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Ho provato a capirci qualcosa e, malgrado tutto, continuo a provarci. Davvero. Ho letto e ascoltato più che ho potuto negli ultimi undici giorni, cercando di intercettare tutti gli scampoli di un’informazione spesso frammentata, perché le notizie da una zona di guerra – e da questa zona di guerra in particolare, pressoché isolata dal resto del mondo e consegnata alle truppe d’invasione, non fosse per i pochi giornalisti che stanno rischiando la loro pelle per raccontarci quel che succede – sono per loro natura schegge, a meno che non abbiano la necessità di costruire una narrazione per offuscare la verità, ma continuo a non capire. Tante, troppe cose sfuggono alla mia comprensione, e alcune sconfinano nella metafisica.

Tra queste, l’invocazione alla resa dell’Ucraina che attraversa la mia bolla. Un auspicio che si ammanta delle sfumature più svariate, che si appella alle ragioni più disparate: il nostro interesse economico, il male minore per gli ucraini, le colpe della NATO, e via di questo passo. In pochi, audaci, spericolati, arrivano a celebrare Putin e le sue legittime pretese, ma ci sono pure loro, come se parlassero russo, vivessero a Mosca e si cibassero solo di propaganda di regime – miracoli di questi tempi pericolosi e bui!

E provo a mettermi nei panni di chi si augura la capitolazione veloce di Kyiv, ma davvero non ci riesco. Perché stiamo parlando della vita di 44 milioni di persone, ma anche se fossero solo 44 sarebbero comunque otto in più dei Lamed Wufnik di Jorge Luis Borges – otto in più, insomma, di quanti dovremmo essere disposti a perderne non per amore del prossimo, ma di noi stessi – e dall’inizio dell’invasione sono già migliaia i civili uccisi dalle bombe, dai proiettili, o semplicemente dagli stenti, dalla mancanza di cure adeguate, dall’esaurimento delle medicine, dal collasso degli ospedali (e non dimentichiamoci che l’Ucraina è stata colpita nel pieno della sua quinta ondata pandemica e con appena il 34% di vaccinati). 44 milioni di persone, con una loro storia solo in parte condivisa con i vicini russi, e basta leggere mezza pagina su Lviv e la Galizia per capirlo (se ne trovano di ben fatte anche su Wikipedia). 44 milioni di ucraini, senza cibo, senza acqua potabile, senza riscaldamento e ormai in gran parte anche senza elettricità, che abitano un territorio grande il doppio dell’Italia, su cui da quasi due settimane marciano i battaglioni di un esercito nemico, scaricando tonnellate di bombe sulla popolazione civile e organizzando carneficine o deportazioni con la scusa del cessate il fuoco e dei corridoi umanitari.

Credit: Il Post.

Quindi mi sfugge come si possa desiderare che gli ucraini, in più di un milione e mezzo già costretti a fuggire all’estero nella più grave catastrofe umanitaria della storia recente, lasciando le proprie case (o quel che ne rimante), separandosi dai propri cari costretti a restare, a organizzare una resistenza disperata per lo più incentrata, vista la sproporzione tra le forze in campo, su approssimativi piani di guerriglia urbana, possano accettare di cedere di buon grado non solo la loro terra e la loro identità di popolo, ma anche le legittime aspirazioni ad autodeterminarsi come popolo, a scegliere i propri rappresentanti politici, a salvare le proprie istituzioni, nel nome del male minore. Come se riuscissimo a dare per scontato che il male minore si risolva in una pacifica convivenza, quando invece lo scenario più probabile in caso di cacciata di Zelensky e insediamento di un governo collaborazionista non potrà che essere, per tutte le ragioni sopra elencate, una lunga guerra civile. E abbiamo già visto in Cecenia questo che cosa significhi, o ce lo siamo tutti già dimenticati?

