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Manifestanti a favore del NO a piazza Syntagma ad Atene, 29 giugno 2015.  (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Manifestanti a favore del NO a piazza Syntagma ad Atene, 29 giugno 2015.
(LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

C’è modo e modo di raccontare una storia, specialmente mentre la storia si compie. E nessuno dei modi che sceglieremo sarà mai oggettivo al cento per cento. Il nostro punto di vista finirà sempre per condizionare la nostra lettura dei fatti, è inevitabile. Ed è una cosa da tenere ben presente, specie davanti ai casi che presentano tutte le caratteristiche in regola per poter ambire al ruolo di svolte nodali nella storia che racconteranno — e che si sentiranno raccontare — le generazioni future. Per l’Europa i giorni che stiamo vivendo credo che si riveleranno più importanti di quanto, alla fine, potranno esserlo per il popolo greco. Alessandro Gilioli sul suo blog Piovono Rane spiega bene che l’uscita della Grecia dalla moneta unica, o dall’Unione Europea, in questo momento, non ha nemmeno la legittimità giuridica di un’ipotesi di studio.

D’altro canto, l’esito della consultazione voluta dal premier greco Alexis Tsipras avrà un impatto notevole sui prossimi passaggi. Che riguarderanno in prima battuta i negoziati che coinvolgono Atene nell’esposizione verso i suoi creditori, ma presto si estenderanno anche agli altri PIGS a cui siamo tanto affezionati, se non proprio per la simpatia che ci ispirano almeno per via dell’antico attaccamento alla nostra pellaccia.

Sulla vicenda si sono espresse voci autorevoli, e sorprende trovare economisti illustri schierati dalla parte di quello che nel racconto della stampa nostrana ha assunto da diversi mesi le fattezze di Belzebù. Stiamo parlando ovviamente del summenzionato Alexis Tsipras, leader di Syriza al timone di questo Titanic chiamato Grecia. E se le opinioni di studiosi di fama internazionale, per quanto suffragate dai massimi riconoscimenti mondiali che recano lustro ai loro CV, potrebbero comunque essere condizionate da bias, perdita di lucidità, errore umano o — perché no, consideriamole proprio tutte — malafede, viene da chiedersi come mai proprio coloro che propongono la lettura diametralmente opposta abbiano bisogno di raccontare il falso per vedere affermata la ragione di cui sarebbero legittimi custodi. Per esempio, dimenticandosi di ricordare che nel baratro la Grecia è stata trascinata dai predecessori dell’uomo attualmente al governo, e che l’impresa di taroccare i conti è potuto riuscire grazie all’avallo e alla distrazione delle stesse autorità europee e internazionali deputate alla vigilanza. Ed è altrettanto interessante notare che adesso quei personaggi, ovvero i creditori di ieri e di oggi e gli artefici stessi del debito (i capitani che hanno guidato il Titanic dritto contro l’iceberg), si ritrovino compatti, uniti sullo stesso fronte, casualmente opposto a quello su cui Tsipras cerca di mantenere le ultime posizioni in difesa di un’Europa diversa.

È bene dirlo: malgrado gli endorsement prestigiosi di Paul Krugman, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz, queste postazioni somigliano terribilmente a una rocca, e gli oppositori a qualsiasi accordo tra le parti che non comporti l’annientamento di Tsipras e del suo governo sono legioni che la cingono d’assedio, salivando all’odore del sangue che potrebbe essere versato la notte di domani.

Ognuno è libero di pensarla come vuole, soprattutto qui in Italia dove la Grecia ci sembra un paese esotico se non, nella spavalda narrazione dei nostri politici e governanti, fatta propria senza difficoltà dagli organi di dis-informazione filogovernativi e non solo, addirittura un altro pianeta (e invece vedremo quanto ci metterà a diffondersi il contagio nella malaugurata ipotesi che i creditori decidano di portare alle estreme conseguenze la loro sciagurata linea punitiva)… Non dovremmo tuttavia dimenticare una cosa. Tsipras sta facendo, a modo suo, quello che i principali personaggi saliti alla ribalta della cronaca politica italiana di questi ultimi dieci anni hanno coltivato per mesi se non per anni come un sogno bagnato. Renzi prima dell’investitura tedesca, Grillo prima del più rapido sperpero di consenso nella storia della Repubblica. Stendiamo un velo pietoso sul ricordo di Berlusconi, e ignoriamo per decenza Salvini.

