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1. Alle radici del capitalismo occidentale

Nel suo saggio sulle origini dell’identità europea, lo storico francese Jacques Le Goff (che altri studi notevoli dedicò alle figure del mercante e del banchiere nell’età di mezzo) annota che “lo sviluppo del grande commercio e dell’economia monetaria pone all’Europa cristiana grossi problemi religiosi” in quanto, tra le altre cose, “il prelievo da parte del mercante di un interesse” altro non è, in fondo, che “una forma di vendita del tempo“. E il tempo “secondo la Chiesa appartiene soltanto a Dio“. Occorse pertanto “un lungo lavoro di separazione tra le operazioni lecite dalle illecite“, condotto soprattutto da domenicani e francescani, per permettere ai mercanti cristiani di sviluppare pratiche precapitalistiche, con l’effetto di riabilitare il denaro e con esso il lavoro.

Conclude Le Goff:

[…] quest’adattamento ideologico e psicologico della religione all’evoluzione economica, quest’apertura del sistema di valori cristiano al capitalismo nascente costituiscono una delle principali condizioni storiche dello sviluppo dell’Europa occidentale.

Di fatto, le premesse del capitalismo moderno vengono gettate allorquando la morale della Chiesa si adatta per includere il maneggio del denaro, e con esso il plusvalore generato dal lavoro di cui si appropria il capitale e il tasso di interesse sulle somme di denaro prestato, nel proprio sistema di valori.

È indubbiamente un punto di vista interessante, di quelli che a scuola (tra una lezione sul simbolismo e l’allegoria e un’altra sull’ascesa della borghesia, immerse nella lunga contrapposizione tra Impero e Papato) non vengono sottolineati abbastanza, sempre che si trovi il tempo per parlarne. Ma si tratta di una lettura di fondamentale importanza, che ci obbliga a rileggere tutto quanto accaduto in seguito sotto la luce nuova di questa acquisizione.

2. L’informazione è una corrente che scorre attraverso il Multiverso

Nel suo monolitico e per molti aspetti enciclopedico Anathem, Neal Stephenson compie un’opera di world-building eccezionale, costruendo di fatto un mondo intero che è una replica del nostro, ma con una sua storia che solo occasionalmente, negli snodi cruciali delle conquiste tecniche e scientifiche, come anche del corso degli eventi da essi condizionati, è sovrapponibile a quella che tutti noi conosciamo.

Arbre, il mondo di Stephenson, è in effetti una «sub-Terra», nel senso che rappresenta una proiezione del nostro mondo in un universo che riflette parzialmente il nostro, attraverso una propagazione del flusso di informazione da universi “superiori” a universi “inferiori”. Un’idea che possiamo far risalire a Platone e al suo mito della caverna, secondo cui il nostro mondo non sarebbe altro che un’ombra di un mondo superiore, e le cose in esso contenute una copia delle idee perfette che albergano nell’Iperuranio (incidentalmente, è interessante trovare qualcosa di molto vicino all’ideale platonico in una serie come Mr. Robot, dove, nel cruciale quinto episodio della seconda stagione, un personaggio afferma: “La vita non è che un’ombra fugace, un povero attore che si agita e pavoneggia il suo momento sul palcoscenico… e poi più niente“).

Di fatto, in Anathem la Terra, che pure ha il suo Iperuranio, altro non è che l’Iperuranio di Arbre (il suo Mondo Teorico Hylaeo, in termini arbriani), in una concezione che Stephenson definisce teoria dello Stoppino (Wick Argument) e in qualche modo s’ispira al concetto matematico del grafo aciclico orientato e all’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica avanzata da Hugh Everett III.

Le pagine che Stephenson dedica al dibattito scientifico e filosofico sull’argomento, le appendici in cui sviscera i fondamenti teorici del cosiddetto protismo, così come le dispute ideologiche tra teori di ispirazione halikaarniana (potremmo definirli gödeliani in termini terresti) e altri di ispirazione prociana (fenomenologi alla Husserl, linguisti alla Wittgenstein o matematici alla Hilbert, per mantenere la traccia delle correlazioni tra dominio causale arbriano e terrestre), sono ricche di suggestioni. Ma se proprio vogliamo trovare il classico pelo nell’uovo, un aspetto che mi pare Stephenson abbia trascurato è proprio quello economico.

