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Di cosa parliamo quando parliamo di cyberpunk? La risposta è molto meno scontata di quanto potrebbe sembrare a un approccio superficiale. Il cyberpunk letterario è stato spesso accusato di scarsa originalità, monotonia di fondo e, col tempo, conformismo a tutta una serie di elementi divenuti un po’ dei cliché: il mondo distopico dominato dalle multinazionali, gli hacker solitari in lotta contro il sistema, la vita di strada nei bassifondi delle megalopoli… e potremmo continuare. Ma se prendiamo in considerazione i due titoli che hanno contribuito maggiormente a plasmare la nuova sensibilità della fantascienza dagli anni ’80 in avanti, ci accorgiamo di tutta una serie di differenze anche abissali legate non a elementi di contorno, che tutto sommato sono anche abbastanza sovrapponibili (*) – come dimostrano anche le dichiarazioni di William Gibson sulla sua esperienza come spettatore in sala all’uscita di Blade Runner – ma su un elemento che per il cyberpunk è tutto fuorché accessorio: la tecnologia.

(*) E che così di contorno, come vedremo tra poco, comunque non sono.

La tecnologia in Neuromante

Partiamo da Neuromante, il manifesto letterario del cyberpunk. Uscito nel 1984, è ambientato secondo le stime di Gibson intorno al 2035 (sebbene l’arco della trilogia copra 16 anni e quindi questa datazione vada presa molto con le molle, potendo oscillare, diciamo, tra il 2025 e il 2040… ma tutto sommato ancora dietro l’angolo, a differenza di quanto dedotto invece da un lettore su Vice basandosi su altri elementi interni ai romanzi ma probabilmente più dovuti a sviste dell’autore che non riconducibili alle sue reali intenzioni) e dipinge una tecnologia ormai smaterializzata, micro- e nanometrica, pervasiva.

Nel mondo di Case e Molly, la tecnologia si è ormai integrata in maniera indistricabile con i corpi e la psiche degli utenti: il cyberspazio è un piano dell’esistenza complementare alla realtà fisica, con cui si compenetra in declinazioni che assumono di volta in volta le forme di un’internet ante litteram, della realtà virtuale o di una realtà aumentata, e che assolve al ruolo di vero e proprio ecosistema, con le sue nicchie e i suoi agenti (virus informatici, ICE, costrutti di personalità riconducibili al mind uploading, intelligenze artificiali…).

Case, Molly e gli altri abitanti del futuro come loro non esitano a modificare i propri corpi attraverso impianti prostetici che ne aumentano le facoltà e attivano un feedback con il cyberspazio: non sono più solo agenti, ma la loro psiche e il loro organismo diventa un target su cui la rete e altri agenti possono produrre effetti tangibili. La strada ha trovato il suo uso per la tecnologia uscita dai laboratori, per dirla con Gibson. Anzi, ha trovato mille modi per utilizzarla e piegarla alle necessità dei singoli operatori, attraverso tutto un mercato nero di tecnologie trafugate dai centri di ricerca delle multinazionali o dell’esercito e messe in circolazione da una rete di contrabbandieri, corrieri, rigattieri…

La tecnologia in Blade Runner

La visione della Trilogia dello Sprawl prende forma tra la fine degli anni ’70 e i primissimi ’80, e nel 1982 arriva nelle sale Blade Runner. Un film che si inserisce nel solco di quella visione cupa e pessimistica del futuro che negli stesi anni si andava definendo grazie a pellicole epocali come Mad Max di George Miller (1979) e 1997: Fuga da New York di John Carpenter (1981), o Alien dello stesso Ridley Scott (1979). Ma, con la notevole eccezione di quest’ultimo, i film che stavano ridefinendo l’immaginario del futuro erano prevalentemente accomunati da un basso tasso tecnologico: la tecnologia era o ridotta al puro elemento meccanico (le automobili di Mad Max con cui vivono in simbiosi i sopravvissuti dell’outback australiano) o a strumento di controllo (le bombe miniaturizzate iniettate a Plissken per convincerlo a esfiltrare il presidente dal carcere di massima sicurezza di Manhattan).

