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Ho scritto questo racconto più di un anno fa, ma finora è rimasto inedito. Per qualche ragione non avevo ancora pensato di presentarlo in giro, forse anche perché si tratta di poco più di un canovaccio. L’idea di fondo è fortemente correlata con quella di Riti di passaggio, e a ben vedere gli echi e le risonanze tra i due racconti intessono una trama talmente fitta da rendere questa elegia dell’era spaziale quasi un preambolo alla storia già pubblicata. Inutile nascondere gli omaggi a George R.R. Martin (autore di splendidi racconti di fantascienza prima di meritarsi il successo mondiale con le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco) e Cowboy Bebop, i più attenti di voi li coglieranno già nel primo capitoletto. Quindi non aggiungo altro. Buona lettura!

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Hai fatto molta strada per arrivare fin qua, in mezzo al deserto più spoglio e arido in cui potessi capitare. Su questo misero pianeta di periferia non sono molti gli stranieri di passaggio, da qualche tempo a questa parte. Quindi vedrò di ricompensarti per il viaggio, uomo. Non ho molto da offrirti, per la verità. Dopotutto, cosa può reggere il confronto con la vostra civiltà spaziale? Il progresso vi ha regalato integrazione a ogni livello, realtà aumentata, stampanti 3D, transito quantistico, comunicazioni in tempo-reale… Insomma, la disponibilità di qualunque cosa abbiate bisogno, ovunque vi troviate.

Ma un tempo l’umanità non aveva niente di tutto questo. E viveva disseminata in tante piccole comunità, sparpagliate sulla superficie di un piccolo pianeta di periferia. Mi ricorda qualcosa, già… Piccole comunità che al calare del sole accendevano un fuoco e si raccoglievano nella sera per ascoltare una storia. Un po’ come noi, adesso.

Ecco, se vorrai ascoltare la mia voce, in questa notte illuminata dalle nostre due lune che fanno capolino da dietro un gregge di nuvole per te aliene, ti racconterò una storia. È tutto ciò che ho da offrirti, insieme a un po’ di fumo dal mio narghilè e alle ultime bottiglie di questo ottimo distillato da Wraithworld. Una nave mercantile una volta ha tentato un atterraggio di emergenza nelle White Sands, poco lontano da qui: per fortuna il vino e i liquori che stava trasportando non andarono perduti. Hanno accompagnato i membri superstiti dell’equipaggio durante tutta la loro attesa di una spedizione di soccorso che venisse a recuperarli.

Bevi, è un liquore molto particolare.

Arriva direttamente dal “mondo degli spettri”…

*

Ogni anno da duecento anni, sul pianeta di Rimway si ripete il rito del solstizio. Come ogni anno, proprio in questo periodo, quando il pianeta è giunto all’afelio della sua orbita intorno al suo piccolo sole di classe k1v, i coloni si danno appuntamento per celebrare l’arrivo del nuovo anno e propiziare quello che nell’uso locale è definito come Nuovo Sole.

Se provi a immaginarli, riuscirai a vederli. Proprio adesso, intorno a te.

Rimway è un posto particolare: quando fu fondata la prima colonia, si trovava sul bordo della prima zona d’influenza dell’umanità, un punto ideale come rampa di lancio verso le stelle esterne. E la colonia fu pensata per fornire supporto ai cantieri spaziali per tutte le attività che dovevano o potevano essere svolte in presenza di gravità: estrazione di minerali, metallurgia, e una sequenza significativa di operazioni nelle filiere produttive dell’industria elettronica ed aerospaziale. Rimway esisteva in funzione di Kosmograd-2, il cantiere spaziale a breve distanza. E Kosmograd-2 aveva bisogno di Rimway per costruire nuove navi, arche da lanciare verso le stelle per fondare nuove colonie, o rifornire quelle già esistenti.

