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Ultime ore del 2020, fuori c’è un cielo sereno che prendiamo come buon auspicio per l’anno che ci aspetta, e intanto approfittiamo della reclusione per decreto sfruttandola come la più benvenuta delle scuse per starcene in casa e fare un po’ di bilanci.

Controllando le statistiche del blog, ho scoperto che Holonomikon è arrivato a 350 articoli pubblicati dal 2013. Il 2020 è stato il terzo anno di maggiore attività, dopo il 2019 (109 articoli) e il 2014 (88): 63 post pubblicati fino a ieri, per un totale di 49.001 parole e una media di 778 parole ad articolo (corrispondenti a circa 5k battute, a poca distanza dal record del 2018, quando però i post pubblicati erano stati appena 6 nell’arco dei 12 mesi). Più che un consuntivo, è una testimonianza della rinnovata dedizione con cui dallo scorso anno ho ripreso a dedicarmi al blog, e che spero di conservare anche nel corso del 2021. Questo malgrado il traffico generato sia davvero marginale rispetto ai volumi di un blog anche solo medio: nel corso di questi 8 anni di attività ho cercato più volte di variare la dieta dei contenuti, con l’intenzione di intercettare fasce sempre più ampie di lettori, a volte focalizzandomi su argomenti molto settoriali, altre cercando di offrire la maggior varietà possibile. Ammetto che entrambe le strade non hanno portato a particolari benefici in termini di pubblico intercettato: da un paio di anni i lettori che seguono queste pagine si contano in una ventina al giorno di media; voi sapete chi siete, e io vi ringrazio per l’attenzione con cui seguite roba che, in ultima istanza, potrei scrivere a mio esclusivo uso e consumo.

Veniamo quindi a ciò di cui abbiamo parlato nel 2020, con diverse piacevoli scoperte in termini di visioni e letture, in alcuni casi recuperi di visioni e letture degli anni passati, e sicuramente molto meno liete notizie di cronaca dal mondo là fuori:

A cui vado ad aggiungere le pagine sulla pandemia, che hanno monopolizzato l’attività di Holonomikon per buona parte della primavera scorsa, e l’elogio di Diego Armando Maradona, tra le altre cose che il 2020 si è portato via.

Apro qui un inciso. Maradona non è stata l’unica perdita a livello personale (chi vuol capire, capisca; a chi non vuol capire, è inutile che provi a spiegarlo). Ognuno di noi conosce i pezzi di sé che il tempo si porta via, ma finiamo per accorgerci sempre troppo tardi dell’importanza delle presenze che eravamo abituati a dare per scontate nelle nostre esistenze. Solo di fronte all’assenza ci rendiamo conto, ogni volta, immancabilmente, che tutto ciò che possediamo davvero sono i ricordi dei momenti trascorsi insieme, mentre cresciamo e scopriamo la vita, mentre invecchiamo e cerchiamo di prepararci all’inevitabile, e non saremo mai davvero pronti abbastanza quando verrà il momento di salutarci. E sicuramente non c’è niente di peggio di non poter nemmeno salutarsi, prima di intraprendere l’ultimo viaggio.

Tornando al blog, quest’anno ho inaugurato una nuova categoria di micropost. L’ho chiamata Microverso, sia per le dimensioni dei contributi, sia per la fonte: sono schegge del mondo fantastico visto con gli occhi di un bambino di quattro anni (nella fattispecie, non faccio altro che trascrivere le uscite di mio figlio Samuel).

Tra le cose pubblicate fuori dal blog negli ultimi 12 mesi, vale senz’altro la pena segnalarvi gli articoli apparsi su Quaderni d’Altri Tempi. In particolare:

Sul fronte della narrativa, le soddisfazioni non sono mancate. Da una parte Red Dust, un mio vecchio racconto ripubblicato lo scorso anno dopo una profonda revisione, mi è valso il primo Premio Italia in carriera per la narrativa: essendoci arrivato dopo una dozzina di finali senza risultati degni di nota, è un traguardo e, a suo modo, probabilmente un record. Ma nel corso dell’anno sono riuscito anche a dare alle stampe ben cinque lavori a cui sono particolarmente legato:

  • Due racconti sono usciti per pubblicazioni prestigiose, che hanno aggiunto importanti tasselli all’immaginario distopico nostrano: Prometheus Post Mortem su Lo Zar non è morto, terza antologia del progetto Next-Stream, stavolta a cura di di Lukha B. Kremo e Nico Gallo (Kipple); Al servizio di un oscuro potere su Distòpia, il Millemondi estivo di Urania curato da Franco Forte (Mondadori).
  • Un terzo racconto è stato ospitato sul numero 13 di Futuri, la rivista italiana di future studies curata da Roberto Paura: s’intitola La sindrome di Kessler e parla di rifiuti orbitali, cambiamenti climatici, mercato del lavoro e geopolitica (Italian Institute of the Future).
  • Finalmente ha visto la luce Cronache dell’Armageddon, un’antologia che ho avuto il privilegio di curare con Alessio Lazzati, riunendo un team di autori straordinari, che hanno messo le rispettive penne e tastiere al servizio di questa operazione in ricordo di un maestro scomparso troppo presto, Sergio “Alan D.” Altieri (Kipple).
  • E, infine, Carmine Treanni ha ripubblicato per CentoAutori Terminal Shock, un mio romanzo di alcuni anni fa, rivisto per l’occasione e finalmente approdato sulla carta dopo essere rimasto sospeso in un limbo a seguito della chiusura della casa editrice che lo aveva pubblicato in formato elettronico.