Lo stesso Alien non è che brilli sotto il profilo dell’estrapolazione tecnologica, ma se non altro, sullo sfondo di una civiltà che è stata comunque in grado di mettere in campo lo sforzo necessario a esplorare rotte spaziali al di fuori del sistema solare, presenta personaggi che sono androidi meccanici indistinguibili dagli esseri umani e computer che rasentano, per autorità anche se non proprio per flessibilità (e qui torniamo alle forme di controllo già citate sopra a proposito di 1997: Fuga da New York), lo status delle IA. Elementi che, con le dovute variazioni, caratterizzano anche Blade Runner, dove ritroviamo appunto una tecnologia pesante: gli avanzamenti nella biotecnologia hanno permesso lo sviluppo di replicanti, androidi biologici indistinguibili dagli esseri umani (anzi, più umani dell’umano), destinati all’impiego in teatri di guerra extra-mondo e a farsi carico di mansioni che richiedono forza e resistenza fisica. L’uso più soft contemplato per i Nexus-6, i replicanti di ultima generazione, è per i modelli femminili, adibiti alla prostituzione nei bordelli delle colonie, non proprio un esempio di visione futuristica sull’impiego del più sofisticato prodotto della tecnologia umana.

In Blade Runner, la tecnologia è sempre separata dai corpi e dalle menti dei suoi utilizzatori umani: l’intermediazione tecnologica nelle relazioni umane è ridotta al minimo, i telefoni sono ancora in cabine pubbliche, i computer quasi nemmeno si vedono e – tralasciando volutamente, per il momento, qualsiasi grande o piccola retcon operata da Blade Runner 2049 – la rete nemmeno esiste. La tecnologia non è bassa, ma è sostanzialmente hard e ha a che fare con la programmazione/manipolazione biologica dei corpi, confinata all’interno di questi (alcune decine o centinaia di migliaia di replicanti sparsi sulle colonie extra-mondo, e pochissimi fuggitivi clandestini sulla Terra), mentre il mondo di fuori è sostanzialmente la fucina di catastrofi ambientali in cui ci troviamo a vivere oggi, con un downgrade della tecnologia attuale a quella degli anni ’80.

Blade Runner & Neuromancer: convergenze non accidentali

Per inciso, ricollegandoci a quanto dicevamo in apertura sulla sovrapponibilità degli elementi d’ambiente e le atmosfere, è interessante anche notare come Gibson e Scott condividessero una visione sostanzialmente comune su quella che l’autore di Neuromante definisce “la più caratteristica delle nostre tecnologie“: la città. Entrambi, Gibson sulla pagina scritta e Scott nei set di Blade Runner, compiono un’operazione che potrebbe apparire scontata (soprattutto a un europeo, sostiene Gibson): sovrapporre elementi del passato, del presente e del futuro nella rappresentazione delle città. In pratica: dare evidenza della stratificazione delle epoche attraverso il mélange architettonico che plasma l’estetica della città.

Ciò che Ridley Scott fa con Blade Runner, lo si ritrova nella stessa misura sia in Neuromante che nei precedenti racconti di Gibson: le strade delle loro città sono concentrati di archeologia urbana e per questo danno una misura incontestabile del tempo che è corso su quelle superfici e di ciò che è costato.

Blade Runner vs Neuromancer: dove saltano gli schemi

Tutto semplice, quindi? Forse no, perché il doppio finale di Blade Runner, con il problema della duplice interpretazione della natura di Deckard, complica significativamente lo schema fin qui delineato. A seconda delle letture che si vogliono dare al personaggio, il cacciatore di replicanti può essere un umano (chiave interpretativa prediletta dall’interprete del ruolo Harrison Ford) o un replicante lui stesso (lettura sostenuta a più riprese da Ridley Scott, almeno fino all’uscita nelle sale del sequel di Denis Villeneuve che invece opta per la versione di Ford).

Se Deckard è un umano, la sua fuga finale con Rachael assume le valenze metaforiche di un matrimonio tra la sfera umana e quella artificiale, una sorta di romantica conciliazione tra la natura e la tecnologia. Poco plausibile forse, sicuramente suggestiva, estrinsecata in particolare nella sequenza dell’auto che attraversa i boschi a nord di Los Angeles sulle note incalzanti della leggendaria colonna sonora di Vangelis. Si tratta del finale voluto dallo sceneggiatore Hampton Fancher e realizzato da Scott su input della produzione “riciclando” le sequenze girate per Shining scartate da Stanley Kubrick.