Non pretendo di avere la formula magica per uscire da questo vicolo cieco, siamo tutti intrappolati nell’ennesima zona morta, ma come dicevo una settimana fa dipenderà dalla strategia che decideremo di seguire che dipenderà il nostro futuro. Purtroppo, la prima persona plurale è solo un artificio retorico, perché in realtà sappiamo tutti che nessuno di noi giocherà davvero un ruolo nelle decisioni che ci porteranno in guerra contro Putin oppure ci terranno alla finestra mentre si consuma il più vile atto di aggressione internazionale che si ricordi dal 1939 a oggi. Ma se c’è una speranza di favorire una spallata al regime che schiaccia Mosca non può che passare per una No-Fly Zone: con tutti i rischi che comporta, ma con il possibile vantaggio di non coinvolgere nel conflitto armato i civili russi. Non è un auspicio, ma una settimana fa non credevo possibile che paesi abituati a seguire le proprie agende, a tutelare prima di tutto i propri interessi di parte, potessero trovare un accordo su sanzioni così dure come quelle che sono state adottate. E non sono il solo ad aver notato il carattere di imprevedibilità che la crisi si sta portando dietro. Quindi non possiamo fare altro che seguire l’evolversi della situazione.

PS: Mi sono sforzato di evitare il parallelo per non scadere nella reductio ad Hitlerum che minerebbe l’intero discorso, ma non posso fare a meno di chiedermi in cosa consistano le differenze tra l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste e l’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin. Anche all’epoca ci saremmo appellati alla neutralità nel nome di una guerra veloce e del superiore interesse della nostra economia? Anche con la consapevolezza di quanto accaduto dopo, saremmo stati disposti a chiudere entrambi gli occhi?

PPS: Sono d’accordo con chi dice che la Terza Guerra Mondiale è già cominciata, se non altro perché non si vedono ragioni, dopo gli annunci ad allargare la sfera d’influenza russa dei giorni e dei mesi scorsi, perché Putin debba accontentarsi dell’Ucraina e risparmiare un trattamento analogo ad altri paesi «dissidenti» della sfera ex-sovietica (repubbliche baltiche in primis) da sigillare nell’orbita di una Mosca neozarista. Ma proprio come non dovremmo invocare la resa dell’Ucraina, non dovremmo nemmeno caricare sulle spalle degli ucraini il fardello dell’ultima difesa del mondo occidentale. Perché a resistenza sconfitta la trappola logica e morale del male minore risulterà smascherata, ma sarà anche troppo tardi per porvi efficacemente rimedio.

L’invasione russa in Ucraina, iniziata nella notte del 24 febbraio, non è certo arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma in tutta onestà in pochi (anche tra gli analisti più attenti e meglio informati) si aspettavano che le tensioni in aumento nelle ultime settimane, con l’accumulo di truppe ai confini ma soprattutto al culmine di un processo di rafforzamento e specializzazione dell’esercito portato avanti per anni, potessero nel 2022 portare a uno strappo storico come una guerra “tradizionale” sul suolo europeo. Invece gli eventi hanno preso la piega peggiore e da più di 48 ore ci troviamo incollati a reti all-news e liveblog, in attesa spasmodica di notizie, dapprima sull’avanzata russa dai tre fronti aperti, poi su quella che probabilmente entrerà nei libri come la battaglia di Kyiv.

La sorpresa dell’attacco di Vladimir Putin e del suo Stato Maggiore si può arrivare a giustificare solo nei termini di una guerra lampo, come peraltro sembrava essere stata preparata schierando circa trentamila soldati delle divisioni dell’esercito russo in Bielorussia, con il pretesto di un’esercitazione congiunta protrattasi fino a pochi giorni prima dell’inizio delle manovre sul territorio ucraino. Ma il bersaglio mancato dell’aeroporto di Hostomel, 30 km a nord-ovest di Kyiv, ritenuto strategico per attivare un ponte aereo con la Russia e facilitare lo sbarco di ulteriori truppe alle porte della capitale, inizialmente preso dai soldati russi ma subito dopo riconquistato dall’esercito ucraino, ha rappresentato il primo segnale di una resistenza più dura di quella che si sarebbero attesi Putin e i suoi generali.

I messaggi lanciati nel frattempo dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky (figura tragicomica che con la sua fermezza ha però accresciuto incommensurabilmente la propria statura politica nelle ultime ore), l’esempio dato dai suoi soldati contro la soverchiante potenza militare russa (da consegnare immediatamente alla memoria l’epica risposta delle tredici guardie di frontiera di stanza sull’Isola dei Serpenti alla nave da guerra che gli intimava la resa: “Nave da guerra russa, vai a farti fottere!“), persino l’ascolto inatteso ottenuto dagli appelli di Zelensky presso la popolazione civile russa, con un allargamento delle proteste a sfidare la repressione del regime, prima ancora dei pacchetti di sanzioni minacciati o disposti da USA e UE stanno complicando non poco i piani di Mosca.