Dimostrando doti di leadership assolute che qui da noi vengono troppo facilmente scambiate un tanto all’etto con chiusure dogmatiche, prescrizioni, sotterfugi, colpi di fiducia, battutacce e repulisti, Alexis Tsipras sta facendo esplodere le contraddizioni interne del sistema Europa, così com’è stato messo in piedi in questi anni. Un sistema che da europeisti non dovremmo più tollerare di lasciare nelle mani della gente che ci ha portato a questo punto. E questo per la gente di cui sopra è un motivo sufficientemente valido per desiderare a seconda dei casi il suo fallimento (se il treno è ormai perso), oppure il suo successo (se sussiste la speranza di salire sul carro, come si augurano gli antieuropeisti che della mossa di Tsipras non hanno capito alcunché).

Tsipras rappresenta un’alternativa di governo che siamo stati convinti a credere non possa esistere. I politici e i burocrati che attualmente stringono le redini delle istituzioni europee forse non lo vedranno come un vero pericolo, ma sicuramente lo considerano alla stregua uno scomodo imbarazzo: innanzitutto perché non è addomesticabile come un Renzi qualunque né macchiettistico come il primo Grillo, Berlusconi o Salvini di passaggio, ma per di più li mette davanti ai limiti delle loro politiche, oltre che agli effetti degli errori commessi finora. La vera scelta davanti a cui ci ha messi Tsipras con la sua mossa potenzialmente suicida è tra una possibilità di redenzione e la perseveranza dell’errore, ma forse a questo punto potremmo parlare anche di crimine viste le statistiche sui suicidi provocati dall’austerity dettata da Berlino. E per questo alla fine il referendum proposto ai greci è stato così manipolato da diventare un referendum sul loro primo ministro: le più affilate armi retoriche sono state messe al servizio della strategia della distrazione, allo scopo di disinnescare il rischio di una vittoria del No. Non conosco così bene il popolo greco e la realtà ellenica per dedurre dagli umori della piazza e delle strade i possibili esiti della consultazione, ma anche in questo coraggio Tsipras si è dimostrato agli antipodi rispetto a tutti i suoi predecessori e colleghi.

Per questo, per come la vedo io, Tsipras rappresenta un futuro alternativo a quello che ci hanno insegnato a ritenere inesorabile. Se sia un futuro ancora possibile, quel futuro che da qualche anno ormai ci siamo dimenticati di avere frettolosamente riposto in soffitta, insieme a tutte quelle cose che potrebbero ancora servirci (tra cui anche la nostra dignità), lo scopriremo nei prossimi giorni. E se il popolo greco non avesse voglia di rispolverare quei vecchi articoli, nessuno dovrebbe fargliene una colpa. Dopotutto perché dovremmo crederci diversi da loro, noi che abbiamo saputo già dimostrare capacità insuperate di rimozione, distrazione, spavento e opportunismo?

C’è una cosa più odiosa delle innumerevoli dittature delle minoranze disseminate lungo il cammino della civiltà, se così vogliamo definirla. È la dittatura della maggioranza, molto più subdola e meschina delle pur dannosissime minoranze oppressive che abbiamo conosciuto. E la base ideologica, la confusione semantica su cui si regge, sono i tratti distintivi che mi fanno più ribrezzo: la dittatura della maggioranza si fonda sull’equivoco che il numero giustifichi tutto, che la prevalenza numerica legittimi ogni tipo di misura promossa da una fazione maggioritaria, come se il consenso acquisito implicasse automaticamente l’accettazione e il sostegno da parte dei suoi sostenitori nei confronti di qualsiasi disposizione promossa dalla maggioranza.

La realtà ci insegna che le semplificazioni sono deleterie, eppure dobbiamo fare ancora molta strada per maturare una vera sensibilità verso la complessità delle situazioni: troppi di noi continuano a leggere la realtà secondo un approccio riduzionista, sposando la logica binaria del tutto bianco o tutto nero, tutto vero o tutto falso, tutto giusto o tutto sbagliato. La percezione delle sfumature è il fronte strategico più delicato su cui dobbiamo ancora lavorare per aiutare il progresso e l’evoluzione della civiltà.