Se Deckard al contrario è un replicante, la sua scoperta finale (molto in linea con la sensibilità di Philip K. Dick benché non fedele alla lettera al romanzo), suggellata dalla chiusura delle porte dell’ascensore scelta come final cut dal regista, diventa l’agnizione lacerante dell’incompatibilità della propria esistenza con la natura, l’anamnesi sul proprio essere – esattamente come i replicanti a cui il cacciatore ha finora dato la caccia – una contraddizione in atto, la prova «vivente» che la realtà ha ormai raggiunto un livello di falsificazione da cui è impossibile tornare indietro: non sono solo i ricordi a essere contraffatti, ma l’effetto si estende inevitabilmente alla percezione stessa della realtà. La natura è destinata a scomparire, sostituita da repliche che si credono originali e reali. Le superiori capacità mimetiche dei simulacri renderanno infine vano qualsiasi tentativo di resistenza.

La versione di Ford (e di Fancher) chiude in qualche modo un cortocircuito con la visione tecnologica di Neuromante, dove la sintesi tra organico e sintetico viene subita ma a cui non ci si sforza di resistere, cercando piuttosto di piegarla alle esigenze dei protagonisti: sotto questa luce, Blade Runner prospetta un’accettazione perfino ottimistica di questa sintesi, facendo quindi un ulteriore passo avanti.

La versione di Scott (e di Dick), invece, stabilisce che non c’è ragione di sposare ciò che è fuori con ciò che è dentro, l’organico e l’inorganico. Semplicemente, l’inorganico, l’artificiale, il sintetico, il simulacro, ormai più umano dell’umano, è destinato a soppiantare l’organico, il naturale, l’originale. Non c’è scampo, non esiste via di fuga, la partita è segnata.

Siamo sotto scacco, a una mossa di distanza dallo scacco matto. Solo che non ce ne siamo ancora resi conto.

Se in Karma City Blues il mondo che avevamo conosciuto in Sezione π² e Corpi spenti è andato avanti dieci anni, immaginare quale evoluzione possa avere interessato le tecnologie del 2059-61 è stato uno dei nodi centrali del lavoro di world-building che ha interessato il romanzo.

Per ridurre il discorso ai minimi termini necessari (anche per parlarne senza incorrere in una quantità di spoiler), nel 2059 abbiamo:

  • processori quantistici universali: distribuiti commercialmente, rendono conto dell’obsolescenza della legge di Moore (in realtà già mentre ci lavoravo appariva probabile che le principali applicazioni dei computer quantistici sarebbero state in ambiti specializzati e molto più difficilmente si sarebbe arrivati a dispositivi di tipo general purpose, su cui quindi ho lasciato galoppare la fantasia);
  • interfaccia olografica: rendono immersiva l’interazione degli utenti con le applicazioni informatiche, facilitando l’organizzazione dei dati e la ricerca di informazioni;
  • impianti neurali e neuroelettronica: il potenziamento elettronico delle facoltà cognitive attraverso innesti in grado di interfacciarsi con il sistema nervoso centrale e banchi di espansione di memoria è uno dei presupposti dello sviluppo della psicografia, attorno a cui ruotano le storie dell’Officina di Briganti e soci;
  • mind uploading: se ne fa brevemente menzione verso la fine di Sezione π² e guadagna un po’ di spazio in Corpi spenti;
  • virus neurali: costrutti autosufficienti in grado di installarsi nella mente di un soggetto e di fatto parassitarlo, soggiogandone la volontà;
  • crio-conservazione o ibernazione: preservazione di un corpo umano a basse temperature in animazione sospesa;
  • bioingegneria: modifiche invasive della fisiologia per consentire ai soggetti modificati di lavorare in condizioni ambientali estreme, per esempio in microgravità ed esposti a radiazioni cosmiche;
  • Internet of Things: la trasformazione di oggetti di uso quotidiano e pressoché di ogni prodotto e bene di consumo in uno smart object connesso in rete;
  • carta riprogrammabile: un modo di tradurre in termini pratici e immediati l’applicazione delle nanotecnologie alla scienza dei materiali;
  • Logiche (ovvero intelligenze artificiali): declinate nella forma di intelletti semi-senzienti, costrutti complessi in grado di emulare il comportamento umano, automigliorarsi e farsi carico di operazioni complesse (cluster di IA mandano avanti interi settori anche di interesse strategico, come la logistica, il controllo del traffico aereo e l’esplorazione spaziale).

