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Servono trucchi nuovi, adatti ai tempi moderni. Strategie adeguate a modellare una società in continua ridefinizione, esposta alla spinta di un’economia accelerata dal progresso tecnologico. Come dicevamo in precedenza: un nuovo paradigma.

Il corollario al paradosso del Grande Disaccoppiamento, come ci ricorda Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale intervistato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica, è che:

Il PIL complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

E allora: ha ancora senso trovare per quel 43% di giovani italiani disoccupati lavori che entro la fine del prossimo decennio (se non prima) potrebbero risultare obsoleti, immettendoli in un circolo vizioso di necessità cronica di “riqualificazione”? Oppure potrebbe essere più logico trovare soluzioni temporanee per i disoccupati prossimi all’età pensionabile, pianificando al contempo la creazione di nuovi lavori e di nuove professionalità?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Se il 40% dei posti di lavoro attuali è a rischio, cosa fare di quei circa 700.000 giovani tra i 15 e i 24 anni attualmente senza lavoro? Un piano di supporto potrebbe aiutare a tamponare una situazione disastrosa. Una delle misure di contrasto alla Grande Depressione adottate da Franklin D. Roosvelt nell’ambito del New Deal consistette nell’istituzione dei Civilian Conservation Corps: un programma per l’impiego temporaneo di giovani disoccupati tra i 18 e i 25 anni, che al suo apice raggiunse le 300.000 unità di forza lavoro impegnata nella conservazione e nello sviluppo delle risorse naturali in zone rurali, e nel complesso tra il 1933 e il 1942 occupò 3 milioni di ragazzi. Non potremmo guardare anche noi ai nostri giovani disoccupati come una risorsa, invece che come una zavorra?

Ora, le condizioni in cui versa il territorio italiano sono abbastanza evidenti a tutti. Abbandono, incuria e abusivismo sono le cause all’origine di una debolezza strutturale messa a nudo dalle inondazioni, dalle frane  e dai crolli che coinvolgono periodicamente il nostro Paese: da nord a sud, non c’è territorio che non sia toccato da fenomeni di dissesto idro-geologico. Per non parlare di quei miliardi di metri cubi di edifici pubblici o privati mai completati, o di quelle migliaia di edifici proliferati durante le ondate di speculazione edilizia che ormai intaccano e corrompono l’integrità estetica di quello che un tempo era il Paese Più Bello del Mondo. Le Comunità Montane sono state sempre più impoverite negli ultimi anni e nei comuni montanari gli effetti non tardano a vedersi. Strade e ferrovie versano in uno stato di incuria che prelude alla dismissione: e senza le strade e senza le ferrovie, viene meno l’asse portante della logistica al servizio dei flussi turistici. La messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio urbanistico, delle strade e delle ferrovie, potrebbero essere il fronte su cui coinvolgere quell’enorme riserva lavorativa di cui disponiamo. Si fa un gran parlare di prevenzione, forse questo può essere il momento per dimostrare che non sono più solo vuote parole.

Inoltre un piano parallelo potrebbe essere messo in atto per la preservazione del nostro patrimonio artistico ed archeologico. Ed entrambi i rami sarebbero positivi anche in termini di “responsabilizzazione civile”: ai giovani andrebbe insegnato – o re-insegnato – l’interesse per la cultura, di cui per fortuna restano in giro più tracce di quante governi inutili o amministrazioni incompetenti siano riusciti a cancellare. Con i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea sono stati e continuano a essere organizzati corsi formativi per il rilascio di diplomi insignificanti: dirottiamo tutte queste risorse su un serio piano formativo per la tutela dei beni culturali. E ancora parallelamente cominciamo a istituire dei piani di orientamento allo studio davvero utili, controllando l’accesso ai diversi corsi universitari in base alla ricettività potenziale stimata per ciascun settore professionale.

