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Segnali dal futuro è la nuova pubblicazione dell’Italian Institute for the Future, associazione fondata aIIF_Segnali_dal_Futuro Napoli e attiva nel campo dei future studies: un’antologia di racconti di anticipazione selezionati da Roberto Paura e Francesco Verso, che delineano possibili scenari futuri spaziando “dall’intelligenza artificiale all’espansione umana nello Spazio, dalla disoccupazione tecnologica alla vita all’interno di mondi virtuali fino al sogno di replicare la coscienza umana”, introdotti da altrettanti saggi di esperti del settore (Massimo M. Auciello e Rino Russo, Riccardo Campa, Roberto Paura, Valerio Pellegrini, Emmanuele J. Pilia).

L’iniziativa, che non ha precedenti in Italia, si ispira a progetti analoghi che da sempre vengono sviluppati altrove. Un esempio storico è rappresentato dall’Institute for the Future di Palo Alto, tra le cui pubblicazioni recenti si segnala una raccolta di questo tipo intesa a “rendere tangibile il futuro”, con contributi di sei firme di spicco del panorama SF globale (tra gli altri Bruce Sterling e Cory Doctorow) sul tema della Internet of Things: An Aura of Familiarity. Altri esempi altrettanto rappresentativi sono il Project Hieroglyph curato da Neal Stephenson (di cui abbiamo parlato), l’antologia celebrativa dei cinquant’anni di Spectrum, Coming Soon Enough (con Greg Egan e Nancy Kress), oppure la serie Twelve Tomorrows pubblicata con cadenza annuale dall’MIT.

Segnali dal futuro prende le mosse dalla sessione introduttiva del Congresso Nazionale di Futurologia 2014 e si propone di offrire cinque assaggi possibili del mondo in cui domani potremmo svegliarci. Perché, come abbiamo imparato, il modo migliore per prevedere il futuro è inventarlo. Nell’antologia troverete anche un mio racconto ispirato al tema del mind uploading, ma che si trova a sfiorare anche altri campi a cui sono particolarmente interessato: l’intelligenza artificiale, la sostenibilità ecologica, la transizione verso un modello di società post-capitalista, l’ubiquitous computing, il turismo virtuale, le città iperconnesse (come Dubai o la megalopoli del Delta del Fiume delle Perle) la riproducibilità della memoria, gli spazi simulati e i diritti degli esseri artificiali. Con una spruzzata della poetica visionaria di William S. Burroughs e di Makoto Shinkai. Il tutto dal punto di vista di un… no, stavolta niente detective, solo un ingegnere elettronico.

Delta_City

Il racconto s’intitola La vita nel tempo delle ombre, è introdotto da un saggio di Emmanuele J. Pilia (esperto di transarchitettura, ma non solo) e si accompagna ad altri quattro racconti firmati da totem come Ken Liu o Francesco Grasso e autorevoli esponenti dell’ultima ondata di fantascienza italiana come Clelia Farris e Francesco Verso.

Il libro è in vendita a 9,90 euro sul sito dell’IIF.

Approfitto del discorso di qualche giorno fa per ripescare dal limbo delle bozze questo articolo che a suo tempo avevo preferito tenere in sospeso e che poi, per un motivo o per l’altro, non avevo più avuto modo, voglia o interesse di riprendere. Vista la convergenza di argomenti, direi che se esiste un momento adatto per riportarlo alla luce, non può essere che questo.

Charlie Jane Anders − sì, ancora lei − pubblicava ormai un anno e mezzo fa un articolo su io9 per raccogliere le segnalazioni di altri illustri colleghi su quali espressioni ciascuno di loro avrebbe voluto veder sparire dal vocabolario. Tra gli interpellati ritroviamo Kim Stanley Robinson, Ken Liu, Madeline Ashby, Ted Chiang, Nalo Hopkinson.

Endless-Tunnel-01

Ultimamente si è molto parlato del valore della critica (costruttiva, distruttiva e quel particolare tipo noto solo in Italia: la “costrittiva“). Nessuno qui si sognerebbe di liquidare ogni critica ricevuta sul proprio lavoro come pretestuosa, inutile, frutto di invidia o di malignità. Ma come scrittori e addetti ai lavori credo che sia tempo che tutti noi ci mettiamo una mano sulla coscienza e capiamo cosa vogliamo fare del genere in cui ci muoviamo. Nel mondo anglosassone è una faccenda ormai acquisita, e infatti viene data per scontata: guardate gli articoli pubblicati sui principali portali dedicati alla fantascienza (lo stesso io9 o tor.com, per esempio) e ditemi quanti interventi fuori tema, o strumentali, polemici o maleducati sono tollerati nello spazio dei commenti. Prendetevi pure qualche giorno per rispondermi, o qualche anno. Oppure fate un sondaggio a campione su due articoli e tornate qui in meno di 2 minuti. Non credo che il risultato cambierebbe: sarà sempre, inesorabilmente, zero. (Quando qualcosa di brutto succede – dopotutto, il rischio è sempre in agguato – fuori dall’Italia vige un sano principio di responsabilità: chi ha sbagliato paga. E infatti è quello che è successo non molto tempo fa fa nel famigerato caso del SFWA bulletin.) Poi diamo un’occhiata a quello che succede sul web italiano, con spazi che andrebbero tutelati e invece sono usati come sfogatoi (mi permetto di prendere la parola in prestito da un romanzo di Francesco Verso) dai soliti ignoti nascosti dietro la confortevole spavalderia di un nickname o da autoproclamati protettori della purezza del genere. Facciamoci un esame di coscienza e ragioniamo insieme su quale metodologia sia più funzionale ed efficace allo sviluppo del genere: il rigore anglosassone o la caciara italiana.