Sono solo alcuni esempi ma penso che servano a rendere un’idea dell’aspetto profondamente diverso del mondo in cui si trova a investigare Vincenzo Briganti rispetto a quello che conosciamo.

Jia Jun, Concrete Jungle.

L’idea di posizionare nel 2049 l’ipotetico verificarsi della Singolarità Tecnologica, che per la verità è fin da subito descritta come una convergenza NBIC, è anche un escamotage che serve a delineare una cesura tra il mondo che conosciamo e quello tutto da scoprire che funge da contesto della serie informalmente detta delle Cronache del Kipple. Dall’epigrafe di Sezione π²:

Metà del XXI secolo. La curva dello sviluppo tecnologico ha subìto un’improvvisa cabrata, schizzando verso l’alto come impazzita. Nanotecnologie, cibernetica, computazione quantistica, ingegneria della vita e intelligenze artificiali hanno concorso all’evento.
È una nuova rivoluzione culturale.
L’incalzante ricambio generazionale delle tecnologie stravolge la percezione della realtà. Dal mutamento emergono nuove prospettive: gli orizzonti dell’uomo si dilatano. I mutamenti si succedono a distanza di giorni.
Questa è una storia raccolta dalle voci dei morti. In presa diretta dalla Singolarità.

Per Karma City Blues era inevitabile alzare la posta. E così, tra le altre cose, abbiamo delle evoluzioni sempre più spinte delle tecnologie già viste sopra, e in particolare:

  • Kit morfogenetici: sciami di nanobot per modificare temporaneamente i lineamenti;
  • Ginoidi: nell’era della riproducibilità a basso costo, la duplicazione delle donne (e del corpo delle donne) è un modo come un altro per ricordarci che niente è insostituibile nel capitalismo iperliberista e ogni desiderio può essere soddisfatto (per la verità le replicanti della Ksenja Corporation si vedevano già nel fumetto che fungeva da prequel di Sezione π², ma questa è la prima volta che entrano in scena nei romanzi);
  • nanotecnologie militari: alcuni prodotti della sperimentazione militare sfuggita di mano all’esercito sono ancora operativi nel Kipple;
  • Big Data: il mondo è diventato una foresta di dati, qualsiasi cosa, scelta, spostamento, vengono tracciati definendo schemi di comportamento e monitorando dinamiche private, sociali, etc.
  • EveryWare (EW): l’interazione tra internet e IoT ha originato conseguentemente una realtà aumentata, di cui il mondo fisico è solo uno dei possibili strati, a cui si sovrappongono molteplici layer di informazione, dando vita a una realtà codificata a matrioska, in cui chi la abita può accedere a livelli di informazione diversi a seconda della tecnologia di cui dispone, del know-how che possiede e della bravura che ha saputo maturare.

Elementi che si aggiungono e in alcuni casi si sovrappongono alla lista precedente, prospettando interazioni inedite in un paesaggio tecnologico in continua evoluzione. A questo si aggiungono le new entry, che sono delle trovate (chiamatele invenzioni, chiamatele estrapolazioni, chiamatele metafore, simboli o allegorie) per rispondere ad alcuni quesiti:

  • in un mercato globale ormai da tempo al di là della nostra capacità di controllo, dominato dal trading ad alta frequenza che rende gli algoritmi la nuova specie dominante dell’ecosistema finanziario, gli operatori umani sapranno inventarsi un nuovo modo per manomettere la Macchina?
  • in che modo le IA possono uscire dal dominio della pura informazione e interagire con il mondo esterno?
  • e se gli algoritmi sono la specie nativa dei mercati finanziari telematici, quanto ci vorrà prima che le corporation, gli zaibatsu, i conglomerati industriali, i titani dell’alta tecnologia escogitino una soluzione per serrare la stretta su un mondo che rischia di diventare dominio incontrastato delle IA?