Nel 2012, secondo il XV Rapporto Alma aurea sul Profilo dei Laureati Italiani, abbiamo avuto 227.000 laureati, ma tra il 2003 e il 2011 si è registrato un calo delle immatricolazioni del 17% e tra i 25 e i 34 anni i laureati rappresentano appena il 21% della popolazione (contro il 42% dei coetanei statunitensi). Il XVI Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati mette in evidenza come la quota di disoccupati, tra i laureati inclusi nella fascia 25-34 anni, tra il 2007 e il 2013 sia cresciuta dal 10 al 16%; tra i diplomati nella fascia 18-29 anni si è avuto un incremento dal 13 al 28%; tra i 15-24enni in possesso di una licenza media l’aumento è stato dal 22 al 45%. Evidentemente, i laureati subiscono la crisi meno dei loro coetanei con titoli di studio inferiori. Altrettanto evidentemente, il sistema scolastico italiano potrebbe fare di meglio, sia in fase di orientamento universitario che di inserimento lavorativo.

In questi anni, nonostante la crisi, abbiamo visto il paesaggio fisico-mediatico mutare radicalmente. Ormai buona parte delle nostre vite, dall’informazione alle relazioni sociali, dallo studio al lavoro, si svolge in uno spazio condiviso ma non materiale. E il cyberspazio di William Gibson si fonde con i mass media classici in quello che Luciano Floridi, tra i maggiori esperti di filosofia dell’informazione, ha definito Infosfera: la globalità dello spazio delle informazioni, che ormai comprende il mondo fisico e la stessa biosfera, e gli esseri viventi che lo costituiscono ne sono a loro volta parte integrante in quanto organismi informazionali (inforgs). Floridi parla di ambientalismo sintetico, inclusivo degli artefatti e degli spazi in continua generazione, suggerendo che dovremmo trattare tutta l’Infosfera in modo ecologico, prevenendo la distruzione o l’impoverimento gratuiti della realtà-infosfera.

Torniamo al duo Staglianò/Lanier:

«Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. […] Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Tutto ciò che diventa conoscenza ha un valore. E questo valore deve essere riconosciuto a chi è stato in grado di generarlo e diffonderlo come ricchezza. Tanto più che i progressi nella tecnologia potrebbero presto rendere obsoleto in concetto stesso di scarsità: nanotecnologie e biotecnologie daranno alla curva un impulso che al momento possiamo solo immaginare.

D’altro canto, è un principio che i lettori di fantascienza hanno già visto implementato in diversi contesti. Due titoli per tutti: L’Era del Flagello di Walter Jon Williams (The Green Leopard Plague, premio Nebula 2004) e Accelerando di Charles Stross (2005), rappresentano entrambi la prospettiva di una società agalmica, basata su un’economia della post-scarsità. A questo proposito riprendo quanto scrivevo all’epoca: di notevole interesse risulta la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario. In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto. Ma il suggerimento di Lanier di implementare un sistema di micropagamenti potrebbe rappresentare una valida alternativa in continuità con il sistema attuale di valori economici. E pur con le sue luci e le sue ombre (di cui ha scritto proprio Stross, ripreso dal premio Nobel Paul Krugman), il sistema Bitcoin sembra contenere in nuce proprio questa possibilità, pur essendo poi piegato a scopi e usi completamente diversi (e largamente esecrabili).

Mi rendo conto che stiamo gradualmente scivolando nel campo dell’utopia. Ma pensando ai cambiamenti in corso, questo della reinvenzione dei mestieri e delle professionalità è solo una delle molteplici questioni che dovremo affrontare. A un livello più ideale, la progressiva emersione di sistemi artificiali via via più smart e intelligenti e i nuovi rapporti che nasceranno dall’interfaccia tra l’uomo e le macchine (HMI) nel settore della cognitive augmentation imporranno una piena ridefinizione del campo dei diritti. Ed è un’indagine a cui Stefano Rodotà ha dedicato la sua ultima fatica: Il diritto di avere diritti (Editori Laterza). Con Salvatore Proietti, a cui devo diversi spunti affrontati in questi due articoli, abbiamo approfondito il tema in un articolo di prossima pubblicazione su Robot. Ma di sicuro non è un discorso che si esaurirà presto.

(fine)

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Con l’inizio della crisi in cui ancora ci dimeniamo per non annegare, il 2008 ha segnato uno spartiacque nella vita di ognuno di noi. Nel 2009, per la prima volta dal dopoguerra il PIL mondiale è caduto e per la prima volta dal 1982 il volume degli scambi commerciali si è contratto. Ciascuno nell’ambito del proprio vissuto, possiamo tutti riconoscere uno scarto del mondo in cui viviamo rispetto a quello precedente. Il potere di acquisto è crollato e la disoccupazione ha sfondato tetti che avrebbero potuto essere alti la metà per risultare già preoccupanti.