Nessuno ricorda a che punto si verificò la scissione. Che le due comunità fossero divergenti, divenne evidente in breve tempo. La popolazione di Kosmograd-2 aveva tenuto rapporti costanti con il resto della civiltà terrestre, mentre nel suo nuovo ambiente planetario la comunità di Rimway era andata sempre più specializzandosi e aveva acquisito caratteristiche proprie, sviluppando una cultura “marginale”. Nell’affrontare il dilemma della scelta tra isolazionismo e integrazione, le due comunità optarono per soluzioni differenti.

Entro breve gli abitanti di Kosmograd-2 divennero Quelli di Sopra.

E i coloni stanziatisi sul pianeta Quelli di Sotto.

Le due comunità non interruppero i rapporti, ma continuarono ad allontanarsi. Le relazioni si ridussero al minimo indispensabile richiesto per la sussistenza delle rispettive funzioni.

Ma anche la frontiera stava andando incontro a un radicale cambiamento. Man mano che le navi salpavano, colonie sempre più lontane spostavano e ampliavano il fronte della zona di espansione dell’uomo nello spazio. Non passò molto e la posizione di Rimway perse progressivamente tutti i vantaggi che avevano portato i primi esploratori a privilegiarla. Ancora qualche lancio e Rimway si ritrovò tagliata fuori dalle principali rotte commerciali. Le ultime due navi restarono attraccate ai moli per più di un decennio, in attesa di un flusso migratorio dalla Madre Terra che non sarebbe mai arrivato a Kosmograd-2 per riempirle. Gli addetti ai cantieri spaziali rimasero senza lavoro: inutile ormai perseverare nella costruzione di nuove navi, se già le ultime erano rimaste vuote e inutilizzate.

Così s’interruppe anche l’approvvigionamento di materie prime e di semilavorati da Rimway. Con gli ultimi materiali a loro disposizione, i tecnici e gli ingegneri di Kosmograd-2 costruirono un’ultima nave, poi imbarcarono tutta la popolazione sulle tre arche rimaste inutilizzate e partirono per una destinazione comune: forse fecero ritorno alla Madre Terra, oppure andarono a raggiungere qualche nuova colonia sul fronte dell’espansione, o ancora decisero di fondarne una completamente nuova. Comunque non ci interessa. Questa non è la storia di chi decise di partire.

Questa è la storia di chi invece è rimasto.

*

La gente di Rimway rimase. Se rimase intenzionalmente o per costrizione esterna, è una verità che è stata a più riprese plasmata e rettificata in base alle convenienze del momento. Non si parla molto di quel periodo di definitiva separazione, nelle case e nelle piazze di Rimway.

La gente porta avanti le sue occupazioni, oggi come allora. Solo un giorno marca un drastico cambiamento rispetto a quell’epoca, una brusca variazione nella routine che accomuna tutti gli altri giorni dell’anno: è il giorno del solstizio d’inverno, quando il sole rinasce. Allora la gente si ritrova sulla pista ormai abbandonata dello spazioporto. La Bestia attende come sempre al riparo da sguardi indiscreti, sotto il telone, nell’hangar di deposito.

I convenuti stazionano sul piazzale, per lo più soli nell’alba gelida, ognuno raccolto nei propri pensieri, anche quando sembra che inavvertibili increspature nella forza gravitazionale portino qualcuno in prossimità di qualcun altro, a formare capannelli spettrali. I membri della comunità continuano ad affluire alla spicciolata,  gli sguardi continuano a evitarsi accuratamente.

Quando il numero viene raggiunto, la cerimonia ha inizio. Puoi vederli con i tuoi occhi: il telone viene rimosso – il velo alzato. Il cingolato trasportatore si mette in marcia, a una velocità di un passo al secondo o anche meno. Un passo fin troppo lento, sufficiente allo svolgersi della processione di accompagnatori muti e assorti nell’eucaristia del relitto spaziale.

La Bestia esce allo scoperto, lucido profilo di lega metallica temprata per sfidare gli abissi dello spazio, incrostato dalla lunga e imprevista permanenza nell’atmosfera di Rimway. La folla segue il cingolato con il suo carico: l’ultimo vettore sopravvissuto all’era dei collegamenti con Kosmograd-2, l’unico sottratto ai Disordini.