Il discorso può essere allargato ad abbracciare forum, blog e chi più ne ha più ne metta. Leggi il seguito di questo post »

Nathan_Never_Magazine_2015_coverDopo 22 anni di onorato servizio e altrettanti albi, l’Almanacco della Fantascienza si congeda dai lettori e lascia spazio al nuovo arrivato in casa Bonelli: Nathan Never Magazine. Le pagine sono ancora 176, ma in linea con il restyling delle altre testate annuali (avventura, western, horror) la rivista perde la sua elegante carta lucida. In compenso si presenta interamente a colori, anche nelle storie a fumetti che avevano mantenuto il tradizionale bianco e nero delle origini.

Cambia anche la formula. Un po’ è un peccato non trovare più le tradizionali panoramiche di apertura sull’annata fantascientifica nei libri, al cinema e in TV, con divagazioni sui fumetti e i videogiochi. Le tradizionali 30 pagine di apertura si ritrovano condensate nella metà dello spazio, frammentate nel doppio delle rubriche: schermo, fumetti, carta, viaggio (!), TV e gioco. Lettura agile e veloce, ma inevitabilmente parziale. Non possiamo più parlare di panoramica dell’annata, ma a tutti gli effetti di un estratto che risponde al gusto e alla discrezione dei redattori, e questo è un po’ un peccato, se ricordiamo le scoperte e i recuperi che invece la vecchia formula garantiva agli appassionati.

A recuperare profondità ci pensano però i quattro Sci-Fi Files, che prendono il posto dei dossier (negli ultimi anni solitamente tre per albo): Gianmaria Contro ripercorre le tappe storiche della fantascienza di marca militare, un tema piuttosto familiare ai lettori della prima ora di Nathan Never; Giuseppe Lippi perlustra l’ultima frontiera del cyberpunk, dedicando ampio spazio all’attività del movimento connettivista in un articolo accurato e informatissimo; Luca Barbieri si concentra sulla morte in diretta, sul rapporto di controllo tra i mass media, l’individuo e la società (con almeno una omissione importante e inspiegabile, a mio avviso, ovvero il romanzo L’occhio insonne di David G. Compton, fonte del film La morte in diretta di Bertrand Tavernier da cui l’articolo prende in prestito il titolo); e infine Maurizio Colombo dedica il suo spazio alle minacce del sottosuolo. Va detto che gli articoli rasentano l’eccellenza, offrono abbondanza di consigli di lettura e di visione, e sono anche ben calibrati per quanto riguarda il mix dei media: ogni file offre, ove possibile, uno spaccato di film, libri, fumetti (e manga) e serie TV.

La nuova formula prevede inoltre una correlazione diretta tra gli Sci-Fi Files e i fumetti. L’albo ne include quattro, tre dei quali sono ripescaggi di storie apparse intorno alla metà degli anni ’90:

  • Lone Star, una storia inedita firmata da Giovanni Gualdoni (testi) e Dante Bastianoni (disegni): ambientazione inedita su un cantiere in orbita eliostazionaria (non si sa bene perché…), con una nave militare destinata allo smantellamento e il nostro Agente Alfa in missione sulle orme di una sua vecchia conoscenza (a quanto mi risulta, però, ignota ai lettori). Storia ben congegnata che cita Sunshine, e proprio come il film di Danny Boyle si presenta poco accurata sotto il profilo scientifico.
  • La danza delle luci blu di Michele Medda (testi) e Nicola Mari (disegni): un’avventura d’antan sul cyberspazio che contiene in embrione l’idea di Lost, ma non ha lo spazio per svilupparla a dovere. Risale al 1994.
  • La sfida di Bepi Vigna (testi) e Germano Bonazzi (disegni): una sfida di scacchi che cavalca le suggestioni degli incontri tra Deep Blue e il campione del mondo Garry Kasparov, con twist finale. Apparsa originariamente nel 1996 sul Nathan Never Speciale di quell’anno.
  • Colonie, ancora del duo Medda/Mari: pubblicato originariamente nel 1995, è a mio parere la storia migliore delle quattro. Una storia di frontiera, ambientata in un avamposto disperso in mezzo al Territorio, alle prese con centopiedi e poteri extrasensoriali (uno dei cavalli di battaglia del primo periodo di Nathan Never).

