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Nella descrizione della pagina Facebook I 1000 quadri più belli di tutti i tempi, un’oasi in quel settore di rete, su questo quadro di Edward Hopper leggiamo:

Il silenzio pervade questo angolo di città la domenica mattina, un silenzio quasi irreale che ci racconta di un risveglio lento. L’edificio ritratto – dico ritratto perché è una casa che parla, che racconta – ha le vetrine dei negozi chiuse ed una fila di finestre al primo piano dove possiamo immaginare occhi che si aprono e poi si socchiudono ancora.

Ciò che mi ha sempre affascinato di Early Sunday Morning è la sua perfezione geometrica, quasi che le linee della strada e del palazzo di fronte a noi cospirino per esaltare le migliori condizioni di luminosità di quest’ora del primo mattino di una domenica del 1930. Al riguardo Hopper ebbe modo di precisare che “domenica” non faceva parte del titolo originale e, benché col tempo vi si fosse affezionato, si trattava pur sempre dell’aggiunta di qualcun altro: nelle intenzioni originali dell’artista, questo quadro non era nato per rappresentare un giorno particolare della settimana, ma probabilmente per offrire piuttosto un commento alla vita ai tempi della Grande Depressione.

Se col tempo Early Sunday Morning ha perso la sua originale connotazione storica, forse persino prima ha visto sublimare la sua individuazione geografica: dalla Seventh Avenue di New York, non distante dallo studio dell’artista (al numero 3 di Washington Square North, tra Bowery e il Greenwich Village, non distante dalla New York University), il quadro è diventato rappresentativo dell’America nella sua astratta, forse persino illusoria, totalità. Riesco a pensare a pochi quadri con una vocazione più universale, in grado di sintetizzare l’immagine degli Stati Uniti dalle grandi metropoli alla provincia profonda.

In questo suo articolo per Independent, Tom Lubbock scrive:

Nothing happening. That’s the visual message of the image, with its parallel horizontals, its repetitive sequence of units, its long stretch. It’s also the narrative message. The light declares early morning, and the title specifies early Sunday morning. No one is around. No one is up and about. No one is awake. The street is empty. The people in the apartments sleep. The only visible event is the fall of the light. You’re looking at a scene without consciousness.

La perfezione geometrica che dicevamo sopra ha anche l’effetto di annullare qualsiasi prospettiva, trasportando lo scorcio di questa strada newyorkese della prima metà del secolo scorso dal mondo reale dell’esperienza al dominio “astratto” della matematica. Basta forse questa purezza a evocare l’emersione di una coscienza autonoma, una coscienza che potremmo estremizzare come del quadro sul quadro stesso, o in maniera più poetica come intrinseca alla luce che piove sulla strada e ne rivela le linee e le forme, scoprendo la sequenza della vetrine, delle porte e delle finestre, in un’epifania di sensazioni perse o semplicemente dimenticate nella memoria. Risolvendo così il paradosso di una vista senza osservatori in giro ad apprezzarla, di una coscienza non umana, forse perfino anti-umana.

And maybe you aren’t there either” prosegue Lubbok:

“When we were at school,” Hopper remembered, “we debated what a room looked like when there was no one to see it, nobody looking in, even…” This is the strangest effect in his paintings. He can depict individuals sitting by themselves, or empty rooms, or deserted streets, and he can suggest that the individuals are absolutely alone, the rooms and the streets absolutely empty.

Early Sunday Morning rappresenta lo scorcio di una strada americana com’era negli anni Trenta, come poteva apparire con o senza osservatori in giro ad apprezzarne il silenzio. E rappresenta anche lo scorcio di una strada come potrebbe apparire dopo che qualcosa di catastrofico si è consumato. Un dipinto allo stesso tempo in grado di trasmettere un senso di pace e di angoscia, una rappresentazione del mondo circoscritta in un intervallo storico e un intorno di spazio e una sua idea astratta e universale. La sua essenza e al contempo la sua possibilità.

Guardare il dipinto significa aprire gli occhi in una delle stanze con le tende mezze abbassate al primo pianto, appena sfiorati da un raggio di sole, dal suo calore che si propaga sul cuscino e sulla parete dietro la testiera del letto. E richiuderli per tornare a contemplare nella dimensione del sogno la quiete silenziosa di una strada deserta immersa nella luce del mattino, su un pianeta lontano migliaia, milioni di anni luce da noi.

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Per non perdere il contatto con la realtà, fa piacere ricordarsi con recensioni come queste che i nostri lavori vengono letti, commentati, e più spesso di quanto siamo soliti credere anche apprezzati.

