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L’interliminale, quello spazio situato tra due soglie, che non appartiene né allo spazio prima né a quello dopo, è un concetto che somiglia molto alla condizione che stiamo vivendo da alcune settimane. Decretata a inizio maggio la fine del lockdown, siamo entrati in questo «spazio di mezzo», in cui non siamo più ibernati né pienamente tornati alla libertà di prima. Viviamo quindi in una condizione sospesa, in cui non solo quello che continua a succedere intorno a noi, ma anche quello che ci si profila davanti allunga ombre ancora piuttosto fosche sul nostro presente.

Nel mondo si sono superati oggi i 7,5 milioni di casi, le vittime sono oltre 420.000, e il contagio ha non solo raggiunto dimensioni preoccupanti in Brasile e Russia, ma cresce rapidamente in paesi come Perù, Cile, Messico, Pakistan, Bangladesh e Sud Africa, tutti caratterizzati da aree urbane densamente abitate, in cui il distanziamento sociale si sta dimostrando di difficile attuazione in assenza di rigide disposizioni di contenimento. Ormai ci stiamo gradualmente abituando all’idea di dover convivere a lungo con il virus.

In questo scenario, sono venuti meno molti dei miei propositi degli ultimi mesi, inclusa la voglia di aggiornare regolarmente il blog, che invece per alcune settimane ero riuscito a trovare. Ma nell’Interliminale tutto si fa tranne crogiolarsi nell’inattività. E in effetti, dietro le quinte, sono state settimane frenetiche, in cui sono culminati alcuni progetti che da mesi (e in alcuni casi anche anni) erano in gestazione.

Di alcuni di questi vi parlerò nei prossimi giorni (in effetti se ne sta già parlando, nei corridoi della rete). Per altri, l’auspicio è che la gestazione porti prima o poi a dei risultati pubblicamente spendibili.

Paul Delvaux, Paesaggio con lanterne (1958).

Nel mondo i casi documentati di COVID-19 hanno superato le 800.000 unità, di cui 600.000 circa risultano ancora in corso. Gli USA hanno ormai doppiato la Cina, toccando quota 164.435 (contro 81.518). Le vittime tra i cittadini statunitensi salgono a 3.175 (contro 3.305), e il dottor Anthony Fauci, immunologo a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere del presidente Donald Trump per l’emergenza coronavirus, per tranquillizzare la popolazione di fronte a scenari che danno come possibili un milione di decessi, ha parlato di una forbice tra le cento e le duecentomila vittime nel paese. Trump, che nemmeno la gravità della crisi ha saputo richiamare alla realtà, appena qualche giorno dopo aver millantato una riapertura degli esercizi commerciali e delle fabbriche entro Pasqua, ha annunciato come se niente fosse che sarà un successo se riusciranno a stare sotto le centomila vittime: centomila decessi, centomila cittadini americani spazzati via da un virus che avrebbe dovuto sparire «per miracolo». E i sondaggi lo ripagano con il massimo del gradimento da parte degli elettori da tre anni a questa parte…

I morti nel mondo sono 40.633. In Spagna le cose stanno andando anche peggio che in Italia: 8.189 morti a fronte di 94.417 contagiati; a parità di giorni decorsi dal primo caso, l’Italia aveva 64mila casi e meno di 7mila vittime. Nelle ultime 24 ore il paese ha registrato 9.222 nuovi contagi; il picco italiano è stato di 6.557 contagi (il 21 marzo). Madrid si aspetta un impatto sul PIL pari al 4% a causa dell’ibernazione, come viene chiamato in Spagna il lockdown. Sono valori analoghi a quelli che circolavano in Italia un paio di settimane fa, prima che ulteriori valutazioni aggravassero le stime fino e oltre il 10% del PIL.

In Francia, la scrittrice Annie Ernaux (autrice, tra gli altri, di volumi di autofiction, a metà strada tra autobiografia, sociologia e prosa narrativa, come L’evento, Gli anni e L’altra figlia, tutti pubblicati in Italia da L’Orma Editore) ha rivolto una lettera al vetriolo al presidente Emmanuel Macron, additandone l’inadeguatezza nel gestire il paese e nell’affrontare la crisi: esattamente i lavoratori dei settori pubblici (scuola, sanità, energia, poste, ferrovie), bersaglio negli ultimi anni di riforme e tagli che hanno portato anche a violenti scioperi, si ritrovano adesso a reggere i servizi essenziali di un paese bloccato dal coronavirus. Una denuncia autorevole, che si aggiunge alle già numerose prese di posizione contro un sistema che, in Francia come in Italia e nel resto del mondo, sembra incapace di pensare all’emergenza in termini di costi umani, ma non guarda ad altro che agli indicatori economici. Un commento in italiano alla lettera può essere letto su Fanpage.

La visione mercatocentrica porta a storture che dovrebbero farci drizzare le antenne: non sembra che sia così, invece, se proprio nel cuore dell’Europa il parlamento di Budapest guidato da Fidesz, il partito ultranazionalista del primo ministro Viktor Orbán, ha approvato proprio ieri una riforma che conferisce al premier la facoltà di emanare leggi in sostituzione del parlamento stesso senza limiti di tempo, giustificando la decisione con la necessità di contenere la crisi dovuta al coronavirus. Poco più di un pretesto, per le opposizioni e gli osservatori internazionali, che hanno parlato di deriva autoritaria: con questa riforma, secondo l’organizzazione Human Rights Watch, l’Ungheria completa la sua trasformazione in una «dittatura in piena regola». Sono i pieni poteri che qualcuno invocava anche qui da noi, tanto per capirci.

Per fortuna ci pensano l’Albania e il Portogallo a illuminare con un po’ di speranza l’acciaccato vecchio continente. Tirana ha inviato una delegazione di trenta medici per coadiuvare il personale sanitario italiano impegnato nelle difficili operazioni di contenimento del contagio in Lombardia. Il discorso del premier socialista Edi Rama ha scosso molte coscienze: «Non siamo privi di memoria e non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Questa è una guerra dove nessuno può vincere da solo. [… ] Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia la deve vincere e la vincerà questa guerra, anche per noi e anche per l’Europa e il mondo intero». Per una volta il lessico bellico non sembra fuori luogo, anche perché accompagna parole di solidarietà, di mutuo soccorso e di amicizia, contro un nemico che non è umano e, come sottolineava Ernaux, «non è un nostro simile, non ha volontà di nuocere, è ignaro di frontiere e differenze sociali». Una bella lezione per il mondo intero, così come quella del governo socialista lusitano, che ha riconosciuto il permesso di soggiorno ai richiedenti, con una sanatoria che permetterà loro di accedere ai servizi pubblici e alle cure in caso di necessità. «In questa emergenza i diritti dei migranti devono essere garantiti» ha dichiarato Claudia Veloso, portavoce del ministero degli Interni.

Alcuni tempo fa sostenevano che i politici sono tutti uguali, che destra e sinistra si equivalgono. Col cazzo!, se permettete.

In Italia il mese di marzo si conclude con 105.792 persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 (+4.053 rispetto a ieri, quando abbiamo superato quota 100.000). I casi attivi sono 77.635 (+2.107 rispetto a ieri). Di fatto, stiamo rispettando lo scenario E2 (che prevedeva a questo punto rispettivamente 105.418 casi totali e 77.700 casi positivi in corso).

