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Il 30 luglio approderà nelle sale Dawn of the Planet of the Apes (re-intitolato per la distribuzione italiana Apex Revolution – Il pianeta delle scimmie, forse con un maggiore appeal per il pubblico delle sale estive, o almeno immagino che queste fossero le intenzioni), attesissimo seguito di Rise of the Planet of the Apes (che in Italia era stato appunto distribuito come L’alba del pianeta delle scimmie, bruciando la scelta dei produttori per il titolo del sequel…). Costato 93 milioni di dollari, L’alba del pianeta delle scimmie (2011) ne ha portati a casa 481, attestandosi come il nono incasso stagionale sul mercato americano, guadagnando ottime critiche (82% di riscontri positivi secondo Rotten Tomatoes) e meritandosi una nomination agli Oscar nella categoria Migliori Effetti Speciali. Naturalmente la casa di produzione ha dato subito luce verde al progetto di un seguito, arruolando Matt Reeves (Cloverfield) per la regia in sostituzione del dimissionario Rupert Wyatt e mettendo in cantiere con un budget quasi raddoppiato (170 milioni di dollari) il film che arriverà da noi a fine mese. Negli USA Dawn of the Planet of the Apes è già nelle sale dall’11 luglio e ha avuto il tempo di segnare il nuovo primato di apertura per il franchise: 73 milioni di dollari nel primo weekend. Sempre per Rotten Tomatoes al momento il film naviga sopra il 90% di riscontri positivi. E la critica di settore conferma l’ottima accoglienza che la pellicola sta ricevendo. Su Tor.com, in particolare, Ryan Britt ne ha parlato in termini entusiastici e ha già cominciato a prefigurare possibili sviluppi futuri.

Ci sono quindi diversi motivi per cui da queste parti l’attesa sta schizzando alle stelle. Mentre aspettiamo, ho pensato quindi di riproporre la recensione scritta per il vecchio blog nel 2011, in occasione dell’uscita di Rise of the Planet of the Apes. Sperando di invogliare a recuperarlo chi all’epoca se lo fosse perso. E invitando tutti a ritagliarsi due ore al fresco di una sala buia, tagliata solo dal fascio di luce di un proiettore, in questa estate che si avvia verso giorni roventi.

Rise_of_the_Planet_of_the_Apes_PosterSfruttato all’inverosimile il giacimento dei sequel e dei remake, sembrerebbe che Hollywood abbia scoperto un nuovo filone aurifero: i reboot di storici franchise. Sulla scia del cinema horror, pare giunta l’ora anche della fantascienza, che dopo la buona prova di Star Trek (capace di costruirsi un credito che J.J. Abrams & Co. hanno fatto del loro meglio per dilapidare nel successivo Star Trek Into Darkness) sta offrendo una seconda giovinezza all’opera di Pierre Boulle, rivitalizzando quel Pianeta delle Scimmie che ha segnato indelebilmente un’intera generazione di appassionati (e forse anche qualcuna in più). E finché il reboot viene interpretato con intelligenza, come hanno saputo mostrare sontuosamente – per esempio – Christopher Nolan con il suo Cavaliere Oscuro e Paul Haggis con l’Agente 007 e come appunto è riuscita a fare con onestà L’alba del pianeta delle scimmie, va riconosciuto un merito alle case di produzione: forse hanno perso quella spinta a esplorare territori immaginifici incontaminati ancora del tutto ignoti agli spettatori, ma almeno riusciamo ancora a cogliere il tentativo (almeno da parte di alcune di esse) di percorrere piste in grado di rendere l’esperienza dello spettatore avvincente e degna d’interesse.

Non fraintendetemi. L’originalità resta un valore da premiare, ma in un periodo in cui le produzioni ad alto budget rappresentano prima di tutto un rischio commerciale, è comprensibile che le major cerchino di ottenere le migliori garanzie in fase di pianificazione delle pellicole. E in questo senso il reboot rappresenta, a quanto pare, il migliore dei compromessi, capace di coniugare la tradizione con l’innovazione, molto meglio di quanto in genere capiti con i sequel e con la marcia in più, rispetto ai remake, che deriva dall’operare in un contesto in larga parte già familiare, con la possibilità di sfruttare al massimo i margini di iniziativa necessari. In una certa misura, il reboot costituisce proprio un antidoto tanto alla stanchezza delle serie trascinate troppo per le lunghe quanto al rischio dell’imitazione pedissequa dei capostipiti, avvantaggiandosi di un’iniezione di freschezza che richiede l’unico requisito dell’elasticità (mentale ed emotiva) verso l’opera originaria da parte degli appassionati, promettendo d’altro canto un allargamento del bacino di fruizione alle nuove generazioni. Una prassi, dopotutto, ben consolidata nel mondo del fumetto, che si sta diffondendo anche al cinema e in TV (si vedano gli eccellenti risultati ottenuti da Battlestar Galactica).

