You are currently browsing the category archive for the ‘Connettivismo’ category.

– Cosa credi che sia? – gli chiese Ayesha.
Avevano visto, riavviato e rivisto l’ologramma almeno quattro volte. Poi Jerry aveva perso il conto. Ogni volta Ayesha aveva distolto i suoi occhi dalla magia della luce solo per rivolgergli uno sguardo interrogativo, che lui aveva intuito sebbene nascosto dalle lenti opache del visore Y.
Finora Jerry Lone si era limitato a una mimica fatta di smorfie e scrollate di spalle, ma all’ennesima richiesta sentì un’epifania prendere forma dal suo buio interiore. – Un sistema di navigazione…
Ayesha si sfilò il visore Y e lo scrutò incredula. Nello spazio vuoto davanti a loro, sullo sfondo della scenografia titanica e terribile del sistema di Scylla–Niger, il veicolo di luce manovrò nel cielo di Klapeyron evocando un grappolo di didascalie incomprensibili: albero imponente sospeso sulla punta di un vento ionico e circondato di parole, oltrepassò una luna, manipolò lo spazio e si aprì una fuga sotto il tessuto connettivo della realtà. Senza lenti, Ayesha non riuscì a cogliere il dettaglio frattale dell’ologramma, quella filigrana che compattava in ogni produzione artistica degli Y una densità d’informazione straordinaria. Ma anche senza lenti lo spettacolo era comunque straordinario.
Il vascello ruotò solennemente sul proprio asse. Poi, come ogni altra volta, evaporò in una pioggia di serpenti elettrici.
– Non può essere solo una registrazione? – obiettò Ayesha, quando tutto fu finito. – Come un documentario, oppure un kino
Jerry Lone scosse il capo. – Non mi convince. Se è come dici, perché avrebbero dovuto introdurre tutte quelle annotazioni?
– Sottotitoli?
– Troppo circostanziati, troppo precisi per essere solo le battute di un film muto.
Jerry Lone non era stupito dall’assenza di attori. Se c’era una cosa che gli umani avevano appreso sugli Y era la loro innata avversione all’iconografia. In nessuno dei manufatti culturali rinvenuti tra le rovine era stato trovato un accenno, anche minimo, alla loro individualità. Dalle prove indirette che erano state raccolte, si sapeva che gli Y dovevano avere avuto un aspetto umanoide, appendici manuali, statura media un po’ più alta della media degli spaziali. Si sapeva anche che dovevano aver avuto degli occhi per guardare in una gamma spettrale più estesa di quella che la natura aveva concesso agli umani, e delle orecchie per ascoltare musiche dalla vaga connotazione religiosa.
Quello che più lo aveva colpito della proiezione, era stata proprio l’assenza di un accompagnamento sonoro, che in tutti gli olofilmati recuperati dagli archivi degli Y rappresentava senza dubbio un elemento di primo piano nella creazione artistica. Ne deduceva quindi che l’ologramma che avevano appena contemplato non doveva essere nato con finalità artistiche. D’altro canto, tradurre l’intero corredo delle didascalie al filmato avrebbe richiesto diversi giorni di lavoro anche per uno specialista.
– È vero – s’illuminò Ayesha. – Manca completamente la musica.
Jerry Lone si sfilò il visore Y.
– Hai visto la distorsione?
Ayesha annuì.
– Può voler dire solo una cosa…
Almeno una cosa – lo corresse Ayesha.
– Curvatura – disse Jerry Lone.
– O aberrazione ottica – rilanciò Ayesha. – Un apparato mimetico, una tecnica disindividuante – ma neanche lei si sentiva di appoggiare una di queste ipotesi.
– Finora potevamo solo tirare a indovinare sulla loro tecnologia dei viaggi spaziali, ma adesso abbiamo le prove. Gli Y avevano la curvatura! – La voce di Jerry Lone divenne concitata. – Immagini cosa possono essersi inventati, con la curvatura e un buco nero?
Ayesha sbarrò gli occhi. Visioni di un abisso di tenebra che si spalancava da scariche di elettricità violenta, la forza di Alcubierre che deformava il continuum a quattro dimensioni piegando le linee di campo: uno tsunami gravitazionale che si propagava lungo le pareti di un cunicolo spazio-temporale esadimensionale, verso un punto di fuga situato in un universo adiacente.
– Un wormhole violerebbe il principio di causalità ristretta – osservò Ayesha, senza riuscire però a raffreddare l’entusiasmo di Jerry Lone.
Nella teoria dell’olomovimento di David Bohm, che poi era il substrato su cui si fondava l’intero sapere umano, il tempo non esisteva se non come proprietà locale dell’universo: non una dimensione aggiuntiva alle estensioni spaziali, ma un’illusione prodotta dalle interazioni della materia, o meglio degli “archetipi” della materia, informazione relegata su una superficie fotografica bidimensionale. Smesse le vesti di una grandezza assoluta, il tempo si riduceva a una proprietà relativa al nostro universo sensoriale, il quale nella realtà esisteva al di là di ogni processo evolutivo e di ogni dinamica, come una collezione di istantanee statiche simultanee, tutte indifferentemente concrete, tutte astratte da ogni logica evolutiva. Il problema connesso alla teoria era che essa restava per definizione inverificabile. Per questo ne era stata approntata una versione ridotta, in accordo con le osservazioni e le misure, capace di conciliare dati sperimentali e pura teoria attraverso un semplice passaggio al limite: il principio di causalità ristretta, che ne era la colonna portante, ripristinava la dialettica di causa-effetto come necessità nel nostro universo percepito. Nessuna violazione poteva essere tollerata, nemmeno localmente, a livello di materia ed energia. Ed ecco il dogma: la nostra realtà era strutturata nella totale obbedienza a questo principio, escludendo nel modo più assoluto i viaggi nel tempo, e limitando i viaggi a velocità iperluce alla pura informazione.
In quest’ottica, per via della loro natura singolare e stravagante, i buchi neri erano degli oggetti da maneggiare con cura: in una realtà a due dimensioni, un buco nero era la porta d’accesso all’altra faccia della realtà, oppure a un wormhole che sfociava sulla superficie di un universo completamente diverso. Alieno, pensarono simultaneamente Ayesha e Jerry Lone. Quel pensiero spalancò sotto i loro piedi la vertigine di un abisso siderale.
– Al contrario – replicò Jerry Lone. – Non ci sarebbe nessun paradosso. Un cunicolo spazio-temporale sarebbe solo la dimostrazione che la realtà è più complessa e meravigliosa di quanto vorrebbero farci credere gli scienziati e le Logiche, con i loro enormi cervelli strapieni di formule e equazioni integrali.
– Uhm – fece Ayesha, pensierosa.
– Forse l’olomovimento di Bohm è più complesso di quanto si siano ostinati a credere finora – riprese Jerry Lone. – Forse possiamo davvero accedere alla cosa che sta dietro al velo: la realtà ultima, definitiva…
– Lo credi davvero?
Le implicazioni di quell’idea erano evidenti a entrambi.
– È una possibilità – disse Jerry Lone.
Possibile, però, che fosse stata compresa anche dai misteriosi inquilini precedenti di Scylla–Niger? Tra le rovine della civiltà Y, era stato trovato un po’ di tutto: dispositivi quantistici, pseudo-libri, armi di ogni tipo, oggetti d’uso comune e di ogni foggia. Mai, però, qualcosa di più complesso. Gli Y non si erano lasciati dietro una sola nave, a quanto pareva. Tutto doveva essere stato imbarcato sugli immensi incrociatori ad albero che l’ologramma gli aveva mostrato. La loro consapevolezza si era dispersa nel vuoto interstellare. Ma un sistema di guida poteva voler dire, forse, un vascello nascosto da qualche parte.
La prima nave Y.
Era un’idea sconvolgente e Ayesha si sentì ribollire il sangue nelle vene al solo pensiero. Un vascello alieno nascosto chissà dove, magari in un hangar sotterraneo che centinaia di operazioni di recupero avevano sfiorato negli anni, senza mai arrivare a violarlo. All’interno di un asteroide.
– Ricordi dove l’abbiamo trovato?
Ayesha annuì. A differenza della maggior parte dei recuperanti – pivelli! – che si riversavano nelle città abbandonate o sugli asteroidi maggiori, come sciacalli famelici, Jerry Lone accordava da tempo le sue preferenze agli insediamenti più piccoli. Lo aveva imparato dalla Bruja, che lo aveva tenuto a battesimo: era lontano dai grossi centri che si concentravano le sorprese più interessanti; il che, considerato il carico ridotto che poteva essere imbarcato su una freccia – per ovvie ragioni di economia algebrica – e il desiderio di novità dei collezionisti, significava coniugare spesso il miglior bottino con la caccia più breve. Era stato proprio un asteroide insignificante, immerso nell’oceano di detriti spaziali che orbitava intorno a Niger RX-2047, la meta del loro ultimo recupero.
Dallo sguardo pianificatore di Jerry Lone, Ayesha comprese che sarebbe stata anche la loro prossima destinazione.

