire a definire un qualcosa che somigli vagamente a una road map o a una strategia per traghettare con sicurezza il paese fuori dall’emergenza (delusione ben sintetizzata da questo editoriale di Luca Sofri).

Guardandoci indietro, ma senza andare a ritroso più di tanto, fermandoci appena a ieri, la fotografia dell’Italia è quella di un paese che ha registrato finora 209.328 casi di contagio e 28.710 decessi, che ne fanno il terzo (dietro USA e Spagna) e secondo (dietro ai soli USA, ma prossimi a essere sopravanzati dalla conta delle vittime in UK) paese più colpito al mondo. Anche se la curva dei nuovi contagi è in evoluzione calante, abbiamo comunque ancora poco meno di duemila nuovi casi registrati al giorno. La curva dei casi attivi, anch’essa in calo, faceva registrare ieri 100.704 casi ancora positivi, ma dobbiamo ancora una volta sottolineare due aspetti di queste statistiche: sono i dati ufficiali raccolti dalle regioni per la Protezione Civile, e scontano sia la strategia dei test (non tutti i sospetti sono testati) sia la definizione di guariti (che comprende anche i dimessi non ancora risultati negativi al test).

Quindi, anche nell’evidente sottostima dei dati ufficiali, continuiamo ad avere almeno centomila casi attivi, prevalentemente concentrati nelle regioni del nord (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto concentrano circa il 75% dei casi fatti registrare in Italia dall’inizio dell’emergenza). Per intenderci, l’8 marzo i casi positivi erano poco più di 6mila. Inoltre, ieri solo 26 province non facevano registrare nuovi casi (in maggior parte, e per fortuna, al Centro-Sud e nelle isole), ma è bene comunque ricordare che per dichiarare superato lo stato emergenziale dell’epidemia occorre che trascorrano due periodi pieni di incubazione del virus (che nel caso del SARS-CoV-2 corrisponderebbe a un tempo di 30-40 giorni).

Guardandoci attorno, possiamo vedere come i paesi più lenti a reagire siano quelli che stanno pagando lo scotto maggiore: negli USA si registra da più di un mese una media di circa 30mila nuovi casi al giorno, nel Regno Unito un trend analogo assestato poco al di sotto dei 5mila nuovi casi giornalieri. I casi nel mondo hanno superato i tre milioni e mezzo di contagi, le vittime sono state finora 245.243.

E provando a guardare avanti? Siamo in molti a chiederci se siamo davvero pronti per la Fase 2.

L’ipotesi di una riapertura scaglionata e graduale su base regionale, su cui pure si era congetturato (e che in molti ritenevamo oltre che plausibile, anche inevitabile), è stata smentita dall’annuncio del Presidente del Consiglio del 26 aprile scorso e dalla pubblicazione dell’ultimo DPCM. In altre parole, l’Italia che stasera va a dormire come Zona Rossa, domani si risveglia tutta intera, se non Zona Verde, almeno Zona Gialla. Continueranno a valere diverse delle restrizioni fin qui messe in atto, ma le misure che verranno allentate verranno allentate senza distinzioni su tutto il territorio nazionale. E questo malgrado ci siano delle province in evidente peggioramento rispetto ad altre. Secondo il modello elaborato dalla Fondazione Gimbe, basato sulla prevalenza (ovvero la densità stimata sul numero di casi totali ogni 100.000 abitanti) e sulla velocità del contagio (misurata sulla base della variazione percentuale dei casi), è evidentemente ingiustificato trattare il Piemonte come l’Umbria.

Ma la cosa che induce qualche preoccupazione in più, è che domani si entrerà nella Fase 2 senza che nemmeno una delle raccomandazioni degli epidemiologi circolate nelle ultime settimane sia stata presa in considerazione.

Per l’ex presidente della International Epidemiological Association Rodolfo Saracci, prima di partire con la Fase 2 il governo avrebbe dovuto innanzitutto domandarsi “se la fase 1 abbia raggiunto l’obbiettivo di ridurre a zero, o quasi, i nuovi casi”, prefissandosi degli obiettivi (nazionali o regionali) per conciliare le riaperture con la propria capacità di gestire l’emergenza (da Scienza in rete). Evidentemente, per quanto scrivevamo sopra, non è stato così.