Inutile l’editoriale di Graziano Frediani. Ma per fortuna a vendere il volume ci penserà la spettacolare copertina di Giancarlo Olivares.

Quanto abbia significato per me l’Almanacco della Fantascienza ho già provato a raccontarvelo in altre occasioni e non mi piace essere ripetitivo. Vedermi citato nel primo numero di Nathan Never Magazine, proprio con Sandro Battisti (per altro fresco vincitore del Premio Urania) e gli altri scrittori che con noi hanno contribuito a dar forma al connettivismo e alla fantascienza post-cyberpunk italiana (Lukha B. Kremo, Dario Tonani, il due volte premio Urania Francesco Verso, e molti altri se ne potrebbero nominare), mi lascia con un senso di soddisfazione che faccio fatica a descrivere, ma che potete facilmente immaginare.

Il futuro, lo scriviamo ogni giorno.

E adesso che abbiamo messo una toppa anche su questa triste vicenda dei cookie, proviamo a riprendere anche le trasmissioni. Dopo un paio di mesi vissuti intensamente sul piano personale, mi preme aggiornarvi sulle ultime uscite che mi interessano da vicino. Partiamo con una riedizione, e proseguiamo con due inediti.

La riedizione riguarda Riti di passaggio: uscito lo scorso autunno inFF_Storie_dal_futuro_ebook e-book sotto il marchio Future Fiction, che si sta facendo molto apprezzare in Italia e non solo, il racconto, sempre disponibile sugli store on-line, è stato anche incluso nell’antologia che raccoglie in un unico volume le opere uscite nel corso del 2014 nella collana digitale curata da Francesco Verso e Francesco Mantovani. Storie dal domani rappresenta una ghiotta occasione per avere in un unico volume le storie pubblicate da Future Fiction, con racconti a firma di pesi massimi del calibro di Robert J. Sawyer, Ian McDonald, James Patrick Kelly, Paul McAuley e David Marusek, senza dimenticare gli autori non anglosassoni che la collana sta contribuendo a far apprezzare anche al pubblico italiano: il nigeriano Efe Tobunko, il romeno Cristian M. Teodorescu e il greco Michalis Manolios. Storie dal domani è acquistabile sia in cartaceo (prezzo di copertina 16,50 euro) che in e-book (ePub o mobi, per 4,99 euro).

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Veniamo quindi al primo inedito. L’antologia Il prezzo del futuro, curata da Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani per i tipi di La Ponga Edizioni, raccoglie quindici racconti incardinati su un unico tema, per quanto ampio e declinabile secondo molteplici sensibilità: l’economia del domani. Dalla prefazione a firma di Valerio Evangelisti:

La fantascienza è un genere letterario “massimalista”, per cui può avere per oggetto interi sistemi politici, economici e sociali. La fantascienza è anche un genere che, quando parla del futuro, molte volte allude al nostro presente, lo distorce, lo satireggia, lo critica.

Da queste due premesse discende questa antologia di racconti di fs a sfondo economico. Ci si pensi: sarebbe stata possibile una raccolta del genere, e di tale forza, nel quadro della narrativa corrente, o di altri filoni della cosiddetta “paraletteratura”? No, è evidente. Lo spazio sarebbe stato troppo limitato. Tanti romanzi senza etichetta, o fin troppo etichettati, mettono in scena l’economia. Ma si tratta di singoli aspetti, di ricadute localizzate o individuali.

Solo la fantascienza può rendere protagonista l’economia tutta intera, e affrontare più problemi alla volta fino a delineare uno scenario completo. Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani (che in “fantaeconomia” è particolarmente versato, come si nota dalla sua bibliografia) hanno confezionato una summa destinata a rimanere in vista sugli scaffali domestici, per complessità e intelligenza. Una chiave per leggere, sotto forma appena appena allegorica, i tempi che stiamo vivendo e quelli che verranno.

Tutti autori italiani, e non a caso: l’Italia è tra le vittime di una crisi finanziaria che non pare avere fine, cui si risponde con soluzioni arruffate e discutibili. In un tale contesto, la fantascienza lancia, con questo volume, la sua sfida volutamente arrogante al resto della narrativa, e soprattutto a quella mainstream. Noi, i presunti sognatori volti al futuro, ci occupiamo di ciò che ci accade attorno. E voi, i supposti realisti, che fate?

Su Carmilla on line potete inoltre leggere l’introduzione di Pizzo.

