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Invitato da Matteo Berardini a dire la mia sulla terza stagione di True Detective per Point Blank, rivista online di critica cinematogrfica, sono felice di proporvi i miei due centesimi sulla creatura di Nic Pizzolatto. Potete leggermi qui e vi lascio con i versi di Delmore Schwartz che aprono questo magnifico finale di stagione, capaci di distillare alla perfezione lo spirito della serie.

What will become of you and me
(This is the school in which we learn …)
Besides the photo and the memory?
(… that time is the fire in which we burn.)

Cosa rimarrà di me e te
A parte le foto e i ricordi?
Questa è la scuola in cui impariamo,
quel tempo è il fuoco in cui bruciamo.

What is the self amid this blaze?
What am I now that I was then
Which I shall suffer and act again,
[…]
The children shouting are bright as they run
(This is the school in which they learn …)

Qual è il sé in mezzo a questo incendio?
Cosa sono ora che ero anche allora?
Per cosa dovrei soffrire e agire ancora?
[…]
Le urla dei bambini sono gioiose mentre corrono
Questa è la scuola in cui imparano

What am I now that I was then?
May memory restore again and again
The smallest color of the smallest day:
Time is the school in which we learn,
Time is the fire in which we burn.

Cosa sono ora che ero anche allora?
I ricordi si rinnovano ancora e ancora.
Il colore più leggero del giorno più breve:
Il tempo è la scuola in cui impariamo,
Il tempo è il fuoco in cui bruciamo.

Delmore Schwartz, Calmly We Walk through This April’s Day

 

Ci stiamo avvicinando al finale di questa terza stagione di True Detective, di cui abbiamo già parlato in un paio di occasioni (più esattamente qui e qui), e quindi quale momento migliore per tirare le somme in attesa che i fili di una trama sempre più ingarbugliata vengano sciolti? Ripartendo dai post precedenti, possiamo innanzitutto scrivere che le tracce di weird disseminate nelle prime tre puntate, con i richiami alle terribili cosmogonie di H. P. Lovecraft e, indirettamente, di Robert W. Chambers, si sono finora rivelate come poco più che specchietti per le allodole, alimentando una ridda di speculazioni (comprese le mie) il cui clamore si è andato stemperando puntata dopo puntata.

Con questo, non voglio certo dire che Nic Pizzolatto abbia ricondotto la storia nei binari di un’apparente convenzionalità, perché non è così. In fondo, anche la seconda stagione si ritagliava i suoi momenti di derive surreali, soprattutto – proprio – nel suo episodio finale, senza tuttavia riuscire davvero a tener fede alle aspettative, altissime dopo una prima stagione che di fatto ha segnato uno spartiacque nella moderna serialità televisiva.

Apro e chiudo una parentesi: non è che la seconda stagione non mi sia del tutto piaciuta, credo abbia avuto dei momenti davvero buoni, come per esempio il primo episodio, con un titolo dai chiari echi burroughsiani (The Western Book of the Dead) e due degli episodi centrali (Other Lives e Church in Ruins, rispettivamente quinto e sesto) capaci di regalare più di qualche brivido agli amanti della suspense; il problema è che le premesse, un mystery ambientato nel sistema dei trasporti della California del sud che presto rivelava una serie tale di connessioni da approdare a una cospirazione più vasta di una semplice manovra speculativa, venivano poi messe da parte, anche a causa della moltiplicazione di filoni narrativi e sottotrame, sacrificando le potenzialità della trama e dell’intreccio (in una parola sola, della storia) alle aspirazioni dei personaggi (che con alcune rare eccezioni si dimostravano tutti sprovvisti di un’agenda o anche solo di uno spessore tali da giustificare l’attaccamento o l’empatia dello spettatore). Nel finale era evidente lo sforzo di un colpo di reni, che tuttavia non riusciva a rimettere in carreggiata uno show ormai alla deriva, che aveva perso nel frattempo tutti i richiami alla sontuosa tradizione della crime fiction californiana, che abbraccia – non dimentichiamolo – nomi del calibro di Raymond Chandler, Dashiell Hammett e James Ellroy (giungendo fino a Don Winslow).

Questa deriva sembra fortunatamente scongiurata nella terza stagione: il ritorno alla formula collaudata della prima serie, con la sua alternanza di piani temporali, la destrutturazione dell’indagine che allestisce anche narrativamente il rompicapo di una verità da ricostruire, la rappresentazione di un mosaico da ricomporre a partire dalle singole tessere sparpagliate sul pavimento della memoria, permettono a Pizzolatto di giocare su un terreno conosciuto e sicuro. Al punto che anche le occasionali incursioni nello spazio onirico e nei territori del soprannaturale, pur con picchi da brivido, sono sembrate funzionali a quell’espediente narrativo, portando in scena i fantasmi del passato che tornano a perseguitare i protagonisti.

