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Perry Mason è probabilmente l’avvocato per eccellenza a cui finiamo per associare la nostra idea di legal drama in formato televisivo, quelle serie TV a sfondo giudiziario in cui avvocati e studi legali giocano un ruolo centrale. Per i più giovani, Law & Order, The Practice e Suits forniranno degli utili termini di paragone, ma almeno tre generazioni di spettatori non potranno fare a meno di pensare al faccione di Raymond Burr, che ha iconicamente legato alle proprie fattezze il volto dell’avvocato più famoso d’America (e probabilmente non solo), prima attraverso la serie originale della CBS (1957-1966) e poi con una striscia di 30 film trasmessi dalla NBC tra il 1985 e il 1995.

Creato nel 1933 da Erle Stanley Gardner (1889-1970), avvocato californiano che dal ’23 collaborava assiduamente a Black Mask, il più importante periodico di crime fiction dell’epoca, Perry Mason è stato protagonista di qualcosa come ottantadue romanzi e quattro racconti, praticamente tutti basati sulla stessa formula narrativa: Mason difende un innocente ingiustamente accusato di un reato, scagionandolo in sede di udienza preliminare o di processo a costo di mettere la giustizia davanti alla legge, e smascherando il vero colpevole.

Memore di questo meccanismo, ammetto di essermi avvicinato alla nuova serie televisiva prodotta nel 2020 dalla HBO e trasmessa a partire da settembre da Sky Atlantic con ben più di un pregiudizio. E altrettanto sinceramente, riconosco che l’approccio dell’operazione mi ha positivamente sorpreso e smentito con un risultato di assoluta efficacia e di fascino immediato.

Prodotto tra gli altri da Robert Downey Jr e da sua moglie Susan Downey, la nuova serie è stata sviluppata e sceneggiata da Rolin Jones e Ron Fitzgerald dopo l’abbandono di Nic Pizzolatto, originariamente accostato al progetto e poi allontanatosene per dedicarsi alla terza stagione di True Detective. La regia, affidata al veterano Tim Van Patten (già regista, oltre a The Wire e The Pacific, anche di diversi episodi de I Soprano e di Boardwalk Empire, di cui è stato anche produttore esecutivo, e con cui è stato ripetutamente nominato per gli Emmy Award) e alla giovane regista turca naturalizzata francese Deniz Gamze Ergüven (classe 1978, con all’attivo due film impegnati accolti molto bene dalla critica come Mustang e Kings, e alcuni episodi della terza stagione di The Handmaid’s Tale), segue le peripezie di un giovane Perry Mason, veterano traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra interpretato dal gallese Matthew Rhys (vincitore dell’Emmy Award per The Americans), nella Los Angeles della Grande Depressione.

L’arco narrativo si sviluppa in otto puntate (o, per meglio dire, riprendendo i titoli della produzione, “capitoli”) tra gli ultimi giorni del 1931 e i primi mesi del 1932, a partire dal ritrovamento del cadavere di un neonato vittima di un efferato omicidio fino al processo imbastito dall’ufficio del procuratore distrettuale contro sua madre, rea agli occhi della stampa e dell’opinione pubblica di aver intrattenuto una relazione extraconiugale con uno dei rapitori. Perry Mason e il suo socio Pete Strickland (Shea Whigham) vengono incaricati dall’avvocato E. B. Johnson (John Lithgow) di indagare sul caso per raccogliere le prove che scagionino la donna, ma quando il suo mentore e datore di lavoro è costretto a una drammatica uscita di scena toccherà a Mason, coadiuvato dall’associata Della Street (Juliet Rylance) e dal detective di quartiere Paul Drake (Chris Chalk), sbrogliare il caso anche in aula e dimostrare, in quello che diverrà il suo battesimo del fuoco in tribunale, l’innocenza della donna.

La trama si dipana tra predicatrici invasate (degna di nota la prova di Tatiana Maslany nel ruolo di Sorella Alice) e poliziotti corrotti, cercando come sempre di far emergere la verità attraverso la coltre fumosa sollevata dal procuratore distrettuale per ritorcere i pregiudizi morali della giuria contro l’accusata, mentre masse di fedeli impoveriti dalla crisi pendono dalle labbra di Sorella Alice e dalle promesse di redenzione della sua Radiosa Assemblea di Dio per trovare una via d’uscita dalla miseria delle strade di L.A. e del suo hinterland sconfinato.

La serie, originariamente pensata come autoconclusiva ma già confermata dalla HBO per una seconda stagione, si segnala oltre che per la precisione del meccanismo narrativo, requisito indispensabile per la riuscita di ogni dramma giudiziario, anche per l’ammaliante atmosfera noir ricreata dalla messa in scena di John P. Goldsmith e dalla fotografia di Darran Tiernan, coadiuvati dalla costumista Emma Potter.

Perry Mason è un prodotto di classe, che tiene incollati dal primo all’ultimo capitolo e che scioglie tutti i nodi di una trama intricata, dimostrandosi al contempo anche un mirabile esempio di un modo nuovo e consapevole di fare cinema e televisione (la linea di separazione tra i due ambiti, come sappiamo, si fa ogni giorno più tenue) di qualità.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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