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Nel rapportare le traiettorie che rappresentano la diffusione di COVID-19 nei diversi paesi, due cose colpiscono: la prima è che l’Italia rimane ancora distante dalla stabilizzazione della Corea del Sud, che anzi nel giro di una settimana abbiamo praticamente triplicato; la seconda è che qualitativamente gli altri paesi occidentali stanno seguendo le orme dell’Italia. Francia e Germania (rispettivamente con 4.480 e 4.515 casi) sono dov’eravamo noi intorno alla metà della settimana scorsa, la Spagna con 6.315 casi è dov’eravamo noi lo scorso fine settimana.

Non sorprendono quindi le misure restrittive che stanno progressivamente adottando i rispettivi governi, nemmeno in Francia, dove fino a pochi giorni fa illustri esponenti del governo sbandieravano cautela e puntavano altezzosamente il dito verso i cugini transalpini, cioè noi.

La situazione dell’Italia continua a destare preoccupazione. I nuovi casi registrati nella giornata odierna sono stati 3.497, che hanno portato il totale complessivo a 21.157. Per intenderci: siamo a circa un quarto delle proporzioni raggiunte dalla Cina. I casi attualmente positivi sono 17.750, di cui 1.518 ricoverati in terapia intensiva. Anche considerando l’aumento della capienza dei posti a 5.293, la pressione sul sistema sanitario pubblico sfiora il 30%.

Il ministero della Salute ha già disposto l’aumento dei posti in terapia intensiva a 6.200 unità entro la fine del mese, per poi salire ulteriormente a circa 7.500 posti nel mese successivo. In media un paziente positivo al coronavirus su dieci richiede cure mediche che necessitano un ricovero in terapia intensiva (ICU), con tempi di permanenza nell’ordine dei 30 giorni (circa il doppio della media dei ricoveri in terapia intensiva). Inoltre, stando ai dati del Prontuario statistico nazionale, il tasso annuo medio di occupazione dei 5.090 posti letto che costituiscono la base del servizio del nostro paese è pari al 48,4%, il che ci porta a stimare una media di 2.465 posti da prevedere per la somministrazione di cure per casi non associati all’epidemia da coronavirus, il che significa che già oggi una richiesta di poco più di 2.800 posti, corrispondente al 53,4% della capacità ICU del Sistema Sanitario Nazionale italiano, potrebbe comportare seri problemi.

Per questo adesso più che mai è fondamentale capire a che punto della curva di contagio ci troviamo.

Se esaminiamo i dati della prima fase della diffusione dell’epidemia da COVID-19 in Italia, l’andamento dei casi sembra compatibile con un picco imminente. Nel grafico sottostante, la scala della curva a campana dei nuovi casi è sull’asse verticale secondario (a sinistra) e stima un picco grosso modo dove siamo arrivati oggi.

In questo scenario E, la curva dei guariti replica qualitativamente l’andamento delle guarigioni nel precedente cinese: di fatto, abbiamo un ritardo di circa un mese a separare il picco dei contagi dal picco delle guarigioni. Se sia o meno corretto, lo capiremo già da domani o al più tardi da lunedì prossimo, ma in questo scenario la pressione sulle strutture ospedaliere sarebbe gestibile, perché il carico massimo arriverebbe verso fine marzo, quando potrebbero già iniziare a essere operative le prime nuove unità di terapia intensiva in fase di preparazione, consegna e allestimento.

Ma cosa accadrebbe se lo scenario sopra descritto non fosse quello a cui stiamo andando effettivamente incontro? Due delle curve che approssimano meglio il trend attuale, sono la crescita esponenziale con base 1,2 (ogni giorno i casi totali sono il 20% in più del giorno prima, scenario C) e una quasi cubica (in potenza 2,85, scenario D). Come si può vedere dal grafico qui in basso, negli ultimi giorni i casi hanno seguito abbastanza fedelmente l’andamento del caso C:

Ipotizzando che sia lo scenario C che lo scenario D raggiungano il picco di contagi intorno alla metà della settimana prossima (per la serie: facciamoci un regalo per la festa del papà), assumendo un tasso invariato di trattamenti in terapia intensiva rispetto a quello attuale (pari al 9% dei casi attivi in circolazione), l’andamento dei ricoveri in terapia intensiva assumerà nei tre scenari presi in considerazione le forme seguenti:

A parte lo scenario E, nessuno degli altri è anche lontanamente sostenibile. Vale la pena ricordare che nel momento in cui scrivo, la situazione negli ospedali italiani (tratta dal solito situation report) è la seguente, con alcune regioni (come Lombardia e Marche) ormai quasi ai limiti della loro capienza:

Inoltre i motivi per avere fiducia nello scenario E sono purtroppo indeboliti dalle ricorrenti notizie di fughe dalle regioni del Nord Italia, con migliaia di cittadini che negli ultimi due fine settimana hanno fatto ritorno nelle regioni del Centro-Sud (Lazio e Puglia in primis) e nelle Isole. Nell’ultima settimana i casi sono quadruplicati in Lazio e Puglia e triplicati in Sicilia. Se anche il picco dovesse arrivare nel giro di questo fine settimana o dell’inizio della prossima, non è detto che questo scongiurerebbe ulteriori picchi futuri legati al mancato contenimento del virus nelle regioni centro-meridionali.