[3 – continua]

Torna all’indice

Jerry Lone si accese un sigaro di marijuana e tabacco e lasciò che il fumo riempisse i suoi polmoni e la stanza. Allungata nella rete da letto, Ayesha fiutò l’aroma ricco e intenso e tossì. Jerry Lone amava quando lei arricciava il naso: quel gesto donava al suo viso un’espressione di grazia bizzarra, ed era ormai diventato un’abitudine in occasione delle sue fumate post-orgasmiche, se non altro fuori servizio.
Le aveva raccontato che quella strana usanza era stata molto in voga sulla Cara Vecchia Terra: il sigaro aveva avuto cultori e luoghi e occasioni sociali specifiche per il consumo. Ayesha aveva finito per figurarsi riunioni segrete di minuscole cellule cospiratrici, dove si discuteva di piani sovversivi in sotterranei impregnati di fumo (per qualche strana ragione, associava istintivamente le abitazioni urbane della CVT a cunicoli sotterranei, come se le città terrestri fossero dei veri e propri formicai…).
Jerry Lone le aveva raccontato anche di come aveva scoperto quel cimelio prezioso. Sulla Rotta 7 per Crazy Horse, quando era ancora un giovane dirottatore senz’arte né parte, lui e Yellowbabe avevano agganciato un vecchio cargo dell’IRA. Ayesha non sapeva molto delle prime fasi dell’esplorazione spaziale, così Jerry Lone le aveva spiegato che nei primi tempi la colonizzazione era stata condotta preminentemente da mani militari. L’Interplan Rescue Agency era il conglomerato economico-militare che aveva guidato l’impresa nel periodo immediatamente successivo alla Prima Transizione.
All’epoca, una nutrita guarnigione di uomini d’arme era stanziata su ogni avamposto coloniale. Dai registri di bordo il cargo diretto a Crazy Horse risultava essere un vascello d’appoggio, destinato agli approvvigionamenti della locale comunità IRA. Durante la traversata qualcosa era andato storto. Un’avaria tra un salto e il successivo, o forse un incidente provocato da una tempesta. Tutti gli occupanti erano morti congelati e l’intelletto di bordo sembrava flatlineato. Nella stiva, l’impianto di termoregolazione autonoma aveva salvato, insieme a un volume rilegato di carta autentica dal prezzo inestimabile (una copia della Cosmogonia di A. J. Specktowsky integrata dalle note del Reverendo Jacob Blake), una intera partita di vecchi Cuesta Ray Deluxe. E se allora Jerry Lone non aveva mai sentito nominare né Specktowsky né tantomeno Blake e adesso il libro se ne stava abbandonato in un angolo del loro cuballoggio in attesa di un acquirente, seppellito tra le altre cianfrusaglie, i sigari rappresentavano per Ayesha una minaccia continua. Rischiava di morire ammazzata dal fumo mefitico.
– Fumarli è meno pericoloso che respirarli? – si chiese.
Guadagnando coraggio, si protese ad aspirarne una boccata direttamente dalla mano di Jerry Lone. Il tentativo si risolse in un violento attacco di tosse.
Quando si riprese, se ne stette per un po’ a fissare l’espressione catatonica e soddisfatta di Jerry Lone. Cosa ci trovasse in quegli stravaganti reperti archeologici di un’epoca perduta, era un mistero di cui lei doveva rinviare l’illuminazione.