Per quanto riguarda le letture, Anobii mi sbatte in faccia la triste realtà dei numeri: nel 2020 ho letto appena 13 libri, per un totale di 3.492 pagine, la metà dello scorso anno e mai così pochi dal 1998. Di sicuro mancano all’appello molti volumi, diversi anche sostanziosi per paginazione, la cui lettura porto avanti da diversi mesi intervallandola con i libri destinati a recensioni o progetti più ampi, e nel novero mancano gli articoli su rivista (in particolare Le scienze, che dopo le decine di numeri accatastati negli anni ho ripreso a esaminare con una certa costanza) e i racconti usciti in antologie, di cui di solito leggo solo i contributi che sono di mio interesse per l’immediato. Ma è indubitabile che mai come negli ultimi due anni il tempo che posso dedicare al piacere della lettura è andato riducendosi, diventando un vero e proprio privilegio. Spero di invertire la rotta nei prossimi mesi, anche se sono costretto a nutrire un forte scetticismo a riguardo.

Dove la rotta non è stata di certo invertita, malgrado i propositi di inizio 2020, è nell’acquisto dei volumi cartacei, che ormai hanno ridotto lo spazio vitale del nostro appartamento a una cubatura minima indispensabile: oltre la soglia attuale, si corre il rischio concreto di un conflitto domestico. La soglia dei 30 libri che mi ero imposto di comprare come tetto massimo delle edizioni cartacee è stata polverizzata da ben 53 acquisti, e anche se si tratta per la maggior parte di tascabili, presto sarò costretto a «delocalizzare» parte del bottino. Per il 2021 non posso quindi evitare di rinnovare i propositi, pur nella consapevolezza di finire inevitabilmente per infrangerli.

Malgrado sia ancora a meno di un quarto del lavoro finale, l’inventario della biblioteca domestica mi ha sicuramente aiutato a contenere gli acquisti cartacei, evitando il peggio fin da quest’anno. Anche se hanno rappresentato solo in parte l’occasione per smaterializzare la biblioteca cartacea, i 60 e-book acquistati nel 2020 mantengono in crescita il trend degli acquisti digitali per anno. Nel 2021 cercherò di fare meglio.

L’altro proposito tradito dell’anno è la conclusione del romanzo che avevo iniziato a scrivere nel 2019. La stesura ha fatto progressi ma probabilmente il lavoro finale avrà un respiro diverso e dovrebbe diventare una novella, il che dovrebbe consentirmi di massimizzare la resa dell’idea evitando inutili dispersioni. Il materiale in esubero potrebbe costituire un eventuale seguito delle stesse dimensioni, chi vivrà vedrà. Nel frattempo non è che abbia lavorato solo a togliere, perché in cantiere è stato messo anche il progetto di un nuovo romanzo (o ciclo di novelle, anche in questo caso si vedrà) a sfondo discronico (ehm… come sarebbe a dire che non sapete di cosa sto parlando?), sulla cui documentazione mi sono già portato abbastanza avanti (ne riparleremo, inevitabilmente, nei prossimi mesi).

E prima di concludere lasciatemi dire che è stato un enorme onore aver ospitato sulle pagine di Next-Station due magnifici racconti a firma di due dei padri fondatori del connettivismo come Marco Milani e Lukha B. Kremo. Se non li avete ancora letti, approfittate di questi giorni di tregua dal trambusto quotidiano per recuperarli di corsa: daranno un senso diverso alle vostre letture da vacanza.

Evito qualsiasi augurio per il 2021, visto come sono andati a finire gli auspici per il 2020. Ma mai come adesso pensiamo ai nostri affetti, alla salute nostra e dei nostri cari, a chi sentiamo vicino in forme che quasi mai possono prevedere la prossimità fisica. Pensate a voi stessi, ma in un modo che faccia bene anche agli altri. Anch’io ci proverò. E per il momento è tutto.

Passo e chiudo. A rileggerci nel 2021.

[Questo pezzo è rimasto in bozza per quasi quattro anni. A volte, nel corso di questi mille e passa giorni, mi sono ripromesso di riprenderlo, ma poi non mi sono mai deciso a sistemarlo come mi sarebbe piaciuto. Ogni volta che parlo del mio paese e della mia terra, parlo indirettamente dei miei amici, della mia famiglia, e – come è facile verificare dai contenuti del blog – ho sempre cercato di conservare una netta separazione tra pubblico e privato. In più, per me, come credo per molti, parlare della mia terra è come parlare di una storia d’amore che va avanti da decenni, tra alti e bassi… non ne parli, se non ti ci trovi proprio costretto. Ogni volta che l’ho fatto in passato (potete consultare gli archivi dello Strano Attrattore), mi sono pentito un istante dopo aver premuto il tasto invio: sono cose che ancora oggi mi sembrano patetiche, un effetto che detesto. Ma a volte non ne puoi proprio fare a meno. Il pretesto di questo post scaturiva da un articolo apparso nel gennaio del 2017 sull’Espresso, un articolo che parlava del paese in cui sono cresciuto, presentandolo come “il paese cancellato per sempre”. Messa così, non poteva non costringermi a prendere una posizione. Risale così a quei giorni questa mia sorta di replica, che di sicuro non aggiunge granché al dibattito sulla ricorrenza che cadrà domani per i 40 anni dal Terremoto in Irpinia. Ma che dà forma a pensieri meditati a lungo e finora sempre silenziati.]

