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FF_Riti_di_passaggioSeconda notizia editoriale della settimana. Esce in questi giorni un mio nuovo racconto, il primo per Future Fiction, la factory fondata da Francesco Verso in seno alla Deleyva Editore di Emanuele Pilia. La collana, fin dalla sua dichiarazione d’intenti, si prefigge di dar voce a storie dal futuro, ovvero a “narrazioni “potenziate” che esplorano la relazione ambigua tra gli esseri umani e la tecnologia, le trasformazioni dell’identità personale e dell’organizzazione sociale, l’incontro tra l’umanità e la scarsità oppure l’abbondanza di risorse: visioni che scrutano in ogni futuro possibile“.

Credo che Riti di passaggio s’inserisca bene in questa visione. Scritto tempo fa (la prima stesura risale al 2009) sull’onda di una serie di suggestioni metaletterarie, non ultime quelle innescate dall’ennesima rilettura del racconto L’integrazione segreta di Thomas Pynchon, di cui tiravo le fila in un vecchio post dello Strano Attrattore, il racconto è imperniato sul dilemma isolazionismo/integrazione (che in termini diversi avevo cominciato a delineare fin da questa panoramica critica risalente al 2008) e affronta il tema della esplorazione spaziale da un punto di vista molto problematico. In presenza di un ecosistema alieno, come converrebbe impostare il processo di colonizzazione: terraformando e distruggendo l’ambiente preesistente, oppure avviando uno sforzo per la modifica biologica dei coloni volta alla piena integrazione della loro società nell’ecosistema del nuovo pianeta? Ai coloni terrestri giunti nel sistema di Kappa Ceti Primo, lontana 30 anni luce dal Sole, viene offerta una ghiotta opportunità: un sistema planetario doppio, due corpi celesti molto simili tra di loro e non privi di vita aliena, su cui poter sperimentare un nuovo inizio.

Rispetto alla prima versione, il racconto è stato profondamente modificato in sede di revisione grazie agli spunti e ai consigli di Francesco Verso, con il quale abbiamo affrontato una fase di editing feroce quanto fruttuosa. E alla fine l’opera ne ha tratto enorme beneficio, tanto a livello di struttura quanto di fruibilità.

Questa la sinossi ufficiale:

Secoli prima, Triton e Siren, due pianeti gemelli nel sistema stellare Kappa Primo Ceti, erano stati colonizzati da una spedizione terrestre secondo filosofie diametralmente opposte: integrazione con l’ecosistema nativo nel primo caso e isolamento biologico della colonia nel secondo. Le conseguenze di queste scelte si riflettono adesso nello stile di vita e nelle contraddizioni delle due società postumane che si sono sviluppate dagli insediamenti originari dei Precursori.

Per Maya, cresciuta su Siren in una bolla pacifica e isolata dalla natura ostile del pianeta, la Vecchia Terra è solo un vago ricordo appreso nel corso delle lezioni di storia pre-Transito. Ma nel passaggio dall’adolescenza alla maturità la protagonista della storia scoprirà di avere una conoscenza molto limitata anche del pianeta in cui vive. Perché il mondo degli adulti è fatto di compromessi e macchinazioni che mal si accordano con la curiosità tipica della sua età. Insieme alla coetanea Larisa e a 3-Naïme, suo droide e tutore personale, Maya si metterà alla ricerca di qualcosa che la porterà a scoprire i segreti del processo di colonizzazione, proprio mentre la crisi politica su Triton rischia di sconvolgere il sogno utopistico della sua comunità.

“Riti di passaggio” può essere letto sia come una storia di ‘formazione’ che di ‘terraformazione’, dove gli elementi rituali scandiscono le varie fasi della genesi di Maya e della storia di Siren. Con uno stile fluido e ricercato, e soluzioni che richiamano alla mente sia la narrativa di anticipazione di Samuel Delany che le estrapolazioni postumane di Greg Egan e Alastair Reynolds, Giovanni De Matteo con questo racconto si conferma essere una delle voci più impegnate e interessanti nel panorama della fantascienza italiana.

L’immagine di copertina è di Mattia De Iulis. L’e-book consta di 35 pagine e può essere acquistato al prezzo di 1,46 euro sui principali bookstore on-line, a partire da Amazon.

