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Dopo la mia prima incursione sulla fantascienza del nuovo secolo, torno con estremo piacere sulle pagine di Prismo per parlare di quello che a mio modesto parere è uno dei libri più densi, ambiziosi e ammalianti degli ultimi anni: Embassytown di China Miéville, da poco dato alle stampe da Fanucci, è un romanzo che concentra così tante idee e le espone in una maniera tanto accattivante da essere riuscito a tenermi incollato al suo mondo astruso (un ibrido con ampie sezioni di DNA preso in prestito da H.P. Lovecraft e da William Burroughs) dalla prima all’ultima pagina.

Immaginate un universo fatto di parole e codici da decifrare. Arieka è un pianeta remotissimo, lontano dalle rotte più trafficate, abitato da una specie aliena incapace di mentire e che per di più parla e capisce solo la propria Lingua, un linguaggio articolato con due voci che non presuppone astrazione, creatività, prossemica. La civiltà postumana che per prima sbarca su Arieka impiega qualche secolo per instaurare un vero contatto, ma alla fine, mossa dall’interesse per la preziosa bioingegneria degli Ospiti, riesce a venire a capo del rompicapo grazie alla clonazione e agli innesti neurali: vengono così creati gli Ambasciatori, coppie di individui indistinguibili e inseparabili che condividono menti perfettamente sincrone e riescono così a emulare la Lingua degli alieni.

Il contatto con gli umani modifica anche gli Ariekei, che costringono i residenti di Embassytown a strane pratiche, talvolta semplicemente bizzarre, talvolta dolorose o addirittura traumatiche, per ideare nuove espressioni da aggiungere al vocabolario della lingua. E per compiacere gli Ospiti, gli Ambasciatori arrivano a prestarsi anche alla messinscena più strana di tutte: il Festival delle Bugie, capace di mandare in delirio gli alieni con la forza dirompente della menzogna.

Immaginate che d’un tratto questo pianeta diventi d’interesse strategico per la potenza interstellare a cui la colonia fa riferimento, per di più già oggetto di una lotta segreta a bassa intensità combattuta lungo i corridoi dell’ambasciata. Quello che accade dopo, alla protagonista Avice Brenner Cho e ai suoi amici, umani e alieni, lascio che lo scopriate direttamente dalle stupende pagine di Miéville, che per di più trovate in offerta su Amazon per tutto il mese di giugno.

Poi magari fate un salto da queste parti e tornate qua per discuterne insieme. Se la fantascienza di frontiera, speculativa e coraggiosa, è il vostro tipo di lettura, non dubito che ne resterete abbondantemente soddisfatti.

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Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell'edizione americana di "The Dark Forest", secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

Illustrazione di Stephan Martinière per la copertina dell’edizione americana di “The Dark Forest”, secondo volume della saga dei Tre Corpi di Cixin Liu (Tor, 2015).

L’11 novembre scorso la benemerita casa editrice statunitense Tor Books ha dato alle stampe il primo volume della trilogia dei Tre Corpi di Cixin Liu, anche nota come Remembrance of Earth’s Past: The Three-Body Problem. Si tratta di un evento epocale, considerata non solo l’apertura del mercato statunitense a un’opera non anglofona, per di più cinese, ma anche l’investimento che l’operazione deve essere costata alla casa editrice in termini di sforzo produttivo. La cura è testimoniata dalla traduzione del primo volume, eseguita da uno degli autori di punta dell’ultima generazione come Ken Liu, e dalle straordinarie illustrazioni realizzate dall’artista francese Stephan Martinière, di cui riporto qui sopra quella che servirà da cover per il secondo volume in uscita la prossima estate: The Dark Forest. Su Tor.com potrete trovare abbondanza di materiali a riguardo: segnalo in particolare un intervento dell’autore sui risvolti storici della pubblicazione del suo lavoro e sul suo impatto in patria e una raccolta di brani consultabili gratuitamente in rete.

Da parte degli addetti ai lavori americani c’è un interesse crescente verso la fantascienza non anglofona, testimoniato dalla frequenza delle traduzioni, operazioni fino a non molto tempo fa rarissime. La rivista Clarkesworld è riuscita facilmente a finanziare con i contributi dei lettori un progetto di traduzione finalizzato alla pubblicazione regolare di racconti cinesi di fantascienza, raccogliendo quasi il doppio della somma che si era prefissa come obiettivo. Un segno piuttosto esplicito della ricettività del mercato interno, di certo cospicuamente sostenuto dalla forza della comunità cinese in America.

Questo ci dice qualcosa sull’evoluzione futura del genere? Non lo so. Ma voglio comunque lanciarmi in una scommessa. E allora ecco una profezia non richiesta.

Nel giro di dieci anni, il mercato mondiale della fantascienza sarà sorretto dai mercati asiatici, in misura preponderante da quello cinese. Il mercato americano cederà la sua leadership e gli autori anglofoni ricaveranno il grosso dei loro profitti dai diritti venduti in Cina.

Forse gli autori inglesi riusciranno a fare qualcosa del genere in India, ma probabilmente avranno bisogno di un orizzonte temporale più lungo. I mercati europei diventeranno sempre più marginali, ma non è escluso che da questo nuovo equilibrio gli stessi autori attivi in lingue diverse dall’inglese possano trarre dei vantaggi. L’inglese è sicuramente la lingua franca dell’editoria mondiale e la fantascienza non fa eccezione. Ma l’America non può più essere l’obiettivo oggi. Puntare gli USA equivale a ragionare con la tara dei nostri ormai consolidati venti anni di ritardo culturale. Il centro gravitazionale del futuro è nel Pacifico ed è ora di cominciare a guardare al contrappeso che lo sta trascinando sempre più lontano dal blocco continentale nordamericano.

Probabilmente conviene cominciare a pensare da adesso alle storie che tra dieci o vent’anni potranno essere vendute a questo pubblico, di cui sappiamo ancora così poco.

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