Castelnuovo non è un paese cancellato per sempre. Non è un museo delle porte chiuse. Non è nemmeno un paese da salvare. È difficile definire davvero cosa sia e forse qualsiasi tentativo in questa direzione sarà invariabilmente destinato a scontrarsi con la frustrazione. Ma anche per questo è tanto più importante cominciare a stabilire quel che non è.

Ovviamente, questa sua mancanza di definizione, lascia un po’ interdetti. Lascia interdetto persino chi come me ci è nato o cresciuto, chi per anni ha vagheggiato di andarsene per poi, una volta lontano, abbracciare l’attesa di segno opposto del ritorno. Figuriamoci chi ci arriva da fuori e si trova davanti questa manciata di case sparse sul fianco di una montagna, nemmeno poi così alta da spiccare ed evitare di finire stritolata tra le montagne che la circondano da questa e dall’altra parte della valle del Sele. Lo capisco. Capisco mia moglie che a distanza di qualche anno dalla prima volta che ce l’ho portata continua ancora a chiedersi quale segreta attrazione possa esercitare questa terra su chi la ha abitata (capisco meno ma mi riempie di irrazionale euforia sentirne parlare il più grande dei nostri figli, che dopo averci messo piede non più di quattro volte ne parla come di un posto mitologico se non fiabesco), quindi comprendo lo spirito dell’articolo di Franco Arminio, che vi giunge da un paese non tanto distante e che nel tempo ha sfiorato il rango di cittadina, per poi ricadere nella dimensione del borgo.

In effetti, Castelnuovo forse non è nemmeno un paese. Bensì, come minimo, un trittico di paesi: c’è il centro storico, ricostruito per intero dopo essere stato raso al suolo dal terremoto del 1980, e che con le facciate colorate delle sue case riproduce sullo sperone roccioso su cui sorge l’andamento dei tetti del paese scomparso; c’è l’insediamento provvisorio dei prefabbricati in cui furono alloggiate le famiglie in attesa della Ricostruzione, e che non è mai stato smantellato ma continua ad alloggiare ancora oggi famiglie d’inverno ed emigranti d’estate, oltre a quella che di fatto è diventata la piazza principale del paese; e infine c’è il paese ricostruito, il piano di zona, che non ha una sua personalità ben precisa e, come gran parte dei paesi ricostruiti a seguito del sisma, assomiglia a uno strano incrocio tra una stazione antartica di ricerca e una base militare: ordinato, pulito, ma in fondo anonimo. La monotonia è interrotta da un campo sportivo degno di una compagine semiprofessionale, sovrastato da una chiesa dall’architettura assurda, che a vederla si fa anche un po’ fatica ad accettarla come luogo di culto, e forse per questo la accompagna un campanile monumentale che ricorda piuttosto un razzo pronto al decollo sulla rampa di lancio.

Il paese già così è quindi uno e trino e questa tripartizione è sempre stata un po’ fonte di confusione tra chi vi abita. Dove incontro oggi i miei amici? Alla piazza di sopra o alla piazza di sotto? E dove organizziamo quest’anno la festa patronale? Nel paese nuovo o nel centro storico o nella piazza dei prefabbricati? Capirete quindi dove si origina la mia dissociazione, e sicuramente anche quella di molti altri miei compaesani.

Con il tempo, è vero, in tanti siamo partiti. Chi per necessità, chi per esasperazione, chi per mancanza di alternative. Pochi, credo, per il desiderio di scoprire il grande mondo là fuori. La maggior parte, malgrado tutto, controvoglia. Me compreso.

Già prima che me ne andassi, Castelnuovo di Conza era in proporzione il secondo comune in Italia con il peggior saldo di emigrazione. In pochi di quelli partiti sono tornati. Dopo il miraggio della Ricostruzione, che ha richiamato decine di famiglie dall’estero, l’esodo è ripreso, svuotando di nuovo le case e sprofondando le strade nel silenzio e nell’abbandono. Di questi tempi, purtroppo, chi parte non può confidare in un ritorno a breve. Si finisce per piantare le radici altrove e in un batter d’occhio il sogno di tornare si confonde con la promessa di un buen retiro per la pensione. E poi la pensione diventa un miraggio essa stessa.

Forse per senso di colpa o solo per spirito d’avventura, qualche anno fa ho provato anche a cimentarmi nella vita amministrativa. Il ruolo di consigliere comunale, in paesi come il mio, ha in fondo un alone romantico e a conti fatti si configura a pieno titolo come un’attività di volontariato. Ma consente di imparare alcune cose. Per esempio, cosa banale ma non scontata, che non è quasi mai sufficiente la buona volontà: un muro invisibile esclude la politica locale delle piccole comunità dai centri decisionali di stato e regioni. Oppure che ormai sono così tanti i vincoli posti all’iniziativa, da rischiare con facilità lo stallo amministrativo, al punto da dover combattere quotidianamente per il reperimento delle risorse necessarie all’autosostentamento. Figuriamoci allora pensare di intraprendere progetti di sviluppo, unica possibile ancora di salvezza per un comune che ha perso più di un terzo dei suoi abitanti dal 2001 al 2016.