Gli arbriani hanno denaro, ma in considerazione anche della contrapposizione tra il mondo intramuros (le comunità monastiche ritiratesi in mat e concenti, che fungono un po’ da capsule del tempo e da incubatori di idee, e si aprono all’esterno solo a intervalli cadenzati di uno, dieci, cento o addirittura mille anni) ed extramuros (il mondo secolare fuori dalle mura dei mat, che va avanti normalmente), sarebbe stato interessante sottolineare qualche differenza rispetto al regime capitalista terrestre, magari anche in relazione alle considerazioni di Le Goff sulle radici della civiltà capitalistica occidentale esposte in apertura.

3. Orologi millenari

Anche perché, come Stephenson riconosce nei ringraziamenti, una delle fonti di ispirazione di Anathem è stato il progetto del Millennium Clock della Long Now Foundation, ora sopravanzato dall’ancor più ambizioso 10.000 Year Clock, che nasce dall’idea di Danny Hillis di realizzare un orologio in grado di misurare il tempo per mille anni (obiettivo adesso aumentato a diecimila) senza nessuno a occuparsi della sua manutenzione, producendo di tanto in tanto una melodia senza mai ripetersi per tutta la durata dei mille (e ora diecimila) anni.

L’obiettivo di Hillis è ben riassunto in questa affermazione:

I want to build a clock that ticks once a year. The century hand advances once every 100 years, and the cuckoo comes out on the millennium. I want the cuckoo to come out every millennium for the next 10,000 years.

Stephenson riprende quest’idea, a cui era stato chiamato da Hillis a fornire il proprio apporto, proprio in Anathem, dove gli avout dei mat, come il protagonista fraa Erasmas, sono invece dedicati a eseguire periodicamente un cerimoniale proprio per far suonare le note sul gigantesco orologio (alto centocinquanta metri) del loro Mynster (vale a dire l’edificio centrale del concento di Saunt Edhar, che funge appunto da orologio e da punto di incontro per i diversi ordini che vi risiedono).

Sempre Jacques Le Goff, nel suo saggio storico, ricorda appunto che:

L’organizzazione monastica fornì inoltre dei modelli per la misurazione e il dominio del tempo. La divisione della giornata in ore canoniche segnate dai differenti uffici è un esempio di scansione del tempo offerto alla vita quotidiana; e la comparsa delle campane, che si diffondono nel VII secolo, farà vivere per secoli la cristianità al ritmo di quello che è il tempo della Chiesa.

Parole che echeggiano quelle usate da Michel Foucault, nel celebre e citatissimo (anche da me e non solo su questo blog) saggio che definiva le eterotopie (Spazi Altri, 1967), con riferimento alle “straordinarie colonie dei gesuiti” in America del sud: “colonie meravigliose, assolutamente regolate, nelle quali la perfezione umana era effettivamente realizzata“. Qui:

La vita quotidiana degli individui era regolata non da un suono di richiamo, ma dalla campana. Il risveglio era fissato per tutti alla stessa ora, il lavoro cominciava per tutti alla stessa ora; i pasti si svolgevano a mezzogiorno e alle cinque; poi ci si coricava e a mezzanotte c’era quella che veniva definita sveglia coniugale, cioè la campana del convento suonava, e ciascuno compiva il proprio dovere.

In fondo anche il monastero ricade nella classificazione delle eterotopie e a maggior ragione i mat di Anathem, la cui apertura al mondo esterno segue rigide regole, opportunamente scandite dagli orologi dei Mynster. In questo schema perfetto denaro-tempo-monastero, aver trascurato la connessione con la funzione “simbolica” del denaro è l’unico difetto, se proprio gliene vogliamo trovare una, che si può imputare al capolavoro di Stephenson.

4. Cronofagia: il furto istituzionalizzato del tempo

Nell’introduzione al suo illuminante saggio Cronofagia, che reca l’appropriato sottotitolo di Come il capitalismo depreda il nostro tempo, Davide Mazzocco mette a nudo:

una colonizzazione sempre più raffinata, dotata di uno straordinario camaleontismo e capace di nascondersi sotto le sembianze rassicuranti dell’amicizia, dell’arte, dell’intrattenimento e della prospettiva di uno sviluppo economico e sociale. La fame dei predoni non si limita al mondo tangibile, ma si estende all’intangibile. Non vuole solamente lo spazio e non si accontenta nemmeno di quell’entità ibrida che da 2.800 anni vive tra il reale e il virtuale: il denaro. No, la predazione oggi vuole appropriarsi della dimensione astratta del tempo.