Per Pierluigi Lopalco, docente di igiene all’università di Pisa e coordinatore della task force per l’emergenza epidemiologica della Regione Puglia, prima di allentare le misure sarebbe stato necessario fissare alcuni standard:

“Quanti tamponi per mille abitanti si riescono a fare in una settimana? Quanti tamponi sul totale risultano positivi? Qual è la quota di casi di covid-19 registrati dal sistema di sorveglianza di cui non si conosce l’origine? Quanti focolai di trasmissione sono ancora aperti? Qual è la quota di casi covid-19 che vengono segnalati per la prima volta quando sono già gravi? Esiste un sistema di sorveglianza di ‘tosse e febbre’ diffuso sul territorio attraverso pediatri di famiglia e medici di medicina generale che segnali precocemente eventuali focolai epidemici? Esiste un sistema di allerta che in tutti gli ospedali del territorio sia in grado si segnalare un eccesso di ricoveri di malattia respiratoria acuta grave?”

Evidentemente, non è stato così, e in seguito all’allentamento delle misure sono già due gli effetti che possiamo aspettarci. Innanzitutto, una possibile risalita del numero dei nuovi contagi: se non una vera e propria seconda ondata, come quella attesa per l’autunno, almeno un secondo picco in grado di mettere nuovamente sotto pressione il Sistema Sanitario Nazionale.

In questo caso non è da escludere che i governi decidano di adottare una strategia che era già stata delineata a metà marzo dai ricercatori dell’Imperial College di Londra: il metodo, denominato colloquialmente stop and go o quarantena di massa yo-yo o anche la danza, consiste nel possibile inasprimento delle misure di distanziamento sociale ogni volta che una certa soglia prefissata di posti occupati in terapia intensiva (stabilita per esempio come percentuale di posti totali o come numero medio di ricoveri settimanali) viene superata, e sta conoscendo una crescente popolarità nelle ultime settimane. Non sarebbe come tornare alla Fase 1, ma piuttosto per diversi mesi potremmo avere un’alternanza di periodi più o meno lunghi di Fase 1 intervallati da parentesi di misure più blande.

Isolamento localizzato, misure di contenimento mirate (per tutelare le fasce più a rischio della popolazione), screening su vasta scala e tracciamento dei contatti sarebbero le altre misure da mettere in campo, anche se per il momento dal governo abbiamo sentito parlare solo dell’app Immuni, annunciandola prima come pilastro portante della ripresa, per poi avviare la Fase 2 senza nemmeno averla ancora licenziata per l’uso.

L’altro effetto sarà il prolungamento dell’emergenza. Considerando la curva dei contagi attivi riportata nel primo grafico di questo articolo, vediamo che ci sono voluti 60 giorni per raggiungere il picco (fatto registrare il 19 aprile con 108.257 casi positivi). Possiamo pronosticare tranquillamente che ce ne vorranno di più per azzerarla: se questo era vero già con l’applicazione delle misure restrittive della Fase 1, lo diventerà ancora di più nella Fase 2, da cui è lecito aspettarsi come minimo una frenata nel calo dei nuovi casi, se non proprio (come dicevamo sopra) una risalita.

Questo è ciò che ci aspetta.

Ma stando così le cose, sconcerta ancora di più non vedere uno sforzo a più lungo termine che si sforzi di guardare al di là dell’orizzonte delle prossime settimane. Qualcosa che non riprenda necessariamente i punti programmatici che, con un minimo sforzo di ascolto e compilazione, elencavamo nel precedente post di questo diario della pandemia, ma che mostri una visione. Di qualche tipo.

E invece che tutto ciò che ci viene proposto dalla nostra classe dirigente è banalmente navigare a vista. Aspettiamo quindi il prossimo scoglio e restiamo pronti a virare, pregando di riuscirci per tempo.

Giorno 40 dell’entrata in vigore delle prime misure restrittive valide per il territorio italiano. 3.491 nuovi casi ieri, ma per una volta evitiamo di snocciolare le solite cifre.

Secondo i dati divulgati dal gruppo di ricerca CoVstat_IT il coefficiente R0, il cosiddetto numero di riproduzioni di base che misura «il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione interamente suscettibile, cioè mai venuta in contatto con il virus» e quantifica quindi il grado di potenziale trasmissibilità della malattia, si sta effettivamente avvicinando alla fatidica soglia unitaria, al di sotto della quale si avrà l’attesa perdita di slancio della propagazione del contagio (il migliore intervento che ho letto sull’argomento è quello di Paolo Giordano per le pagine del Corriere della Sera; e anche se trattandosi del quotidiano di via Solferino lo faccio decisamente a malincuore lo linko qua). Il 26 febbraio l’R-zero valeva 4,27, il 31 marzo 1,58, oggi è 1,09. E benché si tratti di una grandezza derivata, figlia del modello adottato per stimarla, l’accordo tra le stime che circolano da alcune settimane sembrano se non altro testimoniare l’efficacia delle misure di distanziamento sociale adottate per contenere il contagio.