Eppure, malgrado tutto questo, io e molti altri come me facciamo sempre un po’ fatica ad accettare il quadro a tinte fosche di questa minuscola realtà che periodicamente emerge da articoli come questo. Senza dubbio possiamo ricondurre un simile atteggiamento al legame emotivo che ci costringe al posto in cui siamo nati e cresciuti. E con il tempo mi vado convincendo che questa sia anche una parte del problema, perché in fondo nessuno di noi vorrebbe che il nostro paese cambiasse: né chi ci vive, perché magari è disposto ad accettare come un compromesso l’assenza di servizi e talvolta l’ostilità stessa dello stato, né chi è andato via, perché in fondo spera sempre di tornare e trovare lo stesso paese incantato che ha preservato intatto per così tanti anni nella memoria, quel paese delle meraviglie che probabilmente tanto meraviglioso non era per averlo spinto a partire… E quindi siamo un po’ tutti noi, con la nostra rassegnazione o il nostro egoismo, in ogni caso con la nostra personale mancanza d’iniziativa, a condannare questi posti all’immutabilità, quasi li volessimo conservare sotto una campana di vetro, congelati in una dimensione astratta, che poi non è nient’altro che la dimensione illusoria, fallace e parziale del nostro ricordo.

Tutto questo non dovrebbe tuttavia offuscarci la vista e impedirci di scorgere i difetti e la fallacia del quadro che ci viene ripetutamente presentato. Perché la condizione di Castelnuovo non è un’anomalia, ma è sempre più diffusa e riguarda un numero in crescita costante di paesi, di borghi, di comunità rurali, tagliati fuori da qualsiasi prospettiva di sviluppo, perfino la più timida. Centri che hanno perso in questi anni la stazione della ferrovia o l’ospedale, oppure le scuole primarie e poi anche le scuole materne. Paesi che proprio mentre il resto del mondo si muoveva verso l’integrazione e l’inclusione si sono visti esclusi da ogni circuito virtuoso, anche per colpa di quelle politiche nazionali che ci hanno portati dove siamo oggi: un’Italia incapace di valorizzare la sua ricchezza storica, paesaggistica, culturale, incapace di dotarsi di un piano energetico nazionale, incapace di pensare a concrete strategie di sviluppo, incapace di provvedere alla benché minima programmazione anche di fronte alla certezza di una seconda ondata della crisi globale di questo 2020. E dentro questa Italia vetrina dello sfascio, un’Italia tenuta nascosta, messa tanto male da non poter essere nemmeno esposta in vetrina con le sue vergogne più appariscenti. Un’Italia ancora più vulnerabile nell’Italia già malmessa, un paese parallelo, una nazione invisibile, una sorta di federazione che comprende tutte le terre marginali che si sono volute deliberatamente creare o negligentemente dimenticare.

In questa dimensione sospesa, possiamo trovare anche Castelnuovo. Che oltre a essere un paese uno e trino è quindi anche un paese senza tempo: senza passato, raschiato via dal terremoto; senza futuro, scongiurato dalle logiche del potere che in Bassitalia da sempre declinano le politiche nazionali; e soprattutto senza presente, incapace di offrire alcuna possibilità di attaccamento al di fuori della sfera emotiva (e se vi sembra insopportabile la prospettiva del lockdown in città, provate a immaginare come dev’essere in un paese di 600 abitanti con un’età media di cinquant’anni e un reddito pro capite di 5.894 euro, una media di due componenti per nucleo familiare, un quarto della popolazione sopra i 65 anni [fonte: Comuni-Italiani.it]).

Anche se poi, a vedere le foto che corredano l’articolo ripreso sulle pagine di Doppiozero, che in realtà ritraggono l’isola-fortezza di Gunkanjima, l’isola-miniera-città al largo delle coste di Nagasaki, che fu della Mitsubishi e dopo l’esaurimento dei suoi giacimenti di carbone fu progressivamente abbandonata… il ricorso a immagini provenienti da un posto dall’altra parte del pianeta desta il sospetto che in fondo, malgrado tutto, Castelnuovo non se la passi poi così male.

Fonte: Wikipedia.
Foto di Newfotosud, Renato Esposito.
Foto di Fabat.

Sono trascorsi quasi due mesi dall’ultimo post, un lasso di tempo che ha inghiottito tutti i buoni propositi con cui ogni volta mi avvicinavo al blog, le rare volte in cui riuscivo a superare una sorta di blocco psicologico che quasi sempre mi impediva addirittura di aprire il link. Stati d’animo contrari, abbinati alla cronica assenza di tempo, sono state le cause principali della latitanza, mentre la mia testa era presa a rimuginare per tutta la durata di ottobre, masticando sensazioni stratificate nel tempo e indugiando in ricordi autunnali.

Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Non hanno certo contribuito a migliorare l’umore le statistiche che hanno ripreso a delineare un nuovo stato emergenziale che sembravamo tutti aspettare, come sempre senza darci la pena di prepararci. Perché senza avanzare soluzioni da bacchetta magica, è dalla scorsa primavera che gli esperti prospettavano scenari e opportunità, ma ovviamente predicavano nel deserto perché intanto i politici, come sempre, erano troppo impegnati a rimirare il dito per concentrarsi anche sulla luna. E così già da maggio sapevamo che non sarebbe cambiato granché, e ovviamente che ci saremmo fatti trovare impreparati come la prima volta (ma senza le stesse puerili giustificazioni).

