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(Credit: Climate Central)

Charlotte si accigliò. «Quindi cosa si fa in questa situazione.»
«Si vende allo scoperto.»
«Cosa significa?»
«Si scommette che la bolla scoppierà. Si comprano strumenti tali da vincere quando poi scoppia davvero. E vinci così tanto che la tua sola preoccupazione è che la civiltà stessa possa collassare e che non rimanga più nessuno che ti possa pagare.»
«La civiltà?»
«La civiltà finanziaria.»
«Non è la stessa cosa!» esclamò. «Sarei felice di abbattere la civiltà finanziaria!»
«Dovrà mettersi in fila» ribattei.
Mi piaceva il modo in cui rideva. Anche gli analisti stavano ridendo, e Amelia si era unita agli altri nel vederli ridere. In effetti aveva un sorriso splendido, come lo aveva Charlotte, adesso che finalmente lo notavo.
«Mi dica come fare» mi incitò Charlotte, gli occhi accesi dall’idea di distruggere la civiltà.
Dovevo ammettere che era una cosa divertente. «Pensi alla gente comune che vive la sua vita. Hanno bisogno di stabilità. Vogliono quelli che si potrebbero definire cespiti non liquidi, e cioè una casa, un lavoro, la salute. Quelle non sono cose liquide, e non vuole che lo siano, quindi si effettua una serie continua di pagamenti perché rimangano non liquide… intendo rate di mutuo, assicurazione per la salute, versamenti al fondo per la pensione, bollette, quel genere di cose. Tutti pagano ogni mese, e la finanza fa affidamento su quel costante afflusso di denaro. Si fanno prestiti basati su quella certezza, la si usa come collaterale, e poi si usa il denaro preso a prestito per scommettere sui mercati. Con questa leva finanziaria si aumentano di cento volte i cespiti a disposizione, che consistono in prevalenza nel flusso di pagamenti che la gente effettua. I debiti di quelle persone sono cespiti, puri e semplici. Le persone hanno la non liquidità, la finanza ha la liquidità, e la finanza trae profitto dallo spread fra quelle due condizioni. E ogni spread è un’occasione per guadagnare ancora di più.»
Charlotte mi stava fissando con occhi penetranti come laser. «Si rende conto che sta parlando con il direttore amministrativo dell’Unione proprietari?»

newyorkglobalwarming

(Credit: architecture2030, Ed Mazria, via Inhabitat)

«È quello il suo lavoro?» chiesi, sentendomi di colpo ignorante. L’Unione proprietari era una sorta di impresa privata con supporto governativo per gli affittuari e altra povera gente, e il suo nome mi sembrava esprimere un’aspirazione. Alcuni importanti dati provenienti da essa confluivano nell’IPPL, come parte della valutazione della fiducia dei consumatori.
«È quello che faccio» confermò Charlotte. «Però continui. Cosa stava dicendo?»
«Ecco, un classico esempio del crollo della fiducia è il 2008. Quella bolla era relativa ai mutui, detenuti da persone che avevano promesso di pagare e che non potevano effettivamente farlo. Quando sono risultati insolventi, dovunque gli investitori hanno tagliato la corda. Tutti cercavano di vendere all’istante, ma nessuno voleva comprare. Le persone che hanno venduto allo scoperto hanno guadagnato alla grande, ma tutti gli altri ci hanno rimesso le penne. Le società finanziarie hanno perfino smesso di effettuare pagamenti già contratti, perché non avevano a disposizione il denaro per pagare tutti quelli con cui erano in debito e c’era la concreta possibilità che l’entità che avrebbero dovuto pagare non ci sarebbe più stata la settimana successiva, quindi perché sprecare denaro con quel pagamento, anche se era dovuto? A quel punto nessuno sapeva più se un qualsiasi documento o titolo aveva un qualche valore, quindi tutti hanno perso la testa e sono andati in caduta libera.»
«E cos’è successo?»
«Il governo ha immesso abbastanza denaro da permettere ad alcuni di loro di acquistare gli altri, e ha continuato a immetterne finché le banche non si sono sentite più sicure e hanno potuto riprendere gli affari come al solito. I contribuenti sono stati costretti a pagare per coprire le scommesse perse dalle banche a cento centesimi per dollaro, un accordo che è stato fatto perché i dirigenti della Federal Reserve e del Tesoro provenivano dalla Goldman Sachs e il loro istinto è stato quello di proteggere la finanza. Hanno nazionalizzato la General Motors, una ditta automobilistica, e hanno continuato a gestirla finché non si è rimessa in sesto e ha pagato i suoi debiti. Alle banche e alle grandi ditte di investimento hanno però dato un vero lasciapassare. Poi le cose sono andate avanti come prima, fino al crollo del 2061, con la Prima ondata.»
«E cos’è successo allora?»
«Lo hanno rifatto daccapo.»
Charlotte levò in alto le mani. «Ma perché? Perché perché perché?»
«Non lo so. Perché funzionava? Perché potevano farlo e cavarsela? In ogni caso, da allora è stato come se avessero un modello di cosa fare, un copione da seguire, quindi lo hanno rifatto dopo la Seconda ondata, e adesso potrebbe arrivare la quarta tornata. O quale che sia il numero, perché bolle di questo tipo sono antiche quanto i tulipani olandesi o la stessa Babilonia.»
Charlotte guardò verso i due analisti ritornati. «È esatto?»
I due annuirono. «È quello che è successo» confermò in tono lugubre il più alto.
Charlotte si portò una mano alla fronte. «Ma questo cosa significa? Voglio dire, cosa potremmo fare di diverso?»
Sollevai un dito, godendo di quel mio momento in cui ero un guercio in mezzo ai ciechi. «Potreste far scoppiare la bolla di proposito, dopo aver predisposto una reazione diversa al crollo che ne seguirà.» Puntai verso la città alta il dito che avevo sollevato oltre la mia spalla. «Se la liquidità fa affidamento su un costante flusso di pagamenti da parte di gente comune, come in effetti fa, allora potreste far crollare il sistema in qualsiasi momento voleste facendo sì che la gente smetta di pagare. Mutui, affitti, bollette, debiti studenteschi, assicurazioni sulla salute. Smettete di pagare tutti quanti nello stesso momento. Chiamatelo il Giorno dell’insolvenza del debito odioso, o uno sciopero generale finanziario, o inducete il papa a dichiararlo un Giubileo, cosa che può fare quando vuole.»