Tutto bene, dunque?

Soffermiamoci un attimo sul confronto pubblicato da YouTrend tra le previsioni del governo e l’andamento reale dei nuovi casi:

In realtà si tratta di un grafico che circola da qualche settimana, ma il trend consolidatosi nel frattempo dà una misura dell’ampiezza dello scarto tra quelle che erano le attese per gli effetti del lockdown e quello che sta realmente accadendo: ballano più di 3.000 casi al giorno, e non solo oggi, ma da più di un mese. I conti si fanno presto a fare: sono quasi 100.000 casi in più rispetto alle previsioni, e se oggi ne abbiamo in totale 175.925 (di cui 107.771 ancora positivi) significa che ogni valutazione di ripartenza relativa alla tanto attesa Fase 2 – ammesso e non concesso che con le centinaia di esperti coinvolti nelle varie task force e commissioni istituite dal governo ci siano state delle valutazioni di ripartenza (448 persone in 15 comitati, per una media di 30 teste coinvolte a ogni tavolo) – si basava al momento del lockdown su previsioni che sono state smentite con ampio margine dalla realtà, sottostimate di più del 100% rispetto ai dati ufficiali.

È legittimo sperare che nel frattempo i consulenti convocati dal governo abbiano modificato i modelli per includere nell’elaborazione degli scenari futuri i nuovi dati provenienti dal territorio, anche se sappiamo tutti ormai che quei dati sono in ogni caso molto inferiori ai casi totali di contagio avvenuti in Italia (nelle stime migliori di un ordine di grandezza) e affetti da una sistematicità di errore che ci costringe a basare ogni valutazione sull’andamento su basi poco più che puramente qualitative. Dopotutto hanno avuto come tutti noi più di un mese per lavorarci… Ma il fatto che non siano circolate previsioni diverse da quella usata per il confronto che stiamo esaminando non è molto incoraggiante.

Vale la pena quindi ragionare sulla Fase 2 con questi presupposti?

Da più voci arrivano da settimane appelli a sapere almeno se un progetto di ripartenza esista, ma ogni giorno che passa la sensazione che ci si sia fatti prendere in contropiede, senza almeno un piano B e sicuramente nemmeno un piano di riserva al piano di riserva, si consolida. E con queste premesse non sono troppo d’accordo nemmeno con chi invita – e sono sempre più numerosi tra l’altro, a questo punto – a guardare ciò che stanno facendo gli altri paesi e copiarli pedissequamente. Si tratta di un argomento fallace, secondo me, perché se è vero che conviene sempre guardare ciò che succede oltre la porta di casa, è altrettanto vero che ciò che è avvenuto da noi è anche il risultato di decenni di scelte infelici, dal clientelismo al decentramento alla riduzione dei posti letti allo smantellamento dell’assistenza medica intermedia tra case e ospedali e chi più ne ha…

Quindi, se da una parte è comprensibile invocare riaperture almeno selettive dei servizi non essenziali e un cauto ritorno alla «vita di prima», dall’altra abbiamo una serie di considerazioni che ci inducono a non poter essere così ottimisti. Per poterci arrivare saranno inoltre necessarie una serie di misure legate al tracciamento dei contagi (è di pochi giorni fa la notizia della scelta da parte del governo dell’applicazione per il contact tracing), all’adozione di test sierologici efficaci per valutare la reale estensione dei casi entrati in contatto con il virus e, in attesa di avere un vaccino prodotto su larga scala e in quantità sufficienti per tutta la popolazione ancora suscettibile, alla possibilità di disporre chiusure mirate ovunque si renda necessario, per prevenire un nuovo caso Val Seriana.

In aggiunta a questo, è importante che la giusta spinta a farsi carico della responsabilità della scelta, onere e onore di chi ci governa, non produca la più classica delle eterogenesi dei fini a cui la politica ci ha abituati: nascondere dietro le scelte prese in una situazione di emergenza (in cui, al di là della situazione sanitaria, sicuramente c’è anche una parallela crisi economica, testimoniata dai 3,7 milioni di lavoratori che con il lockdown hanno visto venir meno l’unica fonte di reddito delle loro famiglie) l’inefficacia di misure di più ampio respiro. Tanto più che, come ha dichiarato il consigliere scientifico del ministero della Salute Walter Ricciardi, già presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e oggi membro del consiglio esecutivo della World Health Organization, la seconda ondata è pressoché certa: le prossime disposizioni dovrebbero però evitare di vanificare i sacrifici sostenuti finora, rischiando di anticiparne l’arrivo a prima ancora dell’estate.