E lungi da me il voler giustificare l’ostinazione di un numero crescente di nostri concittadini a far finta di nulla, a resistere alle misure pensate dal governo per contenere il contagio, limitare i danni sociali e preservare il servizio di salute pubblica. Se la novità della prima volta aveva stimolato un senso di coesione, che aveva portato alle consuete celebrazioni patriottiche dell’italiano restio alla disciplina ma sempre pronto al sacrificio e alla solidarietà se le condizioni lo impongono, non è che le condizioni attuali richiedano meno sacrificio della prima volta, è solo che le crepe della narrazione già falsata della prima ondata si sono spalancate, aprendo voragini che stanno vomitando tutto il peggio che eravamo riusciti a nascondere sotto il tappeto o nell’armadio.

Ovviamente, le responsabilità sono equamente distribuite. 1. C’è l’incompetenza di una classe dirigente inadeguata, come dimostrano tuttora scandali che – specialmente dopo le sciaguratezze compiute in Lombardia – sarebbe bastata un minimo di attenzione per evitare. 2. C’è la vanità di una schiera crescente di scienziati che hanno pensato di poter approfittare della visibilità acquisita per imporre un nuovo culto dell’immagine, peccato che abbiano voluto far passare le proprie opinioni personali per verità incontrovertibili, come ben sottolineato da Carlo Rovelli nel corso della sua intervista andata in onda durante l’ultima puntata di Propaganda Live.

3. C’è l’opportunismo ipocrita e sempre più miope di un giornalismo che sempre più ama rimestare nella confusione, più incline a massaggiare la pancia dell’opinione pubblica piuttosto che nutrire e confrontarsi con il suo cervello. 4. E ovviamente c’è la responsabilità dei cittadini, sempre meno responsabilizzati e a corto di senso civico, su cui tutte le altre cause già enumerate finiscono per prosperare.

Sul terzo punto, ha scritto parole largamente condivisibili Luca Sofri sul suo blog, che ci ricorda, adesso che i conteggi sono ultimati, quanto poco ci sia mancato perché il mondo imboccasse ancora una volta il peggiore dei sentieri possibili. Malgrado i proclami, il trumpismo si avvia a essere una parentesi di follia cripto-dittatoriale nella tradizione retorica della democrazia americana, benché il monocrate non si stia negando tutte le armi ormai spuntate del suo repertorio populista: la parata tra due ali di sostenitori inneggianti scesi per strada per rivendicare una vittoria immaginaria, mentre si dirige scortato dal sevizio d’ordine presidenziale verso i suoi campi da golf in Virginia, è la fotografia emblematica della sua uscita di scena, il congedo perfetto di questo quadriennio deleterio.

Credit: Il Post.

Se non rimpiangeremo Trump tra le cose che ci lasceremo dietro in questo anno nefasto, sono tante le perdite che conteremo una volta portata a termine la traversata. E non potrebbe essere diversamente: mentre scrivo, il conto dei casi di COVID-19 accertati nel mondo si appresta a superare i 55 milioni e le vittime sono ben 1.320.286. Paesi come USA, India e Brasile stanno pagando un prezzo altissimo, ma anche nella civilissima Europa, Francia, Spagna, UK e Italia (con un minimo di un milione e un massimo di due, e un numero di vittime compreso tra le quaranta e le cinquantamila) sono state messe in ginocchio dalla pandemia.

Ci sarà inevitabilmente un prima e un dopo questa crisi sanitaria globale. E se al momento ci sembra di essere tutti impegnati in un’impresa titanica che somiglia ogni giorno di più a una scalata lungo un percorso impervio, con la parete rocciosa del domani che ci impedisce di lanciare anche solo un fugace sguardo oltre l’ostacolo, a un certo punto ci sembrerà chiaro che questi mesi, più che uno spartiacque, sono stati in realtà un abisso, un baratro che ha inghiottito tutte le nostre certezze, dalla scala più larga alla dimensione più intima del nostro privato. Ma non illudiamoci con il mantra che niente sarà più come prima: non abbiamo imparato dai nostri errori finora, dubito che lo faremo anche stavolta. L’unica cosa che potremo dire, forse, sarà di aver imparato nuove scuse e nuovi alibi. Tutto il resto, lo troveremo ancora lì, la prossima volta che ci sarà bisogno di prendere decisioni vitali sul medio e lungo periodo.

Tutto, tranne molte delle cose che abbiamo amato pensare che sarebbero state per sempre.

Giorno 39 dalla dichiarazione della Zona Rossa Italia. Raggiunti i 172.434 casi totali. 42.727 dimessi, di cui un numero imprecisato di guariti. 22.745 decessi sicuri, ma diverse migliaia di decessi stimati in aggiunta ai dati ufficiali: nelle case di riposo (e qui per la Regione Lombardia le cose iniziano a mettersi male, con buona pace per tutta la campagna propagandistica che ha accompagnato la gestione dell’emergenza, dalle dirette Facebook del suo assessore al Welfare all’ospedale in Fiera) o in isolamento domiciliare.