L’alba del pianeta delle scimmie è un altro valido esempio di quanto bene si possa fare con un interessante universo di partenza e una dose appropriata di buone idee. La storia di quello che succederà è ben nota a tutti: al termine di una missione spaziale compromessa da un’avaria, Charlton Heston e i suoi colleghi astronauti precipitano su un pianeta devastato, dominato da una civiltà di primati sorprendentemente evoluti che ha soggiogato gli umani (Il Pianeta delle Scimmie, 1968). L’origine di quella civiltà è raccontata in questa pellicola, con le dovute varianti rispetto alla storia originaria (l’evoluzione delle scimmie è segnata da un farmaco sperimentale messo a punto come cura per l’Alzheimer e non più da un effetto collaterale dell’olocausto nucleare che ha ridotto l’umanità sull’orlo dell’estinzione) e i rimandi altrettanto obbligati (a un certo punto si assiste al lancio di una navetta spaziale, più avanti nel film si intravede una prima pagina con il titolo “Lost in Space” che allude all’incidente spaziale da cui prende le mosse lo storico Pianeta delle Scimmie di Franklin James Shaffner, abile mix di cautionary tale e fantascienza avventurosa). La regia si concentra sullo scimpanzé che aprirà una nuova strada al futuro dei primati, rivalendosi verso l’umanità nel suo complesso, che nel migliore dei casi tratta le altre specie viventi (a partire da quelle a noi più vicine sulla scala evolutiva: le scimmie) con indulgente superiorità e nel peggiore le sfrutta barbaramente nei laboratori o le sevizia per puro e becero ludibrio. Considerata la varietà di angherie che i primati sono costretti a subire da parte di uomini rozzi, ignoranti e primitivi (a prescindere dalle firme sui completi e dal dosaggio dell’acqua di colonia), la pellicola non deve sforzarsi troppo per conquistare l’empatia dello spettatore, che si ritrova a parteggiare per Cesare e i suoi cugini contro l’inciviltà umana, sfruttatrice e corrotta in quasi tutte le sue espressioni.

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La regia funzionale alla storia riesce dove il genio visionario di Tim Burton aveva fallito: l’insistenza sul particolare degli occhi (la cui lucentezza è sintomatica della crescita cognitiva delle scimmie), il motivo della finestra sul mondo che perseguita Cesare (tanto nella sua prima fase, segregato in un ambiente domestico, nella pace ovattata di una famiglia borghese; quanto nella seconda, rinchiuso in una cella striminzita e sporca, vessato dal custode del ricovero per primati), e la sua conquista di una forma possibile di integrazione, nella consapevolezza che è l’unione a fare la forza. L’alba del pianeta delle scimmie è un crescendo costruito con cura, in cui ogni progresso narrativo scaturisce logicamente dai suoi presupposti. E a differenza del diretto rivale al botteghino che è il Super 8 di J.J. Abrams, tanto atteso quanto deludente, non fa del citazionismo la sua intrinseca ragion d’essere, pur omaggiando la nutrita tradizione fantascientifica che ha ordito l’iconografia del primate (dalla tribù primitiva di 2001: Odissea nello Spazio alla propagazione del contagio mutuata dall’inesorabile epilogo de L’esercito delle 12 scimmie, passando per Project X e i vari King Kong), ma presta la necessaria attenzione ai momenti-chiave del climax, tra cui la rivincita di Cesare sulle scimmie, il suo rifiuto delle regole degli uomini e la rivincita finale sulla civiltà umana.