Il sistema socioeconomico erode le ore di sonno, dilata i tempi del consumo e, con le sue arti seduttive, assopisce le masse in una servitù volontaria dai confini ancora tutti da sondare. […] Grazie a raffinate strategie di marketing e all’illusione della gratuità, i capitalismi vecchi e nuovi colonizzano il tempo libero delle persone e, non paghi di estrarre valore dal loro lavoro e ricavare profitti dai loro consumi, cercano di spostare le frontiere del guadagno oltre i vecchi confini.

E ancora:

Il sonno è la terra promessa, una delle poche nicchie di resistenza all’invadenza del capitale. Dalla diffusione dell’illuminazione pubblica e privata fino alla moltiplicazione esponenziale degli schermi, il progresso è (anche) una guerra senza esclusione di colpi per conquistare il tempo e l’attenzione dei consumatori-spettatori-clienti-utenti-elettori. Ogni aspetto della vita, dall’amicizia all’amore, dagli hobby all’alimentazione, è soggetto a processi di reificazione e mercificazione che trovano nelle piattaforme digitali ideali terreni di coltura. Miliardi di lavoratori inconsapevoli dedicano parti più o meno importanti della loro giornata a riversare sul web preziose informazioni che arricchiscono la fame di dati dei grandi player del capitalismo digitale.

Non a caso Cronofagia è uscito in Nextopie, la collana diretta per D Editore da Daniele Gambetta, già curatore lo scorso anno di Datacrazia, un’antologia che raccoglieva testimonianze e analisi delle dinamiche in atto, dei processi di metamorfosi – che ci coinvolgono tutti – da inforg in veri e propri individui digitali (o digividui, per dirla con le parole di Andrew O’Hagan), in un ecosistema che di fatto è un bioipermedia in cui ci ritroviamo intimamente integrati e con cui di fatto viviamo in simbiosi. Un ecosistema in cui non siamo nati ma a cui ci stiamo progressivamente, ma lentamente adattando… o almeno assuefacendo. Più lentamente di certo delle dinamiche di predazione già messe in atto dall’ipercapitalismo, da cui non siamo ancora pronti a difenderci.

La progressiva scomparsa della noia dalle nostre esistenze è direttamente proporzionale allo sviluppo di dipendenze e patologie connesse all’utilizzo smodato degli strumenti digitali.

Jean Paul Galibert, a cui Mazzocco si ispira fin dal titolo del suo saggio, ne I Cronofagi descrive il Leviatano ipercapitalista come fondato su un progetto ontologico assolutistico, volto a fare in modo che la “redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere“. Nel nuovo mondo delle piattaforme digitali, non c’è più spazio per la non redditività: tutto ciò che non contribuisce alla produzione di valore non ha ragione di esistere.

In questo modo diventiamo tutti:

simultaneamente una quantità di tempo disponibile per la cronofagia e una quantità di denaro disponibile per l’ipercapitalismo. Questa regola si erge a condizione della nostra esistenza, al punto di diventare la nuova condizione umana. Nell’ideale di disponibilità, l’uomo diventa un doppio giacimento di denaro e di tempo da prelevare senza limiti, ma è necessario che si stabilisca un rapporto di equivalenza tra il tempo di cui lo si priva e il denaro di cui lo si alleggerisce.

Come possiamo quindi uscire da questo vicolo cieco? Un possibile antidoto arriva proprio da Arbre, il mondo di Anathem, dove l’umanità, per riconquistare il controllo sul tempo necessario allo studio, alla conservazione del sapere e allo sviluppo del pensiero, si è in parte ritirata nei concenti, originando una separazione tra il mondo secolare extramuros e le comunità di avout intramuros.