Nel mio racconto In caduta libera mi sono “divertito” (si fa per dire) a immaginare una storia di rivendicazioni sindacali sullo sfondo di un cantiere orbitale. La colonizzazione spaziale innesca le contraddizioni intrinseche del turbocapitalismo e nelle linee lasciate scoperte s’insinua il germe della rivolta, se non proprio dell’utopia. Quello che mi sono soprattutto sbizzarrito a manipolare è la gloriosa tradizione dell’anarcosindacalismo americano, con i wobblies della Industrial Workers of the World (ricordate One Big Union proprio del magister Evangelisti?) che confluiscono in una nuova federazione: la Industrial Workers of the Solar System.

Anche in questo caso il libro è disponibile sia in edizione cartacea (prezzo di copertina 16,90 euro) che digitale (a 4,49 euro).

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E completiamo questa breve rassegna con un volume da poco giunto in edicola. Si tratta di un classico della New Wave, firmato da Roger Zelazny, un maestro visionario e poliedrico, lucido anticipatore di temi che sarebbero diventati maggioritari decenni più tardi, e anche per questo gigante tra i più lungimiranti che hanno dato il loro apporto negli anni ’60 alla maturazione della fantascienza. Il romanzo s’intitola Il signore dei sogni e risale proprio a quella fortunatissima stagione. Alcune immagini di Blade Runner e Inception (ma non solo), a distanza di anni, mi sembrano ancora ispirate alle sue descrizioni. Ne parlavo in maniera più circostanziata la bellezza di sette anni fa su Next Station. Ma anche se mi sembra trascorsa un’epoca geologica e più da allora, ricordo ancora il carattere innovativo della lettura, a dimostrazione della sua persistenza.

Cosa c’entro io con Zelazny? È presto detto. Il volume pubblicato da Urania Collezione, che rimarrà in edicola ancora per una settimana o due (quindi, consiglio interessato, affrettatevi a recuperare la vostra copia se siete ancora affezionati alla carta), include in appendice un romanzo breve firmato dal sottoscritto in collaborazione con Lanfranco Fabriani, un veterano che non ha certo bisogno di presentazioni. S’intitola YouWorld e fa chiaramente il verso alla piattaforma di video sharing che ha aperto la strada ai nuovi consumi delle nostre vite digitali, sociali o solitarie. Si tratta di una storia nata su un terreno abbastanza distante dai percorsi narrativi che ci erano familiari, e penso di poter parlare anche a nome del mio socio, anche se mi auguro di tornarci sopra nei prossimi giorni per poter mettere a pubblico confronto le nostre rispettive esperienze.

Se siete in cerca di etichette per classificare un lavoro di questo tipo, penso che fantascienza sociologica, postcyberpunk, satira di costume, postmoderno e action thriller siano tutte, ciascuna alla sua maniera, adatte allo scopo. Ci sono delle Intelligenze Artificiali stanche di farsi sfruttare dalla società dello spettacolo 2.0. C’è un citazionismo che mi auguro troverete simpatico. E soprattutto ci sono un bel ritmo e tante sorprese. È stato divertente, per quanto faticoso, scriverlo. Ma credo che la lettura possa risultare altrettanto divertente, e sicuramente meno faticosa. Ma solo voi potrete dircelo.

Il libro è in edicola fino alla prima decade di luglio al prezzo di 6,50 euro e in e-book a 3,99 euro.

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Dopo le interessanti riflessioni di Giovanni Agnoloni sulla tematica del Profondo, per la seconda volta questa settimana Critica Impura torna a dedicare attenzione alla fantascienza e al connettivismo, con questa tripla intervista al curatore di Future Fiction Francesco Verso e a due autori pubblicati nella collana, Clelia Farris e il sottoscritto.

nuovi-argomentiIn maniera del tutto inattesa ci ritroviamo a menzionare Alberto Moravia per la seconda settimana di fila. Che il rapporto dell’intellettuale romano con la fantascienza non sia mai stato improntato – non dico alla stima – alla curiosità, all’interesse minimo per ciò che magari non comprendiamo ma in cui possiamo riconoscere se non altro il pregio della dignità, sia pure con riserva, è storia arcinota. La chiusura al nostro genere da parte di Moravia fu totale e senza ripensamenti. E sulla stessa linea sembra muoversi ancora oggi Nuovi Argomenti, la rivista di critica letteraria che Moravia contribuì a fondare nel 1953 e che oggi rivive in una quinta incarnazione, sotto la cura di un direttorio ben partecipato e sotto l’egida del Gruppo Mondadori.

Nuovi Argomenti ha dedicato l’ultima uscita dell’anno, il numero 68 di ottobre-dicembre 2014, alla fantascienza in Italia. O almeno questo deve essere stato il proposito, denunciato fin dal titolo, che accosta quello della più longeva collana italiana di genere al capolavoro di Ray Bradbury (immortalato per il cinema da François Truffaut), sincera e appassionata dichiarazione d’amore per i libri, le storie e la lettura: Urania 451 s’intitola questo numero monografico, ed è un titolo che alle mie orecchie fin da subito è suonato un po’ troppo lugubre e sinistro per alimentare buoni auspici.

