You are currently browsing the tag archive for the ‘panslavismo’ tag.

Ho provato a capirci qualcosa e, malgrado tutto, continuo a provarci. Davvero. Ho letto e ascoltato più che ho potuto negli ultimi undici giorni, cercando di intercettare tutti gli scampoli di un’informazione spesso frammentata, perché le notizie da una zona di guerra – e da questa zona di guerra in particolare, pressoché isolata dal resto del mondo e consegnata alle truppe d’invasione, non fosse per i pochi giornalisti che stanno rischiando la loro pelle per raccontarci quel che succede – sono per loro natura schegge, a meno che non abbiano la necessità di costruire una narrazione per offuscare la verità, ma continuo a non capire. Tante, troppe cose sfuggono alla mia comprensione, e alcune sconfinano nella metafisica.

Tra queste, l’invocazione alla resa dell’Ucraina che attraversa la mia bolla. Un auspicio che si ammanta delle sfumature più svariate, che si appella alle ragioni più disparate: il nostro interesse economico, il male minore per gli ucraini, le colpe della NATO, e via di questo passo. In pochi, audaci, spericolati, arrivano a celebrare Putin e le sue legittime pretese, ma ci sono pure loro, come se parlassero russo, vivessero a Mosca e si cibassero solo di propaganda di regime – miracoli di questi tempi pericolosi e bui!

E provo a mettermi nei panni di chi si augura la capitolazione veloce di Kyiv, ma davvero non ci riesco. Perché stiamo parlando della vita di 44 milioni di persone, ma anche se fossero solo 44 sarebbero comunque otto in più dei Lamed Wufnik di Jorge Luis Borges – otto in più, insomma, di quanti dovremmo essere disposti a perderne non per amore del prossimo, ma di noi stessi – e dall’inizio dell’invasione sono già migliaia i civili uccisi dalle bombe, dai proiettili, o semplicemente dagli stenti, dalla mancanza di cure adeguate, dall’esaurimento delle medicine, dal collasso degli ospedali (e non dimentichiamoci che l’Ucraina è stata colpita nel pieno della sua quinta ondata pandemica e con appena il 34% di vaccinati). 44 milioni di persone, con una loro storia solo in parte condivisa con i vicini russi, e basta leggere mezza pagina su Lviv e la Galizia per capirlo (se ne trovano di ben fatte anche su Wikipedia). 44 milioni di ucraini, senza cibo, senza acqua potabile, senza riscaldamento e ormai in gran parte anche senza elettricità, che abitano un territorio grande il doppio dell’Italia, su cui da quasi due settimane marciano i battaglioni di un esercito nemico, scaricando tonnellate di bombe sulla popolazione civile e organizzando carneficine o deportazioni con la scusa del cessate il fuoco e dei corridoi umanitari.

Credit: Il Post.

Quindi mi sfugge come si possa desiderare che gli ucraini, in più di un milione e mezzo già costretti a fuggire all’estero nella più grave catastrofe umanitaria della storia recente, lasciando le proprie case (o quel che ne rimante), separandosi dai propri cari costretti a restare, a organizzare una resistenza disperata per lo più incentrata, vista la sproporzione tra le forze in campo, su approssimativi piani di guerriglia urbana, possano accettare di cedere di buon grado non solo la loro terra e la loro identità di popolo, ma anche le legittime aspirazioni ad autodeterminarsi come popolo, a scegliere i propri rappresentanti politici, a salvare le proprie istituzioni, nel nome del male minore. Come se riuscissimo a dare per scontato che il male minore si risolva in una pacifica convivenza, quando invece lo scenario più probabile in caso di cacciata di Zelensky e insediamento di un governo collaborazionista non potrà che essere, per tutte le ragioni sopra elencate, una lunga guerra civile. E abbiamo già visto in Cecenia questo che cosa significhi, o ce lo siamo tutti già dimenticati?

Non pretendo di avere la formula magica per uscire da questo vicolo cieco, siamo tutti intrappolati nell’ennesima zona morta, ma come dicevo una settimana fa dipenderà dalla strategia che decideremo di seguire che dipenderà il nostro futuro. Purtroppo, la prima persona plurale è solo un artificio retorico, perché in realtà sappiamo tutti che nessuno di noi giocherà davvero un ruolo nelle decisioni che ci porteranno in guerra contro Putin oppure ci terranno alla finestra mentre si consuma il più vile atto di aggressione internazionale che si ricordi dal 1939 a oggi. Ma se c’è una speranza di favorire una spallata al regime che schiaccia Mosca non può che passare per una No-Fly Zone: con tutti i rischi che comporta, ma con il possibile vantaggio di non coinvolgere nel conflitto armato i civili russi. Non è un auspicio, ma una settimana fa non credevo possibile che paesi abituati a seguire le proprie agende, a tutelare prima di tutto i propri interessi di parte, potessero trovare un accordo su sanzioni così dure come quelle che sono state adottate. E non sono il solo ad aver notato il carattere di imprevedibilità che la crisi si sta portando dietro. Quindi non possiamo fare altro che seguire l’evolversi della situazione.

PS: Mi sono sforzato di evitare il parallelo per non scadere nella reductio ad Hitlerum che minerebbe l’intero discorso, ma non posso fare a meno di chiedermi in cosa consistano le differenze tra l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste e l’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin. Anche all’epoca ci saremmo appellati alla neutralità nel nome di una guerra veloce e del superiore interesse della nostra economia? Anche con la consapevolezza di quanto accaduto dopo, saremmo stati disposti a chiudere entrambi gli occhi?