5. Il ricatto dell’informazione

Viviamo in un mondo che ci espone ogni giorno a 34 gigabyte di dati, ma l’abbondanza di informazione non è sinonimo di ricchezza, dal momento che è all’origine di un ricatto emotivo che causa un restringimento costante della finestra di attenzione: dai già risibili 12 secondi del 2000, questa soglia è scesa ad appena 8 secondi nel 2016. Trascorso questo intervallo di tempo, è come se provassimo l’esigenza di passare ad altro per appagare il nostro bisogno indotto di novità. E così saltiamo da una cosa all’altra come api in un campo di fiori, con l’unica differenza che non stiamo impollinando granché e men che meno arricchendo la nostra conoscenza, che avrebbe al contrario bisogno di tempo per approfondire adeguatamente i concetti e le informazioni assimilate.

La nostra mente è peraltro servita da una banda di appena 120 bit al secondo: per intenderci, 500 volte meno di un modem a 56K. È questo il limite di velocità del traffico di informazione a cui possiamo prestare attenzione in maniera consapevole. Per avere un ulteriore termine di confronto, in una normale conversazione occorrono circa 60 bit al secondo per comprendere chi ci sta parlando. Ecco quindi che ci troviamo costantemente oberati da più informazione di quanta possiamo elaborarne, schiacciati sotto una mole ingestibile che produce un vero e proprio sovraccarico cognitivo o information overload (queste ed altre statistiche, nell’interessante articolo di Annamaria Testa Sovraccarico cognitivo: ricchi di informazione ma poveri di attenzione), con due effetti:

  1. La crescente aggressività delle strategie di cattura dell’attenzione messe in opera dai distributori, che spesso finisce per far prevalere gli stimoli più prepotenti, saturando la nostra banda cognitiva con quella che potremmo definire, senza mezzi termini, spazzatura.
  2. Lo stallo decisionale in cui ci ritroviamo intrappolati, impossibilitati a sviluppare un ragionamento critico per la mancanza di tempo o per il senso di fatica che si accompagna alla saturazione della banda, sequestrandoci in uno stato di deficit cronico di stimoli costruttivi.

Come osserva Annamaria Testa nell’articolo summenzionato, il risultato della convergenza di questi due fattori è la delega del filtro: non ci preoccupiamo più di vagliare l’informazione in entrata ma alziamo bandiera bianca ed esternalizziamo direttamente agli algoritmi. Rinunciamo, di fatto, alla nostra opzione di scelta e rimettiamo il libero arbitrio a soggetti esterni a cui, con la nostra semplice condotta on-line, abbiamo venduto la nostra profilazione (ricordate il monito del Time, “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”?).

È così che il nostro tempo, già sempre più scarso, finisce per essere raccolto, a slot di 8 secondi per volta, dagli algoritmi, che sono di fatto gli intermediari del capitalismo cronofago.

6. Difendere le mura della Fortezza del Tempo

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Primo recupero del 2017, con un libro che merita a tutti gli effetti di essere incluso tra le uscite più importanti dello scorso anno. Si tratta de La vita segreta. Tre storie vere dell’èra digitale di Andrew O’Hagan, uscito per Adelphi, e ne parlo oggi su Quaderni d’Altri Tempi.

Julian Assange. Satoshi Nakamoto. Ronnie Pinn. Una celebrità di rango planetario, il profeta di una nuova era, un’identità fittizia costruita ad hoc. Sono loro i profili scelti dallo scozzese Andrew O’Hagan (romanziere classe 1968, collaboratore della London Review of Books e di Esquire) per raccontarci l’epoca in cui viviamo. Come fa notare lui stesso nella prefazione, le loro storie, in cui il reale si fonde con la finzione a un livello di profondità tale da vanificare qualsiasi tentativo di separazione, non formano un canone e ci sono sicuramente casi virtuosi o comunque agli antipodi che racconterebbero esperienze diverse nella nostra interazione con la rete.
La scelta di questi tre soggetti particolari risponde però a un intento preciso: mostra infatti in controluce le sagome che si muovono sul grande quadro in continua evoluzione del web, un affresco luminoso, rischiarato dalle “costellazioni di dati” che risplendono sulle “linee di luci” (Gibson, 2017) di una città di radiose promesse e di accecante bellezza, le cui strade restano tuttavia immerse nell’oscurità più impenetrabile. Sono i bassifondi di internet, in cui spie e criminali sono liberi di muoversi, che offrono un sicuro rifugio per le ombre. Le nostre ombre.

