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Invitato da Matteo Berardini a dire la mia sulla terza stagione di True Detective per Point Blank, rivista online di critica cinematogrfica, sono felice di proporvi i miei due centesimi sulla creatura di Nic Pizzolatto. Potete leggermi qui e vi lascio con i versi di Delmore Schwartz che aprono questo magnifico finale di stagione, capaci di distillare alla perfezione lo spirito della serie.

What will become of you and me
(This is the school in which we learn …)
Besides the photo and the memory?
(… that time is the fire in which we burn.)

Cosa rimarrà di me e te
A parte le foto e i ricordi?
Questa è la scuola in cui impariamo,
quel tempo è il fuoco in cui bruciamo.

What is the self amid this blaze?
What am I now that I was then
Which I shall suffer and act again,
[…]
The children shouting are bright as they run
(This is the school in which they learn …)

Qual è il sé in mezzo a questo incendio?
Cosa sono ora che ero anche allora?
Per cosa dovrei soffrire e agire ancora?
[…]
Le urla dei bambini sono gioiose mentre corrono
Questa è la scuola in cui imparano

What am I now that I was then?
May memory restore again and again
The smallest color of the smallest day:
Time is the school in which we learn,
Time is the fire in which we burn.

Cosa sono ora che ero anche allora?
I ricordi si rinnovano ancora e ancora.
Il colore più leggero del giorno più breve:
Il tempo è la scuola in cui impariamo,
Il tempo è il fuoco in cui bruciamo.

Delmore Schwartz, Calmly We Walk through This April’s Day

 

Abbiamo già cominciato a parlare della nuova stagione di True Detective, la serie di culto creata da Nic Pizzolatto per HBO. Per un bilancio complessivo ci torneremo sicuramente sopra dopo l’ultimo episodio, ma alla terza puntata le prime più che positive impressioni cominciano a sedimentarsi e a formare massa critica. E come abbiamo già fatto la volta scorsa, può essere interessante approfondire alcune suggestioni non necessariamente legate alle indagini di Wayne “Purple” Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff) man mano che le indagini si snodano di puntata in puntata avanti e indietro nel tempo.

Nella prima puntata della terza stagione (The Great War and Modern Memory), per esempio, Hays e West si recano alla locale scuola media di West Finger per ascoltare compagni di scuola e insegnanti dei due bambini scomparsi. Qui gli capita di ascoltare la professoressa Amelia Reardon (Carmen Ejogo) leggere una poesia ai suoi allievi. I versi che si sentono nell’episodio e che Hays ricostruirà nella puntata seguente (Kiss Tomorrow Goodbye) sono questi:

Tell me a story.

In this century, and moment, of mania,
Tell me a story.

Make it a story of great distances, and starlight.

The name of the story will be Time,
But you must not pronounce its name.

Tell me a story of deep delight.

La poesia è appunto intitolata Tell Me a Story e potete leggerla per intero sul sito dell’Academy of American Poets. Fu scritta da Robert Penn Warren (1905-1989), che ai tempi dell’università aderì ai Fuggiaschi, un gruppo di poeti di Nashville fortemente attaccati alle tradizioni del Sud, e fu poi tra i fondatori del New Criticism, che in opposizione alla critica marxista rifiutava qualsiasi lettura storica, biografica e ideologica del testo. Col tempo Warren, che a tutt’oggi è l’unico autore ad aver vinto il Pulitzer sia per la narrativa che per la poesia, avrebbe rivisto le sue posizioni e la sua visione in chiave più liberale.

Nella terza puntata (The Big Never) Hays dimostra di essere ancora stregato da quei versi e, avendo imparato un po’ a conoscerne il carattere, questo interesse non sembra esclusivamente dettato dal parallelo interesse che da subito Hays comincia a nutrire verso Amelia. “Quella poesia che stavi spiegando […] dice che il nome della storia è Tempo, ma non puoi pronunciare il suo nome. Perché?

Forse perché” gli spiega Amelia, “siamo nel tempo e del tempo, ma pronunciare il suo nome… quando lo nomini, ti separi da qualcosa. E credo che voglia dire che siamo imprescindibili dal tempo“. Sembrerebbe quindi che la poesia venga dal periodo più maturo di Warren ed esprima in qualche modo un’autocritica delle sue posizioni giovanili (apparve nella raccolta New and Selected Poems 1923-1985). Hays ci pensa qualche secondo su, poi bofonchia qualcosa, e alla fine dice: “Pensavo che fosse come il nome di Dio. Come gli ebrei che non potevano pronunciare il nome di Dio“, lasciando di stucco la professoressa Reardon.