(Credit: Literary Hub)

«Ma la gente non si troverebbe nei guai?» chiese Amelia.
«Sarebbero troppi. Non si può mettere tutti in prigione. Quindi, in un senso basilare del termine, il popolo ha ancora il potere. Ha la leva finanziaria a causa di tutte le leve. Voglio dire, lei è a capo dell’Unione proprietari, giusto?»
«Sì.»
«Allora, ci pensi, cosa fanno i sindacati?»
Adesso Charlotte mi stava sorridendo di nuovo, con gli occhi accesi, ed era un sorriso davvero caldo e intelligente.
«Indicono scioperi.»
«Proprio così.»
«Mi piace!» esclamò Amelia. «Questo piano mi piace.»
«Potrebbe funzionare» commentò l’analista più alto, e guardò verso il suo amico. «Tu che ne pensi? Incontra la tua approvazione?»
«Cazzo, sì» dichiarò l’altro. «Voglio ucciderli tutti.»
«Anch’io!» disse Amelia.
Charlotte rise di loro, poi raccolse la tazza e la protese verso di me. Io feci altrettanto con la mia e le urtammo in un brindisi. Entrambe erano vuote.
«Un altro po’ di vino?» suggerì lei.
«È orribile.»
«Devo dedurre che è un sì?»
«Sì.»

 Tratto da New York 2140 di Kim Stanley Robinson
(Fanucci Editore, 2017 – traduzione di Annarita Guarnieri, pagg. 382-385)

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Approfitto del discorso di qualche giorno fa per ripescare dal limbo delle bozze questo articolo che a suo tempo avevo preferito tenere in sospeso e che poi, per un motivo o per l’altro, non avevo più avuto modo, voglia o interesse di riprendere. Vista la convergenza di argomenti, direi che se esiste un momento adatto per riportarlo alla luce, non può essere che questo.

Charlie Jane Anders − sì, ancora lei − pubblicava ormai un anno e mezzo fa un articolo su io9 per raccogliere le segnalazioni di altri illustri colleghi su quali espressioni ciascuno di loro avrebbe voluto veder sparire dal vocabolario. Tra gli interpellati ritroviamo Kim Stanley Robinson, Ken Liu, Madeline Ashby, Ted Chiang, Nalo Hopkinson.