C’è un’isola che non è tracciata su nessuna mappa, ma che galleggia nell’Oceano Atlantico in una zona che approssimativamente coincide con il Mar dei Sargassi, dove le correnti superficiali scendono al di sotto di una velocità media di 2 centimetri al secondo e nei tempi passati lasciavano affiorare banchi di alghe che le conferivano l’aspetto di una prateria oceanica. Da almeno la metà degli anni ’80, però, le alghe non sono più l’elemento dominante: è infatti in corso un processo di inquinamento che prosegue inarrestabile e che ha già trasformato la zona in una immensa discarica flottante.

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English: Polyethylene heat welded sculpture made to demonstrate the great Oceanic Gyres created by waste. This artwork is part of a collection titled “The creation of Plastikos” by Simon Max Bannister (Photo credit: Wikipedia)

Le sue dimensioni sono ancora incerte, ma alcuni studiosi le ritengono confrontabili con la Great Pacific Garbage Patch, la “Grande Chiazza dei Rifiuti del Pacifico” che si estende su una superficie stimata tra un minimo di 700.000 e ben 15.000.000 di chilometri quadrati (vale a dire 7 volte la Groenlandia, la più grande isola del pianeta, e il doppio dell’Australia). Alimentata da un sistema formato da quattro correnti oceaniche (responsabili del cosiddetto North Pacific Gyre, il “Vortice del Nord Pacifico”, da cui la denominazione alternativa di vortice di rifiuti: Pacific Trash Vortex), la GPGP si nutre dei rifiuti degli insediamenti costieri (all’80%) e delle piattaforme e navi che la attraversano (20%).

There are five major ocean-wide gyres — the No...

There are five major ocean-wide gyres — the North Atlantic, South Atlantic, North Pacific, South Pacific, and Indian Ocean gyres. Each is flanked by a strong and narrow “western boundary current,” and a weak and broad “eastern boundary current”. (Photo credit: Wikipedia)

La sua gemella del Nord-Atlantico, ribattezzata per estensione North Atlantic Garbage Patch (ma analoghe formazioni sono allo studio anche nell’Oceano Indiano e nel Pacifico del Sud), è caratterizzata da una concentrazione di rifiuti che sale fino a 200.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, e come la GPGP è formata principalmente da monofilamenti di plastiche e fibre di polimeri che dalla superficie s’inabissano fino a qualche decina di metri di profondità. Essendo traslucida la principale sostanza responsabile della loro composizione, queste formazioni risultano difficili da studiare dal satellite: occorrono prospezioni in loco, non esattamente agevoli né economiche. E nel frattempo ogni anno vengono prodotte circa 250 milioni di nuove tonnellate di plastica, di cui appena il 5% è destinata al recupero e al riciclo.

Plastic marine debris (PMD) collected at multiple locations in the North Atlantic was analyzed with scanning electron microscopy (SEM) and next-generation sequencing to characterize the attached microbial communities. Researchers  unveiled a diverse microbial community of heterotrophs, autotrophs, predators, and symbionts, a community we refer to as the “Plastisphere”. (Environmental Science and Technology)

Plastic marine debris (PMD) collected at multiple locations in the North Atlantic was analyzed with scanning electron microscopy (SEM) and next-generation sequencing to characterize the attached microbial communities. Researchers unveiled a diverse microbial community of heterotrophs, autotrophs, predators, and symbionts, a community we refer to as the “Plastisphere”. (Photo credit: Environmental Science and Technology)

In uno studio pubblicato da Environmental Science and Technology due oceanografe americane, Tracy Mincer e Linda Amaral-Zettler, hanno annunciato la loro scoperta di un peculiare ecosistema originato dalla massa di rifiuti alla deriva sul North Atlantic Garbage Patch. A quanto pare, le singolari condizioni di vita del NAGP avrebbero portato alla proliferazione di microrganismi eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, in un ecosistema dinamico in cui la plastisfera, un po’ come succede nelle barriere coralline, offre un ambiente di coltura in cui oltre 1.000 specie (tra piante, alghe e batteri), molte delle quali ancora non classificate, hanno prosperato, evolvendosi e diversificandosi in un ecosistema isolato molto diverso dagli altri ecosistemi oceanici. Ma soprattutto, tra questi microrganismi potrebbero essercene alcuni in grado di digerire – e quindi degradare – la plastica a un tasso di assimilazione più veloce di quanto si credesse finora possibile.

Per chi fosse interessato, ecco il link alla ricerca.

[Via io9.]

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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