La curva dei contagi pare stia raggiungendo l’atteso picco, con tre settimane di ritardo rispetto al picco che in molti ci aspettavamo a fine marzo. Oggi il numero totale dei positivi è salito di sole 355 unità a 106.962: l’incremento minore dal 3 marzo, grazie anche al massimo finora raggiunto dal numero di guariti giornalieri (+2.563), ma sono comunque 10mila unità più del picco che prevedevamo solo la scorsa settimana.

Ma ormai su questi numeri l’attenzione si è molto ridotta, sia per le note metodologie già più volte discusse (e riassunte in questi due articoli del Post), sia per l’allentata pressione sul sistema sanitario nazionale, in particolare con una riduzione del tasso di occupazione delle terapie intensive dal 65% di inizio aprile a circa la metà negli ultimi giorni (37%).

Sulla validità, attendibilità, utilità o credibilità dei dati si sono aggiunti negli ultimi giorni questo commento di Francesco Costa e questo post di Luca Sofri che riprende uno studio di alcuni astrofisici che stanno seguendo l’evoluzione statistica dell’epidemia, e che hanno trovato per primi una spiegazione allo strano andamento ondulatorio della discesa del numero di contagi giornalieri: evitando spoiler per rovinarvi il gusto della scoperta, anticipiamo qui che i «picchi» visibili nella prima delle immagini qui sopra sono distanziati di… 7 giorni.

Tutto sommato, che fosse una farsa avevamo iniziato a sospettarlo già dopo la prima settimana di quarantena.

Ma a proposito di farsa guardiamo cosa sta succedendo nel mondo. Ovvero: 2.223.240 casi totali e 152.328 vittime. Gli USA hanno quasi raggiunto 700.000 casi e 37.000 vittime: i nuovi contagi continuano a crescere da giorni al ritmo di 30.000 al giorno, mentre la conta delle vittime ha visto il suo giorno più nero il 14 aprile, con oltre 6.000 decessi in ventiquattro ore. I numeri, come dimostra l’esperienza italiana, non devono trarre in inganno: gli Stati Uniti, fatte le debite proporzioni, si trovano più o meno dove eravamo noi a fine marzo; sono passate tre settimane e i casi sono continuati ad aumentare. Ma Donald Trump tira dritto per la sua strada e, spaventato da scenari economici sempre più foschi che difficilmente ne favorirebbero la rielezione (nell’ultimo mese sono state presentate 22 milioni di richieste per il sussidio di disoccupazione), ha deciso di andare allo scontro aperto con i governatori degli stati guidati dal Partito Democratico. Mentre lui dichiara di aver sospeso i finanziamenti alla World Health Organization, rea a suo dire di una cattiva gestione della crisi (ma in molti hanno riconosciuto nell’annuncio la solita strategia di Trump per sviare l’attenzione dalle sue responsabilità e dai suoi fallimenti), e propone un piano in 3 fasi per rimettere in moto l’economia, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo estende le misure restrittive fino al 14 maggio.

In Spagna i casi sono arrivati a 188.093, con 19.613 vittime. In Francia a 147.969, con 18.681 vittime. Nel Regno Unito 108.692, con 14.576 vittime, ma il 12 aprile il premier Boris Johnson ha lasciato l’ospedale in cui era ricoverato. In Germania, con 139.134 casi confermati, ci sono state appena 4.203 vittime. Il Portogallo si conferma al contrario una felice eccezione nel panorama del Vecchio Continente.

L’epidemia si diffonde anche in Turchia e Russia, inducendo il governo di Ankara a scarcerare 45.000 detenuti a rischio di contagio (ma non i «detenuti politici») e il presidente russo Vladimir Putin a una posizione inaspettatamente defilata nella gestione di una crisi la cui portata potrebbe essere già oggi più grave di quanto denunciano le cifre ufficiali (32.000 casi, meno di 300 vittime…).

Le autorità cinesi hanno rivisto al rialzo il numero di decessi avvenuti a Wuhan a causa della Covid-19: nella città focolaio della pandemia, ci sarebbero stati almeno 1.290 decessi in più rispetto alle stime originariamente diffuse dal governo. Il bilancio delle vittime sale così a 4.632.

La World Trade Organization nei giorni scorsi ha diffuso un rapporto in cui prospetta una contrazione del commercio mondiale compresa tra il 13 e il 32 per cento. Nel secondo semestre del 2020 gli scambi potrebbero ripartire limitando i danni; al contrario, se la crisi dovesse proseguire, si potrebbe avere un risollevamento dell’economia solo a partire dal 2021, con un ritorno al volume di scambi di… dieci anni fa. In entrambi gli scenari, l’impatto della pandemia sembra destinato a dimostrarsi peggiore della crisi del 2008.

Previsioni sul volume degli scambi commerciali mondiali; scenari a confronto con la serie storica (fonte: WTO, via Il Post).

E degli scenari bisognerebbe ricominciare seriamente a parlare anche in Italia. Le stime dell’impatto della crisi per il nostro paese peggiorano di settimana in settimana: se a marzo si parlava di un calo del PIL mediamente intorno al 5%, per il Fondo Monetario Internazionale adesso la crisi si tradurrà in una perdita del 9,1%. Non siamo soli: la Germania perderebbe circa il 7%, l’Eurozona nel suo insieme il 7,5%, gli Stati Uniti il 5,9%. Ma siamo sicuramente tra i più colpiti.