 

Le notizie si susseguono veloci e gli scenari cambiano più volte nel giro di poche ore.

Ce ne sono volute meno ventiquattro alle istituzioni europee per smentire la numero uno della BCE, che con le sue improvvide dichiarazioni ieri aveva gettato nel panico le borse del vecchio continente: gli stati membri potranno contare su tutti i margini di flessibilità necessari per fronteggiare la crisi, con buona pace per Christine Lagarde e per le sue sanguisughe. Le piazze affari sono rimbalzate dopo il tonfo di ieri, ma hanno chiuso comunque in un bagno di sangue una settimana nera: Milano ha perso quasi un quarto del suo valore (-23,3%), Francoforte, Parigi e Londra non sono state da meno (rispettivamente -20,01%, -19,86% e -16,97%). I comparti più colpiti dagli effetti della pandemia sugli scenari globali: quello energetico (-29,15%) e quello turistico (-25,1%).

Meno di quarantott’ore sono quelle che ci sono volute al presidente statunitense Donald Trump per completare la sua giravolta, dal «virus straniero» e dal «rischio per il popolo americano è basso», a dichiarare lo stato d’emergenza. L’annuncio è arrivato quando ormai diverse autorità locali, tra cui lo stato di New York, avevano adottato lo stesso provvedimento. E Trump ha aggiunto che gli USA compreranno eccezionali riserve di petrolio, approfittando del calo dei prezzi – ‘sti cazzi.

Dodici ore ci sono volute invece alla UEFA per annunciare, dopo la chiusura di un turno surreale di Europa League,  tra partite giocate e partite rinviate, per sospendere tutte le competizioni a tempo indeterminato. Il calcio si conferma una realtà parallela, un mondo virtuale in cui il mondo qui fuori non può fare altro che riflettersi e scoprirsi per quello che è: nella merda fino al collo.

Ma la notizia che batte di gran lunga qualsiasi altra cosa sia stata detta o fatta oggi è quella che arriva dalla nostra amata Terra di Albione, dove il primo ministro Boris Johnson ha annunciato misure drastiche per fronteggiare la pandemia: parlando alla nazione ha invitato il popolo a prepararsi, perché «molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo». Una strategia contro-intuitiva e potenzialmente catastrofica: l‘obiettivo dichiarato dai consiglieri scientifici del governo è maturare un’immunità di gregge attraverso un piano di mega-infezione che interessi almeno il 60% della popolazione britannica. Se non è un esperimento sociale questo, è uno dei frutti più avvelenati di Brexit: nella sua vocazione all’isolazionismo, il Regno Unito di Johnson & Co. potrebbe davvero trovarsi a usare i body bag accumulati in previsione dei più foschi scenari post-Brexit.

Persino la Premier League ha deciso di fermarsi, ma Downing Street tira dritto. E poco importa se in fondo alla strada che ha deciso di imboccare a fari spenti in piena notte e a tutta velocità possa esserci un muro.

E nel resto del mondo? Israele sta provando a formare un governo di unità nazionale dopo che le ultime elezioni non sono riuscite a definire una maggioranza nella Knesset, il governo del Nepal ha annullato tutti i permessi rilasciati per le spedizioni sull’Everest tra il 14 marzo e il 30 aprile, gli spettacoli di Broadway hanno annunciato la sospensione fino a metà aprile e la moglie del premier canadese Justin Trudeau, Sophie Gregoire, è risultata positiva al coronavirus e dovrà restare in isolamento per quattordici giorni.

In Italia oggi leggera flessione nell’aumento dei casi: +2.547 rispetto a ieri (contro i +2.651 di ieri), ma è presto per parlare di picco raggiunto. Il totale dei casi ha raggiunto i 17.660 contagi, i morti sono 1.266, i guariti 1.439. Dei 7.426 ricoverati, 1.328 pazienti sono in terapia intensiva: l’indice di saturazione sui 5.293 posti disponibili in terapia intensiva è quasi triplicato in una settimana, arrivando a toccare il 25,1%. Già oggi Lombardia e Marche viaggiano intorno al 75% delle rispettive capacità, ma se il trend di crescita non dovesse uscire dalla rampa lineare della sigmoide entro la prossima settimana, il peso sul sistema sanitario nazionale arriverebbe ai limiti della sostenibilità la settimana successiva, con una saturazione superiore al 70%.