La variazione giornaliera prosegue nel trend in discesa e arriva al 4%: finché non arriverà a 0 continueranno a esserci nuovi casi, quindi consideriamo che la terza fase dell’epidemia, dopo l’esplosione e il picco, diventerà uno stillicidio di numeri sempre più piccoli, prima alcune centinaia, poi poche, poi nell’ordine delle decine di nuovi casi al giorno che, come già capitato in Cina e Corea del Sud, si protrarrà per settimane e con le misure di contenimento in atto potrebbe rivelarsi un pungolo continuo per i nostri nervi.

Il modello E2 sembra funzionare bene finora perché il conteggio dei decessi e dei guariti, pur non rispettando esattamente l’andamento atteso (risulta infatti sottostimato nel primo caso, sovrastimato nel secondo), come somma continua a mantenersi allineato alle previsioni (28.157 tra vittime e guariti rispetto alla stima attesa di 27.719).

Ogni mancata previsione sulle guarigioni da parte del modello, a questo punto, inizia a essere imputabile alla mia sottostima dei decessi. Appare purtroppo certo che la mia soglia di 12.666 vittime sarà presto superata, quasi sicuramente già domani: le 837 vittime registrate oggi hanno infatti portato il computo totale dei decessi a 12.428. Nella scala logaritmica qui in alto, lo scalino rosso andrà quindi alzato plausibilmente di diverse migliaia di casi fatali.

Ha senso? Nello scenario E2 il tasso di mortalità considerato era del 9% sul numero totale dei casi, ma il tasso “reale” (virgolette d’obbligo, essendo il valore totale dei casi al denominatore tutt’altro che una misura certa dei contagi realmente avvenuti dall’inizio dell’epidemia) cresce ininterrottamente, a meno di fluttuazioni giornaliere, da più di un mese: dal 2,4% del 28 febbraio siamo arrivati all’11,7% del 31 marzo. E qui bisogna aprire una parentesi lunghetta.

Sui problemi dei numeri che stiamo esaminando ci siamo già soffermati. Il numero reale dei decessi, come dimostrano le registrazioni anagrafiche delle province lombarde confrontate con i dati degli anni scorsi, è sicuramente superiore rispetto al valore comunicato dalla Protezione Civile. Sta facendo molto discutere in questi giorni un rapporto dell’Imperial College di Londra, elaborato in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità per valutare l’efficacia delle misure di contenimento adottate in 11 paesi europei. Secondo le stime dello studio, la popolazione realmente infettata in Italia sarebbe compresa tra il 3,2% e il 26% della popolazione totale: da un minimo di 2 a un massimo di 16 milioni di italiani avrebbero già contratto il virus, e la percentuale di asintomatici  e paucisintomatici sarebbe quindi tra uno e due ordini di grandezza superiore alle centinaia di migliaia finora stimati. La mortalità riscontrata andrebbe quindi rapportata a questi valori, venendo ricondotta sotto la soglia dell’1% dei casi totali. Gli autori stessi dello studio invitano a considerare con prudenza questi valori: lo scopo dell’analisi è infatti valutare l’effetto delle misure restrittive, che a loro avviso avrebbero già salvato tra le 13.000 e le 84.000 vite solo in Italia, e centinaia di migliaia in Europa.

Tuttavia non possiamo evitare di osservare che il numero di ricoveri in terapia intensiva da alcuni giorni sembra essersi stabilizzato appena al di sopra della soglia di sostenibilità del sistema che avevamo preso in considerazione la settimana scorsa: 4.023 contro una mia stima di 3.755 (e un totale di posti stimati in 6.300, con un tasso di saturazione del 64%).

Dopo essersi mantenuto tra circa 100 e 200 nuovi ricoveri al giorno per quasi tre settimane (con una punta di 241 il 18 marzo), il numero di trattamenti in terapia intensiva da tre giorni si è ridotto considerevolmente: 50 il 29/3, 75 ieri e 42 oggi. In percentuale sul numero totale dei casi attivi, dal 10,9% i ricoveri in terapia intensiva sono scesi a 5,2%, in un trend continuo.

La domanda che m’insegue da qualche giorno, guardando ai dati come a una black box e considerando che metà della regioni italiane sono ormai a un tasso di occupazione superiore al 66% dei posti in terapia intensiva (i due terzi dei posti disponibili, immaginando di lasciare una riserva di un terzo per i casi estranei all’infezione da coronavirus), è se non abbiamo ormai raggiunto la reale capacità di assorbimento del sistema sanitario nazionale, almeno nelle regioni finora più interessate. Questo potrebbe rendere conto, con il basso numero di test effettuati, del tasso di mortalità sproporzionato registrato in Italia.

Prima di chiudere, un primo sguardo al futuro. Mi fa piacere ritrovarmi a non essere l’unico a interrogarsi sugli orizzonti che ci aspettano. Una riflessione interessante è quella di Luca Sofri, il direttore del Post (che con Internazionale continua a essere una delle migliori fonti di informazione in lingua italiana sulla pandemia e non solo).

Il direttore dell’Italian Institute for the Future Roberto Paura firma invece questo editoriale per Futuri che è anche un manifesto e, se nei dettagli può essere più condivisibile per alcuni di noi e meno per altri, nell’orizzonte che si sforza di abbracciare e nell’approccio che decide di adottare è quanto di più lucido e consapevole mi sia capitato di leggere dall’inizio della pandemia.

Molti di noi stanno maturando delle aspettative verso il dopo che, in un senso o nell’altro, finiranno per essere deluse almeno in parte: per la forza della resistenza al cambiamento che pervade tutti i settori produttivi della nostra società e per il contesto ambientale che non potremo più concederci il lusso di ignorare.

Come ci fa notare Roberto, un patto transgenerazionale, una presa di coscienza del nostro ruolo nel mondo (e nei processi produttivi e nelle dinamiche sociali), una maggiore responsabilità verso l’ecosistema e un uso della tecnologia che pieghi l’innovazione a questa responsabilità sono le condizioni da cui non possiamo prescindere per proiettarci oltre l’ostacolo del rischio esistenziale, per dirla con Nick Bostrom, in cui ci siamo imbattuti.

Ma per cambiare davvero le cose, dovremo uscire in maggior parte “arricchiti” da questa esperienza. Arricchiti nel senso di formati, naturalmente. Viviamo quindi la quarantena (l’isolamento, il contenimento, l’ibernazione), le restrizioni, la rinuncia a molte libertà (ma per fortuna ancora non tutte), come banco di prova per il futuro. Da come ne usciremo, sarà facile capire quale grado di fiducia nutrire verso le nostre risorse alla successiva catastrofe che prima o poi senz’altro si presenterà.

415.146 casi registrati. 18.562 vittime. 108.296 guariti. Ecco la situazione nel mondo nel momento in cui scrivo (dati forniti da Worldometers).

La metà dei casi riguardano l’Europa, che ha ormai staccato la Cina come focolaio più attivo a livello globale: dell’Italia parleremo dopo, ma la Spagna ha raggiunto quasi i 40mila casi, con 2.800 vittime e 5.400 contagiati tra gli operatori sanitari, di cui 2.000 solo negli ultimi 2 giorni a causa della carenza di dispositivi di protezione; la Germania è a 32mila casi e il basso numero di vittime (156) per il momento sembra dovuto alla maggiore diffusione dei contagi tra le fasce più giovani della popolazione e con il diffondersi dell’epidemia sempre più anziani potrebbero essere colpiti, ma sembra difficile che l’emergenza possa assumere le proporzioni raggiunte in Italia, grazie ai 28mila posti in terapia intensiva di cui dispone la Bundesrepublik; la Francia, con oltre 22mila casi, ha superato oggi le mille vittime e i consulenti scientifici del presidente Emmanuel Macron hanno suggerito di proseguire il blocco del paese almeno per altre sei settimane fino alla fine di aprile.

