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Dopo la mia prima incursione sulla fantascienza del nuovo secolo, torno con estremo piacere sulle pagine di Prismo per parlare di quello che a mio modesto parere è uno dei libri più densi, ambiziosi e ammalianti degli ultimi anni: Embassytown di China Miéville, da poco dato alle stampe da Fanucci, è un romanzo che concentra così tante idee e le espone in una maniera tanto accattivante da essere riuscito a tenermi incollato al suo mondo astruso (un ibrido con ampie sezioni di DNA preso in prestito da H.P. Lovecraft e da William Burroughs) dalla prima all’ultima pagina.

Immaginate un universo fatto di parole e codici da decifrare. Arieka è un pianeta remotissimo, lontano dalle rotte più trafficate, abitato da una specie aliena incapace di mentire e che per di più parla e capisce solo la propria Lingua, un linguaggio articolato con due voci che non presuppone astrazione, creatività, prossemica. La civiltà postumana che per prima sbarca su Arieka impiega qualche secolo per instaurare un vero contatto, ma alla fine, mossa dall’interesse per la preziosa bioingegneria degli Ospiti, riesce a venire a capo del rompicapo grazie alla clonazione e agli innesti neurali: vengono così creati gli Ambasciatori, coppie di individui indistinguibili e inseparabili che condividono menti perfettamente sincrone e riescono così a emulare la Lingua degli alieni.

Il contatto con gli umani modifica anche gli Ariekei, che costringono i residenti di Embassytown a strane pratiche, talvolta semplicemente bizzarre, talvolta dolorose o addirittura traumatiche, per ideare nuove espressioni da aggiungere al vocabolario della lingua. E per compiacere gli Ospiti, gli Ambasciatori arrivano a prestarsi anche alla messinscena più strana di tutte: il Festival delle Bugie, capace di mandare in delirio gli alieni con la forza dirompente della menzogna.

Immaginate che d’un tratto questo pianeta diventi d’interesse strategico per la potenza interstellare a cui la colonia fa riferimento, per di più già oggetto di una lotta segreta a bassa intensità combattuta lungo i corridoi dell’ambasciata. Quello che accade dopo, alla protagonista Avice Brenner Cho e ai suoi amici, umani e alieni, lascio che lo scopriate direttamente dalle stupende pagine di Miéville, che per di più trovate in offerta su Amazon per tutto il mese di giugno.

Poi magari fate un salto da queste parti e tornate qua per discuterne insieme. Se la fantascienza di frontiera, speculativa e coraggiosa, è il vostro tipo di lettura, non dubito che ne resterete abbondantemente soddisfatti.

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La parola è un virus, predicava il guru dei beatnik William S. Burroughs. “Non viene riconosciuto come tale solo perché ha raggiunto un livello stabile di simbiosi con il suo ospite umano”. E nell’era del Social Web, nella piena maturità del Web 2.0, l’immagine ha saputo sostituirsi al linguaggio come vettore definitivo del contagio.

Da questa idea l’inglese Joseph White ha sviluppato un cortometraggio decisamente intrigante, che fonde computer science e ricerca artistica, in un percorso che avvolgendosi a spirale converge in un lucido ed efficace saggio di cinematografia sperimentale. S’intitola The Brain Hack e solo poche settimane dopo la sua uscita, in seguito alla proiezione sugli schermi del Los Angeles Short Film Festival, la neonata compagnia di produzione Studio 8, rimpinguata dai fondi d’investimento asiatici, ne ha acquistato i diritti per l’adattamento cinematografico. Visti i risultati, si annuncia un thriller ad alto tasso di adrenalina, ma arricchito da una profondità concettuale fuori dal consueto.