Fahrenheit 451, infatti, alludeva alla temperatura di combustione della carta. E tutta la storia concepita da Bradbury è incentrata sulla salvaguardia e la preservazione della conoscenza umana da parte di Guy Montag, un ex-membro pentito del corpo dei pompieri deputato alla distruzione dei libri in un regime distopico fondato sul controllo dei mass media e il potere egemonico della televisione. La stessa causa che sembra essere stata sposata dalla rivista letteraria di casa Mondadori. Quella del corpo dei pompieri, non quella del redento Guy Montag. Leggi il seguito di questo post »

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Il prossimo week-end si terrà a Napoli il primo Congresso Nazionale di Futurologia, organizzato dall’Italian Institute for the Future. Non un “congresso” accademico ma un appuntamento aperto al pubblico in cui esperti di molteplici campi s’incontreranno per ragionare insieme sugli scenari futuri in ambito scientifico, tecnologico, politico, economico.

Sei scenari per un futuro (non troppo) remoto è il tema portante di questa prima edizione, che avrà un’anteprima venerdì 7 novembre con un dialogo su “Uomo e macchina” con Lorenzo Pinna e una tavola rotonda sul futuro visto dalla fantascienza. E qui troverete anche il sottoscritto, insieme ai colleghi Dario Tonani, Francesco Troccoli e Francesco Verso, sotto l’attenta supervisione di Roberto Paura e Carmine Treanni.

Ancora su Corpi spenti, con due pareri autorevoli da parte di due illustri colleghi. Enrico Di Stefano, autore catanese di numerosi racconti a partire da Il record impossibile e del romanzo  L’ultimo volo di Guynemer, approfitta della lettura del romanzo per sviluppare una più ampia riflessione a tutto tondo sul connettivismo. Riporto il suo intervento senza tagli:

Corpi spenti di Giovanni De Matteo conclude (?) la vicenda di un corpo molto speciale della polizia italiana del futuro, quei Necromanti che ho cominciato a seguire con Sezione π2, il romanzo vincitore del Premio Urania 2007. Le due opere si apprezzano appieno se affrontate in successione, senza interporre troppo tempo tra la lettura delle due parti. Io, ad esempio, ho riletto il n° 1528 prima di affrontare il 1607. Vi chiederete: perché tanto zelo? È semplice: a parte il piacere di leggere un buon romanzo di SF, che non guasta mai, desideravo chiarirmi le idee circa il connettivismo. Per i pochi che non lo conoscessero, si tratta di un movimento letterario nato nel 2004 sotto la spinta degli autori che oggi redigono la rivista NeXT e che ha avuto in De Matteo uno dei suoi principali animatori. In realtà diverse suggestioni le avevo tratte dalla lettura di E-Doll di Francesco Verso (“Urania” n°1552). Ma seguendo attentamente le vicende di Vincenzo Briganti, e soprattutto lo scenario in cui questi si muove, ho potuto definire meglio le conclusioni alle quali ero giunto cinque anni or sono.

Il Manifesto del Connettivismo, al suo apparire, mi aveva disorientato. “Troppa carne al fuoco” mi dicevo, non riuscendo a farmi un’idea di dove volessero andare a parare i promotori dell’iniziativa che concludevano il loro programma con la frase “Noi saremo tutto”. Per fortuna sono arrivate le opere che ho appena citato ed in tal modo ho potuto restringere il campo d’indagine. Essendo un vecchio fanzinaro non potevo non dissezionare le mie letture per cercare di decifrarne i significati e confrontarmi su di essi con gli altri appassionati. Mi è venuto spontaneo cercarne i comuni denominatori. Dunque, secondo me il connettivismo è caratterizzato da uno scenario, da una premessa tecnologica e da un tema caratteristici. Il primo è l’ambiente urbano o, meglio ancora, metropolitano. Il secondo è lo straordinario sviluppo delle tecnologie informatiche e nanotecnologiche. Il terzo è il postumano con tutte le sfumature e le implicazioni che il termine comporta. Attenzione, queste tre coordinate non devono essere interpretate come limitazioni perché già offrirebbero territori sterminati da esplorare. Non voglio dire che il connettivismo sia solo questo, ma la massa dei lettori lo conosce prevalentemente per i romanzi di Verso e De Matteo che, su tale substrato, hanno costruito due tra le più interessanti opere prodotte nell’ultimo decennio dalla fantascienza italiana. Che, lasciatemelo dire, in questo ambito temporale non è stata per niente avara di cose valide.

Tornando a Corpi spenti vorrei concludere sottolineando come l’autore abbia lavorato lasciando intravedere molta attenzione all’indagine antropologica definendo personaggi che sono sì futuribili, ma le cui ascendenze potremmo facilmente individuare tra i protagonisti della realtà odierna. Inoltre, ho avuto l’impressione di aver letto un romanzo fortemente politico. E, se permettete, non potrebbe essere altrimenti dato che Giovanni De Matteo, originario della Basilicata, conosce benissimo le realtà sociali ed economiche di quel Mezzogiorno che in Corpi spenti procede verso una forma di secessione. Ipotesi tutt’altro che peregrina, considerando le tormentate vicende della politica italiana dell’ultimo ventennio. Questa, naturalmente, è solo la mia interpretazione. Passo la palla a voi. Buona lettura.