Secondo un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’85% dei nuovi casi registrati nelle ultime 24 ore sono stati in Europa e in USA. Malgrado gli States abbiano più di 50mila casi e 667 decessi, e nonostante la richiesta d’aiuto del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo perché il governo federale sostenga lo stato con 30.000 nuovi respiratori prima che si trasformi nel prossimo epicentro globale del coronavirus, il presidente Donald Trump in controtendenza ostenta ottimismo e rimanda qualsiasi decisione sulla riapertura degli esercizi commerciali alla prossima settimana.

Intanto gli stati che hanno annunciato il lockdown sono 15, con misure che riguardano la metà circa dei 330 milioni di cittadini americani. A questi si aggiungono India, Sud Africa e Nuova Zelanda, che entreranno in lockdown tra poche ore per almeno tre settimane: 2,6 miliardi di persone sono costrette a casa come misura per contenere il dilagare della pandemia.

Anche il Giappone si è arreso e ha accettato di rimandare le Olimpiadi al 2021: non era mai capitato prima che le Olimpiadi venissero spostate e l’ultima volta che erano state annullate era il 1944.

In Italia il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio un nuovo decreto per porre ordine nelle misure di contenimento fin qui disposte, precisando che i provvedimenti adottati possano essere rinnovati per ulteriori 30 giorni alla scadenza e successivamente estesi fino al 31 luglio, data di scadenza dei sei mesi dallo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso. Il testo inasprisce le sanzioni per i trasgressori (che sono comunque molti meno di quanto si pensa e di quanto si sarebbe potuto credere) e introduce per i prefetti la possibilità di avvalersi delle forze armate per far rispettare le misure previste. Agli amministratori regionali e comunali viene riconosciuta la facoltà di disporre in autonomia provvedimenti più restrittivi, che non potranno però avere durata superiore ai sette giorni se non confermati attraverso un decreto ministeriale. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte domani riferirà in Parlamento.

Ma come sta andando il contagio in Italia?

Oggi si sono registrati 5.249 nuovi casi, che portano il totale a 69.176 contagi. I decessi salgono a 6.820 (+743), i guariti a 8.326 (+894). I casi positivi attualmente in corso sono 54.030, con un incremento di 3.612 rispetto a ieri (trend in diminuzione per il terzo giorno di fila): di questi 21.937 sono ricoverati e 3.396 sono i ricoverati in terapia intensiva, con un tasso di saturazione salito al 54%.

Il rallentamento degli ultimi giorni è facilmente percepibile nell’andamento della variazione percentuale giornaliera dei casi.

Potremmo effettivamente essere al picco dei contagi, la concordanza con lo scenario E2, che altro non è che lo scenario E corretto per tener conto dell’andamento degli ultimi giorni, incoraggia a pensarlo.

Questo scenario è sostanzialmente in accordo con le estrapolazioni su cui riflettevamo il 21 marzo. Lo scenario di crescita dei casi totali mostra una leggera sovrastima rispetto ai casi totali effettivamente registrati ad oggi: continuando di questo passo, anziché sfondare quota 120.000 casi registrati a fine epidemia (con l’inevitabile disclaimer che questi sono solo i casi visibili, mentre i casi reali – necessari anche a riportare il tasso di letalità nelle medie registrate in altri paesi – potrebbero già essere molti di più), potremmo fermarci tra i 100 e i 120.000.

Uno scenario di sviluppo dei casi attivi compatibile con queste premesse è quello del grafico seguente, in cui il picco dei casi attivi si assesta verso gli 80.000 casi intorno al 4 aprile.

Questo significa che, malgrado l’ottimismo che inevitabilmente filtrerà dalla lettura dei numeri snocciolati nei bollettini giornalieri, nel giro di poco più di una settimana ci troveremo a fronteggiare un numero di casi che potrebbe essere tra il 30 e il 50% più alto di quelli che abbiamo oggi, con la necessità di soddisfare più di 7.000 ricoveri in terapia intensiva (per essere più precisi siamo in una forbice tra 5 e 8.000).

Come si vede dall’andamento dei ricoveri, già nei prossimi giorni il trend di crescita potrebbe entrare in collisione con la capacità di tenuta del sistema sanitario nazionale, ammesso e non concesso che questo non sia già successo, almeno a livello locale e in alcune regioni, con conseguenze già visibili nello scarto consistente tra l’andamento del modello e quello dei ricoveri effettivi in ICU.

Quindi, se anche la situazione dei contagi potrebbe essere finalmente sotto controllo, grazie alle misure restrittive adottate a partire dall’inizio di marzo, il rallentamento del tasso di crescita dei nuovi contagi registrato negli ultimi giorni non è un invito alla pazza gioia: mentre i cittadini dovranno proseguire nella ferrea disciplina di distanziamento sociale che si sono imposti con questi incoraggianti risultati, le autorità dovranno continuare ad adattare la capacità di ricovero in terapia intensiva per i casi più critici per poterci traghettare felicemente fuori dall’emergenza, configurando i primi segnali di un ritorno alla normalità non prima del mese di maggio.

Qui sopra vedete la sigmoide rossa del numero dei decessi che si stabilizza tra le 12 e le 13.000 vittime. Ma basterà sottovalutare i dieci giorni che ci aspettano o commettere un solo passo falso perché questi valori si alzino come una marea rossa, configurando scenari ben peggiori.

A mali estremi, misure estreme. Era inevitabile che prima o poi qualcuno si assumesse la responsabilità di far chiudere tutte le attività non essenziali in questo periodo di emergenza. Mettere il motore del paese al minimo, come ha detto il Presidente del Consiglio nel suo discorso alla nazione in diretta Facebook… la notte scorsa.

Alla fine, siccome i singoli datori di lavoro e le autorità regionali non si sono saputi far carico della responsabilità a cui erano chiamati, se non in pochi casi, al punto da tenere in produzione la gran parte delle attività localizzate in Lombardia, la decisione con relativo annuncio annesso è arrivata direttamente dallo Stato centrale.

Era facilmente prevedibile, dato che la notizia già circolava da giovedì-venerdì, eppure ancora una volta la forma della comunicazione ha lasciato ampiamente a desiderare. Proprio come nelle occasioni precedenti (in cui di volta in volta fughe di notizie e ritardi comunicativi hanno contribuito a creare un clima di attesa snervante, risolvendosi poi nelle ben note partenze tutt’altro che intelligenti dalle regioni del Nord per portare nel resto del paese il contagio di focolai che potevano essere facilmente tenuti sotto controllo), anche stavolta le recidive strategie comunicative del governo e in particolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri sono state incomprensibili, scriteriate e in definitiva ingiustificabili, tanto più alla luce della criticità della situazione che ha condotto all’adozione delle misure che bisognava annunciare.

