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Che basti il ricordo dei giganti di ieri a farci vergognare dei nani di oggi è una constatazione banale nella sua semplicità. Proviamo a immaginare queste parole sulla bocca di un politico dei nostri giorni, e non saranno più di due o tre i nomi che potrebbero venirci in mente, a fronte di uno o due ordini di grandezza di esempi contrari, casi negativi in grado di esaltare nient’altro che gli istinti più bassi della natura umana.

Abbiamo iniziato questo viaggio verso nuovi orizzonti perché vi sono nuove conoscenze da conquistare e nuovi diritti da ottenere, perché vengano ottenuti e possano servire per il progresso di tutti. […] Abbiamo deciso di andare sulla Luna. Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre.

Quando John F. Kennedy pronuncia queste parole di fronte a 40.000 persone raccolte alla Rice University (Texas) è il 12 settembre 1962 e deve convincere il 58% della popolazione americana che la Luna rappresenta un valido motivo per investire i circa 25 miliardi di dollari dell’epoca (corrispondenti a circa 100 miliardi di dollari di oggi) necessari a farvi sbarcare un uomo entro la fine del decennio e – proposito  non meno importante – farlo tornare sulla Terra sano e salvo.

Il 1962 è lo stesso anno in cui John Glenn completa la prima orbita intorno alla Terra (il 20 febbraio), grazie anche allo sforzo di figure rimaste per decenni nell’ombra, come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, matematiche, informatiche e ingegnere riscoperte solo più di mezzo secolo più tardi grazie a un libro di Margot Lee Shetterly e al bel film che Theodore Melfi ne ha tratto nel 2016: Hidden Figures, appunto (in italiano: Il diritto di contare). La loro storia è una delle tante che si intrecciano dietro le quinte di quello che diventerà il Programma Apollo, coinvolgendo solo nel primo anno ben 500.000 persone tra tecnici, ingegneri, scienziati e impiegati. Tra gli altri, ricordiamo anche il direttore del programma Rocco Petrone, figlio di immigrati italiani provenienti da Sasso di Castalda (in provincia di Potenza), sbarcati negli anni ’20 a New York: una storia di puro e semplice sogno americano, dall’incidente ferroviario in cui rimase coinvolto suo padre al servizio militare grazie al quale riuscì a laurearsi e in seguito ad accedere al MIT.

Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin aveva posto la bandiera rossa dell’URSS sul primo storico volo spaziale nel 1961, e gli USA non si erano rassegnati a rimanere a guardare. Addirittura, come racconta Simone Petralia in questo informatissimo pezzo per Oggi Scienza, si pensa di unire gli sforzi della corsa allo spazio. Con l’assassinio di Kennedy nel 1963 e l’uscita di scena del Primo Segretario del PCUS Nikita Chruščëv l’anno dopo, l’ipotesi di una convergenza dei programmi spaziali delle due superpotenze perse definitivamente consistenza, lasciandoci il rimpianto per quello che avrebbe potuto significare soprattutto in termini di presenza e sviluppo dell’industria spaziale.

Kennedy non vide mai Neil Armstrong toccare il suolo lunare, non sentì le sue parole storiche, non lo vide rincorrersi tra le distese di sassi e polvere senza vita del deserto lunare con Buzz Aldrin, ma meno di sette anni dopo quel discorso il suo sogno diventava realtà, unendo l’umanità intera davanti agli schermi per assistere a quella che è stata sicuramente la più grande impresa tecnologica, scientifica e politica del Novecento. Perché può bastare poco per concepire un sogno, ma occorrono anni di fatica, perseveranza e programmazione per trasformarlo in realtà. E a volte capita anche che non siamo lì per assistere alla loro realizzazione e per prendercene i meriti. Ma le grandi idee restano e amplificano il ricordo di chi le ha messe in pratica. Gli uomini piccoli tendono a sparire nella prospettiva storica, insieme alle loro meschinità.

Come dichiarò Petrone in un’intervista: “Credo che il maggior merito dell’esplorazione spaziale sia stato quello di aver dato all’umanità un obiettivo comune, un motivo d’orgoglio e di esaltazione che non conosce frontiera. L’impresa di Armstrong, Aldrin e Collins sarà sempre ricordata non come una conquista degli Stati Uniti, ma di tutti gli uomini.”

Ancora oggi, cinquanta anni dopo, ci basta alzare lo sguardo al cielo in queste sere di luna piena, rese ancora più indimenticabili dall’eclissi, come se le stelle avessero tramato per regalarci tutti gli allineamenti possibili in occasione dello storico anniversario, per ricordarci cosa ha significato quell’impresa e farcene sognare una uguale. Perché dopotutto, come insegnano gli astronauti immaginari di J. G. Ballard, da quel luglio 1969 la Luna è davvero di tutti, appartiene a ognuno di noi e a nessuno. Proprio come la Terra. E non dovremmo dimenticarlo mai.