Poco prima, Amelia aveva chiesto come funzionava ai tempi del suo servizio in Vietnam. Laconico, Hays aveva risposto: “Individui uno schema. Alterazioni, appiattimenti. È lì, devi solo vederlo. Erba calpestata, terreno schiacciato“. Hays è un cercatore di uomini: lo era ai tempi della guerra, quando li cercava per ucciderli; lo è ora che presta servizio nella polizia, sulle tracce di una coppia di bambini scomparsi. E spenderà i successivi trentacinque anni a cercare di individuare lo schema dietro il caso Purcell.

Dallo sviluppo di questo inizio di stagione non sembra affatto lunare ipotizzare l’importanza di quei versi di Warren, richiamati finora in ciascuna delle tre puntate, come chiave di lettura della serie: finché si è calati nella storia, sembra suggerire Pizzolatto, si è una cosa sola con essa e non c’è distinzione tra vittime e carnefici, tra scomparsi, rapitori e investigatori; si è tutti parte della stessa giostra e, finché siamo parte dello spettacolo, possiamo solo coglierne una prospettiva parziale, necessariamente limitata, distorta. Bisogna scendere dalla giostra per poter avere una visione completa dello spettacolo. Ma questo significa non farne più parte, un po’ come il Wayne Hays del 2015, invecchiato, afflitto dai sintomi dell’Alzheimer, che tuttavia non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi del passato. La memoria è il filo che tiene insieme gli ultimi pezzi della sua identità e li unisce all’ossessione per quel vecchio caso che ancora lo perseguita. Forse dovrà solo tagliare definitivamente i fili con il caso Purcell, per arrivare finalmente a capire davvero cosa è successo. Ma è disposto a pagarne il prezzo?

Degno di nota è il fatto che i versi di un Fugitive attirino l’attenzione di un ex-recon della Guerra del Vietnam come Purple Hays. Un’altra delle corrispondenze tracciate da Nic Pizzolatto tra i diversi piani del racconto. Se così non fosse, dovremmo ammettere che sia una pura coincidenza anche che una guida all’altopiano di Leng venga ritrovata in una stanza tra i boschi dell’Ozark, dove strani riti spacciati per giochi da bambini sembra abbiano luogo tra le rovine di un monastero preistorico.

Il caso di Interstellar ha innescato un cortocircuito nella mia testa con tutti quei film che ho amato e che a un certo punto presentano l’inserimento di un corpo apparentemente estraneo al linguaggio cinematografico: i versi di una poesia. Citati apertamente, declamati fuori campo, molti sono i casi che la storia del cinema può annoverare (qui trovate un elenco molto istruttivo benché parziale), spesso in opere tutt’altro che aderenti al mainstream, anzi fieramente collegate a un immaginario di genere.

Poi ci sono i classici In Topic, le opere costruite intorno alla poesia: ne è un esempio L’attimo fuggente, non solo per il carpe diem di memoria oraziana, reso popolarissimo proprio dal compianto Robin Williams, ma per tutta la celebrazione della poesia come spazio di rottura con le convenzioni, da Walt Whitman a Henry David Thoreau; e un altro esempio è il visionario Urlo sul processo istruito per oscenità contro Allen Ginsberg, in seguito alla pubblicazione del poema omonimo, caposaldo della cultura beat.

Ma in questo post voglio soffermarmi sulla poesia che si manifesta al cinema come un corpo estraneo, come uno sparo, amplificando in questo modo la potenza del suo impatto con la mente dello spettatore; e come un oscuro congegno, che si rivela necessario alla comprensione dell’opera con la stessa necessità di un orologio alla scansione del tempo. Non sono un critico e lascio volentieri la parola a gente più qualificata di me per approfondire le connessioni (qui ci vorrebbero poeti veri e critici arguti come Alex Logos Tonelli, Ettore Fobo o Ksenja Laginja). Mi limiterò quindi a citare i casi che per primi mi sono sovvenuti alla memoria, elencandoli in maniera compilativa e poco più che cronachistica. Ma invito tutti a contribuire con altri casi a vostro giudizio degni di nota. La discussione è aperta.