La diretta Facebook annunciata per le 22.45 e iniziata con quasi un’ora di ritardo è un canale non commisurato alla gravità delle circostanze. Una scelta in linea con la progressiva inutilità informativa assunta dalla conferenza stampa giornaliera della Protezione Civile, una liturgia ormai fine a se stessa di cui un po’ tutti, per varie ragioni, abbiamo avuto modo di lamentarci negli ultimi giorni.

L’avvocato del popolo Giuseppe Conte che si rivolge alla webcam leggendo il discorsetto preparato con i suoi collaboratori, non esattamente quelli che si definirebbero uomini e donne provvisti di un qualche senso dello Stato, somiglia sempre di più a un eggregora o un tulpa, una proiezione mentale della compagine di governo evocata all’occorrenza per battersi contro la minaccia metafisica di un nemico invisibile e sfuggente come un virus.

E il racconto mediatico delle misure contenitive disposte per arginare la diffusione dell’epidemia è sempre di più a questo che assomiglia, con gli stucchevoli dibattiti sul jogging e le chiusure dei supermercati e gli interventi di opinionisti senza la minima competenza in materia richiesta da un tema tanto delicato.

Sappiamo che si sta combattendo una guerra, che siamo nel vivo di un’emergenza sanitaria senza precedenti, ma finché qualcuno non ci impone un giro di vite a danno dei nostri diritti è come se quella guerra questa emergenza fosse confinata in un qualche piano astrale. E invece è una guerra un’emergenza che ci riguarda tutti, anche se molti fanno ancora fatica a capirlo, la nostra classe dirigente non diversamente da tutti gli altri.

Edit 13:30. La retorica bellica francamente ci ha saturati. Scusate se ci sono cascato a mia volta.

Un picco da 30-40 mila casi? È quello che stiamo sentendo da ieri nei telegiornali. Numeri da fare accapponare la pelle. Ormai è tutto un rincorrere la notizia del picco, perché nei modelli matematici più semplici – vale a dire quelli che semplificano lo scenario come un’unica gaussiana e non come una sovrapposizione di più gaussiane locali possibili, nella speranza che le misure di distanziamento sociale intraprese dal governo a partire da due settimane non siano vanificate dai comportamenti irresponsabili dei cittadini – il picco rappresenta il punto di volta, il punto oltre il quale il numero di nuovi contagi giornalieri comincia a decrescere e la situazione si stabilizza verso l’asintoto orizzontale di una curva sigmoidale (ricordate il post di ieri?).

Tuttavia mi sembra che si stia facendo un po’ di confusione sui media, tanto per cambiare. Un picco da 30-40 mila nuovi casi prefigurerebbe uno scenario apocalittico, in special misura per la pressione che questo significherebbe sulle strutture sanitarie del Paese. Se consideriamo lo scenario C che esaminavamo la settimana scorsa, e ipotizziamo un picco in linea con quelli che sono i numeri che circolano nei telegiornali e sulla stampa, notiamo subito un primo disallineamento temporale rispetto alle date che accompagnano questi numeri: anziché essere per la fine di questa settimana, come ci viene detto, sarebbe invece per la fine del mese:

Ma ancora peggio, come potete vedere dalla curva dei casi totali cumulati: la sigmoidale andrebbe ad assestarsi oltre i 900mila casi (linea gialla, con scala sull’asse secondario a destra), richiedendo cure intensive per decine di migliaia di persone (la linea rossa, che come le altre relative ai nuovi casi e ai posti disponibili in terapia intensiva va invece letta in relazione alla scala dell’asse primario a sinistra). Posti che naturalmente non ci sono e sarebbe un problema ingestibile creare.

Ecco cosa significa quando si parla di picco da 30-40 mila casi. Ed ecco perché non è né auspicabile, né – fortunatamente – realistico con le severe misure di contenimento fin qui disposte e attuate o in corso di attuazione.

Più verosimile invece che la stampa, con picco da 30-40 mila casi, si riferisca al trend dei casi attivi e non dei nuovi contagi. Che in effetti, nello scenario E che sembra delinearsi dalla scorsa settimana, pare anche in linea con la stima di un massimo di casi attivi, effetto dei contagi totali sviluppati dall’inizio dell’epidemia al netto delle vittime e dei guariti, in corrispondenza del 27 marzo (quindi la fine della settimana prossima, non questa) e con un picco proprio di 40 mila unità.

Perché il contagio da coronavirus rimanga sotto controllo nel nostro paese, il picco dei nuovi casi dovrà invece rimanere ben al di sotto di questa soglia, circoscritto nell’ordine delle migliaia di unità, fermandosi possibilmente prima di raggiungere i 7-8 mila casi. Ma, come vedevamo sempre ieri, l’auspicio in realtà è che si fermi molto più in basso, intorno alla metà di questi valori, ovvero dove ci troviamo proprio in questi giorni (linea blu nel grafico qui sopra, da leggersi in relazione alla scala sull’asse verticale secondario a destra).

La dashboard dell’osservatorio globale sulla diffusione della sindrome da COVID-19 del Center for Systems Science and Engineering (CSSE) della John Hopkins University oggi si presentava cosi:

Il conto dei casi totali per la prima volta ha doppiato la Cina: 178.508 nel mondo contro gli 81.032 delle province cinesi. L’Italia, ormai stabilmente al secondo posto, ha raggiunto 27.980 contagi e superato la soglia di un terzo dei casi registrati in Cina. Se pensate che due settimane avevamo 2.500 casi, meno del dieci per cento dei casi attuali, mentre la Cina aveva appena oltrepassato la soglia allora per noi remota degli 80.000 contagi, vi renderete conto di due cose: come funziona una crescita esponenziale, che per sua natura riesce a stravolgere la prospettiva nel volgere di breve tempo, sovvertendo la linearità dei fenomeni per noi più intuitivi; e come le misure di distanziamento sociale possano riuscire a flettere la curva di espansione del virus mutando la crescita esponenziale in una funzione sigmoidale, mandandola a stabilizzarsi verso un asintoto orizzontale (è tutto illustrato con delle utili dimostrazioni pratiche in questo illuminante articolo del Washington Post). Quell’asintoto è il tetto della crescita, il coperchio sulla padella di olio infiammato che soffoca l’esplosione del fuoco prima che sia troppo tardi: in Cina ha funzionato, Italia e Spagna stanno provando a farla funzionare.

Il governo di Madrid, che ha schierato l’esercito per presidiare le stazioni ferroviarie nelle principali città e ha autorizzato la polizia a servirsi di droni per sorvegliare gli spostamenti dei cittadini, si appresta a chiudere le frontiere e a disporre un’estensione delle misure restrittive oltre i 15 giorni originariamente previsti. Anche la Svizzera si è decisa a dichiarare lo stato d’emergenza, che durerà più di un mese, fino al 19 aprile. La Francia ha rinviato a giugno il secondo turno delle comunali, mentre la Germania ha varato misure straordinarie per fronteggiare la crisi.

Il primo ministro britannico Boris Johnson, che appena quattro giorni fa annunciava al Regno Unito il piano del suo governo di non arginare la diffusione del contagio, è tornato sui suoi passi e ha invitato i cittadini a evitare i contatti e i viaggi non essenziali. Il Foreign Office ha alzato il livello di rischio dopo che i dati accertati sulla diffusione del coronavirus hanno toccato stamattina i 1.543 casi. Ieri il Guardian aveva diffuso un rapporto della Public Health England, organismo esecutivo del ministero della Salute britannico, secondo cui la diffusione del contagio in assenza di misure di contenimento raggiungerebbe l’80% dei residenti nel Regno Unito entro la primavera del 2021, causando quasi 8 milioni di ricoveri e almeno 318mila decessi. La stima si basa sull’ipotesi che il tasso di mortalità del COVID-19 si attesti intorno allo 0,6%, ma i dati italiani sono attualmente bene dieci volte più alti (qui ci sono alcune ipotesi sul perché). Per proteggere gli ultrasettantenni, si prevede adesso un isolamento forzato fino a quattro mesi.