[Continua a leggere su Quaderni d’Altri Tempi.]

E insomma, non di sole distopie vive lo scrittore di fantascienza. Quando Francesco Verso mi ha reclutato per l’antologia Segnali dal futuro, ho pensato di cogliere l’opportunità per visualizzare un mondo molto distante dagli scenari che sono solito frequentare, e che potremmo convenzionalmente ricondurre a futuri – terrestri o spaziali – a tinte alquanto cupe. Per l’occasione ho pensato di avventurarmi in un territorio per me quasi del tutto nuovo, comunque molto al di fuori dalla mia comfort zone.

Volevo descrivere da un punto di vista da embedded il lavoro degli ingegneri e scienziati del futuro, diciamo intorno all’anno 2100, e volevo che il loro progetto derivasse dalle premesse stesse insite nel mondo in cui vivevano, per evitare che la storia potesse inciampare nello schematismo dello scienziato che arriva e risolve tutti i problemi dell’umanità: quella non sarebbe stata né scienza né fantascienza, ma nient’altro che solipsismo in salsa hollywoodiana. Quindi ho provato a immaginare un mondo ancora gravato da contraddizioni, ma già impegnato sull’audace cammino di una “transizione ecologica post-capitalista“, in cui le fondamenta per un nuovo stile di vita e per un nuovo modello di organizzazione sociopolitica vengono gettate dall’adozione di nuovi sistemi di produzione e recupero: lavoro intellettuale, energie sostenibili, integrazione ambientale e tecnologie emergenti aprono le porte a un diverso livello di consapevolezza del ruolo dell’uomo nel mondo, e la società comincia così a muoversi verso un nuovo punto di equilibrio. Per questo avevo bene in mente una serie di modelli di riferimento, primo su tutti Kim Stanley Robinson, ma anche altri autori impegnati sul fronte del futuro come Bruce Sterling e Cory Doctorow.

Il risultato è una società che non ha subito gli effetti della Singolarità (o di un evento di equivalente portata), ma che al contrario ha cominciato da tempo a guidare la propria evoluzione grazie alla sinergia con le tecnologie. Non a caso si parla di Wende, come nel processo di riunificazione delle due Germanie, anche se in termini quasi antitetici: dall’economia di mercato il post-capitalismo imbocca il sentiero di un’economia della post-scarsità pianificata, logisticamente supportata delle intelligenze artificiali. Potremmo forse definirla una tecnocrazia socialista. Ma come sappiamo i cambiamenti comportano sempre degli imprevisti, per cui, per quanto si possa cercare di dirigerne gli effetti, ci saranno sempre degli esiti non calcolati. Specie in un sistema complesso grande quanto il pianeta Terra.

Alla fine La vita nel tempo delle ombre è la cosa più vicina a un’utopia che abbia mai scritto. Una cosa che mi fa uno strano effetto, a dirla tutta. Ma non poi così strano. Dopo il salto, ne condivido con voi un estratto: una sessione di brainstorming tra i due protagonisti. Il libro invece è qui. Leggi il seguito di questo post »

Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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A un certo punto, mentre attraversava il media landscape, nell’homo sapiens sapiens divenuto inforg deve essere stata instillata l’idea. Non si sa bene da chi: forse era qualcosa che covava già dentro di lui e che necessitava solo delle condizioni ambientali più adatte. Fatto sta che intorno a questo seme si è poi sviluppata la convinzione. E oggi tutti possiamo ponderare gli effetti di questo processo: l’assunzione che chiunque possa parlare di qualsiasi cosa, la presunzione che non ci sia più bisogno di elaborare l’informazione, che basti semplicemente acquisirla per presentare ad altri il proprio punto di vista. E non solo: gode di popolarità crescente la presunzione che sia necessario esprimere questo punto di vista, comunicarlo, condividerlo.

Sempre senza nessun costo, senza nessun investimento. Tutto facile, tutto scontato. Abbiamo sostituito l’accesso alla comprensione.