Ripeto: è giusto cercare delle misure che vengano incontro ai milioni di italiani in difficoltà e agli altri che si aggiungeranno a queste cifre in uno scenario di estensione delle restrizioni che nessuno si augura; ma se la scelta è tra a. l’illusione di tornare alla «vita di prima» per poi riprendere l’impennata dei contagi e la conta delle vittime e magari essere costretti a una nuova chiusura nel giro di poche settimane o di qualche mese, e b. l’adozione di misure drastiche ma che consentano di iniziare la necessaria ristrutturazione del sistema; personalmente non ho esitazioni a optare per la soluzione b.

Una proposta possibile potrebbe partire dal corrispondere un reddito di base universale a tutti i lavoratori impossibilitati a tornare alle loro mansioni per la durata dell’emergenza e nel frattempo cominciare a:

  1. rafforzare il sistema sanitario nazionale, con a. la ricostituzione dei servizi di assistenza medica primaria rappresentata dalla rete dei medici di base e dei distretti socio-sanitari che col tempo sono stati smantellati, fusi o accorpati in un’ottica di efficientamento puramente economico; b. l’assunzione e regolarizzazione di medici e infermieri, di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nel medio-lungo periodo, come ha dimostrato l’impreparazione con cui abbiamo dovuto fare i conti dopo legislature di tagli alla spesa;
  2. elaborare un vero piano scuola, che non può prescindere da investimenti seri e cospicui e non di mera facciata nell’edilizia scolastica (la mente va alle renzate varie e assortite, con tutto lo spettro che va dalle Scuole sicure alle Scuole belle…), per mettere in sicurezza le scuole e riprogettare gli spazi per la didattica; alleggerire la pressione sui docenti (dalle classi da 25-30 alunni a tutti i compromessi richiesti in termini di spese per i materiali didattici) e investire concretamente nella loro formazione (che significa accompagnare nel mondo della scuola docenti preparati e fare in modo che quelli giù in forze sviluppino le necessarie competenze per rimanere al passo con i tempi); sviluppare un serio programma di didattica a distanza che non rischi di lasciare indietro i milioni di alunni che vivono in famiglie che non possono permettersi un tablet o un computer o perfino una linea internet adeguata (le testimonianze dei docenti che si leggono in questi giorni sono tutte abbastanza in sintonia tra loro, riprendo quindi per comodità questa di Clauda Boscolo);
  3. se è vero che durante il lockdown il 55% dei lavoratori ha continuato a svolgere le proprie mansioni, in modalità smart working o direttamente in azienda, è altrettanto vero che la crisi dovrebbe averci insegnato qualcosa sull’importanza (se non proprio l’essenzialità) di alcune tra le categorie meno protette (non ultimi i rider e gli altri lavoratori inquadrati nella cosiddetta gig economy), a cui bisognerebbe riconoscere al più presto tutte le tutele necessarie;
  4. adottare misure anche severe volte a riqualificare il patrimonio immobiliare italiano, sanando soluzioni abitative al limite della vivibilità e riconoscendo a tutti il diritto a una casa commisurata alle esigenze (leggasi: numerosità) del nucleo familiare, che alleggerisca anche la concentrazione demografica delle città che si stanno dimostrando nient’altro che alveari-prigioni e ripopoli i tanti paesi, soprattutto del Centro-Sud, che per anni sono stati trasformati in ghost town dall’emigrazione verso le città del Nord Italia.

Non sono misure che si può pensare di rendere operative da subito, ma senza partire da qualche parte non verranno mai portate a termine. E credo che concorderemo tutti senza difficoltà che si tratta di scelte necessarie, anche se mi rendo conto che è un programma che ora come ora appare utopico, specie con questa classe politica e in queste condizioni. Ma un punto zero prima o poi dovrà essere fatto, e probabilmente se non si decide di farlo alla luce della severa lezione di questa emergenza allora non troveremo mai lo spirito di portarlo a compimento.

Basta saperlo, però, per evitare poi di tornare tutti a lamentarci la prossima volta che si presenterà la necessità di affrontare un’emergenza simile. Perché se c’è un’altra cosa su cui dovremmo essere tutti d’accordo, imbecilli di varie affiliazioni politiche a parte, è che questa situazione, pur nella sua singolarità, non rappresenta affatto un’eccezione ma nei mesi e negli anni che verranno diventerà una regola con cui convivere.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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