Non sorprende l’efficacia del risultato, a giudicare da queste premesse. Sorprende piuttosto che dietro l’operazione non vi siano firme particolarmente illustri: il regista è il britannico Rupert Wyatt (un prison movie come The Escapist nel suo curriculum), gliRise_of_the_Planet_of_the_Apes_01 sceneggiatori Rick Jaffa e Amanda Silver con all’attivo Relic – L’evoluzione del terrore, titolo tutt’altro che memorabile nella cinematografia di Peter Hyams. Ma a quanto pare il loro era un conto in sospeso con gli ambienti di detenzione e l’evoluzione, e l’unione delle forze ha saldato il conto in questo film. Il film si avvale però di almeno due contributi d’eccellenza: il direttore della fotografia Andrew Lesnie, premio Oscar per il primo capitolo de Il Signore degli Anelli, e poi ancora al servizio di Peter Jackson per il suo King Kong, e l’attore Andy Serkis, che già aveva prestato la sua abilità espressiva a Gollum/Smeagol e proprio a King Kong, qui alle prese con le movenze e gli stati d’animo del capostipite della nuova civiltà delle scimmie. Gli attori umani (James Franco, John Lithgow, Freida Pinto, Brian Cox) fanno tutti un buon lavoro al servizio della storia, in ruoli che per necessità devono cedere spazio alla storia di Cesare e dei suoi compagni. Risaltano per contrapposizione i caratteri negativi (il custode aguzzino interpretato da Tom Felton, l’avido industriale di David Oyelowo).

Ma a uscire maggiormente rafforzata è la visione di una dinamica evolutiva che, in un panorama culturale sempre più minacciato da manie oscurantiste e idiozie creazioniste, riesce a caricare di un secondo livello di lettura lo slogan che ha accompagnato il lancio del film nelle sale: L’evoluzione diverrà rivoluzione.

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Davanti alle immagini genuinamente apocalittiche di San Francisco messa a ferro e fuoco dalla guerriglia delle scimmie, viene naturale domandarsi come sia possibile per uno scimpanzé concepire una ribellione tanto credibile da suscitare la partecipazione del pubblico (come hanno dimostrato gli esiti del botteghino). Probabile che una civiltà soggiogata dalle regole delle banche, dallo strapotere delle multinazionali e dall’arroganza dei governanti, minata internamente da tutte quelle prove quotidiane di stupidità a cui non sembriamo proprio disposti a rinunciare, abbia bisogno ancora della funzione catartica di opere come questa.

Ma viene da esprimere comunque un piccolo desiderio, di fronte al messaggio ambientalista tanto radicale e tranciante veicolato da L’alba del pianeta delle scimmie: e cioè che lo vedano quanti più bambini possibile, disposti a lasciarsi sedurre dalla storia di Cesare e dei suoi simili in lotta per diritti che non sono solo i lori, e che anzi è facile estendere ai cugini umani e alla loro ormai prossima discendenza post-umana. E forse il vero segreto del successo di Cesare risiede proprio nella scelta del nemico: non degli esseri umani, ma dei simulacri, dei replicanti, dei burattini – automi privi di coscienza e ripuliti di ogni barlume di umanità, al cospetto dei quali è naturale unire le forze in un fronte comune. In questo senso, le immagini dell’apocalisse che porta al collasso della civiltà in seguito alla ribellione delle scimmie sono solo il preludio a una nuova società: come scopriremo in Apex Revolution – Il pianeta delle scimmie toccherà agli umani decidere se il destino della Terra sarà un’utopia, o una distopia ancora peggiore di quella in cui viviamo.

apes-revolution

L’ultimo Godzilla ha innescato nella mia testa una catena di associazioni, riportando a galla delle riflessioni che facevo un po’ di tempo fa. Il film si fa apprezzare, soprattutto nella seconda parte con l’accelerazione impressa dallo scontro tra i super-protagonisti della pellicola: il nostro caro vecchio lucertolone atomico eponimo, tornato alle fattezze vintage del kaijū di Ishiro Honda dopo la sterzata giurassica del monster design di Roland Emmerich, e la coppia di M.U.T.O. che ha scelto la Baia di San Francisco per nidificare e proliferare. Catastrofi a tutto spiano, scontri epici e un paio di situazioni davvero perturbanti sono gestite con mano sicura dal giovane regista inglese Gareth Edwards. Pur nella sua continuità con la mitologia della Toho, ho l’impressione che il film sviluppi – con tutte le conseguenze e possibilità di un budget da 160 milioni di dollari – il discorso intrapreso nella sua opera d’esordio, il sorprendente Monsters (2010), costato 300 volte meno. Ed è questo il punto che mi interessa affrontare.