La battuta di caccia aveva fruttato una coppia di termopile, maneggevoli dispositivi capaci di convertire il calore in elettricità, un cratere forgiato in una strana lega metallica (secondo l’analizzatore, una lega intermetallica di sostituzione a base di alluminio e carbonio, con percentuali inferiori di tantalio e cromo, qualunque cosa significasse) e alcuni monili, raffiguranti simboli arcani per qualche incomprensibile rito religioso.
Quello che era parso da subito evidente ai primi esploratori, era stata la complessità imperscrutabile delle usanze di culto degli Y. Klapeyron IV doveva avere assistito, un tempo, a cerimonie di massa tanto solenni quanto laboriose, con luoghi sontuosi a fare da sfondo. Quale dio o bizzarro pantheon alieno gli Y adorassero, era ancora argomento di acceso dibattito. Ma a giudicare dall’importanza assegnata al vuoto nella loro iconografia, non sembrava priva di fondamento l’ipotesi che l’assenza, il nulla, lo Zero, potessero rivestirvi un ruolo primario.
A voler compilare un bilancio, era stata una buona caccia. Viste le abitudini ormai consolidate di Jerry Lone, non si spingevano spesso nella Cintura, praticamente sulle labbra gravitazionali del buco nero. Quella era ormai riserva di caccia quasi esclusiva dei recuperanti di ultima generazione, quasi tutti psichicamente instabili. Da tempo loro preferivano la superficie sconfinata, anche se meno fruttuosa in termini monetari, di Klapeyron IV.
Stavolta, invece, Jerry Lone aveva voluto spingersi fino a un asteroide senza nome, una roccia irregolare sospesa appena al di sopra della nube di plasma incandescente che vorticava nel Gorgo verso le fauci quantistiche di Niger RX-2047. Se si teneva conto della crescente difficoltà incontrata dagli altri recuperanti negli ultimi tempi, già il fatto di essere rientrati senza un graffio poteva essere considerato alla stregua di un successo. La complicata danza gravitazionale di Niger RX-2047 e della sua compagna, la luminosa subgigante azzurra Scylla, distante solo una manciata di unità astronomiche, produceva un effetto devastante sullo spazio locale del sistema. Increspature e frange d’interferenza nel continuum spazio-temporale potevano degenerare in vere e proprie tempeste gravitazionali. Per non parlare delle complicazioni elettromagnetiche… Persino in momenti di calma relativa diventava un’impresa controllare l’effetto reciproco delle due grandi masse in orbita, quando queste interagivano con gli altri oggetti del sistema. Oltre a Klapeyron IV e alle sue lune, lo spazio orbitale ospitava anche una nana bruna, due giganti gassosi e altri quattro pianeti di classe T. Tutti orbitavano intorno al comune centro di massa dei due oggetti stellari. La fascia asteroidale che cingeva Niger RX-2047 doveva essere tutto ciò che restava di un quarto gigante, fatto a pezzi dalle maree ancor prima che gli Y approdassero nel sistema.
Per via della danza gravitazionale Resurgam doveva percorrere un’orbita fortemente inclinata sul piano dell’eclittica, imperniata sul fulcro gravitazionale dei due titani. E per questo ogni tuffo nel sistema, a caccia di reliquie tra le rovine di Klapeyron IV e ancor più nella Cintura, assurgeva alle proporzioni di un’impresa epica. Equivaleva a calarsi nel maelstrom di Niger RX-2047, perennemente in agguato, pronto a violentare da un momento all’altro la temeraria Scylla e distruggere chiunque altri si fosse interposto all’oggetto delle sue attenzioni, in una trasfigurazione cosmica del mito classico di Cariddi.
– Credo che dovresti vedere questa cosa, Jerry – disse ad un tratto Ayesha. Stava passando in rassegna il bottino per l’inventario. Pur avendone completato la scansione, da qualche minuto si stava rigirando tra le mani il cratere di lega.
– Cosa c’è che non va? – chiese Jerry Lone, continuando a lavorare sul progetto olografico. Una delle attività a cui si dedicava con maggiore trasporto nei tempi morti, era il modellamento planetario. Fin dal suo arrivo lassù, si era occupato di un unico sistema: la coppia Scylla–Niger. Sperava che quell’ulteriore studio si rivelasse complementare alle sue attività di recupero, aiutandolo a pianificare con la massima cura possibile le incursioni tra le macerie degli Y. Le discese erano ancora affidate in larga misura all’istinto di pilota e navigatore: persino l’intuizione dell’Algebra della freccia necessitava di una programmazione adeguata, in aggiunta alla mediazione di Ayesha. A quel modo era come lanciarsi in una corsa al buio lungo un corridoio gravitazionale: tremendamente pericoloso. Significava vivere in uno stato perenne di precarietà.
– Vieni a dare un’occhiata – insistette Ayesha. In quell’esatto momento, come un riflesso deformato e ingigantito del suo modello olografico, dall’anfora emerse il Gorgo, imponente flusso di gas incandescenti che da Scylla spiraleggiava nelle fauci invisibili di Niger RX-2047, avvolgendosi in un disco di accrescimento che celebrava su scala stellare l’attitudine della Natura alla violenza.
Quello che si parò ai loro occhi fu il trionfo della morte.
Ne furono ipnotizzati prima ancora che Ayesha recuperasse un paio di visori Y da una sacca. Senza batter ciglio guardarono la proiezione come bambini davanti al loro primo ologramma.