Endless-Tunnel-01

Ultimamente si è molto parlato del valore della critica (costruttiva, distruttiva e quel particolare tipo noto solo in Italia: la “costrittiva“). Nessuno qui si sognerebbe di liquidare ogni critica ricevuta sul proprio lavoro come pretestuosa, inutile, frutto di invidia o di malignità. Ma come scrittori e addetti ai lavori credo che sia tempo che tutti noi ci mettiamo una mano sulla coscienza e capiamo cosa vogliamo fare del genere in cui ci muoviamo. Nel mondo anglosassone è una faccenda ormai acquisita, e infatti viene data per scontata: guardate gli articoli pubblicati sui principali portali dedicati alla fantascienza (lo stesso io9 o tor.com, per esempio) e ditemi quanti interventi fuori tema, o strumentali, polemici o maleducati sono tollerati nello spazio dei commenti. Prendetevi pure qualche giorno per rispondermi, o qualche anno. Oppure fate un sondaggio a campione su due articoli e tornate qui in meno di 2 minuti. Non credo che il risultato cambierebbe: sarà sempre, inesorabilmente, zero. (Quando qualcosa di brutto succede – dopotutto, il rischio è sempre in agguato – fuori dall’Italia vige un sano principio di responsabilità: chi ha sbagliato paga. E infatti è quello che è successo non molto tempo fa fa nel famigerato caso del SFWA bulletin.) Poi diamo un’occhiata a quello che succede sul web italiano, con spazi che andrebbero tutelati e invece sono usati come sfogatoi (mi permetto di prendere la parola in prestito da un romanzo di Francesco Verso) dai soliti ignoti nascosti dietro la confortevole spavalderia di un nickname o da autoproclamati protettori della purezza del genere. Facciamoci un esame di coscienza e ragioniamo insieme su quale metodologia sia più funzionale ed efficace allo sviluppo del genere: il rigore anglosassone o la caciara italiana.

Il discorso può essere allargato ad abbracciare forum, blog e chi più ne ha più ne metta. Leggi il seguito di questo post »

Lo so che l’ultima volta che ho preso il discorso vi ho lasciati promettendovi un post imminente e poi sono trascorsi quasi due mesi. Lo so e me ne rammarico. Le pieghe dello spazio-tempo sanno essere non-luoghi decisamente infidi. È facile smarrire l’orientamento. Ma ogni promessa è un debito e io sono qui per saldare il mio. E spero di farlo con gli interessi, perché come se non bastasse Delos ha appena pubblicato le impressioni di altri italiani presenti alla WorldCon. E per di più Silvio Sosio ha annunciato un reportage ancora più completo sul prossimo numero di Robot. Per quello non vi resta che aspettare. Nell’attesa eccovi le mie considerazioni a caldo, ripescate dal mio blocco note virtuale.

Kim Stanley Robinson discute la corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon

Kim Stanley Robinson discute la corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon

La prima sensazione che hai arrivando all’ExCel di Londra è di essere sbarcato su un pianeta alieno. Solo più tardi scoprirai che l’organizzazione calcola in quasi undicimila unità il numero dei partecipanti alla WorldCon edizione 2014, ribattezzata Loncon3. A prevalere numericamente sono – in maniera abbastanza prevedibile – i padroni di casa e gli statunitensi, che insieme assommano i tre quarti delle presenze, ma qui risultano rappresentati praticamente tutti i membri delle Nazioni Unite: ci sono centinaia di canadesi, australiani, tedeschi, olandesi, francesi e scandinavi; decisamente marginale la partecipazione italiana, che alla fine si attesterà dietro a Irlanda, Israele e Polonia. Non ho dati precisi sulla distribuzione degli iscritti tra le diverse fasce di età, ma se la presenza di veterani è indubbiamente cospicua, non è irrilevante la componente più giovane: soprattutto tra i 30-40 anni, ma numerosi sono anche i ventenni (come sempre più di rado se ne avvistano alle con italiane).

La vitalità si riflette nell’offerta tematica della convention: gli organizzatori hanno cercato di sviluppare un percorso tra le centinaia di appuntamenti in cartellone, modulando gli interventi sulla lunghezza d’onda della diversità. Più tardi, tornato in madrepatria, scoprirò che non tutto è filato liscio come da impressione maturata in prima persona attraverso la trentina di eventi che ho avuto modo di seguire: leggerò resoconti di insolenze da parte dei fan più anziani, legati a una concezione nostalgica del genere e a una possessività territoriale del fandom, e di sgradevoli intemperanze verso le relatrici donne “di colore”, di distorsioni grottesche della nozione stessa di diversità, e ne sarò un po’ sorpreso, ricordando di aver attribuito in almeno una circostanza certi atteggiamenti più alla passione che alla maleducazione.

M. Darusha Wehm, Heidi Lyshol, Jack William Bell, Cory Doctorow e Kim Stanley Robinson discutono i piaceri di un buon infodump

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Jonathan Clements intervista John Clute, uno dei ospiti d’onore della Loncon3

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Ken MacLeod presiede il commovente panel di editori e collaboratori con cui la Worldcon ha reso omaggio al compianto Iain M. Banks, ospite d’onore “ad memoriam”

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Devo comunque ammettere, a onor di cronaca, di stare ancora smaltendo i neutrotrasmettitori mediatori delle ottime sensazioni che la Loncon3 mi ha lasciato addosso.