L’idea dell’immunità di gregge che ispira l’inazione del governo britannico e dei suoi consiglieri non ha ancora trovato conferma negli studi. Per avere una panoramica delle cose che ancora non conosciamo del coronavirus, vi consiglio di leggere questo ottimo articolo del Post. L’impatto di una strategia passiva rischia di provocare milioni di morti, risolvendosi in una catastrofe sociale.

Intanto, oltreoceano, il governatore dello Stato di New York Bill De Blasio ha chiuso le scuole almeno fino al 20 aprile, ma con la prospettiva che possano non riaprire fino a giugno. Il governatore della California Gavin Newson ha invece chiuso tutti i bar, i ristoranti, i pub e i nightclub dello stato.

E qui da noi? Dopo il giorno con il più alto numero di vittime, in Italia oggi i decessi sono stati 349, di cui 202 solo in Lombardia: i morti salgono a 2.158, 1.420 nelle province lombarde. Lombardia e Marche hanno quasi saturato la capienza delle loro strutture sanitarie, ma a Milano dovrebbe entrare in funzione entro due settimane un nuovo padiglione per cure intensive all’Ospedale San Raffaele. Il totale dei casi attualmente positivi è 23.073, di cui 1.851 ricoverati in reparti di terapia intensiva, con un tasso di occupazione del 35% dei posti allestiti: sono circa 200 posti in meno di quanto prevedeva il nostro scenario E, che a questo punto stimava un tasso di saturazione di circa il 40%.

Ma c’è un’altra buona notizia: l’andamento dei contagi pare stia uscendo dall’inviluppo tra le curve degli scenari C e D, che delineavano gli orizzonti peggiori.

Dai totali giornalieri mancano i dati di Puglia e provincia di Trento, ma estrapolando le tendenze degli ultimi giorni difficilmente la loro somma supererà alcune centinaia di casi, che andrebbero sommati ai 3.233 comunicati dal bollettino della Protezione Civile (rispetto ai 3.497 di sabato e ai 3.590 di ieri). Sicuramente è presto per cantare vittoria, ma forse tra qualche giorno, riguardando indietro, riusciremo a distinguere nitidamente la cresta dell’onda che ci auguriamo di stare cavalcando proprio in queste ore.

Intanto non dobbiamo abbassare la guardia, o i sacrifici sostenuti finora finirebbero vanificati. Come dimostrano i casi esemplari dei comuni messi in isolamento nelle province campane di Avellino e Salerno:

Intanto negli ultimi giorni diversi comuni italiani sono stati messi in quarantena in seguito alla rilevazione di molti casi di contagio, con il divieto per chiunque di entrare o uscire.

Il primo comune a subire questa misura è stato quello di Ariano Irpino (provincia di Avellino), dove nei giorni scorsi erano risultati 21 casi (quando in tutta l’Irpinia sono stati 37). Sono stati poi messi in quarantena altri quattro comuni campani, tutti nella provincia di Salerno: Sala Consilina, Atena Lucana, Polla e Caggiano. Secondo il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, i contagi sarebbero tutti legati a un ritiro spirituale di una comunità di neocatecumenali avvenuto in un hotel di Atena Lucana il 28 e 29 febbraio, in cui i partecipanti avrebbero partecipato a un rito religioso bevendo tutti dallo stesso calice.

(dal Post)

Al quarto giorno dalla decisione della World Health Organization di attribuire all’infezione da COVID-19 lo status di pandemia, l’Europa continentale è un arcipelago di zone rosse. Con misure ancora una volta scoordinate (la Germania che chiude le frontiere ai vicini come pochi giorni fa aveva fatto la Polonia; Spagna, Austria e Repubblica Ceca che adottano misure analoghe all’Italia; la Francia che chiude scuole e università ma manda i suoi cittadini a votare per la tornata delle comunali, a cui già si annuncia un tasso di astensione record, oltre il 50%, che induce il governo a riconsiderare l’opportunità di sospendere il secondo turno previsto per domenica prossima), ma almeno il contagio non è più preso sottogamba: anche perché le proporzioni che sta assumendo altrove, come per esempio in Spagna, sono del tutto raffrontabili con quelle che il fenomeno ha raggiunto in Italia.

In USA il presidente Donald Trump ha addirittura accettato di sottoporsi al tampone, risultato negativo (per quello che vale il comunicato della Casa Bianca). Sua figlia Ivanka da ieri è in isolamento volontario dopo essere stata a contatto nei giorni scorsi con un ministro australiano che nel frattempo è risultato positivo al test. La Cina cerca di far ripartire la sua economia, ma sarà dura recuperare ai livelli pre-crisi.

Il bollettino odierno della Protezione Civile registra 3.590 nuovi casi in Italia, che portano il totale a 24.747, di cui 20.603 attualmente positivi. Questi dati sono in linea con la sigmoide dello scenario E che esaminavamo ieri e questo in qualche modo ci conforta. Tuttavia, esaminando lo spaccato dei dati, ci rendiamo conto di due cose:

  • I guariti sono complessivamente 2.335, ma il numero dei decessi è salito a 1.809, con 368 nuovi morti che rappresentano il nuovo triste record dall’inizio della crisi, e questo purtroppo riporta il tasso grezzo di letalità oltre il 7% dopo l’illusorio ribasso di ieri. Per raffronto, consideriamo che in Cina, la cui situazione è stata rappresentata e continua a essere raccontata come pre-apocalittica, il numero totale dei morti è ad oggi di 3.199, con un tasso inferiore al 4%. In tutti gli scenari che esaminavamo ieri consideravamo un progressivo riallineamento del tasso di mortalità a quello medio degli altri paesi, ma al momento questo obiettivo appare allontanarsi.

  • I ricoveri in terapia intensiva sono 1.672 (il rombo blu visibile nel grafico sottostante), leggermente inferiori rispetto alla curva verde che vedevamo ieri, e questo forse anche per effetto (ipotesi mia, ma da approfondire) della progressiva saturazione che si va profilando nella regione più colpita: la Lombardia, che conta la metà degli oltre 20mila casi attivi in Italia, è infatti arrivata al 90% della capienza delle sue strutture. In queste condizioni l’aumento della mortalità è un dazio amaro da pagare. Dobbiamo confidare soprattutto nel tasso di guarigione dei ricoverati, che vengono man mano sottoposti a cure meno intensive con il decorso positivo della malattia, e nel contenimento del contagio nelle regioni limitrofe, perché si trovino i posti necessari per far fronte alla domanda dei prossimi giorni.

Approfittando del fine settimana, abbiamo cominciato a guardare The Outsider, serie HBO tratta dal romanzo di Stephen King, che ci ha preso abbastanza da mettere per il momento in stand-by sia la seconda stagione di Altered Carbon che la terza di Mr. Robot. Restano in coda di visione Yellowstone e Mindhunter. Chi è a casa e vuole un consiglio, ne tenga conto. Chi deve affrontare i prossimi giorni in autoisolamento domestico, può prendere inoltre in considerazione altri recuperi, tra cui la seconda stagione di Westworld visto l’imminente arrivo della terza (magari anche due visioni, vista la complessità della sua struttura temporale), oppure due miniserie targate anch’esse HBO come Save me e – per restare in qualche modo in tema – Chernobyl.