Tra le più grandiose idee del Rinascimento compare la riscoperta dell’ideale classico dell’uomo universale, un modello a cui non manca di ispirarsi lo stesso postumanesimo. Il problema è che al momento ci ritroviamo circondati di tuttologi, spesso laureati all’università della strada quando non della vita. Sono una massa scalpitante, che si nutre di visibilità e nel cercare un’esposizione sempre più significativa comprime gli esperti ai bordi del campo. Una massa per di più rumorosa, che diluisce il flusso dell’informazione fino quasi ad annichilirlo. E noi dovremmo invece lavorare per preservare questa informazione, nutrire il flusso per consentirne lo sviluppo, la moltiplicazione, per raggiungere destinatari che restano comunque lontani, malgrado la contrazione delle distanze in un mondo iperconnesso.

L’uomo universale è e resta il nostro modello. Ma la strada per raggiungere la meta è purtroppo ancora lunga.

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

MetalMadeFlesh

L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

Servono trucchi nuovi, adatti ai tempi moderni. Strategie adeguate a modellare una società in continua ridefinizione, esposta alla spinta di un’economia accelerata dal progresso tecnologico. Come dicevamo in precedenza: un nuovo paradigma.

Il corollario al paradosso del Grande Disaccoppiamento, come ci ricorda Jaron Lanier, pioniere della realtà virtuale intervistato da Riccardo Staglianò per Il Venerdì di Repubblica, è che:

Il PIL complessivo cresce, il salario medio no. Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. Lo strappo è violento e rapido.

E allora: ha ancora senso trovare per quel 43% di giovani italiani disoccupati lavori che entro la fine del prossimo decennio (se non prima) potrebbero risultare obsoleti, immettendoli in un circolo vizioso di necessità cronica di “riqualificazione”? Oppure potrebbe essere più logico trovare soluzioni temporanee per i disoccupati prossimi all’età pensionabile, pianificando al contempo la creazione di nuovi lavori e di nuove professionalità?

«Più i costi delle macchine si abbassano» osserva Lanier «più le persone sembrano costose. Una volta stampare un giornale era caro, quindi pagare i giornalisti per riempirne le pagine sembrava una spesa naturale. Quando le notizie diventano gratuite il fatto che qualcuno voglia essere pagato comincia ad apparire irragionevole». Così arriva Narrative Science, un software assembla-articoli, e Forbes lo recluta per redigere le brevi finanziarie. Oppure Warren (omaggio al miliardario Buffett), un programma che comincia a prendere il posto degli analisti di Borsa meno esperti. E poi TurboTax, che toglie il pane di bocca ai commercialisti che ci fanno il 740. Oppure quei programmi che riassumono per gli avvocati migliaia di pagine di documenti. E ancora, e ancora. Entro il 2025, stima McKinsey pensando all’America, gli aumenti di produttività informatica nelle aree dei «lavori della conoscenza» potrebbero rendere superfluo il 40 per cento dei posti attuali.

Se il 40% dei posti di lavoro attuali è a rischio, cosa fare di quei circa 700.000 giovani tra i 15 e i 24 anni attualmente senza lavoro? Un piano di supporto potrebbe aiutare a tamponare una situazione disastrosa. Una delle misure di contrasto alla Grande Depressione adottate da Franklin D. Roosvelt nell’ambito del New Deal consistette nell’istituzione dei Civilian Conservation Corps: un programma per l’impiego temporaneo di giovani disoccupati tra i 18 e i 25 anni, che al suo apice raggiunse le 300.000 unità di forza lavoro impegnata nella conservazione e nello sviluppo delle risorse naturali in zone rurali, e nel complesso tra il 1933 e il 1942 occupò 3 milioni di ragazzi. Non potremmo guardare anche noi ai nostri giovani disoccupati come una risorsa, invece che come una zavorra?

Ora, le condizioni in cui versa il territorio italiano sono abbastanza evidenti a tutti. Abbandono, incuria e abusivismo sono le cause all’origine di una debolezza strutturale messa a nudo dalle inondazioni, dalle frane  e dai crolli che coinvolgono periodicamente il nostro Paese: da nord a sud, non c’è territorio che non sia toccato da fenomeni di dissesto idro-geologico. Per non parlare di quei miliardi di metri cubi di edifici pubblici o privati mai completati, o di quelle migliaia di edifici proliferati durante le ondate di speculazione edilizia che ormai intaccano e corrompono l’integrità estetica di quello che un tempo era il Paese Più Bello del Mondo. Le Comunità Montane sono state sempre più impoverite negli ultimi anni e nei comuni montanari gli effetti non tardano a vedersi. Strade e ferrovie versano in uno stato di incuria che prelude alla dismissione: e senza le strade e senza le ferrovie, viene meno l’asse portante della logistica al servizio dei flussi turistici. La messa in sicurezza del territorio e la riqualificazione del patrimonio urbanistico, delle strade e delle ferrovie, potrebbero essere il fronte su cui coinvolgere quell’enorme riserva lavorativa di cui disponiamo. Si fa un gran parlare di prevenzione, forse questo può essere il momento per dimostrare che non sono più solo vuote parole.