In Italia l’immobilismo politico dei nostri rappresentanti eletti (ma anche del nostro governo designato) non lascia presagire niente di buono per il prossimo futuro. Malgrado i ripetuti inviti all’ottimismo, gli annunci del governo vanno costantemente disattesi. Per di più, mi sembra che negli ultimi tempi, grosso modo proprio dall’insediamento di Matteo Renzi, ci sia stata una generale disattenzione da parte degli organi di informazione su tre problemi che difficilmente riusciranno a essere risolti con le politiche di procrastinazione in corso:

  1. La disoccupazione giovanile, che ha raggiunto a marzo quota 42,7%, contro una media europea di 23,7%, e ad aprile è salita al 43,2%, mentre nel resto d’Europa si attestava al 23,5% (con la Germania al 7,9% e l’Austria al 9,5%). Ormai non è più che stiamo bruciando una generazione: abbiamo già bruciato una generazione, che porterà le cicatrici addosso nei prossimi decenni, e con cui tutti dovremo fare i conti.
  2. Il divario tra esportazioni e domanda interna ha concesso in questi anni un po’ di ossigeno all’economia italiana. A fronte di un mercato interno generalmente depresso e di importazioni in calo del 10% nel solo biennio 2012-2013, le esportazioni hanno continuato a crescere fino ad agosto 2012 per poi attestarsi su livelli compressi tra i 32 e i 33 miliardi di euro di valore mensile. Significativo il dato del settore dell’automazione, che malgrado la forza dell’euro ha fatto registrare una crescita costante, dimostrando come il made in Italy non sia circoscritto all’alimentazione e all’abbigliamento, ma abbia anche qualcosa da offrire al campo della tecnologia. D’altro canto, il mercato interno non dà segni di ripresa, e in assenza di investimenti difficilmente riuscirà a risollevarsi. E sugli investimenti grava anche la forte incertezza legata a provvedimenti governativi quanto meno discutibili. [Solo sei mesi fa il premier in carica Enrico Letta poteva tornarsene raggiante dal Kuwait dopo aver strappato al fondo sovrano una promessa di investimenti nella Cdp per 500 milioni di euro (a fronte dei 1.600 miliardi di spesa potenziale che il paese del Golfo effettuerà nell’arco di quest’anno: detto in altre parole, l’Italia si era aggiudicata 31 centesimi per ogni 1.000 euro che il fondo avrebbe investito all’estero, e il nostro primo ministro festeggiava…) attirandosi gli improperi di Confindustria e Unimpresa e suscitando lo scherno di Repubblica. Stampa e associazioni delle imprese si sono rivelate tuttavia molto più benevole verso il suo erede, quando Renzi ha fatto passare il cosiddetto “decreto spalma-incentivi”, pubblicato in Gazzetta il 24-6-2014, destando l’allarme degli investitori stranieri e il sollevamento dell’intero comparto delle rinnovabili (che con l’indotto conta almeno 100.000 posti di lavoro) e finendo poi incagliato (notizia degli ultimi giorni) in Commissione Bilancio al Senato.] Come se non bastasse, l’Italia si ritrova a fare i conti ogni anno con la tara endemica della corruzione (10 miliardi di euro l’impatto sul PIL, secondo le stime più ottimistiche), della criminalità organizzata (arrivata a gestire un volume d’affari di oltre 100 miliardi di euro all’anno, con un impatto del 7% sul PIL) e dell’evasione fiscale (180 miliardi di euro, secondo uno studio commissionato lo scorso anno dal gruppo S&D del Parlamento Europeo). Senza contare le inefficienze di sistema, gli sprechi, etc., che oltre a un impatto reale sul prodotto interno contribuiscono a rendere meno agevole la vita delle persone, proprio nell’erogazione di quei servizi per cui annualmente offriamo in tasse il nostro contributo all’amministrazione dello Stato.
  3. Il crollo del Mezzogiorno prelude al baratro in cui sta scivolando l’Italia. Può essere comodo fornire i dati aggregati a livello di Paese, specie quando aiuta a mascherare le sue debolezze interne. Ma ancora una volta la semplificazione nasconde una realtà impietosa. Il rapporto della Banca d’Italia sulle Economie Regionali nel 2013 ci offre una fotografia della situazione e il quadro che ne emerge è atroce. Dal 2007 al 2013 il PIL è sceso del 7,1% in Italia e di ben il 13,5% nel Mezzogiorno. Dall’inizio della crisi, inoltre, le regioni meridionali sono le uniche ad aver registrato sempre il segno negativo nell’andamento del PIL: nemmeno l’illusione di una ripresa effimera registrata nel resto del Paese tra il 2010 e il 2011 ha alleviato le pene del Sud, che nel biennio 2012-2013 ha toccato il massimo della flessione con un netto e inappellabile -4%. Dal 2007 il Sud ha bruciato 43,7 miliardi di euro di PIL e 600.000 posti di lavoroLa metà dei posti di lavoro persi in Italia in questi sei anni è andata persa a Sud.

