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Captive State è un film del 2019 passato pressoché in sordina, complici i toni non proprio entusiastici delle recensioni che ne hanno accompagnato lo sbarco in Italia e il flop al botteghino registrato in patria. Con un budget di 25 milioni di dollari, non è arrivato a racimolarne nemmeno 6 nelle sale americane e ne ha raccolti meno della metà nel resto del mondo, fermandosi a poco più di 8 milioni e mezzo nel computo totale e segnando una dura battuta d’arresto nella carriera del regista Rupert Wyatt (qui molto apprezzato per il rilancio del franchise del Pianeta delle scimmie).

Cosa sia andato storto nella distribuzione di Captive State è difficile da stabilire. Dalla visuale limitata della mia esperienza personale, posso solo testimoniare di esserne venuto a conoscenza solo a quasi un anno di distanza dalla data d’uscita nelle sale, in seguito all’inclusione del titolo nella programmazione di Sky (mea culpa, Carmine Treanni e Silvio Sosio ne avevano comunque parlato su Fantascienza.com, qui e qui, ma mi era sfuggito). Eppure stiamo parlando di una produzione del gruppo Amblin di sua maestà Steven Spielberg, forte del coinvolgimento di grandi attori come John Goodman e, seppur in una parte piuttosto sacrificata, Vera Farmiga (The Manchurian Candidate, The Departed, Source Code, la serie horror The Conjuring). Scritto dallo stesso Wyatt con Erica Beeney, il film ha diviso la critica: tra i favorevoli e i contrari, mi schiero con decisione dalla parte dei primi.

Anno 2027: la Terra è sottoposta da quasi dieci anni al regime di occupazione di una razza di invasori alieni che si sono insediati in enormi e inaccessibili habitat sotterranei. Il primo contatto si è risolto in maniera decisamente traumatica per la specie umana. Giunti sul pianeta nel 2019, gli invasori hanno instaurato un po’ dappertutto governi collaborazionisti e imposto ai terrestri il controllo di un parassita biosintetico e di sciami di droni in grado di rivelarne in ogni istante la posizione, soggiogandoli in un’opera di sfruttamento intensivo e senza precedenti delle risorse minerarie della Terra. Tutte le leggi promulgate da questi governi sono ispirate dai dominatori extraterrestri, che per questo vengono denominati Legislatori.

La storia si svolge a Chicago, ai margini di una delle principali Zone Chiuse riservate ai Legislatori. William Mulligan (John Goodman) è un comandante della polizia locale sulle tracce di una cellula della resistenza, un’organizzazione chiamata Phoenix che si oppone al governo di occupazioni. Le sue radici sono nel distretto operaio di Pilsen, che dopo l’invasione è diventato una specie di ghetto, in cui vive anche il giovane Gabriel Drummond (Ashton Sanders), che ha visto i genitori uccisi dagli alieni e che si trova suo malgrado coinvolto in un’operazione del gruppo Phoenix. Il ragazzo si trova così davanti a una scelta non semplice tra la tranquilla rassegnazione e il vincolo di sangue con suo fratello, che lo condurrà a incrociare ripetutamente la strada con Mulligan, il cui obiettivo è smascherare il Numero Uno al vertice dell’organizzazione clandestina.

Captive State è un film che procede a ritmo serrato, riuscendo a tenere desta l’attenzione dello spettatore e a nascondere il vero volto dei protagonisti fino alle battute finali, in una rivelazione che lascia spiazzati ma che non risulta affatto forzata. Malgrado il budget, gli invasori vengono mostrati raramente, ma con poche apparizioni e una manciata di dettagli particolarmente ben congegnati (il parassita organico, il sistema di controllo imposto alla città, le possenti astronavi mostrate di sfuggita) la regia di Wyatt riesce a rafforzare il senso di estraneità che ci si aspetta da imperscrutabili intelligenze aliene. Malgrado l’insuccesso ai botteghini, la pellicola si ritaglia così un posto di riguardo tra le recenti produzioni fantascientifiche, miscelando abilmente primo contatto, distopia e thriller.