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Puntate precedenti:

Nel 1963 Stan Lee (figlio di immigrati ebrei originari della Romania) e Jack Kirby (figlio di immigrati ebrei provenienti dall’Austria) creano per la Marvel la prima saga di mutanti nella storia del fumetto: gli X-Men. Da subito vengono affrontati temi come la diversità e l’accettazione, con una duplice contrapposizione: degli umani «normali» contro i mutanti, visti come delle aberrazioni e dei pericoli, e all’interno della stessa comunità dei mutanti tra due fazioni: una capeggiata dal Professor Xavier (che nella saga cinematografica ha le familiari sembianze di Patrick Stewart), scienziato, filantropo e potente telepate, che ha dedicato la sua vita all’addestramento dei mutanti nell’uso responsabile dei propri poteri; e l’altra capeggiata invece da Magneto (Ian McKellen), un mutante capace di controllare i campi magnetici e quindi esercitare una forza a distanza su qualsiasi oggetto metallico, ma soprattutto un ebreo rastrellato con la famiglia dal ghetto di Varsavia e sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha visto morire i suoi genitori.

L’esperienza del campo di concentramento ha profondamente segnato Magneto, che non nutre nessuna fiducia nel genere umano, così quando gli scienziati isolano il gene-X responsabile della mutazione dell’Homo Sapiens in Homo Sapiens Superior si mette alla testa di una fazione di mutanti intenzionata a non scendere in nessun modo a patti con il genere umano e a combattere la discriminazione ad armi pari, dalla posizione di vantaggio dei poteri che la mutazione ha conferito agli X-Men.

Vale la pena sottolineare che il 1963 è l’anno in cui viene ucciso John F. Kennedy, il cui programma politico all’insegna della Nuova Frontiera (le frontiere dello spazio, della scienza e del progresso) non aveva messo in secondo piano le politiche di integrazione, specialmente al Sud, dove malgrado la forte opposizione della popolazione bianca aveva sostenuto leggi a favore dell’istruzione e contro la discriminazione razziale: nei luoghi pubblici, nelle forze armate e negli istituti pubblici e privati, ma soprattutto nelle scuole.

In quegli stessi anni il movimento per i diritti civili si trovava esso stesso dilaniato al suo interno tra le posizioni più dialoganti di Martin Luther King (premio Nobel per la pace nel 1964), che predicava la non violenza e la possibilità di una convivenza pacifica all’interno della stessa nazione, e l’intransigenza dei seguaci della Nazione Islamica e di Malcolm X, che segue una parabola del tutto simile a quella di Magneto, dalle posizioni oltranziste e anche di contrapposizione violenta degli inizi a un più ampio impegno in difesa dei diritti civili.

Andando avanti, tra periodi di crisi e di ripresa, soprattutto sotto la cura di Chris Claremont (immigrato inglese negli USA) gli X-Men diventeranno una delle serie dell’universo Marvel con il maggior seguito tra gli appassionati, anticipando sia l’evoluzione del fumetto verso storie dalla struttura orizzontale complessa (del tutto simile alla rivoluzione avvenuta nella televisione negli ultimi vent’anni), sia misure discriminatorie riprese anche in altre saghe parallele, per esempio la Civil War, con i vari Mutant e Super-Human Registration Act, che echeggiano le drammatiche leggi speciali emanate dall’Amministrazione Bush dopo l’11 settembre, in particolare il famigerato USA PATRIOT Act.

Alzando il punto di vista, vediamo entrare nell’inquadratura gli altri supereroi Marvel, alle prese con l’America post-11 settembre: Spider-Man, Capitan America, Iron Man, la Vedova Nera diventano i portavoce non del governo, ma dei sentimenti del popolo: sconforto, frustrazione, impotenza, ma senza mai dimenticare i valori più alti su cui la nazione fu costruita: la giustizia, la libertà. Come quarant’anni prima era capitato agli X-Men, divisi davanti alle discriminazioni dell’America, anche loro si dividono in fazioni: chi accetta di seguire la linea governativa e continua a collaborare con lo S.H.I.E.L.D. (Iron Man, Mr. Fantastic, il clone di Thor, inizialmente Spiderman e la Vedova Nera), chi se ne dissocia (i Vendicatori Segreti di Capitan America: The Punisher, Pantera Nera, Wolverine, la Torcia Umana, la Donna Invisibile), e chi finisce per barcamenarsi nel mezzo.

[2 – Continua]

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Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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