In quella maggioranza che oggi in Italia sembra essersi saldata per modificare i pilastri della nostra Costituzione, esiste un seguito numerico solo virtuale. Esiste un fronte di partiti che può contare sulla maggioranza schiacciante, in termini di consensi raccolti alle ultime elezioni politiche del 2013, ma nessuno dovrebbe dimenticare che più o meno ciascuno di questi partiti era portatore nel febbraio 2013 di una diversa idea di maggioranza, ciascuno influenzato dalla propria matrice politica. In quella maggioranza che oggi scalpita e s’infastidisce per ogni tentativo di resistenza alle “riforme” che va propugnando, convivono realtà così diverse che, in caso di voto a novembre, è più probabile che si finisca per innescare una frammentazione a catena rispetto al sistema “tripolare” emerso nel 2013 piuttosto che una polarizzazione netta tra due opposti ben definiti, secondo quel principio aggregante che tutti sembrano oggi riconoscere al premier in carica. E non dovremmo nemmeno dimenticare che il 41% raccolto dal principale partito di questa maggioranza alle ultime consultazioni europee è maturato appunto in un ambito che non era quello del voto politico mirato a eleggere la rappresentanza parlamentare chiamata a esprimere un governo: il governo in carica non ha mai ricevuto dai cittadini un’investitura o una sfiducia sul programma che va perseguendo, perché il popolo italiano non è ancora mai stato chiamato a pronunciarsi sulla materia.

Lo spettacolo a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è raccapricciante per chiunque nutra un pur minimo rispetto per i diritti. E purtroppo da qualche giorno la già aggressiva strategia del pugno di ferro adottata dal governo sembra preludere a un salto di qualità. Il fatto che le opposizioni, così diverse tra loro e alcune fino a qualche settimana fa ancora così battagliere, si siano viste costrette a un’azione che di colpo ne ha scoperto la totale impotenza, lasciandole nude e disarmate di fronte all’opinione pubblica del Paese, dovrebbe darci da pensare. La richiesta di un colloquio con il Presidente della Repubblica e il rifiuto di quest’ultimo, la carica di massima garanzia prevista dalla Costituzione, lascia basiti e sconcertati. Non ho altre parole per esprimere la mia preoccupazione.

La catena di eventi che è stata ormai innescata, a meno che non venga spezzata da un sussulto estremo di coscienza o logorata dall’ostruzionismo parlamentare, non ci porterà a niente di buono. Non c’è bisogno di scomodare i pur preoccupanti paralleli con il piano di rinascita nazionale che pure imbarazzerebbero chiunque. Quello che è certo è che dietro le manovre di questi mesi appare sempre più evidente la logica del dominio che ispira l’azione del manovratore, per superare il caos degli ultimi anni con l’instaurazione di una nuova egemonia che non sembra poi così diversa da quella vecchia che ci ha tenuti soggiogati per vent’anni. Per questo, malgrado le riforme vengano presentate in maniera martellante come una misura necessaria di sviluppo e progresso, tutto quello che vedo io è la pretesa di una restaurazione. E anche per questo dovremmo tutti impegnarci a esercitare meglio il nostro senso critico, per riuscire a cogliere nelle sfumature i rischi che minacciano il nostro futuro.

Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasg...

Kim Stanley Robinson at Worldcon 2005 in Glasgow, August 2005. Picture taken by Szymon Sokół. (Photo credit: Wikipedia)

La scorsa settimana il prestigioso New Yorker ha ospitato sulle pagine del suo blog dedicato alla lettura un intervento di Tim Kreider che si interrogava sul migliore autore politico in circolazione. Partendo da una triste constatazione, che i critici del 2063 potrebbero convincersi che le principali preoccupazioni sociali della nostra letteratura contemporanea siano i rapporti con i genitori, le relazioni finite male e la morte, Kreider sostiene che per trovare qualche istanza politica, specie su una questione non ancora abbastanza dibattuta come il conflitto tra la democrazia e il capitalismo, al giorno d’oggi non ci resta che rivolgerci a un solo genere. Non l’avreste mai detto, eh? Ebbene sì, proprio la nostra vituperata, bistrattata, malconcia e moribonda fantascienza. E arriva a sostenere, con parole che trovo largamente condivisibili, che:

La fantascienza è un genere intrinsecamente politico, dal momento che qualsiasi futuro o storia alternativa immagini rappresenta un desiderio su Come Le Cose Dovrebbero Essere (anche quando si riflettono minacciosamente in un ammonimento su come potrebbero andare a finire). E Come Le Cose Dovrebbero Essere è la domanda e lo sforzo al centro della politica. [La fantascienza] è anche, direi, un genere intrinsecamente liberale (nonostante i suoi numerosi frequentatori moderati), nel senso che guarda allo status quo come fortuito, una combinazione storica, laddove il conservatorismo lo considera inevitabile, naturale e per questo giusto. La meta-premessa di tutta la fantascienza è che non bisogna dare per scontato niente.

Kreider riconosce nel pluripremiato Kim Stanley Robinson, uno dei maggiori autori di fantascienza viventi, la figura del più importante autore politico attivo oggi in America. E giustifica con chiarezza e dovizia di particolari la sua scelta. Kreider sostiene che la grandezza di Robinson deriva dal suo tentativo di applicare il metodo scientifico alla politica, privilegiando un approccio ingegneristico ai problemi. I suoi lavori danno voce a quello che nel mondo anglosassone viene definito left-wing libertarianism e che da noi viene inserito nella tradizione dell’anarchismo di sinistra. Tra i concetti che troviamo applicati nelle sue opere, e che potremmo far confluire in una ideale piattaforma politica, si annoverano:

  • la gestione comune – non la proprietà – della terra, dell’acqua e dell’aria
  • un sistema economico basato sulla realtà ecologica
  • il trasferimento di potere decisionale dai governi centrali alle comunità locali
  • l’affrancamento delle basi dell’esistenza, come l’assistenza sanitaria, dalle crudeltà del libero mercato
  • l’applicazione di principi democratici come l’autodeterminazione e l’uguaglianza sul posto di lavoro – che in pratica comporta piccole cooperative al posto di enormi multinazionali, gerarchicamente strutturate e basate sullo sfruttamento
  • il rispetto per il mondo naturale codificato nelle leggi.

Il che forse giustifica la scarsa fortuna che purtroppo ha sempre accompagnato Kim Stanley Robinson nel rapporto con l’editoria italiana, considerando tutti i cicli iniziati e poi interrotti, dalle Tre Californie alla Trilogia Marziana,  per non parlare dei capolavori mai nemmeno tradotti (Antarctica, 2312). Ma volendo considerare, con piglio scientifico, la reputazione che Robinson ha saputo costruirsi in patria, dobbiamo riconoscere con rammarico che i conti non tornano: un autore anti-capitalista snobbato in Italia e celebrato negli USA? Nemmeno in un’ucronia, forse.

E allora ci tocca andare a ricercare altrove le cause del suo scarso successo presso il pubblico italiano. Da dove cominciare? Dalla nostra squallida realtà di tutti i giorni, per esempio, con tutte le caratteristiche inequivocabili di una società in piena decadenza: dal livello infimo del dibattito politico agli stenti della ricerca, dalla crisi ormai strutturale della produzione al progressivo smantellamento dei servizi, senza dimenticarci lo stato pietoso in cui versa la cultura. Un paese che può permettersi di accettare la situazione con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno è un paese che può permettersi tranquillamente di ignorare le numerose domande (im)poste da autori politici come Kim Stanley Robinson, oppure – se è per quello – Iain M. BanksGreg Egan, Ken MacLeod, Ian McDonaldCharles Stross, Richard K. Morgan, per citare solo alcuni dei più importanti autori di fantascienza di questi ultimi anni.

Parlare della crisi della fantascienza, allora, diventa un modo come un altro per affrontare una crisi ben più ampia, ormai dilagante a livello di sistema. Ma ne considera solo un sintomo, mentre il male da curare risiede altrove, ed è il caso che qualcun altro, oltre a chi scrive o legge fantascienza, cominci a preoccuparsene.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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