Insomma, non è che non se ne parli, ma nel migliore dei casi si tratta di notizie frammentarie, con dati forniti in quadri ipotetici di ripresa le cui fondamenta finiscono poi sempre per rivelarsi intrinsecamente fragili. Il governo Renzi gode, se non proprio di un endorsement, almeno di un credito fiduciario da parte dei principali organi d’informazione italiani (per non dire tutti), che consente di fornire cifre solo in una prospettiva comunemente accettabile. Come sia stato possibile imporre questo armistizio resta al momento dominio di speculazioni e sospetti, e forse non arriveremo mai a scoprirlo, ma non è di questo che voglio parlare.

I problemi vanno affrontati alla radice. Vi invito quindi a fare un passo indietro con me e tornare a inquadrare la situazione globale, su un intervallo storico più ampio. Il grafico qui in basso mostra l’andamento degli indicatori di produttività (in rosso) e occupazione (in blu) sul periodo 1947-2010. Le due curve procedono appaiate fino alla fine del secolo scorso. Da qualche parte intorno all’anno 2000 accade invece quello che Erik Brynjolfsson, docente alla Sloan School of Management del MIT, e il suo assistente Andrew McAfee hanno definito the Great Decoupling, vale a dire: il Grande Disaccoppiamento.

Employment-and-Productivity-Growth-1947-2012

Il Grande Disaccoppiamento non invertirà la marcia, per il semplice motivo che i progressi nelle tecnologie dell’informazione non sembrano destinati a fermarsi. Sembra anzi che stiano accelerando. E potrebbe essere questa la buona notizia per la società. Il progresso tecnologico riduce i costi, migliora la qualità e ci proietta in un mondo in cui l’abbondanza diventa la norma.

Ma non esiste una legge economica che assicuri dal progresso benefici equamente distribuiti per tutti. Mentre la tecnologia scatta in avanti, potrebbe lasciarsi indietro molti lavoratori. Sulla breve distanza possiamo migliorare le loro prospettive principalmente investendo sulle infrastrutture, riformando la scuola ad ogni livello e incoraggiando gli imprenditori a inventare nuovi prodotti, servizi e industrie per creare nuove professioni.

Ma mentre facciamo questo, dobbiamo comunque iniziare a prepararci per una economia alimentata dalla tecnologia ancora più produttiva, che potrebbe non richiedere un grande apporto di lavoro umano. Progettare una società in salute compatibile con questa economia sarà la grande sfida, e la grande opportunità, della prossima generazione.

Dobbiamo riconoscere che la vecchia tendenza degli indicatori strettamente accoppiati è giunta a termine, e cominciare a pensare su come vorremmo che fosse la nuova tendenza.

Fino ad oggi abbiamo vissuto in una società basata sulla scarsità di risorse, ci ricordano Brynjolfsson e McAfee. È stato questo principio ad aver modellato l’economia su cui si regge il mondo in cui viviamo. Ma questo mondo potrebbe essere ormai giunto al crepuscolo. È impensabile continuare a ragionare secondo i vecchi schemi e modelli. La società sta cambiando inesorabilmente sotto la spinta delle forze della tecnologia, e le stesse forze stanno rimodellando il mondo della produzione. Per uscire dalla crisi potrebbe essere necessario cominciare a pensare secondo nuovi schemi di pensiero. O se non altro potrebbe risultare utile.