Godzilla_2014

Ovvio che l’impegno produttivo che ha coinvolto Legendary Pictures e Warner Bros. si porti dietro un corredo di condizioni e vincoli a cui è impossibile sottrarsi. Eppure Godzilla tradisce un’autorialità proprio nel suo rapporto con i modelli: il lavoro precedente di Edwards, ma anche altri monster movie recenti come The Mist (2007) e Cloverfield (2008). Insieme, questi film sembrano farsi promotori, ciascuno con sfumature diverse e con le proprie peculiarità, di una riscoperta dell’essenza più antica dell’orrore. Il cinema ci ha abituati a una visione prevalentemente antropocentrica: l’orrore che irrompe nella vita dei protagonisti viene in qualche modo sempre calato in una dimensione umana, di cui acquisisce connotazioni e attributi. Senza allontanarci troppo, pensiamo anche a King Kong, che nelle sue molteplici interpretazioni (inclusa la rilettura di Peter Jackson del 2005) ha assunto via via caratteristiche più umane, narrativamente veicolate dall’impossibile storia d’amore con la preda di turno. Allo stesso approccio possiamo ricondurre lo stesso Pacific Rim di Guillermo Del Toro (2013), in cui addirittura l’umanità si dota di giganteschi robot dalle fattezze antropomorfe (gli Jaeger) per contrastare l’inesorabile minaccia dei kaijū fuoriusciti da un portale sul fondo del Pacifico.

The_Mist_2007

È il kinghiano The Mist a segnare un primo punto di rottura. È vero, per la quasi totalità della pellicola abbiamo lo scontro tra la comunità assediata che degenera sempre più lungo la spirale della paranoia e della follia e le creature misteriose (aliene? sovrannaturali?) che hanno invaso il mondo. Ma nell’incontro con la Creatura che li spinge alla decisione estrema, che rende amarissimo un finale che non avrebbe potuto essere più nero, i protagonisti riconoscono un ordine superiore: nessuna connotazione religiosa, come la lettura salvifica già tentata dai sopravvissuti da cui si sono allontanati; solo l’ammissione della minutezza dell’uomo di fronte alle forze espresse da una natura a cui è stato puro delirio ambire di imporre le proprie leggi.

In Cloverfield accade qualcosa di simile e al contempo diverso. Innanzitutto lo stile di regia scelto da Matt Reeves e J.J. Abrams per raccontare la storia – una ripresa diretta in stile Blair Witch Project – amplifica i canali di immedesimazione dello spettatore nelle vicende che coinvolgono i personaggi, in lotta contro l’ignoto per sopravvivere in una New York trasformatasi nella periferia dell’inferno. Ma soprattutto ciò contro cui devono battersi non è il mostro che imperversa sulle strade sprofondate nelle spire di una notte senza termine, ma l’ecosistema che si accompagna al mostro marino. Nello scontro con i suoi parassiti si compie il ricollocamento dell’uomo nella catena alimentare: veniamo riassorbiti nella lotta spietata che muove una natura sempre più vendicativa. Come già accaduto tra le nebbie di Stephen King e Frank Darabont, la legge che siamo costretti a riscoprire è quella antica dell’homo homini lupus.

Monsters_2010

Ma forse è in Monsters che questa visione raggiunge il suo culmine. L’ecosistema alieno prosperato in Centro-America, e da qui irrotto oltre il confine a violare l’integrità del territorio americano, esprime l’apoteosi di questa metafora. L’uomo in balia di una natura incomprensibile, che si rivela letale mai in maniera intenzionale ma sempre per qualche errore di valutazione commesso dall’umanità stessa. L’uomo che è costretto a riscoprirsi straniero a casa sua, alieno sul suo stesso pianeta, in lotta ancora una volta contro l’estinzione. L’immagine più efficace resta quella del corteggiamento delle due gigantesche creature, del tutto incuranti degli umani nei paraggi. Un’immagine che risalta con violenza in contrapposizione all’unica reazione che gli umani e le loro istituzioni (nel caso in questione, le forze armate) sono in grado di opporre all’ignoto che sfugge alla loro comprensione. L’intuizione stilistica di Edwards di montare l’offensiva in apertura e in maniera speculare ma cronologicamente ribaltata la surreale bellezza del corteggiamento alieno nel finale, può essere letta come una scelta organica e funzionale a dipingere il nuovo ordine delle cose con cui ci tocca fare i conti.

Godzilla prosegue su questa strada, simile fin dalla locandina al Colosso di Francisco Goya. Gojira non è qui per noi. A svegliarlo dal suo sonno abissale sono state delle creature che appartengono al suo stesso ordine e ne minacciano il predominio sulla Terra, mettendo in discussione il suo ruolo di predatore alfa. Noi esseri umani, tutt’al più, siamo le vittime collaterali della caccia. Questo è quanto. E sì, qualora ve lo stiate chiedendo, quella che si staglia all’orizzonte, emergendo dalla linea dell’oceano in tempesta, è proprio l’ombra maestosa di H.P. Lovecraft contornato dal suo pantheon:

Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.

Il richiamo di Cthulhu (1926)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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