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Puntate precedenti:

Immaginate adesso una Gran Bretagna futura in cui un movimento settario e segregazionista ha stabilito un nuovo ordine e l’Inghilterra, nel miraggio degli antichi fasti imperiali, si è chiusa su se stessa in un regime isolazionista ossessionato dal controllo. Non è 1984 di George Orwell, né I figli degli uomini di Alfonso Cuarón (tratto dal romanzo omonimo di P. D. James), anche se con entrambe queste opere intrattiene un discorso fatto di rimandi ed echi.

Potrebbe essere l’Inghilterra post-Brexit, l’inganno dell’UKIP che per certi versi richiama proprio quest’opera, che invece è uno dei vertici della letteratura inglese degli anni ‘80, un graphic novel scritto da Alan Moore e disegnato da David Lloyd: V for Vendetta. La famosa maschera di Anonymous è da qui che arriva, ripresa a sua volta dalla commemorazione della congiura delle polveri con cui ogni anno i bambini del Regno Unito celebrano la ricorrenza il 5 novembre, in ricordo dell’attentato ordito nel 1605 da Guy Fawkes e dai suoi complici cattolici contro re Giacomo I e il parlamento inglese. Un cospiratore, quindi, cattolico, monarchico.

Remember, remember,
the Fifth of November,
Gunpowder, treason and plot.
I don’t know the reason
why Gunpowder treason
Should ever be forgot!

Moore capovolge tutti gli stereotipi, come avrebbe poi continuato a fare con i supereroi in pensione di Watchmen (memorabilmente trasposti al cinema da Zack Snyder) e in innumerevoli altri lavori, e ci regala un antieroe mascherato di cui fino all’ultima pagina ignoreremo ogni dettaglio del suo passato, quasi sia solo una visione della co-protagonista Evey Hammond (mirabilmente interpretata da Natalie Portman nel film di James McTeigue del 2005), uno spettro, un’ossessione. O magari un egregore.

Pubblicato originariamente a puntate sulle pagine della rivista britannica di fumetti Warrior, V for Vendetta riscosse all’inizio poco successo e solo col tempo è giunto a conquistarsi una fama all’altezza dei suoi meriti e delle ambizioni dei suoi autori. In uno dei saggi che ne accompagnarono la pubblicazione, “Behind the Painted Smile”, Alan Moore compila una lista degli ingredienti di questa esplosiva miscela di anarchismo e poesia, di slancio rivoluzionario e fantasia:

OrwellHuxleyThomas DischJudge DreddHarlan Ellison‘s “Repent, Harlequin!” Said the TicktockmanCatman and The Prowler in the City at the Edge of the World by the same author. Vincent Price‘s Dr. Phibes and Theatre of BloodDavid BowieThe ShadowNight RavenBatmanFahrenheit 451. The writings of the New Worlds school of science fiction. Max Ernst‘s painting “Europe After the Rain“. Thomas Pynchon. The atmosphere of British Second World War filmsThe PrisonerRobin HoodDick Turpin

Quante vecchie conoscenze per i lettori di queste pagine!

La già citata trasposizione cinematografica di V per Vendetta è interessante perché ci permette di parlare di come agiscono alcuni simboli entrati nel nostro immaginario condiviso. La maschera di Guy Fawkes è uno dei casi più recenti ed eclatanti, visto che dopo il successo del film è stata adottata sia dai componenti di Anonymous per le sue uscite pubbliche che da alcuni movimenti politici. Quanti dei seguaci di questi ultimi sanno da dove arriva? Quanti di loro sono consapevoli dell’idealismo anarchico che ispira le azioni di V? Nel dubbio, l’invito a tutti è di rileggersi il fumetto di Alan Moore, che ci dimostra senza esitazioni quanto adulto e profondo possa essere un fumetto di genere, quanto efficace e rivoluzionaria possa essere un’opera di fantascienza nata come un prodotto popolare, rigettato all’inizio del pubblico come un’opera troppo cerebrale e poi riscoperta nel giro di qualche anno come un’autentica pietra miliare dell’immaginario del secolo scorso.

La dittatura neofascista rappresentata da Moore e Lloyd, le marce del Fuoco Norreno, le adunate del partito, lo stato di polizia che schiaccia sotto il suo tallone le vite private dei suoi cittadini, regalano oggi brividi di inquietudine che si fanno tanto più intensi e minacciosi quanto più si avvicina il 29 marzo 2019.

“Nel 1986 fui la protagonista di Le pianure di sale. Conquistò molti premi, ma non il pubblico. Conobbi Ruth lavorando su quel film. Ci amavamo. Vivevamo insieme, e il giorno di San Valentino mi mandava le rose e, Dio mio, quante cose avevamo. Furono i tre anni migliori della mia vita. Nel 1988 ci fu la guerra… e dopo la guerra non ci furono più rose. Per nessuno”.

Se è vero, come ebbe a dire Marx, che “la storia si ripete sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, almeno il fumetto era riuscito finora a risparmiarci la prima. Peccato che la farsa, i cui meriti sono da ricercarsi altrove, stia facendo il possibile per sopperire.

[4 – Fine]

Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede. Leggi il seguito di questo post »

Sull’ultimo Delos, andato on-line negli ultimi giorni del 2013, Carmine Treanni ha dedicato un’approfondita recensione-intervista a Terminal Shock. L’e-book si sta spingendo a velocità di crociera verso la frontiera esterna del sistema solare e intanto continua a mandare segnali.

Nella lunga chiacchierata con Carmine abbiamo affrontato diversi temi a cui sono particolarmente affezionato: editoria digitale, politica, scrittura. Tutti argomenti su cui mi piacerebbe tornare. Intanto vi lascio all’intervista, poi – se vorrete – nei prossimi giorni potremmo approfondire.

Stay tuned!

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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