Quest’ultima domanda, per la verità, trova nel romanzo una risposta solo accennata, ma continuo ad accarezzare l’idea di dedicarle un’opera a sé stante, di fatto un gemello di KCB che dovrebbe formare con questo un ideale dittico. Bisogna poi dire che nel romanzo c’è anche altro, che sarebbe però imprudente e scorretto anticipare in questa sede. Se non altro così presto.

Segnali dal futuro è la nuova pubblicazione dell’Italian Institute for the Future, associazione fondata aIIF_Segnali_dal_Futuro Napoli e attiva nel campo dei future studies: un’antologia di racconti di anticipazione selezionati da Roberto Paura e Francesco Verso, che delineano possibili scenari futuri spaziando “dall’intelligenza artificiale all’espansione umana nello Spazio, dalla disoccupazione tecnologica alla vita all’interno di mondi virtuali fino al sogno di replicare la coscienza umana”, introdotti da altrettanti saggi di esperti del settore (Massimo M. Auciello e Rino Russo, Riccardo Campa, Roberto Paura, Valerio Pellegrini, Emmanuele J. Pilia).

L’iniziativa, che non ha precedenti in Italia, si ispira a progetti analoghi che da sempre vengono sviluppati altrove. Un esempio storico è rappresentato dall’Institute for the Future di Palo Alto, tra le cui pubblicazioni recenti si segnala una raccolta di questo tipo intesa a “rendere tangibile il futuro”, con contributi di sei firme di spicco del panorama SF globale (tra gli altri Bruce Sterling e Cory Doctorow) sul tema della Internet of Things: An Aura of Familiarity. Altri esempi altrettanto rappresentativi sono il Project Hieroglyph curato da Neal Stephenson (di cui abbiamo parlato), l’antologia celebrativa dei cinquant’anni di Spectrum, Coming Soon Enough (con Greg Egan e Nancy Kress), oppure la serie Twelve Tomorrows pubblicata con cadenza annuale dall’MIT.

Segnali dal futuro prende le mosse dalla sessione introduttiva del Congresso Nazionale di Futurologia 2014 e si propone di offrire cinque assaggi possibili del mondo in cui domani potremmo svegliarci. Perché, come abbiamo imparato, il modo migliore per prevedere il futuro è inventarlo. Nell’antologia troverete anche un mio racconto ispirato al tema del mind uploading, ma che si trova a sfiorare anche altri campi a cui sono particolarmente interessato: l’intelligenza artificiale, la sostenibilità ecologica, la transizione verso un modello di società post-capitalista, l’ubiquitous computing, il turismo virtuale, le città iperconnesse (come Dubai o la megalopoli del Delta del Fiume delle Perle) la riproducibilità della memoria, gli spazi simulati e i diritti degli esseri artificiali. Con una spruzzata della poetica visionaria di William S. Burroughs e di Makoto Shinkai. Il tutto dal punto di vista di un… no, stavolta niente detective, solo un ingegnere elettronico.

Delta_City

Il racconto s’intitola La vita nel tempo delle ombre, è introdotto da un saggio di Emmanuele J. Pilia (esperto di transarchitettura, ma non solo) e si accompagna ad altri quattro racconti firmati da totem come Ken Liu o Francesco Grasso e autorevoli esponenti dell’ultima ondata di fantascienza italiana come Clelia Farris e Francesco Verso.

Il libro è in vendita a 9,90 euro sul sito dell’IIF.