Libri in lettura: I marziani di Kim Stanley Robinson, antologia di racconti riconducibili al suo vasto affresco planetario, una delle costruzioni più ambiziose di tutta la fantascienza (e non solo).

Nel rapportare le traiettorie che rappresentano la diffusione di COVID-19 nei diversi paesi, due cose colpiscono: la prima è che l’Italia rimane ancora distante dalla stabilizzazione della Corea del Sud, che anzi nel giro di una settimana abbiamo praticamente triplicato; la seconda è che qualitativamente gli altri paesi occidentali stanno seguendo le orme dell’Italia. Francia e Germania (rispettivamente con 4.480 e 4.515 casi) sono dov’eravamo noi intorno alla metà della settimana scorsa, la Spagna con 6.315 casi è dov’eravamo noi lo scorso fine settimana.

Non sorprendono quindi le misure restrittive che stanno progressivamente adottando i rispettivi governi, nemmeno in Francia, dove fino a pochi giorni fa illustri esponenti del governo sbandieravano cautela e puntavano altezzosamente il dito verso i cugini transalpini, cioè noi.

La situazione dell’Italia continua a destare preoccupazione. I nuovi casi registrati nella giornata odierna sono stati 3.497, che hanno portato il totale complessivo a 21.157. Per intenderci: siamo a circa un quarto delle proporzioni raggiunte dalla Cina. I casi attualmente positivi sono 17.750, di cui 1.518 ricoverati in terapia intensiva. Anche considerando l’aumento della capienza dei posti a 5.293, la pressione sul sistema sanitario pubblico sfiora il 30%.

Il ministero della Salute ha già disposto l’aumento dei posti in terapia intensiva a 6.200 unità entro la fine del mese, per poi salire ulteriormente a circa 7.500 posti nel mese successivo. In media un paziente positivo al coronavirus su dieci richiede cure mediche che necessitano un ricovero in terapia intensiva (ICU), con tempi di permanenza nell’ordine dei 30 giorni (circa il doppio della media dei ricoveri in terapia intensiva). Inoltre, stando ai dati del Prontuario statistico nazionale, il tasso annuo medio di occupazione dei 5.090 posti letto che costituiscono la base del servizio del nostro paese è pari al 48,4%, il che ci porta a stimare una media di 2.465 posti da prevedere per la somministrazione di cure per casi non associati all’epidemia da coronavirus, il che significa che già oggi una richiesta di poco più di 2.800 posti, corrispondente al 53,4% della capacità ICU del Sistema Sanitario Nazionale italiano, potrebbe comportare seri problemi.

Per questo adesso più che mai è fondamentale capire a che punto della curva di contagio ci troviamo.

Se esaminiamo i dati della prima fase della diffusione dell’epidemia da COVID-19 in Italia, l’andamento dei casi sembra compatibile con un picco imminente. Nel grafico sottostante, la scala della curva a campana dei nuovi casi è sull’asse verticale secondario (a sinistra) e stima un picco grosso modo dove siamo arrivati oggi.

In questo scenario E, la curva dei guariti replica qualitativamente l’andamento delle guarigioni nel precedente cinese: di fatto, abbiamo un ritardo di circa un mese a separare il picco dei contagi dal picco delle guarigioni. Se sia o meno corretto, lo capiremo già da domani o al più tardi da lunedì prossimo, ma in questo scenario la pressione sulle strutture ospedaliere sarebbe gestibile, perché il carico massimo arriverebbe verso fine marzo, quando potrebbero già iniziare a essere operative le prime nuove unità di terapia intensiva in fase di preparazione, consegna e allestimento.

Ma cosa accadrebbe se lo scenario sopra descritto non fosse quello a cui stiamo andando effettivamente incontro? Due delle curve che approssimano meglio il trend attuale, sono la crescita esponenziale con base 1,2 (ogni giorno i casi totali sono il 20% in più del giorno prima, scenario C) e una quasi cubica (in potenza 2,85, scenario D). Come si può vedere dal grafico qui in basso, negli ultimi giorni i casi hanno seguito abbastanza fedelmente l’andamento del caso C:

Ipotizzando che sia lo scenario C che lo scenario D raggiungano il picco di contagi intorno alla metà della settimana prossima (per la serie: facciamoci un regalo per la festa del papà), assumendo un tasso invariato di trattamenti in terapia intensiva rispetto a quello attuale (pari al 9% dei casi attivi in circolazione), l’andamento dei ricoveri in terapia intensiva assumerà nei tre scenari presi in considerazione le forme seguenti:

A parte lo scenario E, nessuno degli altri è anche lontanamente sostenibile. Vale la pena ricordare che nel momento in cui scrivo, la situazione negli ospedali italiani (tratta dal solito situation report) è la seguente, con alcune regioni (come Lombardia e Marche) ormai quasi ai limiti della loro capienza:

Inoltre i motivi per avere fiducia nello scenario E sono purtroppo indeboliti dalle ricorrenti notizie di fughe dalle regioni del Nord Italia, con migliaia di cittadini che negli ultimi due fine settimana hanno fatto ritorno nelle regioni del Centro-Sud (Lazio e Puglia in primis) e nelle Isole. Nell’ultima settimana i casi sono quadruplicati in Lazio e Puglia e triplicati in Sicilia. Se anche il picco dovesse arrivare nel giro di questo fine settimana o dell’inizio della prossima, non è detto che questo scongiurerebbe ulteriori picchi futuri legati al mancato contenimento del virus nelle regioni centro-meridionali.

 

Le notizie si susseguono veloci e gli scenari cambiano più volte nel giro di poche ore.

Ce ne sono volute meno ventiquattro alle istituzioni europee per smentire la numero uno della BCE, che con le sue improvvide dichiarazioni ieri aveva gettato nel panico le borse del vecchio continente: gli stati membri potranno contare su tutti i margini di flessibilità necessari per fronteggiare la crisi, con buona pace per Christine Lagarde e per le sue sanguisughe. Le piazze affari sono rimbalzate dopo il tonfo di ieri, ma hanno chiuso comunque in un bagno di sangue una settimana nera: Milano ha perso quasi un quarto del suo valore (-23,3%), Francoforte, Parigi e Londra non sono state da meno (rispettivamente -20,01%, -19,86% e -16,97%). I comparti più colpiti dagli effetti della pandemia sugli scenari globali: quello energetico (-29,15%) e quello turistico (-25,1%).

Meno di quarantott’ore sono quelle che ci sono volute al presidente statunitense Donald Trump per completare la sua giravolta, dal «virus straniero» e dal «rischio per il popolo americano è basso», a dichiarare lo stato d’emergenza. L’annuncio è arrivato quando ormai diverse autorità locali, tra cui lo stato di New York, avevano adottato lo stesso provvedimento. E Trump ha aggiunto che gli USA compreranno eccezionali riserve di petrolio, approfittando del calo dei prezzi – ‘sti cazzi.