Gli Y si erano stanziati attorno a Niger RX-2047 presumibilmente al termine di una lunga traversata cosmica. Vi avevano impiantato il nucleo di una civiltà avanzatissima. Avevano vissuto il loro rinascimento – magari l’ennesimo – e poi, da un giorno all’altro, erano svaniti nel nulla. Era accaduto in un momento storico antecedente alla comparsa delle prime civiltà mesopotamiche sulla Terra. L’analisi del carbonio-14 e del radio-226 aveva permesso di fissare una data piuttosto precisa per quell’evento al 9960 avanti Cristo, anno più anno meno. A quell’epoca risalivano i più recenti manufatti rinvenuti nel sistema, per la precisione sugli asteroidi.
Nessun’altra traccia degli Y era stata ancora riportata alla luce altrove. Per via delle sue rovine, disseminate di tecnologia aliena, archeologia e raffinate opere d’arte, Klapeyron IV era apparso fin dal primo istante uno scrigno di ricchezze, il paradiso dei recuperanti. Ma le meraviglie più straordinarie parevano concentrate nella Cintura.
Era stato quindi piuttosto naturale che bande di espatriati, fuorilegge e desperados scegliessero Scylla–Niger come approdo di ventura per le loro peregrinazioni galattiche. Qualcuno dei primi coloni aveva azzardato un esperimento in proprio di conversione energetica, che aveva condotto alla nascita della Cattedrale. I suoi adepti e discendenti si erano coalizzati nella classe degli Estrattori, casta elitaria nell’attuale scenario sociale del sistema. I recuperanti erano giunti più tardi e avevano assemblato una città spaziale dal nulla. Sulla Vecchia Terra si sarebbe detto “un mattone dopo l’altro”. Ma lassù, in mezzo al vuoto siderale, a due passi da un vortice di dimensioni stellari e a qualche migliaio di parsec dal Sole, si parlava di tubi.
I tubi erano i moduli abitativi standard che, opportunamente interconnessi tra loro, erano alla base delle strutture complesse degli habitat orbitali: anelli, fusi, alveari. E tubi erano anche i componenti primari dell’ossatura solida dei moduli: nanotubuli di carbonio, per l’esattezza, materiale compatto e malleabile, robusto e intelligente. Così, un tubo dietro l’altro, era venuta fuori Resurgam, una sorta di escrescenza tumorale nata da una cellula impazzita della Cattedrale, un sogno orbitale degenerato in incubo. Simulacro vivente di una città spaziale, organismo impazzito e fuori controllo, vagava sull’abisso di Scylla–Niger come il cadavere di un’ape regina trascinata alla deriva dalla corrente.
Vista dall’esterno, la Stazione era una struttura notevolmente sbilanciata, un paradosso tenuto insieme dalle preghiere dei suoi abitanti. Nessuno conosceva il numero esatto degli Estrattori, ma come ogni clan industriale autosufficiente doveva essere inferiore alle stime più prudenti. Di recuperanti, invece, ce n’erano decine, centinaia. E con le loro famiglie e le attività economiche che prosperavano intorno al business del recupero (commercianti, rigattieri, restauratori, ricercatori, tecnici aerospaziali, operatrici ricreative), la popolazione di Resurgam ammontava a qualche migliaio di abitanti. Tutti concentrati in una bagnarola scricchiolante e azzoppata, come una sorta di avanguardia proletaria del suicidio sistematico.

[2 – continua]

Torna all’indice

Furono i gemiti a scatenare violente fluttuazioni di stato nel suo spazio delle fasi. La realtà oscillò mentre i parametri cercavano la chiave d’accesso di un’altra possibilità, verso un equilibrio nuovo. Con tutte le variabili in gioco – pressione sanguigna, pulsazione cardiaca, tracciato delle onde Beta e relativi salti di frequenza nella banda 13-30 Hz, a veicolare coordinate spaziali e relativi incrementi differenziali del primo e del secondo ordine, gradiente termico, intensità delle radiazioni e flusso ionico – non era un compito di facile risoluzione.
Si trovavano ad attraversare la zona di fetch, dove si generano le onde gravitazionali in prossimità di una concentrazione significativa di massa e in presenza di venti di particelle intensi; una regione in cui la superficie dello spazio anti-de Sitter che descrive l’universo come una superficie iperbolica appare confusa e i processi che vi si svolgono sono soggetti a un andamento disordinato, con forti oscillazioni indotte nella schiuma quantistica del vuoto dalle continue transizioni energetiche che alimentano le cosiddette onde di swell o di «cosmo morto», che allontanandosi lungo le direttrici tangenti alla superficie della singolarità crescono e si regolarizzano; e loro erano proprio lì, nella zona critica, quando dal reticolo dello spazio anti-de Sitter emersero configurazioni mutanti contro un orizzonte sempre più vasto. Il segnale di generazione dell’onda affiorò dalla superficie a massima entropia con il suono di un corno da postiglione. La configurazione ribollente dello spazio liberò dal Gorgo un treno di onde di mare morto.
Jerry Lone non si fece trovare impreparato. Catturarle era l’aspetto più divertente del suo lavoro: come sempre, brividi e fremiti percorsero le sue membra, evocando un piacere viscerale…
Un attimo prima: sotto di lui Ayesha stava sospirando, mentre assecondava il ritmo incalzante dell’amplesso. Jerry Lone addentava il piacere con un misto di furia fremente e di rabbiosa vitalità. Un’istantanea di brevissima durata gli fissò nella mente l’analogia della fanciulla con le seducenti forme argentate di un incrociatore militare della NERVE…
Un attimo dopo (nell’accezione di Planck, esattamente 10-43 secondi più tardi): il carbonio nanotubolare che componeva la struttura intelligente della loro freccia mutava per adattarsi al cambiamento delle condizioni operative. Sentì il vento di particelle, là fuori, accarezzargli lo scafo con dolcezza. Avvertì il ruggito della singolarità in agguato, appena sotto il ventre della Silver Surfer.
Quando il tempo accelerò bruscamente, assestandosi nuovamente nello spettro delle percezioni umane, Jerry Lone confuse il flusso ininterrotto dei dati tecnici con il forte, sensuale afrore ormonale di Ayesha.
– Oh sì! Ancora… così! Più giù! Così! – stava dicendo Ayesha, scandendo i tempi di una danza orgasmica. – Così…
Sotto le mani Jerry Lone seguì il profilo regolare e snello dei suoi fianchi, percepì il fremito del suo ventre, immaginò i seni sussultare gonfi e turgidi. La percorse fino a incontrare lungo il crinale del piacere le dune sussultanti delle costole. La pelle di Ayesha splendeva in un trionfo di ambra bruna sotto un velo di sudore come rugiada terrestre. Quando si perse sulla curva della sua schiena – la scala vertebrale di un crescendo sinfonico – Jerry comprese che era giunto il momento.
Colse l’attimo.
La freccia scivolò sulla cresta gravitazionale della singolarità, schizzando in un condotto a basso dispendio energetico a una frazione pari al 58% della velocità della luce, proiettando davanti a sé un campo a inversione di spinta. In un effetto domino l’inversione gravitazionale accelerò ulteriormente la loro corsa, lanciandoli all’inseguimento dell’ombra cosmica di una lepre fantasma.
Lontano dalla stazionarietà non c’è modo per controllare su lunghi intervalli una dinamica non-lineare. In quei frangenti, Jerry Lone rimetteva la loro sorte nelle mani dell’istinto.