Su Fantascienza.com l’esperto di libri Giampaolo Rai recensisce The Origins con queste parole:

Immagino fosse inevitabile, certe cose prima o poi devono accadere. Comunque a me amante dei libri tradizionali e fisici, recensire un libro privo di supporto cartaceo, esistente solo come oggetto virtuale fa un po’ impressione. Per l’occasione ci voleva qualcosa di particolare e credo che The origins sia la scelta giusta: una raccolta di racconti che riassume il movimento più innovativo della fantascienza italiana.

Il Connettivismo ha sancito, all’alba del nuovo millennio, un ideale passaggio tra la fantascienza più tradizionale e quella scossa prima dal fenomeno cyberpunk e poi dalle tematiche del transumanesimo. Nel 2004 il manifesto del connettivismo annunciava la nascita del movimento e ne delineava i temi portanti, nel 2005 nasceva la rivista Next e nel 2007 veniva pubblicata l’antologia Supernova Express.

Dopo un decennio di iniziative in vari campi, editoriali e no, la Kipple Officina Libraria pubblica ora The origins, un’antologia che riassume in diciassette racconti il percorso del movimento dalle origini sino ai giorni nostri.

[continua a leggere]

Ettore Fobo, invece, parla sul suo curatissimo blog Strani Giorni di Next-Stream, e la sua è una recensione che passa in rassegna tutti i racconti inclusi nell’antologia, attraverso i quali riesce a sondare gli intenti dei curatori e tirare le somme sul loro lavoro.

Per ragioni storiche che non starò qui a indagare, la fantascienza è mal vista in Italia. Non è così nei paesi anglosassoni dove gli scrittori di fantascienza riescono a incidere nell’immaginario, possono godere di un’attenzione critica, talvolta si arricchiscono persino,  arrivano a essere delle vedette contese dai giornali e dalle tv. In Italia ormai, potrei aggiungere con amarezza,  è malvista la letteratura, ma tant’è.

Questa italica avversione per la fantascienza permette,  però,  a un movimento come il Connettivismo di svolgere una funzione quasi clandestina ma di sicuro impatto per leggere il nostro caotico presente  e ce lo conferma quest’antologia di racconti. Lo scopo di NeXT–Stream, antologia edita da Kipple Officina Libraria nel gennaio 2015,  è  quello di svincolare il movimento dalle sue tematiche prettamente fantascientifiche e raggiungere una dimensione in cui i generi si mescolano e forse non c’è più nessun genere riconoscibile.  Il sottotitolo è l’eloquente: “Oltre il confine dei generi”.

[continua a leggere]

A fare strano è che Fobo, la cui acutezza è risaputa e già ampiamente apprezzata, sia stato comunque il primo lettore a interessarsi pubblicamente — a sei mesi dal varo  — di un’operazione come questa, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per richiamare l’attenzione dall’interno del settore, ma anche e forse soprattutto dall’esterno dei confini del genere. A dimostrazione, forse, di quanto difficili da scavalcare siano le barriere che ci vengono imposte dalle categorie di consumo.

E prima di concludere, due articoli che recano la mia firma, che valgono anche come consigli di lettura. Il primo riguarda la riedizione di un classico da tempo fuori catalogo, il romanzo d’esordio di Alessandro Vietti: Cyberworld. Dal mese scorso il libro è tornato disponibile sul circuito digitale grazie a Delos Digital, per soli 3,99 euro. Su Delos potete leggere la mia prefazione: Sulla frontiera del cyberspazio.

Il secondo è invece una ripresa di un mio vecchio saggio, uscito su Next-Station.org nel 2010, in occasione della prima edizione di Little Brother di Cory Doctorow, all’epoca intitolato X da Newton Compton Editori. Adesso Multiplayer.it ripropone il titolo nella sua collana Apocalittici, e lo fa anticipando l’uscita anche del suo seguito, Homeland, per l’autunno, offrendomi l’opportunità di riprendere quell’articolo e rivederlo. Il risultato, anche in questo caso, potete leggerlo sulle pagine di Delos: Little Brother: il canto di libertà di Cory Doctorow.

E siccome è domenica, ed è estate, lasciamoci con un quadro di Edward Hopper.

Edward Hopper - Highland Light, North Truro (1930)

Edward Hopper – Highland Light, North Truro (1930)

Edward Hopper e Albert Watson rappresentano il contraltare iperrealistico dell’estetica fantastica di Beksinski.