Non a caso l’altro giorno la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo all’inizio dei lavori di una sessione plenaria straordinaria del Parlamento Europeo, ha rivolto delle scuse all’Italia per non aver fatto abbastanza nelle battute iniziali della crisi. Mentre sono in discussione le nuove misure per fronteggiare la pandemia e le sue conseguenze economiche, con i paesi europei schierati  tra un fronte più intransigente e uno più favorevole a una maggiore flessibilità, questa autocritica è sembrata un’apertura alle istanze del nostro paese… e, giusto per non smentirsi, poche ore dopo i nostri rappresentanti politici all’Europarlamento, senza distinzioni di schieramento, hanno offerto l’ennesima dimostrazione della grande coerenza e dell’amore che nutrono per il nostro Paese. A riprova del fatto che viviamo tutti in una farsa, non c’è altra spiegazione.

Inevitabilmente anche i tassi di disoccupazione aumenteranno dappertutto: dal 10 al 12,7% in Italia, con l’Eurozona al 10,4%. Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, ha ribadito che bisognerebbe spendere tutto il necessario per sostenere l’economia dei paesi in crisi durante la pandemia e qualcuno si è spinto a ipotizzare un «reddito di quarantena», che mette i brividi fin dalla definizione. Ma con un pizzico di coraggio in più si potrebbe provare a guardare un po’ oltre il nostro naso.

Si prevedono tempi di enormi stravolgimenti e la situazione è talmente incerta che mai come nelle ultime settimane think tank, comitati e risk office hanno elaborato scenari tanto contrapposti. Senza essercene accorti, invece del picco dei contagi potremmo in effetti esserci messi alle spalle il picco del petrolio (il cosiddetto picco di Hubbert, che prende il nome dal geofisico americano Marion King Hubbert), che diversi studi prevedevano per questo decennio (e alcuni per il 2023), e che invece potrebbe esserci stato nel 2019. En passant, la curva di Hubbert (che altro non è che la derivata della funzione logistica o sigmoidale che sappiamo approssimare bene l’andamento dei casi totali) è proprio la funzione adottata nei modelli usati per descrivere l’andamento dei nuovi contagi giornalieri (l’andamento qui sotto è tratto per esempio dal post del 31 marzo).

Scenario_E2_casi_giornalieri_2020-03-31

Per accelerare la ripresa, paesi come la Cina potrebbero decidere di puntare sulla costruzione di nuove centrali a carbone, vanificando i benefici indirettamente comportati dal lockdown in termini di emissioni inquinanti.

Probabilmente con i settori dell’auto e dei trasporti aerei che riporteranno le perdite più gravi a causa della pandemia (e almeno per il trasporto aereo sembra davvero poco plausibile un rilancio nei prossimi mesi) e con il mercato dell’energia che si accinge ad accelerare i tempi di una transizione epocale, potrebbe essere arrivato il momento per rivedere l’intero modello di business su cui si reggono le nostre società occidentali. Ovviamente è presto per parlare di cambiamenti che potrebbero diventare effettivi solo sul medio-lungo periodo, come per esempio la riprogettazione del settore dell’energia, ma i piani decennali che alcuni paesi hanno già avviato potrebbero venire accelerati. Allo stesso tempo, gli effetti della pandemia potrebbero finire per mostrare anche ai più scettici i vantaggi di un sistema sanitario centralizzato o almeno coordinato centralmente e la necessità di  un piano di assistenza medica gratuita universale. Spingendoci ancora un po’ oltre, allora, con milioni di posti di lavoro che andranno in fumo prima che se ne possano creare di nuovi, probabilmente in settori diversi, è ancora così balzana la prospettiva di un reddito universale di base che non sia la ridicola parodia messa in piedi dal M5S in Italia?

Non lo so, ma sugli scenari torneremo sicuramente nei prossimi giorni. Intanto, una chiosa sull’Italia. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è detto pronto a chiudere i confini della regione se i suoi colleghi dovessero allentare le misure di sicurezza attualmente previste dal governo, con il rischio di una ripresa dei contagi a livello nazionale. Come qualcuno faceva notare, non è una prospettiva molto distante da qualcosa che capitava nelle pagine di Corpi spenti. La realtà potrebbe solo essere arrivata con quei 40 anni di anticipo, per non farci mancare ancora una volta niente. Nemmeno in tempi di pandemia.

Mi riprometto sempre di non commentare le uscite dei politici italiani, consapevole che discutere dichiarazioni palesemente imbecilli o proposte intrinsecamente irricevibili significa comunque farle girare, contribuire a diffonderle, e così si rischia di legittimarle e conferirgli una dignità che non hanno e che non meritano. Però non sempre ci riesco, e questo è il post in cui appunto non ci riesco.

Leggo in giro di proposte da parte del partito più insignificante dell’arco parlamentare di riaprire tutto con gradualità. L’intervista rilasciata dal suo leader ad Avvenire risponde in tutta evidenza a un esigenza di visibilità, la stessa esposizione che con boutade di tenore analogo ricercano anche i leader dell’opposizione (e uno in particolare) in calo di consensi da mesi. E fa il paio con almeno altre due imbarazzanti campagne portate avanti dallo stesso partitino che naviga poco al di sopra del livello del 2% nei mari in burrasca della politica italiana: riempire i supermercati di colombe e uova di pasqua e abbellire i balconi degli italiani di fiori (non sto scherzando, non riporto i link per pietà, ma potete recuperare i riferimenti googlando senza troppa difficoltà).