La Stazione orbitava alta nel cielo sopra il Gorgo. La complessa configurazione gravitazionale del sistema la obbligava a una danza senza sosta, un comportamento non-lineare che immancabilmente colpiva l’osservatore esterno con la sua bizzarria.
Ayesha era capace di restarsene ore davanti al transpex, a contemplare quel valzer cosmico senza sosta. Guardava il convoglio degli Estrattori scivolare puntuale sulla sua orbita: lo scafo lucido brillava nella notte cosmica, riflettendo la luce gelida di Scylla e quella del Gorgo che spiraleggiava attorno al buco nero, immenso disco di accrescimento di polveri e plasma incandescente. Il convoglio scivolava su binari invisibili che lo spingevano oltre il limite statico di Niger RX-2047, dentro l’ergosfera, da cui emergeva dopo aver barattato un carico di scorie e rifiuti (avidamente inghiottito dall’orizzonte degli eventi) con un utile di energia angolare. Avvitandosi, il treno transitava poi nella cosiddetta Cattedrale, che provvedeva a estrarre il guadagno energetico convertendolo in forma utilizzabile, per soddisfare il fabbisogno di tutta la Stazione. Il surplus veniva rivenduto sulla proficua borsa dell’energia, a distributori che giungevano da ogni parte dell’Ecumene per acquistare la linfa del buco nero, imbrigliarla nei loro megalitici accumulatori e rivenderla a prezzi competitivi sui mondi dell’uomo.
Gli Estrattori la mercanteggiavano con compilatori di ultima generazione, ricambi per gli apparati della Cattedrale, materiale genetico, know-how e, talvolta, opere d’arte. Antichi volumi rilegati o tascabili sgualciti altrettanto venerandi, installazioni, oggetti d’antiquariato; ma anche statue, manufatti e bigiotteria di qualche civiltà aliena. Le quotazioni migliori toccavano, paradossalmente, all’archeologia Y, disponibile in quantità generose poche unità astronomiche sotto di loro, sulla superficie ormai morta di Klapeyron IV, delle sue lune e della cintura asteroidale.
Gli umani non erano stati i primi a stanziarsi nel sistema. Prima di loro, molto tempo prima, era stata la volta di quelli che i successori avrebbero chiamato “gli Y”. La curiosa denominazione era stata ispirata ai primi esploratori dai manufatti disseminati su Klapeyron IV: nelle incisioni, la somiglianza di alcuni simboli ai vecchi alfabeti terrestri sembrava raggiungere picchi d’affinità inaspettati proprio in corrispondenza della lettera Y. Che quell’appellativo, poi, avesse una connotazione enigmatica per via della sua assonanza con una tipica interrogativa inglese, era un bizzarro scherzo del destino.
Se era ormai abbastanza chiaro che la civiltà degli Y era giunta sull’orlo del buco nero proprio come qualche millennio più tardi avrebbero fatto gli umani, la loro fine restava ancora avvolta nelle spire di un fosco mistero.
Inghiottiti nel nulla. Era possibile un’altra definizione per la loro sorte?
Gli avamposti lunari, come pure le città su Klapeyron IV e le installazioni orbitali, non recavano altri segni che non l’usura del tempo. Ci si sarebbe aspettati di imbattersi nelle tracce di un violento conflitto interplanetario, magari non crateri e sabbia vetrificata ma almeno tecnologia distrutta e resa inservibile, edifici rasi al suolo, resti di cadaveri alieni (scheletri, oppure fossili). Invece, niente di tutto questo. La tecnologia era ancora in funzione. Le case, ancora in piedi, aspettavano forse che i vecchi proprietari rientrassero nelle stanze abbandonate da tempo, riempiendo quel vuoto con il rumore dei passi, con il suono di antiche parole impronunciabili. Era tutto come se, un bel giorno, un’intera civiltà avesse fatto i bagagli e fosse partita per un week-end fuori città. Poteva essergli capitato qualcosa lungo la strada del rientro?
Ad ogni buon conto, il mistero forniva linfa vitale al commercio di Resurgam. Squadre di recuperanti setacciavano le rovine di Klapeyron IV e delle sue lune a caccia di reperti. Il recupero era la principale fonte di collocamento nello spazio locale di Niger RX-2047. Se il traffico in energia era un’esclusiva degli Estrattori, gli altri inquilini di Resurgam erano quasi tutti recuperanti.