La testa di Wayne Hays (Mahershala Ali) è una casa infestata, l’ossessione per il caso Purcell che ha condizionato tutta la sua esistenza non lo ha mai lasciato davvero, nemmeno ora che l’Alzheimer insidia le sue ultime certezze, anni dopo le apparenti soluzioni di comodo e la scomparsa della moglie (Carmen Ejogo), che pure era riuscita a penetrare la cortina di fumo che avvolgeva la scomparsa dei due bambini meglio di lui e del collega Roland West (Stephen Dorff). Quello che finora lascia appagati è comunque l’impressione di aver assistito, come nel caso della prima serie, a una storia che ci stava raccontando in realtà tutt’altro, facendoci credere di essere a fuoco su una cosa (la scomparsa misteriosa e inspiegabile di due bambini in una zona rurale dell’Arkansas) mentre parlava di quell’altra cosa (i rapporti di forza, la lotta di classe, la speculazione del capitalismo ai danni delle fasce più deboli della società).

Gli Ozark stessi, che fanno da sfondo a questa storia, assumono un rilievo simbolico: avremmo potuto essere nella Rust Belt o in un qualsiasi posto del sud, ma la scelta ci riporta al cuore di tenebra degli Stati Uniti, trascendendo la specificità locale per assumere una vocazione più universale, soprattutto negli anni del risentimento che ci ritroviamo nostro malgrado a vivere.

Particolarmente rappresentativo a questo riguardo è uno scambio tra i due detective nel sesto episodio (Hunters in the Dark):

Roland West: «È assurdo, vero? Come è morta velocemente questa città?»

Wayne Hays: «Non è morta. È stata assassinata.»

Una lezione che viene ribadita da Wayne poco più avanti, nel corso della sua intervista a una giornalista che sta cercando di fare chiarezza sugli aspetti più oscuri delle indagini di venticinque anni prima.

«… le considerazioni che ti fa fare questo lavoro sono terribili. […] Ma queste sono solo congetture, che conducono a quelle che definiamo proiezioni. Distorcono ciò che vedi e offuscano la verità.»

Vedremo domani sera (stanotte i più fortunati o coraggiosi di noi) quanto ci siamo lasciati distrarre, lasciando che la verità che avevamo sotto gli occhi venisse offuscata da qualcuno, per i suoi biechi scopi.

Abbiamo già cominciato a parlare della nuova stagione di True Detective, la serie di culto creata da Nic Pizzolatto per HBO. Per un bilancio complessivo ci torneremo sicuramente sopra dopo l’ultimo episodio, ma alla terza puntata le prime più che positive impressioni cominciano a sedimentarsi e a formare massa critica. E come abbiamo già fatto la volta scorsa, può essere interessante approfondire alcune suggestioni non necessariamente legate alle indagini di Wayne “Purple” Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff) man mano che le indagini si snodano di puntata in puntata avanti e indietro nel tempo.

Nella prima puntata della terza stagione (The Great War and Modern Memory), per esempio, Hays e West si recano alla locale scuola media di West Finger per ascoltare compagni di scuola e insegnanti dei due bambini scomparsi. Qui gli capita di ascoltare la professoressa Amelia Reardon (Carmen Ejogo) leggere una poesia ai suoi allievi. I versi che si sentono nell’episodio e che Hays ricostruirà nella puntata seguente (Kiss Tomorrow Goodbye) sono questi:

Tell me a story.

In this century, and moment, of mania,
Tell me a story.

Make it a story of great distances, and starlight.

The name of the story will be Time,
But you must not pronounce its name.

Tell me a story of deep delight.

La poesia è appunto intitolata Tell Me a Story e potete leggerla per intero sul sito dell’Academy of American Poets. Fu scritta da Robert Penn Warren (1905-1989), che ai tempi dell’università aderì ai Fuggiaschi, un gruppo di poeti di Nashville fortemente attaccati alle tradizioni del Sud, e fu poi tra i fondatori del New Criticism, che in opposizione alla critica marxista rifiutava qualsiasi lettura storica, biografica e ideologica del testo. Col tempo Warren, che a tutt’oggi è l’unico autore ad aver vinto il Pulitzer sia per la narrativa che per la poesia, avrebbe rivisto le sue posizioni e la sua visione in chiave più liberale.

Nella terza puntata (The Big Never) Hays dimostra di essere ancora stregato da quei versi e, avendo imparato un po’ a conoscerne il carattere, questo interesse non sembra esclusivamente dettato dal parallelo interesse che da subito Hays comincia a nutrire verso Amelia. “Quella poesia che stavi spiegando […] dice che il nome della storia è Tempo, ma non puoi pronunciare il suo nome. Perché?