KYIV, UKRAINE – FEBRUARY 24: A night view of Kyiv as the Kyiv mayor declared a curfew from 10pm to 7am on February 24, 2022 in Kyiv, Ukraine. Overnight, Russia began a large-scale attack on Ukraine, with explosions reported in multiple cities and far outside the restive eastern regions held by Russian-backed rebels. (Photo by Pierre Crom/Getty Images)

Per questo l’invito di ieri di Putin alle autorità militari ucraine affinché deponessero i vertici di Kyiv (insistiamo con la grafia ucraina per ottime ragioni), più che una precondizione a intavolare un negoziato per la tregua in realtà, è sembrato in realtà un tentativo fin troppo frettoloso di subappaltare il lavoro sporco agli ucraini stessi. È un primo segno di impazienza, da parte di un leader solitamente ritenuto freddo e calcolatore, ma che potrebbe trovarsi costretto a reprimere un dilagante dissenso interno proprio mentre è maggiormente esposto sul fronte internazionale. La propaganda di questi giorni maschera solo in parte le difficoltà a cui sta andando incontro Putin, sospinto da una smodata ambizione personale che nel tempo ha trovato terreno fertile nelle aspirazioni egemoni del nazionalismo russo.

Se la figura luciferina di Putin il “decomunistizzatore“, il riunificatore, sarà consegnata alla storia come quella dell’ultimo zar della vecchia era o invece come quella del primo zar di una nuova Grande Russia, sarà l’esito della battaglia di Kyiv a deciderlo. Ma impareremo molte più cose sul futuro che ci aspetta osservando il modo in cui Europa, USA e soprattutto Cina decideranno di rapportarsi a un’aggressione criminale che non ha precedenti nella storia degli ultimi trent’anni. E i primi segnali non sono purtroppo incoraggianti.

Pochi giorni fa mi sono imbattuto per caso in questo articolo che descrive gli effetti di una tendenza in atto da anni in Africa centrale, vale a dire la concessione dei diritti di sfruttamento sulle proprie risorse naturali accordata dai governi locali, tipicamente corrotti, alle multinazionali cinesi. Le royalties derivanti dal settore minerario basterebbero a migliorare le condizioni di vita della popolazione della Repubblica Democratica del Congo, che per oltre la metà vive sotto la soglia di povertà, ma invece finiscono intercettate da funzionari e signori della guerra che esercitano una forma di controllo feudale sulle regioni interne. Altri articoli che approfondiscono la situazione possono essere letti qui e qui. Oggi è ancora il cobalto che va per la maggiore, ieri era il coltan (da cui estrarre niobio e tantalio), domani potrebbero essere uranio o rame o chissà cos’altro.

Comunque, siccome si sente spesso ripetere come la fantascienza non sia sul pezzo, come si lasci superare dalla realtà troppo facilmente o finisca per invecchiare prematuramente, ecco, per l’ennesima volta, mi piace constatare come il fronte d’onda della storia non si sia ancora lasciato indietro questo mio timido tentativo di estrapolazione sulle conseguenze che un simile trend potrebbe produrre sugli assetti geopolitici del continente africano.

Quello che segue è un brano estratto dalla parte centrale di Karma City Blues, che potrete trovare a Strani Mondi il prossimo 12 e 13 ottobre. Ed è da qui che parte l’effetto domino che condurrà agli eventi narrati nel romanzo.

– Katanga, 2061 – lessi di nuovo ad alta voce. – Cosa vuol dire?