Inoltre un piano parallelo potrebbe essere messo in atto per la preservazione del nostro patrimonio artistico ed archeologico. Ed entrambi i rami sarebbero positivi anche in termini di “responsabilizzazione civile”: ai giovani andrebbe insegnato – o re-insegnato – l’interesse per la cultura, di cui per fortuna restano in giro più tracce di quante governi inutili o amministrazioni incompetenti siano riusciti a cancellare. Con i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea sono stati e continuano a essere organizzati corsi formativi per il rilascio di diplomi insignificanti: dirottiamo tutte queste risorse su un serio piano formativo per la tutela dei beni culturali. E ancora parallelamente cominciamo a istituire dei piani di orientamento allo studio davvero utili, controllando l’accesso ai diversi corsi universitari in base alla ricettività potenziale stimata per ciascun settore professionale.

Nel 2012, secondo il XV Rapporto Alma aurea sul Profilo dei Laureati Italiani, abbiamo avuto 227.000 laureati, ma tra il 2003 e il 2011 si è registrato un calo delle immatricolazioni del 17% e tra i 25 e i 34 anni i laureati rappresentano appena il 21% della popolazione (contro il 42% dei coetanei statunitensi). Il XVI Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione Occupazionale dei Laureati mette in evidenza come la quota di disoccupati, tra i laureati inclusi nella fascia 25-34 anni, tra il 2007 e il 2013 sia cresciuta dal 10 al 16%; tra i diplomati nella fascia 18-29 anni si è avuto un incremento dal 13 al 28%; tra i 15-24enni in possesso di una licenza media l’aumento è stato dal 22 al 45%. Evidentemente, i laureati subiscono la crisi meno dei loro coetanei con titoli di studio inferiori. Altrettanto evidentemente, il sistema scolastico italiano potrebbe fare di meglio, sia in fase di orientamento universitario che di inserimento lavorativo.

In questi anni, nonostante la crisi, abbiamo visto il paesaggio fisico-mediatico mutare radicalmente. Ormai buona parte delle nostre vite, dall’informazione alle relazioni sociali, dallo studio al lavoro, si svolge in uno spazio condiviso ma non materiale. E il cyberspazio di William Gibson si fonde con i mass media classici in quello che Luciano Floridi, tra i maggiori esperti di filosofia dell’informazione, ha definito Infosfera: la globalità dello spazio delle informazioni, che ormai comprende il mondo fisico e la stessa biosfera, e gli esseri viventi che lo costituiscono ne sono a loro volta parte integrante in quanto organismi informazionali (inforgs). Floridi parla di ambientalismo sintetico, inclusivo degli artefatti e degli spazi in continua generazione, suggerendo che dovremmo trattare tutta l’Infosfera in modo ecologico, prevenendo la distruzione o l’impoverimento gratuiti della realtà-infosfera.

Torniamo al duo Staglianò/Lanier:

«Per far emergere una nuova classe media bisogna rompere con l’idea insensata dell’informazione gratis. E creare un sistema di micropagamenti. Non solo per retribuire le merci che ora si scaricano free, ma anche chiunque lasci una traccia misurabile in rete. Di cui resterà proprietario». Un like su Facebook, un tweet ampiamente rilanciato, una ricetta condivisa online, ma anche la risposta a chi chiede come si ripara un mobiletto o il consiglio di un’infermiera su come cambiare la padella a un malato. Se diventano conoscenza hanno un valore, dunque devono avere un prezzo. […] Sì, ma in pratica? «Si dovrebbe modificare l’architettura del web, recuperando l’idea originaria di Ted Nelson. Nei primi anni 60 l’inventore dell’ipertesto immaginò una rete con link bi-direzionali, in cui chi ci cliccava poteva sempre risalire al punto di partenza». Chiunque riutilizzasse qualcosa prodotto da voi così dovrebbe citarvi. Riconoscendovi una parte dei suoi guadagni. In teoria non fa una piega, in pratica non sarà una passeggiata di salute.