Torneranno quindi Harper e Fallon, lo studente di arti visive e l’esperto di informatica che uniscono le loro forze per hackerare il cervello umano, compilando una sequenza di immagini in grado di indurre visioni allucinogene di Dio. Così forse potremo scoprire presto le conseguenze del loro ambizioso progetto, per il momento solo anticipato dalle battute finali del video, solo apparentemente girato con due attori. In realtà, l’abilità straordinaria di White riesce ad assicurare un numero potenzialmente illimitato di partecipanti al suo esperimento neurovisivo: tutti noi.

The Brain Hack – Short Film from Joe White on Vimeo.

 

PS: Noto che questa blog entry contiene la prima citazione del caro vecchio Zio Bill su Holonomikon. Dopo 139 post e quasi 2 anni di blogging. Sullo Strano Attrattore, al momento della sua chiusura dopo poco più di 5 anni di attività, Burroughs appariva in 26 occasioni. Bisognerà rimediare.

cw_69_350Non leggo molta narrativa in lingua originale, sicuramente non quanto dovrei e vorrei. Articoli sì, molti: sicuramente la parte più abbondante della mia razione quotidiana è in inglese. Ma con la narrativa il mio istinto tende a frenarmi: il dubbio che il SNR vada pericolosamente a zero troppo spesso si rivela un ostacolo bloccante. Poi, di tanto in tanto, mi capita di leggere un racconto come Immersion, di Aliette de Bodard, vincitore di due tra i più prestigiosi premi del settore (il Nebula e il Locus) per la miglior storia breve dell’anno. E realizzo due cose.

La prima, che ci sono racconti magnifici, magari non ancora tradotti in italiano, che sanno farsi apprezzare anche nella loro forma originale con uno sforzo davvero minimo. La seconda, che non dovrei cercare di nascondere la mia pigrizia dietro astruse metafore tecno-ingegneristiche…

Comunque sia, Immersion è un racconto che parla di emarginazione e alienità, ambientato in una società galattica dai forti connotati postumani, scritto con una maestria stupefacente. Aliette de Bodard (questo il suo sito personale) è un’autrice che merita attenzione: di origine franco-vietnamita, vive a Parigi, dove lavora come ingegnere informatico, e negli ultimi anni si è andata conquistando una popolarità crescente con i suoi racconti di fantascienza e i romanzi del ciclo Obsidian and Blood, una saga mystery sospesa tra fantastico e storia alternativa, ambientata in un mondo dominato dalle culture azteca e cinese. Odissea Fantascienza ha recentemente dato alle stampe la sua novella del 2012 On a Red Station, Drifting (con il titolo Sulla Stazione Rossa, alla deriva), ambientato nello stesso universo di Immersion, che peraltro sarà invece incluso nel prossimo numero di Robot. Di madrelingua francese, De Bodard scrive le sue storie in inglese, e il suo caso richiama alla mente quello di altri autori che negli ultimi tempi hanno saputo meritarsi l’attenzione degli appassionati anglofoni di science fiction: due su tutti, Ken Liu (cinese trapiantato in America, classe 1976) e Hannu Rajaniemi (finlandese emigrato in Scozia, classe 1978).

Sulla sua esperienza di scrittrice, Aliette de Bodard ha scritto numerosi articoli, tra i quali penso che almeno un paio dovrebbero risultare di interesse per chiunque voglia cimentarsi come autore in una lingua che non sia la propria: questo sul rapporto tra lingua e cultura, e quest’altro ispirato dalla sua professione di autrice.

Immersion è apparso originariamente sul numero 69 di Clarkesworld, datato giugno 2012. Clarkesworld è una delle riviste più vitali del panorama fantascientifico odierno e ha il non trascurabile merito di rendere disponibile sul suo sito web – in forma del tutto gratuita – la narrativa pubblicata mensilmente in ogni nuova uscita del magazine. Una ragione in più per dedicare un’oretta del vostro tempo a questo racconto, se proprio non riuscite ad aspettare l’uscita di Robot. Scommettiamo che saprà ripagare la lettura fino all’ultimo minuto?

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Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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