Dodici ore ci sono volute invece alla UEFA per annunciare, dopo la chiusura di un turno surreale di Europa League,  tra partite giocate e partite rinviate, per sospendere tutte le competizioni a tempo indeterminato. Il calcio si conferma una realtà parallela, un mondo virtuale in cui il mondo qui fuori non può fare altro che riflettersi e scoprirsi per quello che è: nella merda fino al collo.

Ma la notizia che batte di gran lunga qualsiasi altra cosa sia stata detta o fatta oggi è quella che arriva dalla nostra amata Terra di Albione, dove il primo ministro Boris Johnson ha annunciato misure drastiche per fronteggiare la pandemia: parlando alla nazione ha invitato il popolo a prepararsi, perché «molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo». Una strategia contro-intuitiva e potenzialmente catastrofica: l‘obiettivo dichiarato dai consiglieri scientifici del governo è maturare un’immunità di gregge attraverso un piano di mega-infezione che interessi almeno il 60% della popolazione britannica. Se non è un esperimento sociale questo, è uno dei frutti più avvelenati di Brexit: nella sua vocazione all’isolazionismo, il Regno Unito di Johnson & Co. potrebbe davvero trovarsi a usare i body bag accumulati in previsione dei più foschi scenari post-Brexit.

Persino la Premier League ha deciso di fermarsi, ma Downing Street tira dritto. E poco importa se in fondo alla strada che ha deciso di imboccare a fari spenti in piena notte e a tutta velocità possa esserci un muro.

E nel resto del mondo? Israele sta provando a formare un governo di unità nazionale dopo che le ultime elezioni non sono riuscite a definire una maggioranza nella Knesset, il governo del Nepal ha annullato tutti i permessi rilasciati per le spedizioni sull’Everest tra il 14 marzo e il 30 aprile, gli spettacoli di Broadway hanno annunciato la sospensione fino a metà aprile e la moglie del premier canadese Justin Trudeau, Sophie Gregoire, è risultata positiva al coronavirus e dovrà restare in isolamento per quattordici giorni.

In Italia oggi leggera flessione nell’aumento dei casi: +2.547 rispetto a ieri (contro i +2.651 di ieri), ma è presto per parlare di picco raggiunto. Il totale dei casi ha raggiunto i 17.660 contagi, i morti sono 1.266, i guariti 1.439. Dei 7.426 ricoverati, 1.328 pazienti sono in terapia intensiva: l’indice di saturazione sui 5.293 posti disponibili in terapia intensiva è quasi triplicato in una settimana, arrivando a toccare il 25,1%. Già oggi Lombardia e Marche viaggiano intorno al 75% delle rispettive capacità, ma se il trend di crescita non dovesse uscire dalla rampa lineare della sigmoide entro la prossima settimana, il peso sul sistema sanitario nazionale arriverebbe ai limiti della sostenibilità la settimana successiva, con una saturazione superiore al 70%.

Altra giornata di numeri e annunci, o di conseguenze agli annunci. Dopo la nuova serrata decretata ieri sera dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella notte il presidente degli USA Donald Trump si è rivolto alla nazione in un discorso in diretta televisiva in cui ha annunciato la sospensione di tutti i voli provenienti dai paesi dell’UE per un periodo di trenta giorni, una misura «dura ma necessaria» per contenere «l’orribile infezione». Parole che segnano in qualche modo, nel suo stile bambinesco, superficiale e scriteriato, un deciso dietrofront rispetto ai tentativi di minimizzare nei giorni scorsi, ma che continuano a inanellare falsità attribuendo la causa della diffusione del virus ai paesi europei.

Il consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi, intervistato da Scienza in Rete, solo l’altro giorno non aveva usato mezzi termini per descrivere la situazione americana: «Prevedo che negli Stati Uniti sarà una catastrofe, perché lì il virus sta avanzando incontrastato. Di fatto lì non lo testano neanche, trattandosi di un sistema che non ha grandi risorse di sanità pubblica. Questo potrebbe far sì che fra una settimana-dieci giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiari lo stato pandemico». Come abbiamo visto, la WHO (di cui Ricciardi è membro) ci ha impiegato poco più di ventiquattr’ore per intervenire.

Intanto sempre ieri Tom Hanks e sua moglie, in Australia per le riprese di un nuovo film, hanno annunciato sui social di essere positivi. New York e Chicago hanno annullato le popolari sfilate per il giorno di San Patrizio (17 marzo). E la NBA ha deciso di sospendere gli incontri dopo che un giocatore degli Utah Jazz è stato trovato positivo: qualcosa di analogo a quanto sta succedendo con la serie A in Italia, ma non con la UEFA che si sta ciecamente ostinando a far disputare gli incontri validi per i tornei europei.

Oggi, nel pomeriggio, nell’annunciare le disposizioni per contrastare la crisi, la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde si è lasciata andare a una frase che in molti hanno interpretato come una risposta “francese” al famoso «whatever it takes» del suo predecessore Mario Draghi. Le reazioni non hanno tardato ad arrivare, con le borse europee che hanno lasciato sul terreno oltre il 10% del loro valore precedente e Milano che ha chiuso addirittura a -16,92%, peggior risultato della sua storia. Wall Street non è stata da meno, malgrado l’annuncio della Federal Reserve di immettere nel sistema monetario 1.500 miliardi di dollari tra il 12 e il 13 marzo. Anche in questo caso la politica non è estranea dal tonfo dei mercati, grazie alla vaghezza delle misure annunciate dall’Amministrazione USA per contrastare la pandemia.

Sembra una risposta alle parole della presidente della BCE la nota diffusa in serata dal Quirinale, quasi un sussulto indignato che stride con la figura compassata e pacata del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e che rivelano forse molto più di quello che dicono:

In serata, infine, il presidente francese Emmanuel Macron ha rivolto un discorso alla nazione in cui ha definito l’epidemia da coronavirus «la più grave crisi sanitaria che abbia colpito la Francia nell’ultimo secolo», annunciando la chiusura di asili, scuole e università a partire da lunedì prossimo. Un bagno di realtà dopo gli eventi di massa degli ultimi giorni (dal raduno dei puffi in Bretagna… alle migliaia di tifosi del PSG che ieri sera si sono raccolti davanti al Parco dei Principi per incitare la squadra impegnata nel ritorno del turno degli ottavi di finale di Champions League con il Borussia Dortmud, disputato a porte chiuse), ma con misure che potrebbero rivelarsi drammaticamente tardive e necessarie di drastiche correzioni di rotta a giudicare dal trend di crescita dei contagi nel paese, arrivati a 2.284 casi.

Hanno superato la soglia dei 2.000 contagiati anche Spagna e Germania, mentre l’Italia ha fatto registrare un nuovo record, con 2.651 nuovi casi che portano il numero totale a 15.113 e più di mille morti. Dei nuovi casi registrati, 1.445 sono in Lombardia, regione le cui strutture sanitarie erano già molto stressate, che così arriva a 8.725 positivi, di cui circa 5mila casi in sole tre province: Bergamo, Brescia e Cremona. In rete ho scovato questa interessante dashboard realizzata in Power BI per monitorare l’andamento delle statistiche legate alla crisi in Italia.

Un senso di catastrofe incombente regna in queste ore sui titoli e le comunicazioni. Per valutare l’efficacia delle misure adottate negli ultimi giorni bisognerà aspettare ancora la prossima settimana, e forse anche quella successiva. Intanto si spera che i dati mostrino l’arrivo del picco nelle province lombarde, sarebbe un segnale incoraggiante, anche se potrebbe presto essere vanificato da un secondo picco in altre regioni, forse nel Lazio, o in Puglia, o in Sicilia, dove il governatore Nello Musumeci sta considerando l’ipotesi di armare una nave-ospedale per fronteggiare la crisi.