Altra giornata di numeri e annunci, o di conseguenze agli annunci. Dopo la nuova serrata decretata ieri sera dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella notte il presidente degli USA Donald Trump si è rivolto alla nazione in un discorso in diretta televisiva in cui ha annunciato la sospensione di tutti i voli provenienti dai paesi dell’UE per un periodo di trenta giorni, una misura «dura ma necessaria» per contenere «l’orribile infezione». Parole che segnano in qualche modo, nel suo stile bambinesco, superficiale e scriteriato, un deciso dietrofront rispetto ai tentativi di minimizzare nei giorni scorsi, ma che continuano a inanellare falsità attribuendo la causa della diffusione del virus ai paesi europei.

Il consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi, intervistato da Scienza in Rete, solo l’altro giorno non aveva usato mezzi termini per descrivere la situazione americana: «Prevedo che negli Stati Uniti sarà una catastrofe, perché lì il virus sta avanzando incontrastato. Di fatto lì non lo testano neanche, trattandosi di un sistema che non ha grandi risorse di sanità pubblica. Questo potrebbe far sì che fra una settimana-dieci giorni l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiari lo stato pandemico». Come abbiamo visto, la WHO (di cui Ricciardi è membro) ci ha impiegato poco più di ventiquattr’ore per intervenire.

Intanto sempre ieri Tom Hanks e sua moglie, in Australia per le riprese di un nuovo film, hanno annunciato sui social di essere positivi. New York e Chicago hanno annullato le popolari sfilate per il giorno di San Patrizio (17 marzo). E la NBA ha deciso di sospendere gli incontri dopo che un giocatore degli Utah Jazz è stato trovato positivo: qualcosa di analogo a quanto sta succedendo con la serie A in Italia, ma non con la UEFA che si sta ciecamente ostinando a far disputare gli incontri validi per i tornei europei.

Oggi, nel pomeriggio, nell’annunciare le disposizioni per contrastare la crisi, la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde si è lasciata andare a una frase che in molti hanno interpretato come una risposta “francese” al famoso «whatever it takes» del suo predecessore Mario Draghi. Le reazioni non hanno tardato ad arrivare, con le borse europee che hanno lasciato sul terreno oltre il 10% del loro valore precedente e Milano che ha chiuso addirittura a -16,92%, peggior risultato della sua storia. Wall Street non è stata da meno, malgrado l’annuncio della Federal Reserve di immettere nel sistema monetario 1.500 miliardi di dollari tra il 12 e il 13 marzo. Anche in questo caso la politica non è estranea dal tonfo dei mercati, grazie alla vaghezza delle misure annunciate dall’Amministrazione USA per contrastare la pandemia.

Sembra una risposta alle parole della presidente della BCE la nota diffusa in serata dal Quirinale, quasi un sussulto indignato che stride con la figura compassata e pacata del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e che rivelano forse molto più di quello che dicono:

In serata, infine, il presidente francese Emmanuel Macron ha rivolto un discorso alla nazione in cui ha definito l’epidemia da coronavirus «la più grave crisi sanitaria che abbia colpito la Francia nell’ultimo secolo», annunciando la chiusura di asili, scuole e università a partire da lunedì prossimo. Un bagno di realtà dopo gli eventi di massa degli ultimi giorni (dal raduno dei puffi in Bretagna… alle migliaia di tifosi del PSG che ieri sera si sono raccolti davanti al Parco dei Principi per incitare la squadra impegnata nel ritorno del turno degli ottavi di finale di Champions League con il Borussia Dortmud, disputato a porte chiuse), ma con misure che potrebbero rivelarsi drammaticamente tardive e necessarie di drastiche correzioni di rotta a giudicare dal trend di crescita dei contagi nel paese, arrivati a 2.284 casi.

Hanno superato la soglia dei 2.000 contagiati anche Spagna e Germania, mentre l’Italia ha fatto registrare un nuovo record, con 2.651 nuovi casi che portano il numero totale a 15.113 e più di mille morti. Dei nuovi casi registrati, 1.445 sono in Lombardia, regione le cui strutture sanitarie erano già molto stressate, che così arriva a 8.725 positivi, di cui circa 5mila casi in sole tre province: Bergamo, Brescia e Cremona. In rete ho scovato questa interessante dashboard realizzata in Power BI per monitorare l’andamento delle statistiche legate alla crisi in Italia.

Un senso di catastrofe incombente regna in queste ore sui titoli e le comunicazioni. Per valutare l’efficacia delle misure adottate negli ultimi giorni bisognerà aspettare ancora la prossima settimana, e forse anche quella successiva. Intanto si spera che i dati mostrino l’arrivo del picco nelle province lombarde, sarebbe un segnale incoraggiante, anche se potrebbe presto essere vanificato da un secondo picco in altre regioni, forse nel Lazio, o in Puglia, o in Sicilia, dove il governatore Nello Musumeci sta considerando l’ipotesi di armare una nave-ospedale per fronteggiare la crisi.

Rilancio (via IIF) questa istruttiva infografica sui rischi esistenziali disseminati lungo il cammino verso il domani. Occhi aperti!

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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