Nell’articolo scritto a 4 mani con il critico, traduttore e studioso di letteratura americana Salvatore Proietti, docente all’Università della Calabria, pubblicato sul numero 72 di Robot, ci siamo dilungati su un tema che attraversa, in maniera più o meno evidente, un numero crescente di opere prodotte negli ultimi anni in seno alla fantascienza: i diritti delle creature artificiali.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

MetalMadeFlesh

L’identità personale si fa distribuita e si moltiplica. Il nostro ecosistema si è già modificato perdendo le originali presunte connotazioni di purezza naturale, e le prime applicazioni di augmented reality rendono ineludibile questa verità. Le tecnologie emergenti, sempre più spesso raccolte sotto la sigla NBIC (che raggruppa nanotecnologia, biotecnologie, information technology e cognitive science), adottato anche dalla National Science Foundation americana, producono effetti che diventeranno sempre più profondi e irreversibili man mano che si realizzano forme di convergenza tra i diversi settori della ricerca. Quanto dovremo ancora aspettare prima che soggetti che non condividono la nostra stessa natura biologica comincino a rivendicare i loro diritti? Robot, androidi, cyborg, intelligenze artificiali, cloni, simbionti, creature ibride, dalla duplice natura, prefigurano la nuova realtà di un mondo che non può più trincerarsi dietro l’esclusività dei benefici e dei diritti della contemporaneità, ma che anzi deve lavorare su una logica inclusiva per estenderli a tutti.

In un celebre passo della Dichiarazione di Indipendenza, ratificata nel 1776 a Philadelphia dai cittadini delle tredici colonie che si erano sollevate contro la madrepatria, leggiamo:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da uomini, per esprimere la loro idea su quali condizioni debba rispettare un governo di altri uomini per essere da loro accettato. Qualcuno ha idea del perché un’intelligenza artificiale dovrebbe accontentarsi di qualcosa di meno di quanto richiesto dagli uomini?

Da questa consapevolezza nasce un approccio etico, come quello proposto nel 2006 da Gianmarco Veruggio, direttore della Scuola di Robotica di Genova e promotore della cosiddetta roboetica, l’etica applicata alla progettazione e allo sviluppo nei campi della robotica e dell’automazione. All’aumentare dei benefici potenziali, nella robotica come in qualsiasi altro settore della ricerca aumentano anche i rischi. Per questo la presenza massiccia di creature artificiali nel futuro verso cui ci stiamo muovendo pone l’opportunità e anzi il bisogno di una riflessione sulle regole che dovranno gestire il rapporto tra umani e macchine.

Prima che la realtà ci presenti un conto da pagare – come insegna la storia – comprensivo di interessi.

Ho colpevolmente mancato di segnalarvi l’uscita di Robot 72, disponibile in formato digitale già a partire dagli inizi diRobot72_digital settembre, ma rimedio adesso che è finalmente disponibile per l’acquisto anche l’edizione cartacea (sia sul Delos Store che su Amazon). All’interno c’è un lungo articolo scritto a quattro mani con Salvatore Proietti in cui affrontiamo il tema dei diritti civili degli esseri artificiali. La sua stesura ci ha tenuti impegnati per diverse settimane nel cuore della scorsa estate. Eccone, a mo’ di trailer, un assaggio:

È piena di fantascienza l’ultima parte del recente libro di Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti (Laterza 2012), di cui molto si è parlato. Come tutta la buona SF, è anche pieno di neologismi: biodiritto, nano-mondo, robo-legge, neuroetica. L’identità personale è distribuita, multipla: con le tecnologie che fanno parte di noi dobbiamo fare i conti. E l’identità è multipla in un mondo globalizzato sempre più multietnico e multiculturale, in cui (per riprendere Kim Stanley Robinson in Pacific Edge, romanzo del 1990 mai tradotto da noi) le “utopie tascabili” delle piccole comunità omogenee sono sempre più regressive e inquietanti. Il cyborg, il robot e il clone reclamano i loro diritti come forme di “homo possibilis” – proviamo ad ascoltarne la voce.

Insieme a Orwell, Huxley e Gibson (e a un filosofo della scienza come Giuseppe O. Longo, che spesso si è avvicinato alla SF), Rodotà evoca il bellissimo Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (2005), storia di clonazione e di oppressione. Bellissimo, ma nel suo radicale pessimismo forse meno lungimirante di un racconto di Ursula K. Le Guin come Nove vite (1969, nella classica antologia I dodici punti cardinali): destinati allo sfruttamento lavorativo e biologico, i cloni dichiarano anche la loro capacità di provare sentimenti, di confrontarsi con l’altro – e un’irriducibile voglia di sopravvivere.