Quindi alla fine è arrivato l’annuncio dell’OMS, o come la chiamerò d’ora in avanti, della WHO: l’epidemia da coronavirus è stata riconosciuta come pandemia. E si tratta della prima pandemia da coronavirus.

Intervenendo da Ginevra per il consueto bollettino giornaliero, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ricordato che nelle ultime due settimane i casi di contagio da COVID-19 sono aumentati di 13 volte, triplicando il numero di paesi colpiti.

«Ci sono attualmente più di 118mila casi in 114 paesi, e 4.291 persone hanno perso la vita. In migliaia stanno combattendo per la vita in ospedale. Nei prossimi giorni e settimane, ci aspettiamo un numero ancora più alto dei casi di COVID-19, dei morti e dei paesi coinvolti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha studiato giorno per giorno l’evoluzione della crisi e siamo profondamente preoccupati sia dal livello di diffusione e gravità raggiunto, che dall’allarmante livello di inazione. Per questo abbiamo deciso di dichiarare il COVID-19 come pandemia».

 

Dopo aver scavalcato la Corea del Sud l’altro giorno al secondo posto nella sinistra graduatoria dei paesi con più casi di coronavirus al mondo, da ieri l’Italia ha anche superato la soglia simbolica dei diecimila casi positivi rilevati. La Cina rimane davanti a noi con circa ottantamila casi, ma ormai da alcuni giorni non si registrano più casi al di fuori della provincia dello Hubei, che ha una popolazione confrontabile con quella dell’Italia e in cui si trova Wuhan (cuore di un’area metropolitana con circa 20 milioni di abitanti). I casi registrati in tutto il mondo sono centoventimila e sempre ieri si è registrato il millesimo caso negli Stati Uniti, anche se ci sono validi motivi per ritenere che il calcolo sia ampiamente sottostimato.

L’evoluzione nel tempo della graduatoria dei paesi colpiti è da vertigini:

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, anche se la sigla inglese di World Health Organization mi ispira un maggior senso di fiducia visti i miei trascorsi da whovian), fino all’altro giorno sempre molto prudente, ieri ha ammesso per voce del suo direttore Tedros Ghebreyesus che «la minaccia di una pandemia sta diventando molto reale». Non è più una questione di distinguo lessicali e schemi finanziari, ma di quando e come avverrà. Al punto che sempre ieri la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha aperto a un coordinamento centrale delle misure di contenimento e si starebbe pensando di creare un fondo da 25 miliardi di euro «a sostegno dei sistemi sanitari nazionali, delle piccole e medie imprese, del mercato del lavoro e delle parti più vulnerabili dell’economia», ma se basterà anche solo come misura iniziale diventerà chiaro nei prossimi giorni.

Dopo il vertice straordinario a 27 di von der Leyen, l’Italia, che è il primo paese al mondo a essere stato dichiarato «zona protetta» e intanto resta anche l’unico, ha annunciato che stanzierà un fondo di valore confrontabile, necessario per coprire l’assunzione di 20.000 medici, l’acquisto di macchinari per terapia intensiva e semi-intensiva, e le misure previste per sostenere le famiglie nell’accudimento dei figli in età scolastica e le imprese con sgravi fiscali. I dati diffusi ieri registrano un incremento più contenuto dei nuovi casi (meno di mille in tutta Italia), ma mancano i risultati di molti tamponi effettuati in Lombardia, che proprio negli ultimi giorni ha fatto registrare tassi di crescita impressionanti, soprattutto nelle province di Bergamo (che ha ormai superato Lodi) e Cremona, ma anche di Milano e Brescia.

L’Austria ha chiuso il Brennero agli automobilisti sprovvisti di certificato medico e ai treni internazionali, mentre in Vaticano Papa Francesco ha tenuto la prima udienza senza fedeli a causa dell’emergenza coronavirus.

Nell’area metropolitana di Bologna siamo ancora solo a 86 casi, per fortuna. Ma intanto molti esercizi commerciali hanno abbassato le serrande e quelli ancora aperti stanno contingentando gli accessi. Per le strade il traffico si è ridotto in maniera sensibile e i parcheggi che fino alla settimana scorsa scoppiavano di auto oggi sono mezzi deserti. Sembra che una qualche prudenza in più si stia usando, da parte se non di tutti almeno della maggioranza della popolazione.

Alla fine, com’era inevitabile, il governo ha esteso le misure d’emergenza a tutto il territorio nazionale. Le restrizioni pensate per frenare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 e dell’infezione da esso causata (COVID-19), adottate nella notte tra sabato e domenica, si sono presto rivelate insufficienti. Non per la loro natura, ma per la natura delle persone a cui si chiedeva di rispettarle. Le disposizioni contenute nel DPCM dell’8 marzo 2020, anticipate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in una conferenza indetta per la notte di domenica e ripetutamente posticipata, erano state anticipate da una fuga di notizia che la CNN aveva subito chiarito provenire dall’ufficio stampa della Regione Lombardia.

A chiunque stia seguendo la vicenda dall’inizio, la strategia comunicativa delle autorità appare quantomeno di dubbia efficacia, se non proprio schizofrenica, caotica e disfunzionale. Ogni volta che un provvedimento viene adottato, qualcuno molto in vista che dovrebbe assolvere a una funzione rassicurante in virtù del suo ruolo (ministri, presidenti di regione, assessori, segretari di partito) incorre in qualche incidente comunicativo. Ma quello che è successo la notte dell’8 marzo ha del surreale, al punto da indurre molti a sospettare una manovra “occulta” dietro la fuga di notizie:

Accanto alla guerra al virus si combatte quella dell’informazione, senza preoccuparsi se il sabotaggio dell’avversario politico possa avere più serie e gravi ripercussioni sul Paese. Lo dimostrano il video irresponsabile del Presidente della Regione Lombardia, la campagna fuori luogo sul più banale dei luoghi comuni dell’operoso Nord, lo sciacallaggio del capo in pectore dell’opposizione ai danni del governo in carica, per citare giusto tre esempi.

A un semplice cittadino chiamato alla responsabilità come chi scrive, l’effetto sortito dal DPCM di domenica scorsa, con migliaia di cittadini in fuga dalla Zona 1 verso le regioni del Sud ancora relativamente poco colpite dal virus e la rivolta ancora in corso in 22 prigioni, ha messo subito addosso un senso di disagio. Come anche le immagini circolate nei giorni scorsi della gente che affollava gli impianti sciistici delle Alpi o le spiagge della Liguria. Disagio amplificato dalle immagini dell’assalto ai supermercati della Capitale diffuse dopo l’annuncio del nuovo DPCM, in aperta violazione delle restrizioni previste nel decreto stesso.

È il 10 marzo 2020 e stamattina l’Italia si è svegliata trasformata in un’unica Zona Rossa. Siamo tutti chiamati alla responsabilità, dopo le prove di irresponsabilità diffusa e generalizzata che abbiamo saputo dare negli ultimi giorni, fino alle ultime ore della scorsa notte. E non è ancora chiaro in che modo il governo ha intenzione di far rispettare le sue disposizioni.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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