[1 – continua]

Torna all’indice

– Zfwfz – si sentì chiamare – Dovresti venire a dare un’occhiata…

– Un attimo – rispose. Era intento a verificare un imprevisto rallentamento della piattaforma. Negli ultimi tempi aveva avuto un bel daffare, tra blocchi improvvisi, glitch e sempre più frequenti casi di saturazione delle risorse di calcolo.

– Mi spiace insistere, Zfwfz. Ma dovresti proprio venire a vedere.

A un certo punto, Zfwfz aveva perfino temuto che la piattaforma potesse essere stata infiltrata da un codice maligno. Naturalmente questo era impossibile. Ma esclusa anche quell’ipotesi, ciò che rimaneva, per quanto improbabile, doveva essere la verità. Per questo aveva cominciato a temere il peggio.

Zfwfz si mosse verso la postazione del collega più giovane, senza riuscire a silenziare i pensieri che gli ronzavano nei circuiti neurali. – Ma… – Non poteva essere! Punti rossi si accendevano in sequenza sulla superficie del pianeta sotto di loro, si univano a formare delle fratture in corrispondenza delle zone più instabili.  E infine le fiamme dell’odio e del rancore, della rabbia e della violenza, inghiottivano tutto.

Passò in rassegna ripetutamente i parametri impostati, gli indicatori di stato. Potevano davvero essere vittima di un sabotaggio? – Stai usando il nuovo set di variabili di controllo?

– Quello validato dopo l’ultima revisione – confermò Krwrk. Poi, mentre Zfwfz continuava a esaminare la simulazione con le sue ferite sanguinanti, indicò la scala temporale. – Quando arriviamo intorno alla milleduecentesima generazione…

– E sei proprio sicuro che nessuno abbia interferito con l’inizializzazione delle variabili? – lo interruppe Zfwfz.

– Sono l’unico ad averci lavorato – replicò Krwrk, senza distogliere l’attenzione dallo scenario in lenta ma inesorabile progressione verso l’apocalisse. Ormai non rimaneva un solo continente immune dalle fiamme. L’incendio si era propagato a investire ogni più remoto angolo del pianeta.

Dopo la revisione si aspettavano un significativo aumento dei mondi stabili, ma erano riusciti a spingere avanti l’orizzonte precedente di appena qualche centinaio di generazioni. Dopo il migliaio i segni di instabilità si facevano sempre più insistenti e tenaci, fino a diventare irreversibile. Il tasso delle simulazioni abortite aveva frantumato ogni precedente record.

– Forse è il caso di chiedere una verifica al Dipartimento Metodi e Modelli Matematici? – chiese Krwrk.

Zfwfz indugiò, senza davvero prendere in considerazione il suggerimento. – E magari farci tagliare il budget del prossimo trimestre? O peggio ancora: farci dissanguare per mantenere le loro astrazioni fuori dal mondo! No, dobbiamo prima assicurarci che il problema non sia qui dentro, da qualche parte. Gli esiti dipendono intrinsecamente dalle…

– … condizioni di partenza – completò Krwrk. – Lo so. È per questo che ho verificato. Tutto. Già tre volte.

– E ogni volta…

– Esatto. L’esito è lo stesso.

– Ma come può essere? Tutti e trentasei?

Krwrk non rispose. Il silenzio parlò per lui.

– E allora vediamo… Cominciamo.

– Tutti e trentasei? Uno per uno?

– Tutti e trentasei – confermò Zfwfz.

Krwrk impartì una serie di comandi alla simulazione e la piattaforma rispose tornando indietro di alcune generazioni ed evidenziando in un colore ocra la posizione dei trentasei Lamed Wufnik. Le luci corrispondenti si accesero all’unisono, illuminando una costellazione che abbracciava i cinque continenti e, in alcune epoche, i più remoti avamposti terrestri: in Alaska, nelle isole del Pacifico e dell’Atlantico meridionale, in Antartide…

– Da qui, va bene – approvò Zfwfz.

La simulazione riprese a scorrere. Man mano che il tempo passava, alcune luci si spensero e simultaneamente altre si accesero in punti diversi del pianeta. Una nuova luce per ogni luce che si spegneva. Erano i trentasei pilastri segreti, coloro sui quali si reggeva il peso dell’universo intero: erano loro a mantenere la simulazione in equilibrio, a evitare che il germe della decadenza insito in ogni costrutto naturale o artificiale prendesse il sopravvento e apponesse il sigillo definitivo ai giorni del Creato.

– Ecco, è qui che comincia – gli fece notare Krwrk, indicando il bacino del Mediterraneo e a seguire il Mar Nero, l’Asia Centrale, l’arcipelago indonesiano e il Centroamerica. – Vedi?

– La distribuzione diventa anomala – osservò Zfwfz. I trentasei punti ocra non erano più sparsi in maniera casuale in ogni regione del pianeta, ma la loro comparsa diventava sempre più correlata con lo stato precedente. Grappoli di Lamed Wufnik si concentravano in prossimità delle regioni critiche.

– E andando avanti le cose non migliorano.

I trentasei giusti rimanevano localizzati in corrispondenza delle zone rosse, denotate da condizioni più instabili e avverse alla loro sopravvivenza. Generazione dopo generazione la durata delle luci ocra si accorciava e man mano che la loro aspettativa di vita si riduceva aumentava anche l’attesa per l’apparizione di nuovi Lamed Wufnik. Il rosso, alla fine, inghiottiva l’ocra e gli ultimi pilastri si spegnevano uno dopo l’altro, senza trovare ulteriori staffette a cui passare il testimone dell’umanità.