– Il Katanga nel 2061 – rispose il costrutto. – Uno dei numerosi stati indipendenti emersi dal serbatoio di instabilità politica e demografica dell’Africa centrale. E il Katanga è il cuore dell’Africa. Il cuore di tenebra dell’Africa. Quando proclamò la secessione da Kinshasa sul finire degli anni ’30, il Katanga era già la provincia più ricca della Repubblica Democratica del Congo, possedendo i maggiori giacimenti di rame, cobalto e niobio del pianeta e una varietà mineraria che spaziava dall’oro allo stagno all’uranio, ma gran parte della sua popolazione viveva in condizioni di estrema povertà. Il prezzo da pagare per l’indipendenza fu un costo umano stimato tra i trecento e gli ottocentomila morti tra la popolazione civile del paese, sommando catastrofe umanitaria a catastrofi umanitarie precedenti. Solo per limitarci ai dieci anni antecedenti, per esempio, un’ondata di disperati, in fuga dalle milizie armate di etnia Hutu che erano sconfinate dal Ruanda e dall’Uganda nel nord-est del Congo, attirate dalle riserve di tantalio della regione, era stata spinta verso sud. Oltre due milioni di rifugiati, richiamati dalle promesse di ricchezza del Katanga, si erano riversati alle porte della capitale Lubumbashi e avevano trovato accoglienza nel più grande campo profughi del continente, uno slum che occupava metà della città vera e propria. In queste condizioni, il governo indipendentista trovò una soluzione sbrigativa ed efficace per convertire il problema in opportunità. I profughi dell’Haut-Zaire vennero sfruttati per fornire manodopera a basso costo ai veri padroni del paese: il consorzio cinese Zhongzhen Amalgamated Industries, che alla fine della guerra aveva rilevato la quota di maggioranza della KMC, l’ex-compagnia di stato attraverso cui il governo secessionista gestiva i giacimenti di materie prime strappati al controllo di Kinshasa.

– Grazie per la lezione di storia e geografia. Ma cosa c’entra il Katanga con una cartolina delle Cascate Vittoria? Lo Zambesi non mi pare tocchi il Katanga, ma potrei ricordare male.

– Nel 2061 un guasto ai PLC della centrale di Kariba, sul fiume Zambesi, al confine tra Zambia e Zimbabwe, fu la causa della più grave catastrofe ambientale nella storia africana. Quell’inverno le precipitazioni erano state abbondanti in tutto il bacino dello Zambesi e, nonostante i gestori della diga avessero deciso di lasciar defluire gran parte dell’acqua in eccesso senza forzarla nelle condotte della centrale elettrica, si calcola che il lago di Kariba raddoppiò in pochi mesi la propria superficie. L’accresciuta portata dello Zambesi investì in pieno il bacino di Cabora Bassa, più a valle, e l’onda d’urto fu tale da distruggere il principale impianto idroelettrico del Mozambico, con il risultato di lasciare al buio mezzo Sudafrica.

– Molto interessante. Ma non vedo dove voglia andare a parare questa conversazione, in tutta onestà.

– Solo perché ti mancano ancora degli elementi – osservò con tono di sufficienza la scatola. – E io sono qui per darteli.

– Molto gentile da parte tua.

– Fin dal dopoguerra il Sudafrica è stato uno dei principali partner economici del governo centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le esportazioni di materie prime su cui si regge tutta l’economia di Kinshasa, la tutela dei comuni interessi nell’area, non ultima la resistenza all’avanzata cinese e russa in Africa, hanno sancito un’alleanza simboleggiata dal faraonico progetto della Grande Inga, la più grande centrale idroelettrica al mondo, in grado di sfruttare il volume medio di circa 40.000 m³/s delle cascate Livingstone per generare oltre 40 GigaWatt di potenza. E la Grande Inga è stata anche una risposta geopolitica del Blocco dei Paesi Non Allineati al TAP e all’operazione Desertec nel Maghreb, oltre che alle strategie di penetrazione perseguite da giganti come Cina e Russia, attraverso la protezione politica, il land grabbing o le forniture militari. La Grande Inga intercetta le acque nel basso corso del fiume Congo, un centinaio di chilometri a sud-ovest di Kinshasa, praticamente al termine di un percorso di 4.700 chilometri, con un bacino idrografico grande quasi quanto l’Europa. E nel 2061, proprio mentre lo Zambesi risentiva delle piogge insolitamente copiose, dall’altra parte dello spartiacque il Congo viveva il suo periodo di minimo storico, con una riduzione della portata media di oltre il venti percento.

– Quindi?

– Quindi, si dà il caso che il tuo vecchio socio abbia scoperto che fine avesse fatto tutta quell’acqua. E, cosa ancor più interessante, chi fu l’ideatore e artefice del piano che mise in ginocchio in un colpo solo le due potenze dell’area. Motivo per cui ha deciso di sparire dalla circolazione, lasciandoti in eredità questa copia di sé in forma di oracolo digitale. Un prodotto di bassa tecnologia, non accessibile dalla rete in nessun modo. Adesso il quadro si sta facendo più chiaro?