Lanier conosce benissimo i limiti di applicabilità della sua idea: «Stiamo ragionando su astrazioni. Credo che fondamentale sia rompere l’incantesimo in cui siamo stati intrappolati sino a oggi. Fatto quel passo, la soluzione si troverà». All’Università di Pavia l’economista Andrea Fumagalli parla di reddito minimo che retribuisca le varie attività cognitive-relazionali. Resta il problema che, se anche remunerassimo chi lascia tracce digitali, non compenseremo tutti quelli che hanno perso un lavoro a causa dell’informatizzazione. Il Nostro: «I mestieri del mondo fisico non spariranno. Assistenti per gli anziani, massaggiatori, lavoratori di prossimità: le nicchie si moltiplicheranno. Più avanzati sono i nostri gadget elettronici, più costosi diventeranno i prodotti artigianali. La virtualità trasforma la fisicità in qualcosa di molto prezioso». Numeri più piccoli, però salari più alti per chi intercetta i nuovi bisogni.

Tutto ciò che diventa conoscenza ha un valore. E questo valore deve essere riconosciuto a chi è stato in grado di generarlo e diffonderlo come ricchezza. Tanto più che i progressi nella tecnologia potrebbero presto rendere obsoleto in concetto stesso di scarsità: nanotecnologie e biotecnologie daranno alla curva un impulso che al momento possiamo solo immaginare.

D’altro canto, è un principio che i lettori di fantascienza hanno già visto implementato in diversi contesti. Due titoli per tutti: L’Era del Flagello di Walter Jon Williams (The Green Leopard Plague, premio Nebula 2004) e Accelerando di Charles Stross (2005), rappresentano entrambi la prospettiva di una società agalmica, basata su un’economia della post-scarsità. A questo proposito riprendo quanto scrivevo all’epoca: di notevole interesse risulta la sintesi concettuale lasciataci da Robert Levin (alias lilo), pioniere del software libero e open source, purtroppo prematuramente scomparso nel 2006 a causa di un incidente d’auto: in The Marginalization of Scarcity, Levin definisce bene una società agalmica come un sistema a) cooperativo e non competitivo, b) antitetico alla nostra economia della scarsità, c) basato su abbondanza delle risorse e su equa allocazione delle stesse, d) a somma positiva (ogni guadagno non implica una perdita, ma il guadagno individuale spesso si accompagna a un profitto collettivo), e) decentralizzato e non autoritario. In un sistema agalmico il profitto non viene quantificato in un valore monetario, ma viene invece misurato attraverso parametri quali la conoscenza, la soddisfazione personale e un beneficio economico spesso indiretto. Ma il suggerimento di Lanier di implementare un sistema di micropagamenti potrebbe rappresentare una valida alternativa in continuità con il sistema attuale di valori economici. E pur con le sue luci e le sue ombre (di cui ha scritto proprio Stross, ripreso dal premio Nobel Paul Krugman), il sistema Bitcoin sembra contenere in nuce proprio questa possibilità, pur essendo poi piegato a scopi e usi completamente diversi (e largamente esecrabili).

Mi rendo conto che stiamo gradualmente scivolando nel campo dell’utopia. Ma pensando ai cambiamenti in corso, questo della reinvenzione dei mestieri e delle professionalità è solo una delle molteplici questioni che dovremo affrontare. A un livello più ideale, la progressiva emersione di sistemi artificiali via via più smart e intelligenti e i nuovi rapporti che nasceranno dall’interfaccia tra l’uomo e le macchine (HMI) nel settore della cognitive augmentation imporranno una piena ridefinizione del campo dei diritti. Ed è un’indagine a cui Stefano Rodotà ha dedicato la sua ultima fatica: Il diritto di avere diritti (Editori Laterza). Con Salvatore Proietti, a cui devo diversi spunti affrontati in questi due articoli, abbiamo approfondito il tema in un articolo di prossima pubblicazione su Robot. Ma di sicuro non è un discorso che si esaurirà presto.

(fine)

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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