Un cambiamento di paradigma.

(fine prima parte – continua)

Singolarità Tecnologica - cadelllast

Quando mi sono messo al lavoro su Corpi spenti, avevo un’unica cosa ben chiara in mente: scrivere un seguito di Sezione π² che ne rappresentasse allo stesso tempo un approfondimento e una discontinuità. Avevo un’idea in mente per lo scenario, avevo un gruppo di protagonisti ereditati dal primo romanzo, con una buona alchimia già espressa in quella sede ma con una riserva di potenziale abbastanza cospicua ancora da esprimere. Quello che mi serviva, senza girarci intorno, era l’angolo giusto: la giusta prospettiva da cui inquadrare la scena e i soggetti che interagivano in essa.

Dopo una serie di pianificazioni, tentativi di implementazione, ripensamenti, ripianificazioni, altri tentativi, conseguenti ripensamenti e così via, mi sono convinto che quello di cui avevo bisogno era uno scarto rispetto a Sezione π². Avevo inquadrato uno scorcio del futuro, in quel romanzo, eppure c’erano ancora diversi particolari di cui s’intuiva l’importanza ma che restavano tuttavia poco distinti: meritavano per questo una messa a fuoco. Era come scrutare la fuga prospettica di una strada cercando di decodificare le caratteristiche del paesaggio urbano dalla posizione in cui mi trovavo. Non potevo pensare di ottenere il risultato che mi prefiggevo continuando a osservare l’angolo di Napoli post-Singolarità dallo stesso punto, standomene fermo sullo stesso marciapiede.

Per questo ho deciso di attraversare la strada.

Nella parallasse stellare si sfrutta la rivoluzione della Terra intorno al Sole per misurare la distanza di un corpo celeste esterno al sistema solare, magari distante anche centinaia di anni-luce. La tecnica richiede come requisito la conoscenza del raggio dell’orbita terrestre: osservando una stella a distanza di sei mesi, basta un calcolo di pura trigonometria per determinarne la distanza. Non è uno strumento facile da adoperare, richiede estrema accuratezza e le distanze stellari impongono la massima precisione degli strumenti, ma funziona. È scientifico.

Attraversando la strada, i dettagli di superficie che mi avevano colpito durante la precedente indagine di Briganti hanno subito delle variazioni. Uno slittamento, come mi piace pensare, che ha imposto un paradigm shift, un mutamento di paradigma.

Alcuni particolari si sono rivelati poco più che accessori, altri sono improvvisamente risaltati, altri ancora sono emersi dagli angoli ciechi e dai coni d’ombra che inesorabilmente viziavano la precedente angolazione. Non che quella fosse sbagliata, intendiamoci. Però era solo una delle tante possibili. Abbastanza buona da garantire una visuale interessante, ma sicuramente insufficiente per cogliere il panorama nella sua interezza. Non che m’illuda sull’esistenza di una prospettiva esauriente in tal senso, almeno non restando vincolati ai gradi di libertà del piano stradale. E proprio come in una grande città attraversare una strada trafficata espone a dei rischi, così ottenere questa nuova visuale ha comportato una certa difficoltà: mi sono dovuto adeguare a un ritmo diverso, con scatti in avanti e battute d’arresto per evitare di farmi investire. Ma il cambio di prospettiva è valso lo scarto che mi proponevo di perseguire.

A bocce ferme, con tutta la soddisfazione ricavata dalla nuova angolazione guadagnata, resta una lezione che mi tornerà certamente utile alla prossima prova: la prossima volta non basterà attraversare la strada. Per guadagnare una visuale utile mi toccherà intrufolarmi in qualche palazzo e infilarmi di straforo in un ascensore. Sfidando le strutture di sicurezza dell’edificio, forzando le serrature per arrivare fino in cima, resistendo alle vertigini per rispettare le aspettative che lascia presagire questa seconda avventura delle Cronache del Kipple.

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