L’articolo pubblicato dall’AGI cita anche una frase del dittatore Mobutu: “Quello che c’è sotto terra è mio, quello che si muove sulla terra è mio, quello che c’è nelle acque è mio, quello che vola nel cielo è mio“. Parole che potrebbero adattarsi a una delle forze invisibili che mettono in moto gli eventi di Karma City Blues.

Come sa chi la frequenta con una certa assiduità, la missione della fantascienza non è tanto di provare a prevedere il futuro, esercitando facoltà divinatorie di cui i suoi scrittori non sono affatto più dotati rispetto ai colleghi di altri generi, quanto piuttosto quella di parlarci di noi, qui e ora, come potremmo essere visti attraverso una prospettiva storica che inevitabilmente ci porta a guardarci indietro dal futuro. L’estrapolazione delle coordinate attuali fa parte del gioco, ma non ne è l’essenza, né tanto meno ne rappresenta lo scopo ultimo. Piuttosto, attraverso l’elaborazione di scenari e l’allestimento dell’equivalente letterario di un esperimento scientifico, il genere ci consente di mettere in pratica – con economia di mezzi – una forma di ricerca, in cui l’oggetto ultimo è il destinatario stesso della conoscenza: l’essere umano, preso in sé o inserito nel contesto storico della nostra contemporaneità.

Una conseguenza delle caratteristiche del genere, tuttavia, è che chi scrive fantascienza deve prima o poi confrontarsi con una situazione singolare, che viene a verificarsi nel momento in cui la storia lo mette davanti al risultato delle sue estrapolazioni oppure allo scenario alternativo maturato in seguito allo svolgimento del nastro della storia. È un discorso che si ricollega idealmente alle riflessioni sul futuro che ci siamo persi per strada, in particolare alla percezione/consapevolezza generale del futuro. Il 2019 è un anno cruciale in tal senso: come il 2001, ma in una certa misura più del 2001 di Kubrick, rappresenta uno snodo cruciale nel nostro immaginario connesso al futuro. Non abbiamo i replicanti e nemmeno le colonie extra-mondo, ma non è detto che questo sia necessariamente un male (in fondo, la martellante insistenza propagandistica del programma coloniale governativo mi ha sempre ispirato una certa diffidenza).

Quello che abbiamo sono invece: a. legioni di utenti zombie sui social network, usati per condizionare l’opinione pubblica in favore di questo o quel personaggio, e in ultima istanza a vantaggio di una superiore agenda politica; b. elettrodomestici smart infettati da malware per reclutarli in botnet con cui sferrare attacchi DDoS di portata planetaria; c. disperati in fuga dai loro paesi trattati come comparse di uno spot nemmeno più originale, in una campagna elettorale eterna e senza confini; d. la tragicommedia di intere nazioni che per secoli sono state pilastri della civiltà occidentale tenute in ostaggio dalla pantomima dei loro governi legittimamente eletti, da una parte; e. dall’altra, le manovre di una superpotenza militare che non esita a ricorrere a tutte le armi messe a sua disposizione dalla tecnologia per condizionare la vita politica delle nazioni di cui al punto precedente; f. la farsa della nazione più potente al mondo incastrata sotto il tallone di ferro di un Manchurian Candidate; g. come possibile effetto del combinato disposto dei precedenti due punti, la sospensione del trattato INF per la non proliferazione delle armi nucleari; h. l’intensificarsi dei fenomeni catastrofici direttamente legati alle dinamiche dei cambiamenti climatici (ondate anomale di caldo, incendi, siccità, inondazioni, etc.), sufficienti per scriverci sopra un’intera enciclopedia di fantascienza apocalittica, altro che tetralogia ballardiana degli elementi. E fermiamoci pure qua.

Il futuro, insomma, è arrivato ed è tutto intorno a noi, anche se non è esattamente il futuro che avevamo in mente quaranta, venti o anche solo dieci anni fa, a cui forse somiglia in maniera pur vaga negli aspetti peggiori, se solo non fosse che proprio questi aspetti peggiori sembrano portati alle loro conseguenze estreme, imprevedibili a chiunque.

Da scrittori di fantascienza abbiamo quindi sbagliato? E, se è così, dove abbiamo sbagliato?