La sequenza si completava con il rosso che finiva per assorbire l’intero pianeta in una sfera di fuoco, trasformandolo in un globo sterile, un ammasso di cenere e rovine, un’arida roccia in orbita intorno al suo minuscolo, banale, insignificante sole giallo, in una regione periferica della Via Lattea.

– È un punto di non ritorno – constatò Zfwfz, rimuginando sulle possibilità che non avevano ancora esplorato.

– Potremmo provare ad aumentare il numero dei Lamed Wufnik – suggerì Krwrk dopo qualche minuto di pesante silenzio, più per allentare la tensione che per avanzare una proposta concreta.

– Lo sai come la pensa Jlwlj. Non conosco nessun altro con la sua stessa sensibilità ai numeri. Se ha deciso che dovessero essere trentasei, trentasei devono essere. Non c’è verso di ridurli o aumentarli. Tanto varrebbe rivolgersi direttamente a quelli di Metodi e Modelli. Però, in effetti, forse qualcosa potremmo tentare…

– Cosa intendi?

Zfwfz prese il controllo della simulazione e la riportò al punto zero. Krwrk attese di vedere quali parametri il collega più esperto avesse intenzione di modificare, ma con sua sorpresa si accorse che Zfwfz non si era fermato all’istante d’origine comune a tutte le simulazioni a cui avevano lavorato negli ultimi anni.

– Ecco qui – annunciò infine il collega anziano.

– Siamo tornati indietro di quasi duemila generazioni.

– Sono circa cinquantamila anni – confermò Zfwfz. – Verso la fine del periodo di convivenza tra specie diverse di ominidi. Ed ecco qua – aggiunse, apprestandosi a operare le sue modifiche al programma sotto lo sguardo attento di Krwrk.

Quando la simulazione riprese a scorrere, assistettero insieme al tramonto dell’Homo sapiens e all’ascesa dell’uomo di Neanderthal. Più che sopravvento, in realtà, si trattò di un prevalere gentile: i sapiens non furono spazzati via, ma assorbiti, integrati nella specie più antica. Seguirono i classici periodi di espansione e di crisi, questi ultimi in corrispondenza di cataclismi naturali come eruzioni vulcaniche, ere glaciali, maremoti, terremoti, sciami meteorici. Ma la nuova specie mostrò una capacità di adattamento senza confronti, oltre a dimostrarsi molto meno bellicosa di tutte le civiltà che Zfwfz e Krwrk avevano monitorato in anni di esperimenti con i sapiens.

Duemila generazioni dopo il nuovo inizio, i nuovi umani cominciavano a espandersi su altri pianeti, allontanandosi sempre più dalla loro culla verde e costruendo una vera e propria civiltà spaziale nel giro di meno di mille generazioni. E dopo altre mille, la simulazione non mostrava crepe o segni di instabilità: continuava a tenere meravigliosamente! I trentasei giusti si sparsero tra i pianeti e questo contribuì a costruire una barriera ancora più resistente contro il rischio sempre in agguato dell’estinzione.

– Sembrerebbe che in un modo diverso abbiamo trovato anche stavolta un punto di non ritorno – osservò Krwrk. Avevano ormai accumulato diverse settimane di sperimentazione, abbastanza per azzardare un primo bilancio. – Mi chiedo solo se Jlwlj non troverà davvero niente da ridire.

Le simulazioni in corso avevano superato da tempo la soglia psicologica del milione di generazioni. E la civiltà non aveva mai conosciuto un’epoca più florida.

Zfwfz gli rivolse un’occhiata eloquente e sorrise compiaciuto. – Ha fatto lui le regole. Finché ci saranno trentasei giusti, non potrà annientare il genere umano.

La presentazione di Nuove Eterotopie a Stranimondi è stata anche l’occasione per confrontarsi con le impressioni e le considerazioni di un osservatore d’eccezione della realtà – e perché no, anche della fantascienza – italiana: Bruce Sterling, guest star dell’antologia con un romanzo breve scritto in esclusiva per questa pubblicazione, che segna il suo esordio come scrittore connettivista e che echeggia idealmente la vena sfrenata e dissacrante (e visto il contesto milanese potremmo dire anche “scapigliata”) del suo contributo scritto a 4 mani con Lewis Shiner che chiudeva Mirrorshades, intitolato appunto Mozart in Mirrorshades.

Numerosi sono stati gli spunti di riflessione che Sterling ha disseminato nel suo intervento, mesmerizzando la platea e i curatori coinvolti nella presentazione con la suggestione dei suoi argomenti. Non abbiamo in effetti difficoltà ad ammettere che se in quella sede l’antologia è riuscita a ottenere un riscontro che va al di là delle nostre più rosee aspettative è in gran parte merito suo, che ci ha onorati di un intervento a sorpresa, che non saprei definire altrimenti se non sontuoso, da vero fuoriclasse.

Bruce Sterling in posa con una copia di Nuove Eterotopie e una nutrita delegazione connettivista davanti al Kipple Lander Force One. Foto di Alessandro Napolitano.

Sterling si è mostrato decisamente interessato alla nostra esperienza. Il connettivismo è innanzitutto un movimento che ha voluto darsi un programma, con una dichiarazione d’intenti che non è frequente nel panorama letterario, specie in quello di genere, per via delle critiche a cui si rischia di finire facilmente esposti. Il coraggio dei connettivisti è stata la scintilla che ha innescato la sua curiosità, avendo esteso personalmente il manifesto del cyberpunk ed essendosi poi occupato nel corso degli anni di altre iniziative analoghe in cui ha riversato gli insegnamenti delle avanguardie europee (last but not least, lo slipstream, ovvero la “fiction of strangeness“, con la sua definizione – “…questo è un tipo di scrittura che ti fa semplicemente sentire molto strano; come pure vivere nel XX secolo ti fa sentire strano, se sei una persona di una certà sensibilità” – che potrebbe essere anche letta come la descrizione della condizione media dei partecipanti a Stranimondi). Ma una caratteristica di cui Sterling si è detto ancora più ammirato è rappresentata dalla tenuta del movimento, dalla sua solidità, dalla sua longevità. Infatti, stando alla sua esperienza, Sterling non si sarebbe aspettato che un movimento del genere potesse durare così a lungo.