Carmine Treanni, curatore di Delos SF, ha usato parole altrettanto lusinghiere in una nota pubblicata su Facebook, che ha coinciso anche con il suo primo intervento sul social network. Anche in questo caso, riporto integralmente e senza filtri:

Vorrei dedicare questo mio primo post a Giovanni De Matteo, fratello di fantascienza, facendo pubblica ammenda: non sono riuscito a dare spazio al suo romanzo Corpi spenti su Delos. Non posso rimediare, ma con piacere posto qui la mia inedita recensione del romanzo… Se qualcuno non lo ha letto, ricordo che il romanzo è disponibile in e-book.

La città premeva sul porto con la spinta di una nebulosa urbana in decompressione. Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta: la battaglia doveva essersi risolta epoche addietro, tutto ciò che restava era il caos del presente.

Il pirotecnico incipit (omaggio a Gibson e Sterling) di Corpi spenti (Urania n. 1607, Mondadori, disponibile in e-book), l’ultimo romanzo di Giovanni De Matteo, mi sembra la giusta introduzione per parlare di un progetto narrativo pienamente riuscito sotto vari punti di vista che proverò a spiegare. Intanto, va segnalato che il romanzo è il seguito di Sezione π², pubblicato nel 2007 sul numero 1528 di Urania, vincitore del Premio Urania, ma appare dopo il breve romanzo Terminal Shock — 2184 Labirinti Alieni (Mezzotints Ebook, 2013), definito dallo stesso autore una cyberspace opera, ossia un’opera narrativa che mescola space opera e cyberpunk. Un testo in cui De Matteo spinge ai limiti la sua prosa con risultati, a mio avviso, notevoli e che ritroveremo anche in Corpi spenti.
Il romanzo si apre con un doppio inizio. Nel primo ritroviamo l’ispettore capo Corrado Virgili, detto Guzza, al porto: sulla Milenaki, una nave mercantile russa, viene ritrovato morto un marinaio. L’uomo è stato assassinato prima che la nave attraccasse al porto di Napoli. La cosa più inquietante, però, è che il corpo mostra i segni di una lettura della mente operata da un necromante. Qui, De Matteo ci introduce nel romanzo in medias res, nel vivo di una indagine che mostra da subito un volto inquietante.
Nel secondo inizio, invece, ritroviamo Vincenzo Briganti, protagonista del precedente romanzo della saga della Pi-Quadro e ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Il poliziotto è tormentato perché Tornatore il suo più giovane collaboratore, si appresta a diventare un necromante, un passaggio che segnerà per sempre la sua vita, così come ha segnato quella di Briganti, allorquando il fondatore della Pi-Quadro Di Cesare lo iniziò alla necromanzia.
All’omicidio del marinaio russo si aggiunge il ritrovamento in fin di vita di due “spaziali”, adolescenti il cui sviluppo è stato bloccato geneticamente per lavorare nello spazio, finite però poi per diventare prostitute: “Le spaziali crescevano, invecchiavano, ma il loro corpo non maturava al punto di esprimere appieno i caratteri sessuali.
Briganti e i suoi uomini si ritrovano ad investigare, ma – pur potendo contare sull’appoggio di Grazia Conti, pubblico ministero della procura di Napoli – devono scontrarsi con il resto del corpo di polizia che mal sopporta i metodi e gli uomini della Pi-Quadro.
Sullo sfondo c’è Napoli, capitale morale del Sud che nel 2061, anno del bicentenario dell’Unità italiana, sta per staccarsi dal resto del paese trasformandosi nel Territorio Autonomo del Mezzogiorno. Una manovra politica che nasconde in realtà un ambizioso obiettivo: trasformare il meridione d’Italia in una zona franca dove la criminalità, con cui la politica è collusa, possa gestire tranquillamente i suoi affari. La città è anche un territorio devastato.
Il protagonista di Corpi spenti è Vincenzo Briganti, ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Per certi versi è un poliziotto come molti altri: è un leader; sa cercare nelle pieghe dei fatti criminali le informazioni necessarie per arrivare alla verità, giuridica o meno che sia; è amato dai suoi collaboratori e sa come gestire una squadra di poliziotti. Ma l’esercizio della necromanzia, ossia il recuperare informazioni da un cadavere, attraverso un’apposita tecnologia, è anche un fattore di profonda destabilizzazione. Una discesa all’inferno che non è immune da conseguenze devastanti per chi si addentra nella mente di un morto: rivivere la morte o un aggressione vissuta dalla vittima significa addossarsi un dolore insopportabile, difficile da gestire e da digerire.