Gli scrittori di fantascienza devono tenere le loro antenne ben sintonizzate sul presente, per poter estrapolare futuri se non impeccabili almeno attendibili, abbastanza da risultare efficaci e non interrompere la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma non devono mai dimenticare di tenere in debita considerazione anche il passato. Per esempio, appena dieci anni fa, all’inizio di una crisi da cui non siamo ancora del tutto venuti fuori, già sembravamo in grado di mettere in prospettiva gli anni del terrore che avevano caratterizzato le due amministrazioni Bush e che oggi, a fronte dell’inedito mix di incompetenza, negligenza, affarismo e avventurismo rappresentato dall’amministrazione americana in carica, ci sembra quasi di ricordare come anni tranquilli e tutto sommato ancora a modo loro normali.

Le vicissitudini dello scorso decennio sono state la conseguenza dell’attacco sferrato all’Occidente da parte di un’organizzazione terroristica di stampo islamico allevata dagli stessi USA fin dagli anni ’80 per contenere l’espansionismo sovietico. Questo decennio si chiude invece con un fantoccio in carica a Washington grazie alla più assurda macchinazione politica che si sia mai vista in una democrazia occidentale: non dovremmo sorprenderci se l’obiettivo del Cremlino non fosse altro che rimuovere il vincolo del trattato che impediva l’escalation nucleare per meglio potersi muovere nella prospettiva degli anni di instabilità geopolitica e disordini crescenti che ci attendono, a partire dall’approssimarsi di una Brexit in condizioni di no deal. Peggio sarebbe se ancora non avessimo visto tutti gli effetti più deleteri del piano russo…

Siamo usciti vivi dagli anni Zero, con qualche ferita in più riusciremo a sopravvivere anche a questi anni ’10. A patto però di continuare a scrutare nel buio che a volte sembra avvolgerci, chiudendo qualsiasi possibilità di proiezione, qualsiasi prospettiva di alternativa, dietro la cortina di ferro di un futuro a zero dimensioni, come piace immaginarlo a quelli che sono i nostri veri avversari.

La fantascienza è un lago e gli scrittori di fantascienza sono dei villeggianti che trascorrono il tempo a passeggiare sulle sue sponde: ogni volta che si siedono davanti a una tastiera, lanciano una pietra in acqua. Le onde che si generano tornano indietro sulla riva e trovano lo scrittore ogni volta più avanti, in una posizione diversa. Prima di lanciare il sasso, lo scrittore prova a farsi due conti e cerca di anticipare dove lo raggiungerà il fronte d’onda che scaturirà dall’impatto con l’acqua. I suoi calcoli sono approssimazioni, i suoi passi influenzati dalle condizioni di un terreno che non conosce. Ma la cosa fondamentale, è che lo scrittore di fantascienza si interroga sulle conseguenze. Volente o nolente, dovrà farlo in ogni caso: è una delle regole non scritte del gioco.

Esattamente dieci anni fa concludevo uno dei mie interventi sul Blog di Urania, che all’epoca avevo il piacere di amministrare sotto la guida di due maestri del fantastico e della speculative fiction in senso lato come Sergio Altieri e Giuseppe Lippi, con questa chiosa:

[…] ancora una volta le conseguenze dell’atto di immaginare il futuro potrebbero incidere sulla distribuzione delle probabilità tra i futuri possibili. E la fantascienza, continuando a essere chiamata in causa per parlarci attraverso l’immagine del futuro dei cambiamenti che hanno luogo attorno a noi, non può ancora permettersi di prescindere dalle conseguenze.

Non è ancora tempo di fermarsi. Ogni lancio ha un grande potere: può disinnescare un futuro peggiore. Ora più che mai, gli scrittori di fantascienza devono continuare a lanciare pietre nell’acqua. Nessuno di noi può permettersi di rinunciare alle conseguenze.

La gestazione di Karma City Blues è stata lunga: tra una revisione e una riscrittura e un’altra revisione – e così via per quattro o cinque volte – ci sono voluti oltre dieci anni tra mettere giù la prima parola e arrivare alla sua pubblicazione. Ho voluto raccontare i retroscena del making of in una nota pubblicata in appendice all’e-book, quindi non mi soffermerò oltre su quali sono stati i passaggi che il romanzo ha dovuto attraversare. Voglio però spendere due parole su una bizzarra corrispondenza di cui mi sono accorto solo dopo aver dato alle stampe il romanzo.

