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Se l’universo pullula di vita, dove si sono cacciati tutti? Se lo chiedeva già Enrico Fermi, formulando quello che sarebbe divenuto uno dei paradossi più popolari del secolo scorso, benché forse apocrifo. E qualche anno dopo Frank Drake  provava a sistematizzare il problema ricorrendo all’eleganza della matematica. Sullo strano silenzio che sembra regnare nel nostro cielo si è a lungo discusso e si è scritto molto. Sono state formulate numerose ipotesi e scritti ottimi libri, non ultimo il testo di Paul Davies che non mi stancherò mai di citare. Ne abbiamo parlato.

Cosmic_Loneliness

Ma adesso dalle colonne di io9 George Dvorsky lancia una provocazione. Suggerisce di considerare l’ipotesi a cui nessuno vuole credere. E allora consideriamola anche noi. Riflettiamoci un momento. Eccola: forse, se non abbiamo ancora intercettato segnali di attività da parte di civiltà extraterrestri, non è perché i nostri vicini cosmici si stiano nascondendo. Forse non è in atto nessun piano di elusione della comunità galattica nei confronti degli arretrati/potenzialmente-pericolosi/insignificanti/accidentalmente-dannosi/noiosi abitanti della Terra. Forse, se finora non abbiamo trovato tra le stelle tracce di vita intelligente e tecnologicamente progredita, è semplicemente perché lì fuori non c’è nessuno. Perché siamo soli. Punto.

Siamo l’eccezione. E questa è la consapevolezza terminale, l’ultima verità che dobbiamo accettare.

Magari c’è vita, là fuori, ma non è vita senziente. Forse, per citare Rustin Cohle (e Thomas Ligotti), “human consciousness is a tragic misstep in evolution“. Siamo solo un errore di programmazione. Un passo falso nel cammino dell’evoluzione.

Oppure c’è vita là fuori, e come noi si è appena sollevata dal fango in cui finora ha strisciato e sta muovendo i primi passi sulla scala dell’evoluzione tecnologica. E come noi ha i millenni contati per originare una civiltà tecnologicamente avanzate (ATC), prima di essere spazzata via dal prossimo cataclisma cosmico in forma di gamma-ray burst. Magari, uno scarto tecnologico di qualche secolo ci separa dai nostri vicini, che resteranno invisibili ai nostri tentativi di rilevamento solo per l’intervallo necessario a colmare questo gap.

Oppure spingiamoci oltre. Consideriamo pure l’ipotesi più estrema di tutte. Il terzo tipo di solitudine: là fuori non c’è niente ad aspettarci. Niente.

Perché tutto ciò che interessa a chi sta facendo girare questo universo è confinato qui sulla Terra, o comunque è da qui che prende origine. E non è detto che il demiurgo di questa realtà sia necessariamente un’entità maligna. Il nostro potrebbe essere sì un universo simulato, ma avere comunque uno scopo ben definito. Uno scopo che obbliga i suoi costruttori a simulare con la massima risoluzione solo una minima parte del vero universo, mentre per il resto possono limitarsi a un’approssimazione e risparmiare potenza di calcolo. E allora ecco che lo spazio al di là dei confini del sistema solare, al di fuori della nostra portata, si riduce a un ologramma vuoto e silenzioso, mosso solo dall’applicazione delle leggi fisiche di base. Nessun personaggio in attesa, là fuori. Nemmeno l’ombra di qualche NPC

Il gioco è tutto per noi e ci tocca giocare la nostra partita da soli. A voi la prossima mossa.

Viviamo tempi interessanti, malgrado tutto. Basti pensare che le nostre stime basate sui dati sperimentali rivedono al rialzo – ogni giorno che passa – le probabilità sulla diffusione della vita nell’universo e di conseguenza sulla possibile presenza di civiltà extraterrestri. Per esempio, date un’occhiata a questo simpatico esercizio matematico di George Dvorsky con la famosa equazione di Drake. Lo stesso Dvorsky elenca 14 modi in cui potremmo rilevare tracce della presenza di intelligenze extraterrestri e un esame approfondito delle stesse si può trovare anche in Uno strano silenzio, un testo fondamentale sull’argomento a firma di Paul Davies, direttore della divisione del SETI incaricata di gestire un eventuale primo contatto con gli alieni (Post-Detection Science and Technology Taskgroup). Ne parlavo anche in quest’occasione, a proposito di Terminal Shock.

Dyson Sphere by Eburacum45

Nello stesso libro viene anche illustrato un ipotetico scenario nel caso venga rilevata la presenza di un’altra forma di vita intelligente nello spazio, e sempre su io9 vengono ricapitolati i precedenti storici in cui siamo andati più vicini a credere di essere ormai sul punto di farlo. Falso allarme o meno, è probabile che al giorno d’oggi l’annuncio by-passerebbe il protocollo del SETI finendo rimbalzato da Twitter direttamente sui social network e di qui nelle agenzie di stampa, nelle redazioni e negli uffici delle unità di crisi del mondo intero. Ma poi cosa ci dovremmo aspettare?

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English: Portrait of R. Maurice Bucke Deutsch: Portrait of R. Maurice Bucke (Photo credit: Wikipedia)

Ecco, secondo un recente studio di Gabriel G. de la Torre, neuropsicologo dell’Università di Cadice in Spagna, condotto attraverso un questionario diffuso tra 116 studenti americani, spagnoli e italiani, non c’è da aspettarsi il meglio. Il quadro che emerge dalla ricerca è infatti piuttosto desolante e denuncia una preoccupante mancanza di quello che Richard Maurice Bucke, eminente psichiatra canadese di fine XIX secolo, definì come consapevolezza cosmica: una forma di consapevolezza della vita e dell’ordine dell’universo che nasce da un modo “interconnesso” (sic!) di vedere le cose, che Bucke riscontrava in rarissimi casi nella sua epoca e auspicava che l’umanità avrebbe raggiunto in futuro.

This consciousness shows the cosmos to consist not of dead matter governed by unconscious, rigid, and unintending law; it shows it on the contrary as entirely immaterial, entirely spiritual and entirely alive; it shows that death is an absurdity, that everyone and everything has eternal life; it shows that the universe is God and that God is the universe, and that no evil ever did or ever will enter into it; a great deal of this is, of course, from the point of view of self consciousness, absurd; it is nevertheless undoubtedly true.

A distanza di oltre un secolo dalle considerazioni di Bucke, lo studio di de la Torre fa il punto sullo stadio evolutivo

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English: Microwave window as seen by ground based radio astronomy (Photo credit: Wikipedia)

raggiunto dall’umanità, riscontrando che purtroppo, malgrado l’era della comunicazione globale in cui viviamo, non sembrano essere stati compiuti significativi passi in avanti nella maturazione di una consapevolezza cosmica. Molti fattori collegati a temi di ordine universale continuano invece a essere ricondotti a un ordine superiore legato alla sfera religiosa piuttosto che alle acquisizioni raggiunte in campi come l’ecologia o la cosmologia. In termini spicci, siamo poco più avanti dei nostri antenati scesi dagli alberi… E un eventuale primo contatto alieno è facile che scateni ondate di isteria di massa e caos su scala globale, piuttosto che un pacifico e illuminato rinascimento di stampo positivista.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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