Forse perché” gli spiega Amelia, “siamo nel tempo e del tempo, ma pronunciare il suo nome… quando lo nomini, ti separi da qualcosa. E credo che voglia dire che siamo imprescindibili dal tempo“. Sembrerebbe quindi che la poesia venga dal periodo più maturo di Warren ed esprima in qualche modo un’autocritica delle sue posizioni giovanili (apparve nella raccolta New and Selected Poems 1923-1985). Hays ci pensa qualche secondo su, poi bofonchia qualcosa, e alla fine dice: “Pensavo che fosse come il nome di Dio. Come gli ebrei che non potevano pronunciare il nome di Dio“, lasciando di stucco la professoressa Reardon.

Poco prima, Amelia aveva chiesto come funzionava ai tempi del suo servizio in Vietnam. Laconico, Hays aveva risposto: “Individui uno schema. Alterazioni, appiattimenti. È lì, devi solo vederlo. Erba calpestata, terreno schiacciato“. Hays è un cercatore di uomini: lo era ai tempi della guerra, quando li cercava per ucciderli; lo è ora che presta servizio nella polizia, sulle tracce di una coppia di bambini scomparsi. E spenderà i successivi trentacinque anni a cercare di individuare lo schema dietro il caso Purcell.

Dallo sviluppo di questo inizio di stagione non sembra affatto lunare ipotizzare l’importanza di quei versi di Warren, richiamati finora in ciascuna delle tre puntate, come chiave di lettura della serie: finché si è calati nella storia, sembra suggerire Pizzolatto, si è una cosa sola con essa e non c’è distinzione tra vittime e carnefici, tra scomparsi, rapitori e investigatori; si è tutti parte della stessa giostra e, finché siamo parte dello spettacolo, possiamo solo coglierne una prospettiva parziale, necessariamente limitata, distorta. Bisogna scendere dalla giostra per poter avere una visione completa dello spettacolo. Ma questo significa non farne più parte, un po’ come il Wayne Hays del 2015, invecchiato, afflitto dai sintomi dell’Alzheimer, che tuttavia non riesce ancora a liberarsi dai fantasmi del passato. La memoria è il filo che tiene insieme gli ultimi pezzi della sua identità e li unisce all’ossessione per quel vecchio caso che ancora lo perseguita. Forse dovrà solo tagliare definitivamente i fili con il caso Purcell, per arrivare finalmente a capire davvero cosa è successo. Ma è disposto a pagarne il prezzo?

Degno di nota è il fatto che i versi di un Fugitive attirino l’attenzione di un ex-recon della Guerra del Vietnam come Purple Hays. Un’altra delle corrispondenze tracciate da Nic Pizzolatto tra i diversi piani del racconto. Se così non fosse, dovremmo ammettere che sia una pura coincidenza anche che una guida all’altopiano di Leng venga ritrovata in una stanza tra i boschi dell’Ozark, dove strani riti spacciati per giochi da bambini sembra abbiano luogo tra le rovine di un monastero preistorico.

True Detective è tornato e la terza stagione si annuncia dai primi due episodi ricca almeno di punti di contatto con la prima, di cui tutti serbiamo un ricordo indelebile. Gli indizi disseminati sono diversi. Per esempio, nei boschi che circondano West Finger, l’immaginaria cittadina nella contea di Washington che fa da sfondo alla scomparsa di due bambini di dodici e dieci anni, vengono rinvenute delle bambole di paglia dalle fattezze di sposa che ricordano le trappole per uccelli che marchiavano il passaggio del Re Giallo della prima serie. Stessa simbologia occulta, come viene fatto notare a un certo punto da un personaggio menzionando esplicitamente lo scandalo della contea di Franklin:

Sapevi che nelle zone circostanti sono state scoperte cerchie di pedofili con una organizzazione su larga scala, collegate a personalità influenti? Eri a conoscenza dello scandalo Franklin? È stato ipotizzato che le bambole di paglia siano il marchio di un gruppo di pedofili, come la spirale spezzata.

Ma non è tutto. Come mi faceva notare Andrea Bonazzi a ridosso della prima visione, nella cameretta di uno dei due bambini scomparsi i detective incaricati del caso Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff), entrambi veterani del Vietnam (dove il primo era soprannominato Purple Hays, suppongo in riferimento alla celebre Purple Haze di Jimi Hendrix), scoprono un volume dal titolo piuttosto significativo per un appassionato di letteratura fantastica, specie se declinata secondo le coordinate weird care a un certo H. P. Lovecraft.