Nei quadri di Hopper il soggetto umano si riduce a un mero pretesto per suggerire una storia, una situazione, che spesso abbraccia i luoghi (la città come la campagna, New York come il paesaggio rurale del New England) e li riguarda più strettamente di quanto non faccia con le persone. Le figure, spesso sgraziate, ancora più spesso anonime, servono quasi a ricordarci chi sia il vero protagonista della tela: al posto degli uomini e delle donne che Hopper dipinge potrebbe esserci chiunque di noi. E la discrezione dell’artista è tale da far sembrare la loro presenza una coincidenza in un determinato punto dello spazio e del tempo. Tutti sembrano congelati nell’attimo eterno di un’attesa che potrebbe non finire mai. E intorno a loro si dispiega un universo fatto di milioni di storie che sappiamo essere identiche senza nemmeno vederle, immerse in una natura distaccata (anche i tramonti di Hopper, lungi dalla quiete, sembrano portare con i contrasti turneriani di luce e di ombre presagi più sinistri di quanto saremmo disposti a tollerare) o in una città aliena (ridotta alla verticalità delle superfici e attraversata secondo le fughe prospettiche delle ferrovie sopraelevate).

Edward Hopper, Nighthawks (1942)

Edward Hopper, Nighthawks (1942)

Watson riprende la lezione iperrealista di Hopper e nei suoi panorami notturni o crepuscolari, nelle stanze d’albergo di Las Vegas, nelle celebrità e nelle muse fetish che si lasciano catturare dal suo obiettivo, codifica una dimensione nuova e criptica, in un rincorrersi di suggestioni che rievocano il surrealismo tanto caro a J.G. Ballard. Consiglio la lettura di questo brano di Watson, utile riflessione sulla tecnica e l’esperienza che si può tranquillamente estendere al di là dei confini della fotografia:

Sperimento e mi muovo in molte direzioni diverse, non solo per­ché sento di poterlo fare ma perché amo questo eclettismo della visione. In un periodo difficile per me, negli anni Settanta e forse an­che nei primi anni Ottanta, mi sono molto impegnato a cercare di risolvere una serie di possibili questioni tecni­che legate alla fotografia non tanto per­ché fossi affascinato dalla tecnica, ma perché sentivo un’urgente necessità di sviluppare determinate possibilità cre­ative che avevo chiare in mente e, co­me sempre in fotografia, riesci a realiz­zare meglio le cose che vuoi se hai un’eccellente padronanza tecnica. Sa­per fare: questo è importante; come sa­per dominare tutti gli aspetti. Quando sei stato fotografo per molto tempo, impari ad utilizzare soluzioni di­verse, strade diverse, chiavi e percorsi al­ternativi, non soltanto dal punto di vi­sta tecnico, ma anche creativo ed emoti­vo. Se hai un problema particolare da ri­solvere, puoi far riferimento alla tua esperienza passata e da lì scegliere. Que­sto rende la tua vita più semplice. Certo, non si smette mai di imparare e più di­venti bravo tecnicamente, più il tuo me­todo di lavoro diventa fluido. Possiedi un’esperienza emotiva e creativa e quan­do ti serve, puoi usarla.

Albert Watson, Jellyfish Tank Series Mandalay Bay, Las Vegas

Albert Watson, Jellyfish Tank Series Mandalay Bay, Las Vegas

O almeno questo è quello che ho pensato stamattina, imbattendomi in questa segnalazione da Tor.com: il mondo visto dall’immenso Vincent Van Gogh, ricreato attraverso i suoi quadri. Su Van Gogh la redazione del blog richiama in effetti una puntata di Doctor Who che è in assoluto una delle avventure più belle, poetiche ed emozionanti vissute dal Dottore (almeno tra quelle che ho visto io): Vincent and the Doctor10° episodio della quinta stagione nuova serie.

Forse l’idea mi è nata proprio da là, oltre che da un’altra mezza dozzina di fonti sparse d’ispirazione, fatto sta che qualche mese fa iniziavo a pianificare un racconto su un falsario reclutato per ricreare ex-novo i quadri di un noto pittore di Cape Cod, al fine di replicarne il punto di vista e con esso la meraviglia della scoperta e l’emozione della prima volta a beneficio di un facoltoso committente, ammiratore dello sfuggente artista.

Probabilmente, come spesso mi capita, se avessi letto la notizia mentre stavo già scrivendo il racconto, l’avrei mollato lì a metà strada e le pagine già scritte sarebbero state fatica sprecata. L’effetto collaterale della realtà, come appunto accade. Per fortuna, il racconto si era già scritto da solo in un paio di sere, non più di due settimane fa, e da allora è in buone mani. Stavolta l’alba non mi ha portato sconforto: solo la sorpresa di aver letto la notizia giusta nel momento sbagliato.

Vi lascio al video, che merita davvero.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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