Il programma ha offerto molti momenti memorabili, impreziositi da contributi di rara eccellenza: Kim Stanley Robinson che disquisisce dottamente della corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon, descrivendo gli effetti di contrazione e dilatazione temporale nei romanzi, non solo di fantascienza; lo stesso Robinson impegnato con Cory Doctorow in una coraggiosa difesa dell’infodump; le interviste agli ospiti d’onore John Clute (critico e storico della fantascienza, oltre che scrittore a sua volta, cofondatore di Interzone e co-curatore della Encyclopedia of Science Fiction) e Chris Foss (autore di tante memorabili illustrazioni che dalle copertine hanno conquistato alla fantascienza generazioni intere di nuovi lettori); gli interventi commemorativi dedicati al grande Iain M. Banks, purtroppo prematuramente scomparso lo scorso anno, e alla disamina critica della sua opera; interventi incentrati sulla scienza e sul territorio di confine con il nostro genere, dal volo stellare (con contributi embedded come quello atteso e seguitissimo di Alastair Reynolds) alla biologia speculativa (con il fondatore della disciplina Dougal Dixon in persona). Senza trascurare la politica (con Charles Stross a fare la parte del leone) e la cosiddetta World SF, con preziose testimonianze da parte di autori non di madrelingua inglese ma che sono riusciti a conquistarsi un posto nel mercato anglofono (un nome su tutti, la francese di origini vietnamite Aliette de Bodard).

Lord Martin Rees, astronomo reale, intrattiene un auditorium gremito sulle prospettive spaziali di un futuro postumano

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Fila per l’intervento di Alastair Reynolds sui futuri sviluppi del volo interstellare. Molti di noi resteranno fuori quando gli addetti alla sicurezza dovranno chiudere le porte per sopraggiunti limiti della capienza della sala

Fila per l’intervento di Alastair Reynolds sui futuri sviluppi del volo interstellare. Molti di noi resteranno fuori quando gli addetti alla sicurezza dovranno chiudere le porte per sopraggiunti limiti della capienza della sala

Ho sempre concepito la fantascienza come un laboratorio del futuro, un banco di prova per le idee, un ambiente di test in cui simulare gli effetti dei nostri timori e delle nostre speranze. In quest’accezione, la SF/F diventa per estensione una sorta di versione da banco – se non proprio tascabile – del mondo in cui viviamo, in cui è possibile testarne gli sviluppi futuri. Dalle voci ascoltate alla Loncon3 ho avuto modo di apprezzare la grande fiducia con cui, pur in un periodo di crisi mondiale, paesi emergenti come Singapore, Filippine e Lituania, letterature post-coloniali (Sud Africa, Sud Est Asiatico, Caraibi), tigri (India) e dragoni (Cina), rivelano una visione antitetica rispetto al pessimismo diffuso nei paesi occidentali. Non voglio inciampare nel luogo comune della contrapposizione tra una fantascienza ottimista e una fantascienza pessimista, ma è innegabile che schiere sempre più numerose di autori esterni al kernel anglosassone, agevolati dall’inglese come lingua franca, da qualche anno si stanno affacciando sui mercati occidentali, guadagnando un’attenzione crescente e facendosi portatori di un approccio (tematico, stilistico) al genere profondamente segnato dalle rispettive esperienze “locali”. È il primo effetto evidente della globalizzazione che nei prossimi decenni ridisegnerà le mappe con cui ci siamo orientati finora. I nuovi autori non anglo-americani guardano al futuro della fantascienza con grande slancio, ottimismo e speranza, ritenendola la dimensione ideale per interpretare le onde di cambiamento che attraversano i rispettivi contesti politico-sociali-produttivi nazionali: è da qui che probabilmente arriveranno le prossime spinte rivoluzionarie, in grado di spostare il baricentro geografico (ma non solo) del genere.

Di fronte al tumulto che si annuncia, i paesi in continua decadenza della Vecchia Europa continentale fanno da spettatori. E se non se la passano bene Germania e Francia, figurarsi l’Italia! Il nostro è forse il caso più emblematico: se l’interesse per la fantascienza riflette lo slancio di un paese verso il futuro, probabilmente è il momento di smettere di interrogarci sulla morte della fantascienza e cominciare piuttosto a farci qualche domanda sul futuro (culturale, sociale, economico e politico) del paese in cui viviamo.

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