Le Foreste di Leng. Nella geografia di Lovecraft, il “gelido altopiano di Leng” fa la sua prima apparizione nel racconto del 1920 Celephaïs, dove viene presentato come la dimora del “grande sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico” (nell’impareggiabile traduzione di Giuseppe Lippi, da Tutti i racconti). Due anni più tardi, nel racconto Il segugio, i protagonisti s’imbattono in “un amuleto esotico e dal disegno bizzarro” che riproduce le fattezze stilizzate di “un cane alato che sta per spiccare il balzo, o forse una sfinge dalla faccia canina, […] ricavato con squisita arte orientale da un frammento di giada verde“. Alla base del manufatto, “come il marchio dell’artista, un teschio molto particolare“, in cui riconoscono “lo spaventoso simbolo spirituale dei divoratori di cadaveri, il cui culto è praticato in Asia centrale, sull’altopiano di Leng“.

L’effigie non può non richiamare tutta la simbologia delle spirali spezzate (“crooked spirals“) che ricorre nella prima stagione, e che come abbiamo visto sopra viene esplicitamente richiamata nella terza.

Allo stesso modo in cui Leng non può non evocare Carcosa, la figura del grande sacerdote (“high-priest“) sembra trasporre l’ombra del Re Giallo che incombeva sulle indagini di Rust Cohle (Matthew McConaughey) e Marty Hart (Woody Harrelson) e i due adulti vestiti da fantasmi di cui in un altro passaggio della seconda puntata di questa nuova stagione si parla potrebbero essere i suoi emissari. Per approfondire questi aspetti, rimando a una pagina Reddit ricca di riflessioni interessanti. Una più di tutte: quando fa la sua apparizione ne La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (1926-27), il protagonista Randolph Carter, alter ego di Lovecraft, a un certo punto giunge “nel più spaventoso e leggendario di tutti i luoghi, il monastero preistorico dove vive da solo il sacerdote che non bisogna descrivere, colui che indossa la maschera di seta gialla e prega gli Altri Dei e il caos strisciante Nyarlathotep“. E Nyarlathotep, non serve ricordarlo, è la miglior rappresentazione del caos che irrompe nella quotidianità, ghermendo gli sventurati che gli capitano a tiro per trascinarli negli abissi della follia.

È presto per dire se come la prima stagione anche questa virerà verso gli orizzonti soprannaturali dell’orrore cosmico, ma intanto due puntate sono sufficienti per individuare almeno tre possibili sovrapposizioni con lo schema narrativo delle indagini di Cohle e Hart che nel 2014 imposero True Detective come la serie rivelazione della stagione:

  1. prima di tutto, l’ambientazione nella provincia profonda, con il recupero delle atmosfere tipiche del Southern Gothic (lì era la Luisiana dei bayou, qui siamo nell’altopiano di Ozark, nell’Arkansas nordoccidentale) in contrapposizione alla California metropolitana che faceva da sfondo alla seconda stagione;
  2. in seconda battuta, la struttura temporale: l’intreccio ancora una volta si snoda in tre diversi momenti storici: nel 1980, con la scomparsa dei due bambini che mette in moto il meccanismo narrativo; nel 1990, con un tentativo di riapertura del caso; nel 2015, con lo sforzo di riannodare i fili del passato sul filo della memoria (mentre Hays comincia a fare i conti con la perdita irreversibile dei suoi ricordi);
  3. e poi, con la coppia di investigatori diversi come il giorno e la notte, chiamati a mettere insieme i rispettivi punti di forza (acume e ostinazione) contro le macchinazioni politiche dei loro superiori per venire a capo del caso.

Senza dubbio per Nic Pizzolatto è un ritorno a una formula di successo. E in attesa di vedere se il pessimismo che pervade la visione del mondo di Hays e West si tradurrà in qualcosa di più weird, possiamo anticipare che un ulteriore sicuro punto di contatto tra la prima e la terza stagione è il ruolo che i personaggi attribuiscono al sogno, centrale in tutto Lovecraft e in particolare proprio nella ricerca onirica di Carter. Se nella prima stagione Cohle confidava al collega: «I don’t sleep. I just dream», qui il padre dei due bambini scomparsi, Tom Purcell (Scoot McNairy), chiede agli investigatori: «Are we going to find Julie or what? ‘Cause I can’t live through this man. Neither of us can. If we’re not going to find her I just need to know now. I can’t go to sleep. And I can’t wake up.»

Più ancora di quanto non sia stato il Vietnam, il caso Purcell diventa il nuovo spartiacque nella vita di Purple Hays, ma anche di tutte le persone che ha intorno. Ci sarà un prima e un dopo la scomparsa dei due bambini, e niente sarà più lo stesso. Prendendo in prestito le parole di Thomas Ligotti:

Nell’universo religioso, l’inferno si sostanzia come luogo destinato agli altri, non come il destino riservato a coloro che l’hanno inventato. Ma in senso figurato, ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno. E dopo aver preso residenza in un pozzo, cerchiamo compagni con i quali dolerci: soci nel dolore, nostri pari condannati per i medesimi errori o abbagli, che siano intenzionali o meno.

 

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