A capire molto, era stato il Philip K. Dick degli anni 70, a torto ridotto alle sole visioni esoteriche dell’Esegesi. Prendiamo il saggio intitolato L’androide e l’umano: “il nostro ambiente, e intendo il nostro mondo, una creazione umana fatta di macchine, costrutti artificiali, computer, sistemi elettronici, componenti omeostatici interconnessi […] sta diventando vivo, o almeno quasi-vivo, e in un modo specificamente e fondamentalmente analogo a noi stessi”. Irriducibilmente, l’essere umano è un homo faber, che solo chi idealizza un inesistente passato “naturale” può prendere in considerazione a prescindere dall’interazione con il mondo. A sua volta, il mondo non sta a guardare: cambia, si modifica, e impone a “noi” di fare i conti con la sua volontà. Sta nascendo l’ecologia, e stanno nascendo nuovi soggetti. Robot, androidi, cyborg, ibridi, simbionti, creature duplici, meticce (da noi, Primo Levi aveva parlato di centauri): tutte immagini di un mondo sempre meno “puro”, che non ha nessuna intenzione di rinunciare ai benefici e ai diritti della modernità – e che, casomai, vuole estenderli a tutti.

Toccato nel profondo dalle letture sul nazismo, Dick conosceva benissimo il rischio di radicare il concetto del “bene” nella biologia e nella natura. Fra umano e inumano, scriveva nel saggio su Uomo, androide e macchina, la differenza non sta nell’“essenza”, ma nel “comportamento”. Proseguiva Dick: “Un essere umano privo della giusta empatia o sentimento è uguale a un androide costruito in modo da non averla, seguendo un progetto o a causa di un errore. Intendo, sostanzialmente, qualcuno a cui non importa il destino di cui è vittima l’essere vivente suo prossimo e rimane distaccato, da spettatore, mettendo in pratica con la sua indifferenza il motto di John Donne, ‘Nessun uomo è un’isola’, ma inserendo una variante nel teorema. Un’isola mentale e morale non è un uomo”.

Ovvero: The reader who was plugged in, verrebbe da dire. Perché il prototipo messo a punto al MIT prende le mosse dagli scenari della fantascienza per proporre un’esperienza di lettura aumentata, rendendo il libro “indossabile” e sfidando gli scrittori sul campo della sensory fiction, come hanno voluto chiamarla gli artefici del progetto: non sarà più il solo canale cognitivo-empatico a convogliare l’esperienza del racconto dalla sorgente (=autore) al destinatario (=lettore), ma una combinazione multisensoriale di stimoli. Una rete di sensori/attuatori provvederà a evocare il mood della pagina, amplificando l’immedesimazione del lettore nei personaggi: 150 led programmabili per creare l’ambiente più adatto alla pagina, sorgenti di suoni, dispositivi in grado di influenzare la temperatura corporea, sorgenti di vibrazioni per accelerare o rallentare il battito cardiaco, dispositivi ad aria compressa per stimolare la tensione o il rilascio dei muscoli. Tutti integrati nella struttura del libro.

Al momento esiste un solo libro adattato a questa nuova esperienza di lettura, che potremmo definire davvero “aumentata”, scelto per la dimostrazione pratica del device e visibile nello spot che riporto qui sotto, ed è una celebre novella di fantascienza di James Tiptree Jr (alias Alice Sheldon), Premio Hugo 1974, una intensa storia di amore, trascendenza e caduta, con non pochi elementi di contatto con la sensibilità cyberpunk che sarebbe maturata solo dieci anni più tardi: The girl who was plugged in.

SENSORY FICTION from Felix on Vimeo.

Ma la sensory fiction, come spiegano gli stessi autori dello studio proprio sulla pagina Vimeo della dimostrazione, non vuole essere una proposta concreta per un prodotto commerciale, quanto piuttosto una provocazione intesa a stimolare un dibattito. E coglie alla perfezione e meglio di mille elucubrazioni il senso della questione su cui autori, critici e semplici appassionati vanno discutendo da tempo: esiste un futuro per la lettura in un mondo sempre più affollato di stimoli esterni e distrazioni?

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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