Adesso bisognerebbe riaprire le fabbriche prima di Pasqua e poi il resto: negozi, scuole, librerie e chiese, «perché non possiamo aspettare che tutto passi. Perché se restiamo chiusi la gente morirà di fame. Perché la strada sarà una sola: convivere due anni con il virus». E se gli appelli alla tradizione delle colombe e alle decorazioni floreali si sottraevano a qualsiasi commento per la loro insulsaggine, parole come queste suonano di una gravità inaudita in un simile momento, a poche ore di distanza dagli inviti alla prudenza del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro e del presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli. Mentre gli esperti invitano a non abbassare la guardia, preparando anche psicologicamente la strada per il prolungamento delle misure restrittive in vigore fino al 3 aprile, qualche politico in cerca di esposizione mediatica non sta mettendo al primo posto la salute dei cittadini.

Ed è se possibile ancora meno ricevibile una proposta del genere se si prova a confezionarla con il richiamo a ineludibili necessità economiche, per tutelare i patrimoni delle imprese e il potere di acquisto dei cittadini. Il Corriere della Sera si è accodato a questa linea di pensiero l’altro giorno, ospitando un intervento sottoscritto da diversi economisti italiani in cui, nel nome di una ectoplasmica ripresa economica, si delineano con entusiasmo scenari distopici se possibile ancora peggiori di quelli dell’immediato futuro, con derive che definire orwelliane è pure riduttivo.

In Europa l’Italia è da anni il fanalino di coda per investimenti nella ricerca e per sostegno all’innovazione delle aziende. Quindi tutto quello che riusciamo a fare in questo momento per uscire dallo stallo, è ragionare su proposte che prevedono il ritorno allo status quo precedente: riaprire le fabbriche, tenere in funzione la filiera agroalimentare come la conosciamo, tornare alle classi sovraffollate delle materne e delle elementari. Proposte non solo irricevibili (come il reinserimento “coatto” dei dipendenti nei vecchi processi di produzione), ma perfino irrealistiche.

Gli economisti che firmano manifesti come quello sopra linkato e i politici che giocano al rialzo a un tavolo in cui è in ballo il futuro di intere generazioni, dimostrano non tanto la spregiudicatezza di cui forse vorrebbero pavoneggiarsi, ma piuttosto una innata mancanza di concretezza e una totale incapacità di misurarsi con la realtà. E la realtà è quella che s’intravede, a fatica, tra i numeri della Protezione Civile: numeri che tutti sappiamo essere sottostimati, in alcuni casi fino forse a un ordine di grandezza (e la Lombardia non fa eccezione: in Emilia-Romagna le modalità di accesso ai test sono pressoché le stesse, e stiamo parlando delle due regioni con il maggior numero di casi documentati), ma che dipingono un fenomeno che già oggi sappiamo finirà per coinvolgere centinaia di migliaia di persone.

In uno scenario conservativo come quello su cui stiamo ragionando dalla settimana scorsa, a Pasqua ci troveremo ad avere un numero di positivi attivi superiore a quelli che abbiamo oggi e a piangere non meno di 12.000 vittime: non si capisce bene che cosa dovremmo festeggiare, a cosa dovrebbero servire colombe e uova di pasqua, o perché in una situazione più grave di oggi si debbano riaprire fabbriche, uffici ed esercizi commerciali oggi chiusi per tornare gradualmente a una normalità perduta. Dobbiamo guardare negli occhi la realtà, che nel migliore dei casi avrà l’aspetto qui sotto rappresentato, ma che non è affatto detto sia così clemente.

Questo malgrado le disposizioni del governo. Immaginarsi cosa succederebbe allentando proprio adesso quelle misure non è difficile: a Codogno, in seguito alla riapertura dell’ex area protetta, i casi di COVID-19 sono tornati ad aumentare.

Ieri è stato registrato il maggior numero di decessi dall’inizio dell’emergenza: 919, che portano il conteggio totale oltre le 9mila vittime. I numeri rendono solo in parte fede a una situazione reale che ha già fatto centinaia, forse migliaia di vittime in più rispetto alle cifre ufficiali. I nuovi casi registrati ieri sono stati 5.959, che portano il totale a 86.498 contagi: il giorno in cui l’Italia si è lasciata alle spalle la Cina per dimensioni dell’epidemia, gli USA hanno superato i centomila contagi, con il 50% di casi attivi in più rispetto all’Italia, che al momento ne ha 66.464. Tra i 14.543 casi del Regno Unito, dall’altro giorno è conteggiato anche il primo ministro Boris Johnson, insieme al suo ministro della Salute (la fortuna è cieca, ma il karma ci vede benissimo a quanto pare).

Nel mondo i casi sono più di 600.000, le vittime 27.468.

Ieri il Papa si è rivolto a una piazza vuota per una preghiera speciale. Tanti non credenti (come chi scrive) hanno sottolineato la forza delle immagini e delle parole dell’omelia del 27 marzo. Trovo anch’io importante registrarle a futura memoria: hanno molto più senso di quelle dei nostri politucoli da quattro soldi.

Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
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