Interstellar_03sm

Dylan Thomas / Interstellar (2014)

Do not go gentle into that good night (1951) del poeta gallese Dylan Thomas è l’innesco, la citazione che mi ha fatto pensare a questo post. I suoi versi vengono ripetuti in diverse occasioni dal professor Brand (Michael Caine) e dal dottor Mann (Matt Damon) nell’ultima pellicola di Christopher Nolan, ad accompagnare lo slancio dell’umanità verso le stelle, oltre l’ignoto. Ne riprendo la traduzione di Ariodante Marianni:

Do Not Go Gentle into That Good Night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rage at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

*

Non andartene docile in quella buona notte

Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all’ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

En passant, la poesia era stata anche fonte di ispirazione per George R. R. Martin, che proprio dai suoi versi ha ricavato il titolo del suo romanzo d’esordio Dying of the Light (1977, in italiano La luce morente).

Blade Runner Tyrell Building sm

William Blake / Blade Runner (1982)

William Blake ricorre con almeno due frammenti nel capolavoro firmato nel 1982 da Ridley Scott, magistrale rielaborazione cinematografica del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick (1968). La battuta declamata da Roy Batty (Rutger Hauer) all’ingresso nel laboratorio genetico di Hannibal Chew (il fornitore di occhi per i Nexus 6 della Tyrell Corporation) è “Avvampando gli angeli caddero; profondo il tuono riempì le loro rive, bruciando con i roghi dell’orco” (in originale: “Fiery the angels fell; deep thunder rolled around their shores; burning with the fires of Orc“). Si tratta di una parafrasi di una strofa del poema di Blake America: A Prophecy (1793):

Fiery the Angels rose, & as they rose deep thunder roll’d
Around their shores: indignant burning with the fires of Orc
And Bostons Angel cried aloud as they flew thro’ the dark night.

Ed è interessante notare come il sorgere degli angeli nelle parole del replicante muti in una caduta, un passaggio a cui sovente la critica si richiama per sottolineare il parallelo di Roy Batty con la figura di Lucifero, e del suo gruppo di replicanti ribelli con le schiere degli angeli caduti.

La seconda citazione dell’anticonformista poeta londinese viene pronunciata anch’essa da Batty, al cospetto del suo creatore Eldon Tyrell e proviene direttamente da The Tyger (1794), una delle sue poesie più celebri (e più citate, anche in sede letteraria e più strettamente fantastica: da Alfred Bester a Ray Bradbury a Audrey Niffenegger), che qui ripropongo nella traduzione di Giuseppe Ungaretti:

The Tyger
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?
And what shoulder, and what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? And what dread feet?
What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?
When the stars threw down their spears,
And water’d heaven with their tears:
Did He smile His work to see?
Did He who made the Lamb make thee?
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

*

La Tigre
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

Skyfall

Alfred Tennyson / Skyfall (2012)

Di Skyfall, per il momento ultima fatica cinematografica di 007, per la regia di Sam Mendes, abbiamo parlato a profusione, su Fantascienza.com e sul vecchio blog. Gli autori mettono i versi dell’Ulysses (1833) di Lord Alfred Tennyson sulla bocca di M, nel corso dell’udienza davanti al Ministro degli Interni:

Tho’ much is taken, much abides; and tho’
We are not now that strength which in old days
Moved earth and heaven, that which we are, we are;
One equal temper of heroic hearts,
Made weak by time and fate, but strong in will
To strive, to seek, to find, and not to yield.
*
[…]
Noi non siamo più ora la forza che nei giorni lontani
muoveva la terra e il cielo: noi siamo ciò che siamo,
un’uguale tempra di eroici cuori
infiacchiti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà
di combattere, cercare, trovare e non cedere mai.

Invictus

William Ernest Henley / Invictus (2009)

Concludiamo con Invictus, capolavoro di Clint Eastwood capace di fondere epopea sportiva e ricostruzione storica. Il titolo della pellicola è tratto da una poesia dell’inglese William Ernest Henley, a cui Nelson Mandela ricorre durante i duri anni della prigionia, e che vengono proposti per scandire l’impresa sportiva, politica e sociale realizzata da François Pienaar (Matt Damon, ancora lui) e dai suoi Springboks, capaci di unire un paese ancora ferito dopo gli anni dell’apartheid.

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

*

Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.

Nella feroce stretta delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo d’ira e di lacrime
Si profila il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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