La lunga marcia si snoda lungo il percorso abituale: sono diecimila passi dall’hangar al complesso di lancio e ciascuno dei membri della comunità li conosce a memoria, avendoli percorsi ogni anno a partire dall’anno in cui per la prima volta è stato capace di camminare. Diecimila passi compiuti in silenzio, nell’arco di sei ore, da tutti, senza esclusioni.

Quando il vettore viene posizionato sulla rampa, come ogni volta i tecnici radio cominciano a spazzare le frequenze in cerca del segnale dal centro di controllo dalla stazione spaziale. Dopo mezzogiorno, la luce volge già verso i colori spenti della sera. Il razzo, proteso sulla pista, sembra voler provocare una reazione da parte del cielo dell’inverno. Ma dalle nubi non filtra più il segnale rassicurante di Kosmograd-2, con i codici per il lancio, le coordinate di rotta, il countdown per il decollo.

Quelli di Sopra hanno smesso di trasmettere.

E come ogni anno, da duecento anni a questa parte, i discendenti della colonia si disperdono alla spicciolata. Pochi irriducibili riaccompagneranno la Bestia nella sua tana. Riposizioneranno il telone. Sigilleranno l’hangar. E torneranno alle attività quotidiane, per altri trecentosessantaquattro giorni, in attesa di un nuovo solstizio per celebrare il rito del lancio, al Nuovo Sole. Preparativi che vanno avanti da duecento anni, in fiduciosa attesa del Sole giusto.

*

Hai visto tu stesso, uomo. È quello che succede quando il differenziale tra le velocità di sviluppo supera una soglia minima di correlazione. Oltre questo limite, le civiltà imboccano strade divergenti, traiettorie centrifughe.

Nessuno aveva mai spiegato agli abitanti di Rimway la composizione chimica del combustibile per i diversi stadi del vettore, e la nozione stessa del propellente si è persa nel tempo. Oggi la cerimonia, pur nella fedeltà della liturgia primitiva, benché svuotata della valenza che aveva in origine, è ridotta a una farsa. Un tentativo di evocazione, una supplica per invocare gli dèi perduti di Kosmograd-2 e riattivare le connessioni con una stazione ormai abbandonata, vuota, congelata nel silenzio. Un culto del cargo, condotto da indigeni un tempo a contatto con l’essenza stessa della divinità, e adesso dimenticati su un pianeta alieno, abbandonati a se stessi, condannati a ripetere un rito di cui hanno perso consapevolezza del senso.

Bevi, uomo: è ottimo questo brandy di Wraithworld, il mondo degli spettri. Aiuta a riscaldare la mente e il cuore, in notti come questa, su un pianeta come questo. È un ottimo propellente per l’immaginazione… Bevi, non preoccuparti. Vedrai, i soccorsi non tarderanno. Saranno qui prima che sia fatto giorno.

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[Le immagini provengono dal cosmodromo di Bajkonur e documentano il trasporto dei Sojuz dagli hangar alla rampa di lancio.]

[Terminal Shock è il mio ultimo libro, uscito in e-book la scorsa estate per Mezzotints. Quello che segue è un breve estratto del testo.]

Image Credit: Galileo Project, JPL, NASA; reprocessed by Ted Stryk

Europa, 2163. Sembrava trascorsa una vita. Qilliam fresco di addestramento, appena reclutato nelle file operative della Divisione Ψ e inviato in missione sul campo, presso Concordia Station.

Sbarcato sulla luna, si applicò al problema con lo slancio del neofita. Un duplice caso di manufatto-fuori-posto – oopArt, nel gergo degli archeologi – senonché la provenienza dei reperti li collocava di diritto nella classe dei grandi problemi insoluti con cui fare i conti nell’esplorazione dello spazio. Erano stati scoperti in una regione nota come Thrace Macula, in quello che aveva l’aria di essere un deposito di condriti carbonacee.

Gli psiconauti intervenuti sul luogo avevano stimato un’origine recente per quella formazione e l’ipotesi più consistente prevedeva che risalisse a una pioggia meteoritica occorsa nel XXI secolo.