Il peso di questo dolore sceglie di portarlo il giovane Tornatore che farà proprio da contraltare al personaggio di Briganti. E qui veniamo a uno dei motivi per cui ho segnalato all’inizio di questa recensione la riuscita del progetto narrativo di Corpi spenti: i personaggi. Briganti, Guzza e la PM Conti sono i tre personaggi che emergono con forza nelle pieghe della storia, con una personalità forte e decisa, anche quando le avversità sono estreme. Anche gli altri comprimari – gli altri membri della squadra Pi-Quadro e il direttore di Nova X-Press, Chianese, giornale libero e indipendente – hanno un ruolo preciso e sono funzionali ad una storia che pagina dopo pagina si carica di adrenalina pura, temperata però proprio dal nichilismo dei personaggi. Briganti, Conti, Chianese e tutti quelli della Pi-Quadro si rendono conto che si trovano al centro non semplicemente di un’indagine di polizia, ma alle soglie di una trasformazione epocale del loro vivere civile. Sono loro – poliziotti, giornalisti, magistrati – l’ultimo baluardo di un cambio di rotta che il Paese e il Sud dell’Italia si apprestano a compiere, in nome di una politica sempre più corrotta e collusa con la criminalità.
De Matteo racconta le macerie morali di una città che sta per – o potrebbe – subire una rivoluzione politica e sociale senza precedenti, ma Napoli è la metafora dell’Italia di oggi, non quella del 2061. Un paese che vacilla tra una politica che non riesce a offrire risposte concrete e una voglia di anti-politica come una mezzo per esprimere il proprio dissenso politico. Il nichilismo dei personaggi del romanzo sembra essere quello degli italiani, poco importa se sono quelli di oggi o del futuro ipotizzato dall’autore di Sezione π². In questo, Corpi spenti è un romanzo “politico”, nel senso di una denuncia sociale che anche nel passato ha trovato nella fantascienza un alleato ideale.
Come per Sezione π², più che uno scenario, la Napoli del futuro descritta da De Matteo è essa stessa un personaggio, un territorio devastato parzialmente da un’eruzione del Vesuvio e sommersa da una sostanza fangosa denominata Kipple. Ma Napoli è anche una città che vive in piena post-singolarità, ossia quell’accelerazione tecnologica e sociale in cui l’informatica si è sviluppata a livelli incredibili, portando l’umanità a convivere con tecnologie inimmaginabili, di cui un esempio è proprio quella che permette ai necromanti di leggere la mente dei defunti.
Un ulteriore punto di forza del romanzo è lo stile con cui De Matteo ha narrato le vicende di Briganti e dei suoi uomini. Mai banale, capace di osare con un ricchezza di vocabolario che ha pochi eguali nella fantascienza italiana. Una ricercatezza lessicale – declinata al “verbo” fantascienza – che però si alterna ad uno stile semplice che ha l’obiettivo di accompagnare il lettore in quelle parti in cui la trama ha bisogno di scivolare nelle lettura senza affanni.
È questa la fantascienza che ci piace leggere, quella in cui alle spalle di frasi come “Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta” c’è l’assist dello scrittore che invita noi lettori ad immaginare, evocare sogni e visioni. E non questo uno dei motivi fondanti per cui la fantascienza si distingue dalla letteratura mimetica?
Non ci resta che sottolineare, per quel che vale, la collocazione del romanzo a livello di genere letterario: Corpi spenti è un future-noir, si inserisce cioè in quel filone che ha come precedenti L’uomo disintegrato (1952) di Alfred Bester, Dr. Adder (1984) e Noir (1998) di Kevin W. Jeter. Ancora il cyberpunk, a partire dalla “Trilogia dello Sprawl” di William Gibson, formata da Neuromante (1984), Giù nel cyberspazio (1986) e Monnalisa Cyberpunk (1988). Più recentemente è stato lo scrittore inglese Richard K. Morgan a forgiare opere che esplicitamente propongono un’interessante mistura di noir e science fiction, come nel suo primo e più noto romanzo Bay City (2002).
Non possiamo tralasciare il fatto, poi, che Corpi spenti è un romanzo che si colloca a pieno diritto nel connettivismo, il movimento letterario che Giovanni De Matteo ha co-fondato. Per averne una prova basta leggere l’ultimo punto del Manifesto del Connettivismo, dove si legge: “Noi vogliamo cantare le strade deserte della notte, i monumenti congelati nel silenzio, le luci al neon della metropolitana, le periferie spettrali, i cimiteri di campagna, i reperti dell’archeologia postindustriale, le autostrade abbandonate, le città rase al suolo dai bombardamenti, le strade dei briganti, la morbida geometria dei corpi, il silenzio attinico di stanze d’albergo abbandonate, la carica sensuale della promiscuità tecnologica, il caos, le stelle, i pianeti deserti, le sonde lanciate verso la notte, la musica radiante di quasarmorte, la tenebra metafisica di un orizzonte degli eventi, la connessione neurale.
In definitiva, Corpi spenti è uno dei migliori romanzi degli ultimi tempi e segna la piena maturità di Giovanni De Matteo. Un componimento narrativo visuale e seminale che (ri)usa i generi della narrativa popolare per tracciare nuove direzioni, non quella della contaminazione, categoria ormai superata, ma in quella di un’etica civile, di un ardore per la parola che ascrivono l’opera di De Matteo a ciò che Wu Ming 1 ha ben descritto nel suo Memorandum sul New Italian Epic.