PPS: Sono d’accordo con chi dice che la Terza Guerra Mondiale è già cominciata, se non altro perché non si vedono ragioni, dopo gli annunci ad allargare la sfera d’influenza russa dei giorni e dei mesi scorsi, perché Putin debba accontentarsi dell’Ucraina e risparmiare un trattamento analogo ad altri paesi «dissidenti» della sfera ex-sovietica (repubbliche baltiche in primis) da sigillare nell’orbita di una Mosca neozarista. Ma proprio come non dovremmo invocare la resa dell’Ucraina, non dovremmo nemmeno caricare sulle spalle degli ucraini il fardello dell’ultima difesa del mondo occidentale. Perché a resistenza sconfitta la trappola logica e morale del male minore risulterà smascherata, ma sarà anche troppo tardi per porvi efficacemente rimedio.

L’invasione russa in Ucraina, iniziata nella notte del 24 febbraio, non è certo arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma in tutta onestà in pochi (anche tra gli analisti più attenti e meglio informati) si aspettavano che le tensioni in aumento nelle ultime settimane, con l’accumulo di truppe ai confini ma soprattutto al culmine di un processo di rafforzamento e specializzazione dell’esercito portato avanti per anni, potessero nel 2022 portare a uno strappo storico come una guerra “tradizionale” sul suolo europeo. Invece gli eventi hanno preso la piega peggiore e da più di 48 ore ci troviamo incollati a reti all-news e liveblog, in attesa spasmodica di notizie, dapprima sull’avanzata russa dai tre fronti aperti, poi su quella che probabilmente entrerà nei libri come la battaglia di Kyiv.

La sorpresa dell’attacco di Vladimir Putin e del suo Stato Maggiore si può arrivare a giustificare solo nei termini di una guerra lampo, come peraltro sembrava essere stata preparata schierando circa trentamila soldati delle divisioni dell’esercito russo in Bielorussia, con il pretesto di un’esercitazione congiunta protrattasi fino a pochi giorni prima dell’inizio delle manovre sul territorio ucraino. Ma il bersaglio mancato dell’aeroporto di Hostomel, 30 km a nord-ovest di Kyiv, ritenuto strategico per attivare un ponte aereo con la Russia e facilitare lo sbarco di ulteriori truppe alle porte della capitale, inizialmente preso dai soldati russi ma subito dopo riconquistato dall’esercito ucraino, ha rappresentato il primo segnale di una resistenza più dura di quella che si sarebbero attesi Putin e i suoi generali.

I messaggi lanciati nel frattempo dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky (figura tragicomica che con la sua fermezza ha però accresciuto incommensurabilmente la propria statura politica nelle ultime ore), l’esempio dato dai suoi soldati contro la soverchiante potenza militare russa (da consegnare immediatamente alla memoria l’epica risposta delle tredici guardie di frontiera di stanza sull’Isola dei Serpenti alla nave da guerra che gli intimava la resa: “Nave da guerra russa, vai a farti fottere!“), persino l’ascolto inatteso ottenuto dagli appelli di Zelensky presso la popolazione civile russa, con un allargamento delle proteste a sfidare la repressione del regime, prima ancora dei pacchetti di sanzioni minacciati o disposti da USA e UE stanno complicando non poco i piani di Mosca.

KYIV, UKRAINE – FEBRUARY 24: A night view of Kyiv as the Kyiv mayor declared a curfew from 10pm to 7am on February 24, 2022 in Kyiv, Ukraine. Overnight, Russia began a large-scale attack on Ukraine, with explosions reported in multiple cities and far outside the restive eastern regions held by Russian-backed rebels. (Photo by Pierre Crom/Getty Images)

Per questo l’invito di ieri di Putin alle autorità militari ucraine affinché deponessero i vertici di Kyiv (insistiamo con la grafia ucraina per ottime ragioni), più che una precondizione a intavolare un negoziato per la tregua in realtà, è sembrato in realtà un tentativo fin troppo frettoloso di subappaltare il lavoro sporco agli ucraini stessi. È un primo segno di impazienza, da parte di un leader solitamente ritenuto freddo e calcolatore, ma che potrebbe trovarsi costretto a reprimere un dilagante dissenso interno proprio mentre è maggiormente esposto sul fronte internazionale. La propaganda di questi giorni maschera solo in parte le difficoltà a cui sta andando incontro Putin, sospinto da una smodata ambizione personale che nel tempo ha trovato terreno fertile nelle aspirazioni egemoni del nazionalismo russo.

Se la figura luciferina di Putin il “decomunistizzatore“, il riunificatore, sarà consegnata alla storia come quella dell’ultimo zar della vecchia era o invece come quella del primo zar di una nuova Grande Russia, sarà l’esito della battaglia di Kyiv a deciderlo. Ma impareremo molte più cose sul futuro che ci aspetta osservando il modo in cui Europa, USA e soprattutto Cina decideranno di rapportarsi a un’aggressione criminale che non ha precedenti nella storia degli ultimi trent’anni. E i primi segnali non sono purtroppo incoraggianti.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

Altrove in 140 caratteri

Unisciti ad altri 119 follower

Maggio: 2022
L M M G V S D
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031  

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: