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Questo mese sulle pagine di Quaderni d’Altri Tempi parlo del romanzo Cenere, opera prima di Elisa Emiliani data alle stampe da Zona 42, un’originale distopia di ambientazione romagnola che racconta una storia di crescita, di ribellione e di resistenza.

La storia che narra la faentina Elisa Emiliani, classe 1986, è un racconto di crescita e di scoperta: del mondo, con le deformità del sistema, che spaziano dall’emarginazione metodica dei cosiddetti “membri esterni”, quanti non hanno voluto abbracciare i dogmi della corporazione, fino alla spietata imposizione di un marchio (un codice a barre tatuato indelebilmente sulla pelle) e all’istituzione di campi di prigionia in grado di resuscitare gli orrori e le atrocità dei lager; ma anche di se stessi, delle proprie potenzialità, della propria determinazione, della vasta scorta di rabbia della giovinezza a cui attingere per incanalare la spinta del cambiamento in un progetto rivoluzionario: nato come una scappatoia per dare un senso a giornate di ordinaria disperazione, il Gioco diventa ben presto un’arma contro il regime corporatista, uno spazio di resistenza, una strategia per sopravvivere.

Ash (“cenere, o al plurale rovine, come le rovine di una città”, come spiega lei stessa) sperimenterà tutto questo sulla sua pelle, scoprendo anche un’insospettata riserva di coraggio, a cui attingere per sostenere fino alla fine le responsabilità e il peso delle proprie azioni, portando a compimento un cammino fatto di sacrifici, perdite, ferite, cicatrici, separazioni e, in definitiva, di crescita.
Forte di una scrittura fresca, l’autrice parla di una provincia che conosce bene e con estrema credibilità riesce a rendere il lettore partecipe delle vicende e delle disgrazie delle sue tre protagoniste. Una storia che a tratti, soprattutto negli scambi tra Ash, Reba e Anna e nella rapidità ed efficacia di tratteggio dell’ambiente, richiama la lezione del country noir di Daniel Woodrell (Un gelido inverno) e dei Trilobiti di Breece D’J Pancake, mentre su tutto aleggia l’ombra lunga di Philip K. Dick.
Un ottimo esempio di pavesismo fantascientifico, tanto per rinfocolare polemiche vecchie di quarant’anni, che fatte le debite proporzioni s’inserisce con merito nel solco di una strada segnata da pietre miliari come Dove stiamo volando di Vittorio Curtoni (1972) o Quando le radici di Lino Aldani (1977). Ma che riesce a omaggiare anche la più recente serialità televisiva, da Breaking Bad a Mr. Robot, passando per The Man in the High Castle, il cui immaginario concorre alla felice riuscita di Cenere.

Il resto della recensione seguendo il link.

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Puntate precedenti:

Immaginate adesso una Gran Bretagna futura in cui un movimento settario e segregazionista ha stabilito un nuovo ordine e l’Inghilterra, nel miraggio degli antichi fasti imperiali, si è chiusa su se stessa in un regime isolazionista ossessionato dal controllo. Non è 1984 di George Orwell, né I figli degli uomini di Alfonso Cuarón (tratto dal romanzo omonimo di P. D. James), anche se con entrambe queste opere intrattiene un discorso fatto di rimandi ed echi.

Potrebbe essere l’Inghilterra post-Brexit, l’inganno dell’UKIP che per certi versi richiama proprio quest’opera, che invece è uno dei vertici della letteratura inglese degli anni ‘80, un graphic novel scritto da Alan Moore e disegnato da David Lloyd: V for Vendetta. La famosa maschera di Anonymous è da qui che arriva, ripresa a sua volta dalla commemorazione della congiura delle polveri con cui ogni anno i bambini del Regno Unito celebrano la ricorrenza il 5 novembre, in ricordo dell’attentato ordito nel 1605 da Guy Fawkes e dai suoi complici cattolici contro re Giacomo I e il parlamento inglese. Un cospiratore, quindi, cattolico, monarchico.

Remember, remember,
the Fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I don’t know the reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Moore capovolge tutti gli stereotipi, come avrebbe poi continuato a fare con i supereroi in pensione di Watchmen (memorabilmente trasposti al cinema da Zack Snyder) e in innumerevoli altri lavori, e ci regala un antieroe mascherato di cui fino all’ultima pagina ignoreremo ogni dettaglio del suo passato, quasi sia solo una visione della co-protagonista Evey Hammond (mirabilmente interpretata da Natalie Portman nel film di James McTeigue del 2005), uno spettro, un’ossessione. O magari un egregore.

Pubblicato originariamente a puntate sulle pagine della rivista britannica di fumetti Warrior, V for Vendetta riscosse all’inizio poco successo e solo col tempo è giunto a conquistarsi una fama all’altezza dei suoi meriti e delle ambizioni dei suoi autori. In uno dei saggi che ne accompagnarono la pubblicazione, “Behind the Painted Smile”, Alan Moore compila una lista degli ingredienti di questa esplosiva miscela di anarchismo e poesia, di slancio rivoluzionario e fantasia:

OrwellHuxleyThomas DischJudge DreddHarlan Ellison‘s “Repent, Harlequin!” Said the TicktockmanCatman and The Prowler in the City at the Edge of the World by the same author. Vincent Price‘s Dr. Phibes and Theatre of BloodDavid BowieThe ShadowNight RavenBatmanFahrenheit 451. The writings of the New Worlds school of science fiction. Max Ernst‘s painting “Europe After the Rain“. Thomas Pynchon. The atmosphere of British Second World War filmsThe PrisonerRobin HoodDick Turpin

Quante vecchie conoscenze per i lettori di queste pagine!

La già citata trasposizione cinematografica di V per Vendetta è interessante perché ci permette di parlare di come agiscono alcuni simboli entrati nel nostro immaginario condiviso. La maschera di Guy Fawkes è uno dei casi più recenti ed eclatanti, visto che dopo il successo del film è stata adottata sia dai componenti di Anonymous per le sue uscite pubbliche che da alcuni movimenti politici. Quanti dei seguaci di questi ultimi sanno da dove arriva? Quanti di loro sono consapevoli dell’idealismo anarchico che ispira le azioni di V? Nel dubbio, l’invito a tutti è di rileggersi il fumetto di Alan Moore, che ci dimostra senza esitazioni quanto adulto e profondo possa essere un fumetto di genere, quanto efficace e rivoluzionaria possa essere un’opera di fantascienza nata come un prodotto popolare, rigettato all’inizio del pubblico come un’opera troppo cerebrale e poi riscoperta nel giro di qualche anno come un’autentica pietra miliare dell’immaginario del secolo scorso.

La dittatura neofascista rappresentata da Moore e Lloyd, le marce del Fuoco Norreno, le adunate del partito, lo stato di polizia che schiaccia sotto il suo tallone le vite private dei suoi cittadini, regalano oggi brividi di inquietudine che si fanno tanto più intensi e minacciosi quanto più si avvicina il 29 marzo 2019.

“Nel 1986 fui la protagonista di Le pianure di sale. Conquistò molti premi, ma non il pubblico. Conobbi Ruth lavorando su quel film. Ci amavamo. Vivevamo insieme, e il giorno di San Valentino mi mandava le rose e, Dio mio, quante cose avevamo. Furono i tre anni migliori della mia vita. Nel 1988 ci fu la guerra… e dopo la guerra non ci furono più rose. Per nessuno”.

Se è vero, come ebbe a dire Marx, che “la storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, almeno il fumetto era riuscito finora a risparmiarci la prima. Peccato che la farsa, i cui meriti sono da ricercarsi altrove, stia facendo il possibile per sopperire.

[4 – Fine]

Puntate precedenti:

Nel 1957 lo sceneggiatore Héctor Oesterheld e il disegnatore Francisco Solano López portano sulle pagine della rivista argentina Hora Cero Suplemento Semanal uno dei più incisivi e indimenticabili personaggi nella storia del fumetto: L’Eternauta.

Un giorno imprecisato nella seconda metà del XX secolo, a Buenos Aires, nello studio di uno sceneggiatore di fumetti si manifesta un uomo che si presenta come Khruner, ovvero «il vagabondo dell’infinito», che vaga da secoli alla ricerca della sua epoca e del suo mondo perduti. Tutto ebbe inizio con una nevicata mortale, che decimò la popolazione preparando la strada all’invasione. L’invasore di cui parla questo impossibile reduce del tempo è una spietata civiltà aliena, che ha già sottomesso innumerevoli razze quando prende di mira la Terra. I governi e gli eserciti terrestri organizzano una velleitaria resistenza: riuniscono la popolazione e cercano di opporsi all’avanzata aliena. Khruner e i suoi amici sopravvissuti raggiungono uno di questi punti di raccolta, el Monumental (lo stadio del River Plate) ma trovano ad attenderli un’amara sorpresa: gli alieni hanno assoggettato gli umani attraverso una forma di controllo mentale, trasformandoli in “uomini-robot”, del tutto privi di volontà, e li hanno aggregati alle loro armate.

Gli uomini-robot e gli invasori tenderanno molte trappole ai protagonisti finché questi riusciranno a introdursi nell’astronave-madre, dove Khruner azionerà involontariamente una macchina del tempo, dando inizio al suo vagabondaggio tra gli infiniti universi paralleli del continuum. L’opera, riscritta da Oesterheld nel 1969 enfatizzandone tanto i riferimenti politici quanto la violenza, ridisegnata con uno stile evocativo da Alberto Breccia (che insieme a suo figlio Enrique aveva collaborato l’anno prima con Oestrheld a La vita del Che, le cui tavole originali in patria furono sequestrate e bruciate), dispiega tutta la sua ambizione e la sua profondità profetica nel momento in cui il vagabondo dell’infinito rivela che il mondo da cui proviene è lo stesso in cui il fumettista vive, la stessa Buenos Aires in cui tutto ebbe inizio, e che alla nevicata fatale mancano solo quattro anni.

Impossibile non leggere negli uomini-robot e nei kol una rappresentazione delle varie forme di collaborazionismo in cui può essere declinata la connivenza con un regime totalitario, così com’è fin troppo immediato il parallelo tra l’invasione e il fascismo. Oesterheld, da sempre attestato su posizioni anti-imperialiste, si unirà ai Montoneros nella resistenza contro il regime militare ed entrerà purtroppo nel triste novero dei desaparecidos del Processo di Riorganizzazione Nazionale. Il suo è uno dei destini più atroci che si possano immaginare per un uomo: quando fu prelevato dalle autorità il 21 aprile del 1977, aveva ormai già assistito al martirio della sua famiglia: a partire dal giugno del 1976, infatti, tutte e quattro le sue figlie (di cui una incinta) erano state uccise o rapite dagli squadroni della morte al servizio del regime.

Sempre durante la violenta repressione della guerra sucia, sotto una dittatura che potrebbe essere quella cilena di Pinochet o quella argentina di Videla o Galtieri, è ambientato Perramus, di Juan Sasturain e Alberto Breccia. L’opera risale al 1985 ed è impossibile non pensare alla vicenda umana di Oesterheld mentre leggiamo la storia di Perramus, l’uomo senza nome e senza memoria che decide di farsi chiamare come una nota marca di impermeabili e finisce coinvolto nelle avventure più improbabili, incrociando il suo destino con quello di personaggi famosi. Perramus per esempio s’imbatte in un gigante della letteratura mondiale come Jorge Luis Borges, ucronicamente reduce dall’assegnazione del premio Nobel a Stoccolma, dove nel suo discorso ha pronunciato queste parole: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case”. Non è azzardato leggere questa riscrittura del personaggio come una critica neanche troppo velata, dal momento che se nel nostro mondo Borges non raggiunse mai il massimo riconoscimento per la letteratura, che pure avrebbe meritato, in tanti credono che la causa principale fu proprio la sua mancata presa di distanza dai crimini del regime argentino.

Come l’Eternauta, Perramus meriterebbe un articolo dedicato, e non un articolo qualsiasi (come i due che pure ho già scritto e che potete leggere sul vecchio Strano Attrattore, per l’esattezza qui e qui), ma una disamina accurata, capace di scavare a fondo nei suoi sottotesti simbolici, nei suoi rimandi alla storia argentina, nei suoi slanci immaginifici e nelle sue meravigliose invenzioni. La nascita del personaggio da sola si svolge in una dimensione onirica ammantata da un’aura mitologica, con una sequenza di tavole memorabile per resa espressiva: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph, dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminiscenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie si trovano già definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue manifestazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, gli sforzi tesi al recupero della memoria. I toni dell’opera oscillano tra il registro della tragedia e quello della commedia (“Il problema non è la merda! Al contrario, è la soluzione!”), e toccano vette insuperate di efficacia proprio nelle pagine più grottesche e assurde, come quando, approdato con i suoi compagni di avventure su un’isola che basa la sua precaria economia sullo sfruttamento del guano, Perramus si trova davanti a una popolazione stremata, in trepidante attesa per una sospirata pioggia di escrementi di volatili che giunga a risollevare l’economia stagnante del loro paese. Ricorda qualcosa?

Le pagine che vedono l’intervento di Borges sono altrettanto indimenticabili. Lo scambio di battute che ha luogo in occasione del loro primo incontro è già tutto un programma:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

E più avanti, in un momento cruciale della terza parte, lo scambio si tinge del tono paradossale che impregna tutta l’opera:

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

Di avventura in avventura, Perramus si conferma nel ruolo di erede del Vagabondo dell’Infinito: insieme affrontano la condizione dell’espatriato, la perdita delle radici, il recupero della memoria, in un universo che è esso stesso la negazione delle radici, della memoria, della libertà, schiacciato sotto il tallone di ferro della dittatura militare.

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Nella prima avventura, per esempio, Perramus decodifica il messaggio per la Resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici, ma un’indicazione sbagliata lo riporta all’Aleph e a Margarita, ovvero il punto da cui tutto è iniziato.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere.

[3 – Continua]

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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