Tra dilemmi morali e metafore del capitalismo della sorveglianza, Captive State elabora uno dei più cupi scenari politici visti negli ultimi anni, che in qualche modo echeggia sia la stilosa distopia di Anon allestita da Andrew Niccol (per il tema della sorveglianza e della resistenza clandestina) che l’opprimente regime collaborazionista di Torchwood: Children of Earth di Russell T Davies. E probabilmente conferma che Spielberg, nonostante i buoni propositi e risultati degni di rispetto, farebbe meglio a restare alla larga dalle produzioni a base di extraterrestri invasori.

Questo mese sulle pagine di Quaderni d’Altri Tempi parlo del romanzo Cenere, opera prima di Elisa Emiliani data alle stampe da Zona 42, un’originale distopia di ambientazione romagnola che racconta una storia di crescita, di ribellione e di resistenza.

La storia che narra la faentina Elisa Emiliani, classe 1986, è un racconto di crescita e di scoperta: del mondo, con le deformità del sistema, che spaziano dall’emarginazione metodica dei cosiddetti “membri esterni”, quanti non hanno voluto abbracciare i dogmi della corporazione, fino alla spietata imposizione di un marchio (un codice a barre tatuato indelebilmente sulla pelle) e all’istituzione di campi di prigionia in grado di resuscitare gli orrori e le atrocità dei lager; ma anche di se stessi, delle proprie potenzialità, della propria determinazione, della vasta scorta di rabbia della giovinezza a cui attingere per incanalare la spinta del cambiamento in un progetto rivoluzionario: nato come una scappatoia per dare un senso a giornate di ordinaria disperazione, il Gioco diventa ben presto un’arma contro il regime corporatista, uno spazio di resistenza, una strategia per sopravvivere.

Ash (“cenere, o al plurale rovine, come le rovine di una città”, come spiega lei stessa) sperimenterà tutto questo sulla sua pelle, scoprendo anche un’insospettata riserva di coraggio, a cui attingere per sostenere fino alla fine le responsabilità e il peso delle proprie azioni, portando a compimento un cammino fatto di sacrifici, perdite, ferite, cicatrici, separazioni e, in definitiva, di crescita.
Forte di una scrittura fresca, l’autrice parla di una provincia che conosce bene e con estrema credibilità riesce a rendere il lettore partecipe delle vicende e delle disgrazie delle sue tre protagoniste. Una storia che a tratti, soprattutto negli scambi tra Ash, Reba e Anna e nella rapidità ed efficacia di tratteggio dell’ambiente, richiama la lezione del country noir di Daniel Woodrell (Un gelido inverno) e dei Trilobiti di Breece D’J Pancake, mentre su tutto aleggia l’ombra lunga di Philip K. Dick.
Un ottimo esempio di pavesismo fantascientifico, tanto per rinfocolare polemiche vecchie di quarant’anni, che fatte le debite proporzioni s’inserisce con merito nel solco di una strada segnata da pietre miliari come Dove stiamo volando di Vittorio Curtoni (1972) o Quando le radici di Lino Aldani (1977). Ma che riesce a omaggiare anche la più recente serialità televisiva, da Breaking Bad a Mr. Robot, passando per The Man in the High Castle, il cui immaginario concorre alla felice riuscita di Cenere.

Il resto della recensione seguendo il link.

La nostra resistenza deve essere, prima di tutto il resto, una resistenza di natura morale.

Sono passati poco più di dieci anni da quando scrivevo queste parole e sembra trascorsa un’epoca. Pensiamoci: quante volte, solo negli ultimi mesi, ci siamo ripetuti che al peggio non c’è mai fine, che quasi quasi erano meglio quelli di prima, che ci eravamo illusi di avere toccato ormai il fondo quando invece ne avevamo ancora da scavare?

Come spesso ci troviamo a ripetere, gli anni del berlusconismo rampante hanno rappresentato un alibi, ritardando lo sviluppo di una coscienza civile dal basso che altrove sta dando i suoi germogli. Penso per esempio ad Alexandria Ocasio-Cortez negli USA o a Greta Thunberg in Svezia: due giovani donne forti dell’urgenza dei propri argomenti e proprio per questo capaci di imporre la loro agenda agli avversari politici. E se siamo comunque abituati a pensare ai paesi scandinavi come a una sorta di faro per le socialdemocrazie europee, è paradossale che proprio nell’America di Trump un’alternativa possibile sia ben più che delineata all’orizzonte, ma realtà concreta e già in atto (e il GOP lo ha chiaro forse meglio di tutti).

Altrove, invece, non s’intravede via d’uscita dal vicolo cieco in cui ci siamo andati a cacciare: nubi temporalesche si affollano nei cieli dell’Europa, dalla spirale in cui si è avvitato il processo di Brexit all’ascesa apparentemente inarrestabile dei movimenti sovranisti. Ancora una volta, come già con il berlusconismo precursore del trumpismo, l’Italia sembra in prima linea, pronta a rivendicare il ruolo di laboratorio per le peggiori aberrazioni destrorse. Stiamo mandando a picco la zattera su cui siamo tutti stipati e qualcuno che fino a non molte settimane fa ci ripeteva che andava tutto bene e che ci attendevano grandi soddisfazioni si appresta a passare all’incasso, riscuotendo con gli interessi un investimento lungo anni, in cui il disagio e la paura opportunamente coltivate sono ormai degenerate in rabbia sociale. La grancassa della stampa suona la musica scelta dal maestro e davanti all’affresco gialloverde di un paese inesistente, elaborato all’unisono dalle televisioni e dai quotidiani, un mondo di fantasia che non trova il minimo riscontro nella realtà, lo sconcerto sembra l’unico stato d’animo possibile, l’unica reazione all’attuale stato delle cose.

Per questo mai come quest’anno sento il bisogno di non lasciar correre una data importante come il 25 aprile. Nei tempi bui servono modelli a cui guardare, esempi che ci indichino un possibile sentiero per uscire dal fitto del bosco in cui ci sentiamo intrappolati, e i miei ce li ho ben chiari. Ricordiamo che un’alternativa è sempre possibile, anche quando non se ne intravede la possibilità dalla zona morta in cui siamo confinati, a causa della cortina di un futuro a zero dimensioni che ci è stato abbassato intorno. Uscire dalla trappola dell’ur-fascismo è sempre possibile, ma occorre tenacia, costanza, lavoro. Occorre un progetto.

Buona festa della Liberazione, Khruner! In qualsiasi punto dello spazio e del tempo vi troviate, continuate a resistere e non smettete mai di lottare.

Puntate precedenti:

Nel 1957 lo sceneggiatore Héctor Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López portano sulle pagine della rivista argentina Hora Cero Suplemento Semanal uno dei più incisivi e indimenticabili personaggi nella storia del fumetto: L’Eternauta.

Un giorno imprecisato nella seconda metà del XX secolo, a Buenos Aires, nello studio di uno sceneggiatore di fumetti si manifesta un uomo che si presenta come Khruner, ovvero «il vagabondo dell’infinito», che vaga da secoli alla ricerca della sua epoca e del suo mondo perduti. Tutto ebbe inizio con una nevicata mortale, che decimò la popolazione preparando la strada all’invasione. L’invasore di cui parla questo impossibile reduce del tempo è una spietata civiltà aliena, che ha già sottomesso innumerevoli razze quando prende di mira la Terra. I governi e gli eserciti terrestri organizzano una velleitaria resistenza: riuniscono la popolazione e cercano di opporsi all’avanzata aliena. Khruner e i suoi amici sopravvissuti raggiungono uno di questi punti di raccolta, el Monumental (lo stadio del River Plate) ma trovano ad attenderli un’amara sorpresa: gli alieni hanno assoggettato gli umani attraverso una forma di controllo mentale, trasformandoli in “uomini-robot”, del tutto privi di volontà, e li hanno aggregati alle loro armate.

Gli uomini-robot e gli invasori tenderanno molte trappole ai protagonisti finché questi riusciranno a introdursi nell’astronave-madre, dove Khruner azionerà involontariamente una macchina del tempo, dando inizio al suo vagabondaggio tra gli infiniti universi paralleli del continuum. L’opera, riscritta da Oesterheld nel 1969 enfatizzandone tanto i riferimenti politici quanto la violenza, ridisegnata con uno stile evocativo da Alberto Breccia (che insieme a suo figlio Enrique aveva collaborato l’anno prima con Oestrheld a La vita del Che, le cui tavole originali in patria furono sequestrate e bruciate), dispiega tutta la sua ambizione e la sua profondità profetica nel momento in cui il vagabondo dell’infinito rivela che il mondo da cui proviene è lo stesso in cui il fumettista vive, la stessa Buenos Aires in cui tutto ebbe inizio, e che alla nevicata fatale mancano solo quattro anni.