Ho iniziato a scrivere KCB subito dopo aver pubblicato Sezione π², per potermi cimentare di nuovo con il mondo che avevo costruito senza il peso dei suoi personaggi, quasi come banco di prova prima di passare a lavorare a un seguito vero e proprio. Dieci anni sono curiosamente gli anni che intercorrono tra la pubblicazione dei due titoli e anche tra le storie che raccontano. Sezione π² aveva infatti luogo nell’arco di un paio di settimane nel novembre del 2059, mentre è il 23 marzo 2069 quando Rico Del Nero si risveglia sotto l’identità di copertura di Lorenzo Roi. “Time is a flat circle“, rubando la battuta a Rustin Cohle. Non possiamo farci niente, e neanche Rico Del Nero, che cercherà di riannodare i fili spezzati otto anni prima per portare a galla una verità sepolta nel suo passato, scomoda soprattutto per lui.

Dieci anni non trascorrono invano. Sono più di un quarto degli anni che mi porto sulle spalle e quasi due terzi del tempo trascorso da quando ho cominciato a misurarmi seriamente con la scrittura. Quindi sicuramente KCB contiene un bel po’ di trucchi del mestiere appresi nel frattempo, che ai tempi del mio romanzo d’esordio non potevo nemmeno immaginare. Ma racchiude anche la maggiore esperienza accumulata come lettore (secondo le statistiche del mio profilo Anobii, corrispondono in effetti a 470 tra libri e fumetti), come spettatore (qui non ho cifre precise, ma dodici anni fa guardavo pochissime serie TV, mentre ormai la mia dieta da spettatore è monopolizzata dalla narrazione seriale), come essere umano (nel 2007 ero entrato da poco più di un anno nel mondo del lavoro).

E dieci anni non trascorrono invano nemmeno per il mondo. Se nel 2008, l’anno della prima stesura di KCB, gli USA eleggevano Barack Obama loro 44esimo presidente, non credo serva ricordare i tanti capricci che ci siamo presi il lusso di toglierci nel frattempo come specie e come civiltà. Ma lasciando da parte la visione politica, pensiamo a cosa è cambiato in questi dieci anni per provare a immaginare cosa potrebbe cambiare nei prossimi quaranta che ci separano dal 2059, e ancor più – secondo la legge dei ritorni acceleranti – nei successivi dieci fino al 2069. Banalmente, se tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono circa diciotto mesi, il futuro di KCB non poteva che essere molto più diverso da quello di Corpi spenti di quanto quest’ultimo non fosse dal futuro di Sezione π².

In particolare, da diversi anni le proiezioni di crescita concordano nel dipingere uno spostamento del baricentro economico del pianeta dall’Atlantico all’Asia. Uno studio dell’OCSE di pochi anni fa, analizzato qui abbastanza nel dettaglio, prevede la contrazione della quota di PIL mondiale per i paesi membri dell’organizzazione dal 65% del 2011 al 42% del 2060, mentre contestualmente Cina e India da sole saliranno dal 24% al 46%. E mentre l’economia cinese tenderà a consolidarsi, assumendo le caratteristiche di economie mature come quelle occidentali e cominciando a mostrare gli stessi segni di indebolimento (inclusa la transizione verso un ageing society), l’India già nel prossimo decennio segnerà il sorpasso demografico sulla Cina e continuerà a crescere a ritmi vertiginosi fino a sopravanzare la dimensione stessa del mercato USA.

La crescita degli altri BRICS, dell’Indonesia e del Messico metterà nell’angolo le economie occidentali, in particolare l’UE, che perderà progressivamente terreno rispetto ai paesi emergenti. Lo scenario di decadenza già delineato nei precedenti due romanzi, non poteva che venire esasperato in KCB. Ma mentre in Sezione π² e Corpi spenti lo scenario globale, per quanto non trascurato, rimaneva sempre piuttosto relegato sullo sfondo, in Karma City Blues la geopolitica guadagna un ruolo centrale, non solo con i difficili equilibri tra USA, Russia, Cina e India, ma anche con i crescenti interessi delle potenze mondiali in Africa.

In un altro post parleremo del contesto tecnologico del romanzo.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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