C’erano tracce di radioattività residua, sui manufatti: una sorta di piccola scultura votiva e una conformazione ad arco di circa otto metri che avrebbe potuto essere un montante o parte di una struttura più complessa, piantata tra le rocce e il ghiaccio di Thrace Macula.

Il loro rinvenimento aveva spaccato la comunità scientifica: archeologi, planetologi, esobiologi, si erano cimentati sul caso. Quando la Divisione Ψ aveva deciso di inviare una propria delegazione, i reperti E-2161a ed E-2161b erano venuti a trovarsi al centro di un acceso dibattito nella squadra di psiconauti incaricati di studiare il caso. Da Qilliam, i superiori si aspettavano solo che redigesse una relazione, quanto più completa possibile, e probabilmente niente di più.

Ma il manufatto era diventato un’ossessione. La recluta vi aveva dedicato ogni secondo della sua permanenza presso il campo di ricerca. Quando si addormentava, vedeva avanzare nel dormiveglia la figura di un astronauta extraterrestre, fiero e imperscrutabile, dal passo solenne e fragoroso, capace di scuotere il continuum del sonno mentre conduceva una danza astrusa intorno a una struttura gigantesca, dalla funzione incomprensibile, di cui E-2161b poteva essere nient’altro che un elemento accessorio. Era la sua mente che astraeva le suggestioni evocate dalla ricerca, trasformandole in quella visione terribile, il rituale oscuro di una divinità violenta e vendicativa degna del pantheon hindu. E in quell’immagine giocava un ruolo cruciale la teoria elaborata da Dimitri Rachmaninoff, all’epoca già veterano del corpo.

Che E-2161b potesse essere di origine artificiale, era opinione alquanto diffusa. Ma non si trovavano corrispondenze nella tecnologia umana degli ultimi centoquarant’anni, ovvero da quando l’impresa spaziale era ripartita, aprendo la frontiera del sistema solare. Su E-2161a sussisteva qualche dubbio in più. Di sicuro, nessuno riusciva ancora a fornire una spiegazione attendibile di come entrambi fossero arrivati su Europa.

Tra le diverse scuole di pensiero, un paio erano riuscite a polarizzare l’opinione degli studiosi. E Rachmaninoff era fiero della paternità di una delle due. Aveva pensato a un culto del cargo su scala stellare. Un popolo di esploratori era approdato nel sistema solare secoli, o millenni, addietro; si era presentato alle antiche civiltà terrestri, per lo meno una di quelle ritenute più avanzate e per questo idonea a reggere il peso del contatto; e aveva instaurato con essa rapporti di interscambio – probabilmente di natura culturale, piuttosto che commerciale in senso stretto – di durata abbastanza breve da giustificarne il successivo oblio nei documenti, a parte gli occasionali residui che potevano essere sopravvissuti all’estinzione della società contattata, in forme tanto criptiche da risultare inesplicabili agli studiosi dei secoli successivi.

Sulla via del ritorno, gli esploratori extraterrestri avevano quindi deciso – per scelta o necessità – di liberarsi della zavorra, e avevano seminato nello spazio spazzatura e cianfrusaglie varie raccolte durante la permanenza sul pianeta. E-2161a ed E-2161b potevano non essere altro che i resti sopravvissuti al dumping, che la danza gravitazionale del sistema di Giove doveva aver cancellato risucchiandone in larga misura gli scarti nel proprio maelstrom planetario. Tonnellate di materiale poteva essere andato disperso nell’atmosfera gioviana, ma qualcosa era scampato, su Europa e forse sulle altre lune medicee. E-2161a ed E-2161b stavano a testimoniare il caso favorevole, che poteva essere tutto fuorché unico.

Il culto del cargo di Rachmaninoff ipotizzava che la statuetta fosse stata scolpita proprio dai terrestri, in adorazione degli antichi astronauti che potevano aver scambiato per divinità calate dalle stelle. Era un effetto collaterale di un caso di primo contatto, plausibile allorché si verificasse tra civiltà separate da una distanza significativa sulla scala del progresso.

E non riusciva in alcun modo a convincere Qilliam.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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