E di fronte a due giudizi così, non posso che inchinarmi e ringraziarne gli autori.

FF_Riti_di_passaggioSeconda notizia editoriale della settimana. Esce in questi giorni un mio nuovo racconto, il primo per Future Fiction, la factory fondata da Francesco Verso in seno alla Deleyva Editore di Emanuele Pilia. La collana, fin dalla sua dichiarazione d’intenti, si prefigge di dar voce a storie dal futuro, ovvero a “narrazioni “potenziate” che esplorano la relazione ambigua tra gli esseri umani e la tecnologia, le trasformazioni dell’identità personale e dell’organizzazione sociale, l’incontro tra l’umanità e la scarsità oppure l’abbondanza di risorse: visioni che scrutano in ogni futuro possibile“.

Credo che Riti di passaggio s’inserisca bene in questa visione. Scritto tempo fa (la prima stesura risale al 2009) sull’onda di una serie di suggestioni metaletterarie, non ultime quelle innescate dall’ennesima rilettura del racconto L’integrazione segreta di Thomas Pynchon, di cui tiravo le fila in un vecchio post dello Strano Attrattore, il racconto è imperniato sul dilemma isolazionismo/integrazione (che in termini diversi avevo cominciato a delineare fin da questa panoramica critica risalente al 2008) e affronta il tema della esplorazione spaziale da un punto di vista molto problematico. In presenza di un ecosistema alieno, come converrebbe impostare il processo di colonizzazione: terraformando e distruggendo l’ambiente preesistente, oppure avviando uno sforzo per la modifica biologica dei coloni volta alla piena integrazione della loro società nell’ecosistema del nuovo pianeta? Ai coloni terrestri giunti nel sistema di Kappa Ceti Primo, lontana 30 anni luce dal Sole, viene offerta una ghiotta opportunità: un sistema planetario doppio, due corpi celesti molto simili tra di loro e non privi di vita aliena, su cui poter sperimentare un nuovo inizio.

Rispetto alla prima versione, il racconto è stato profondamente modificato in sede di revisione grazie agli spunti e ai consigli di Francesco Verso, con il quale abbiamo affrontato una fase di editing feroce quanto fruttuosa. E alla fine l’opera ne ha tratto enorme beneficio, tanto a livello di struttura quanto di fruibilità.

Questa la sinossi ufficiale:

Secoli prima, Triton e Siren, due pianeti gemelli nel sistema stellare Kappa Primo Ceti, erano stati colonizzati da una spedizione terrestre secondo filosofie diametralmente opposte: integrazione con l’ecosistema nativo nel primo caso e isolamento biologico della colonia nel secondo. Le conseguenze di queste scelte si riflettono adesso nello stile di vita e nelle contraddizioni delle due società postumane che si sono sviluppate dagli insediamenti originari dei Precursori.

Per Maya, cresciuta su Siren in una bolla pacifica e isolata dalla natura ostile del pianeta, la Vecchia Terra è solo un vago ricordo appreso nel corso delle lezioni di storia pre-Transito. Ma nel passaggio dall’adolescenza alla maturità la protagonista della storia scoprirà di avere una conoscenza molto limitata anche del pianeta in cui vive. Perché il mondo degli adulti è fatto di compromessi e macchinazioni che mal si accordano con la curiosità tipica della sua età. Insieme alla coetanea Larisa e a 3-Naïme, suo droide e tutore personale, Maya si metterà alla ricerca di qualcosa che la porterà a scoprire i segreti del processo di colonizzazione, proprio mentre la crisi politica su Triton rischia di sconvolgere il sogno utopistico della sua comunità.

“Riti di passaggio” può essere letto sia come una storia di ‘formazione’ che di ‘terraformazione’, dove gli elementi rituali scandiscono le varie fasi della genesi di Maya e della storia di Siren. Con uno stile fluido e ricercato, e soluzioni che richiamano alla mente sia la narrativa di anticipazione di Samuel Delany che le estrapolazioni postumane di Greg Egan e Alastair Reynolds, Giovanni De Matteo con questo racconto si conferma essere una delle voci più impegnate e interessanti nel panorama della fantascienza italiana.

L’immagine di copertina è di Mattia De Iulis. L’e-book consta di 35 pagine e può essere acquistato al prezzo di 1,46 euro sui principali bookstore on-line, a partire da Amazon.

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