Impossibile non leggere negli uomini-robot e nei kol una rappresentazione delle varie forme di collaborazionismo in cui può essere declinata la connivenza con un regime totalitario, così com’è fin troppo immediato il parallelo tra l’invasione e il fascismo. Oesterheld, da sempre attestato su posizioni anti-imperialiste, si unirà ai Montoneros nella resistenza contro il regime militare ed entrerà purtroppo nel triste novero dei desaparecidos del Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il suo è uno dei destini più atroci che si possano immaginare per un uomo: quando fu prelevato dalle autorità il 21 aprile del 1977, aveva ormai già assistito al martirio della sua famiglia: a partire dal giugno del 1976, infatti, tutte e quattro le sue figlie (di cui una incinta) erano state uccise o rapite dagli squadroni della morte al servizio del regime.

Sempre durante la violenta repressione della guerra sucia, sotto una dittatura che potrebbe essere quella cilena di Pinochet o quella argentina di Videla o Galtieri, è ambientato Perramus, di Juan Sasturain e Alberto Breccia. L’opera risale al 1985 ed è impossibile non pensare alla vicenda umana di Oesterheld mentre leggiamo la storia di Perramus, l’uomo senza nome e senza memoria che decide di farsi chiamare come una nota marca di impermeabili e finisce coinvolto nelle avventure più improbabili, incrociando il suo destino con quello di personaggi famosi. Perramus per esempio s’imbatte in un gigante della letteratura mondiale come Jorge Luis Borges, ucronicamente reduce dall’assegnazione del premio Nobel a Stoccolma, dove nel suo discorso ha pronunciato queste parole: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case”. Non è azzardato leggere questa riscrittura del personaggio come una critica neanche troppo velata, dal momento che se nel nostro mondo Borges non raggiunse mai il massimo riconoscimento per la letteratura, che pure avrebbe meritato, in tanti credono che la causa principale fu proprio la sua mancata presa di distanza dai crimini del regime argentino.

Come l’Eternauta, Perramus meriterebbe un articolo dedicato, e non un articolo qualsiasi (come i due che pure ho già scritto e che potete leggere sul vecchio Strano Attrattore, per l’esattezza qui e qui), ma una disamina accurata, capace di scavare a fondo nei suoi sottotesti simbolici, nei suoi rimandi alla storia argentina, nei suoi slanci immaginifici e nelle sue meravigliose invenzioni. La nascita del personaggio da sola si svolge in una dimensione onirica ammantata da un’aura mitologica, con una sequenza di tavole memorabile per resa espressiva: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph, dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminiscenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie si trovano già definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue manifestazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, gli sforzi tesi al recupero della memoria. I toni dell’opera oscillano tra il registro della tragedia e quello della commedia (“Il problema non è la merda! Al contrario, è la soluzione!”), e toccano vette insuperate di efficacia proprio nelle pagine più grottesche e assurde, come quando, approdato con i suoi compagni di avventure su un’isola che basa la sua precaria economia sullo sfruttamento del guano, Perramus si trova davanti a una popolazione stremata, in trepidante attesa per una sospirata pioggia di escrementi di volatili che giunga a risollevare l’economia stagnante del loro paese. Ricorda qualcosa?

Le pagine che vedono l’intervento di Borges sono altrettanto indimenticabili. Lo scambio di battute che ha luogo in occasione del loro primo incontro è già tutto un programma:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

E più avanti, in un momento cruciale della terza parte, lo scambio si tinge del tono paradossale che impregna tutta l’opera:

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

Di avventura in avventura, Perramus si conferma nel ruolo di erede del Vagabondo dell’Infinito: insieme affrontano la condizione dell’espatriato, la perdita delle radici, il recupero della memoria, in un universo che è esso stesso la negazione delle radici, della memoria, della libertà, schiacciato sotto il tallone di ferro della dittatura militare.

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Nella prima avventura, per esempio, Perramus decodifica il messaggio per la Resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici, ma un’indicazione sbagliata lo riporta all’Aleph e a Margarita, ovvero il punto da cui tutto è iniziato.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere.

[3 – Continua]

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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