Mediamente i movimenti artistici e letterari sono destinati a esaurire la loro spinta propulsiva nel giro di sette anni, ma il connettivismo è ancora qua dal 2004 e si appresta a concludere il suo secondo giro di boa settennale (previsto per la fine del 2018). Non può essere un caso che un movimento resista così a lungo. I movimenti vanno infatti tipicamente a estinguersi quando almeno uno dei loro esponenti raggiunge una celebrità tale da offuscare tutto il resto, oppure da spingere l’interessato a rescindere i legami con il suo background. Nel nostro caso, pur non potendoci dire del tutto estranei alla notorietà (diversi connettivisti si sono aggiudicati negli anni premi di rilevanza nazionale con le loro opere, non ultimo il Premio Urania, forse il più ambito di tutti), non possiamo negare che la celebrità non ha sfiorato nessun connettivista, almeno per il momento, quindi è presto per dire se riusciremmo a sopravvivere alle luci della ribalta, ma di certo abbiamo diversi elementi utili per valutare quello che gli anglofoni definiscono l’engagement dei nostri esponenti: nelle nostre iniziative si conferma sempre la sensibilità di anteporre l’interesse del collettivo a quello del singolo, e questo lascia ben sperare per il futuro.

Sterling si è anche detto ammirato dalla capacità dei connettivisti di sfruttare tutte le possibilità che i tempi in cui viviamo offrono a chi si occupa di letteratura. Ci ha lusingati molto la sua considerazione sulla nostra consapevolezza del mondo in cui viviamo: non è banale, con tutti i nostalgici ancora in circolazione, con i soloni e i depositari della verità ultima che si sentono in obbligo di pontificare sempre su tutto e tutti, ritenendo accessoria qualsiasi conoscenza del fenomeno su cui pretendono di esprimersi. Tutti avrebbero qualcosa da imparare dall’umiltà con cui Sterling si è avvicinato a una cosa a cui tutto sommato poteva benissimo rimanere indifferente. E poi è stato interessante notare la sua sorpresa di fronte allo spirito d’iniziativa dei connettivisti, che con una casa editrice di riferimento come la Kipple Officina Libraria riescono anche a gestire direttamente i mezzi di produzione del mercato editoriale, qualcosa che nel ben più vasto e strutturato mercato in lingua inglese sarebbe impensabile. Questa è una specificità tutta italiana e probabilmente si avvantaggia anch’essa delle dimensioni tutto sommato contenute del settore. Come si suol dire, di necessità virtù, ma il connettivismo si configura in effetti un po’, nel piccolo campo della fantascienza, come un’applicazione riuscita delle linee marxiste sulla gestione diretta dei mezzi di produzione (anche se questo ho evitato di farlo presente al buon vecchio Bruce, ma in effetti sarebbe stato interessante approfondire con lui anche l’esperienza controculturale della Nazione Oscura Caotica fondata e presieduta dal nostro Lukha B. Kremo).

La possibilità di partecipare con un racconto connettivista a Nuove Eterotopie è stata colta da Sterling come un’occasione per sganciarsi dalla sua immagine come autore, che in effetti è pilotata dai suoi editori americani e inglesi: quando si raggiunge uno status di riconoscibilità tale da meritarsi un seguito nazionale o internazionale, ha infatti spiegato Sterling, l’autore smette di essere un autore e diventa un vero e proprio asset per la sua casa editrice. Questo è il motivo per cui dopo il suo trasferimento a Torino nel 2007 ha cercato di costruirsi un alias come Bruno Argento, sganciato dalla sua immagine pubblica e in questo modo libero di muoversi con maggiore disinvoltura nei temi che desiderava esplorare come autore. Una libertà che ha potuto nuovamente esercitare in Robot tra le rose, il romanzo breve con cui è presente nella nostra antologia.

Infine, Sterling ha fatto notare come per lui il connettivismo sia un fenomeno di stampo “genuinamente” romano. Mentre il cyberpunk era un fenomeno variegato, dispersivo, nato nelle città americane ma con una forte impronta canadese, Sterling ha colto l’occasione di questo racconto per esplorare quello che a lui sembrava un fenomeno che non poteva essersi originato da nessun’altra parte se non a Roma. Ora, io non so da cosa il buon Bruce abbia potuto derivare questa impressione, però se da una parte è vero che il connettivismo non è meno geograficamente distribuito del cyberpunk (e, come faceva notare anche Salvatore Proietti nel suo intervento in chiusura di presentazione, ha tra gli altri meriti anche quello di aver abbassato il baricentro geografico della fantascienza italiana con numerosi autori originari del Meridione), è altrettanto incontestabile che al momento della definizione del movimento sia Sandro che io risiedevamo entrambi all’interno del Grande Raccordo Anulare. Ma come tutto questo si sia trasferito nell’imprinting del connettivismo, dovremo approfittare di una prossima occasione per indagarlo meglio con Sterling.

Intanto, non perdete l’occasione di lasciarvi trascinare in una folle scorribanda connettivista dal suo Robot tra le rose, degna ciliegina sulla torta delle nostre Nuove Eterotopie.

Con Sandro Battisti, Silvio Sosio e Bruce Sterling durante la presentazione di Nuove Eterotopie. Foto di Giovanna Repetto.

Nuove Eterotopie reca un sottotitolo altisonante ma abbastanza ingannevole: “l’antologia definitiva del connettivismo“. Ora, sappiamo tutti quanto i proclami siano per loro natura destinati a essere smentiti dalla realtà, e quel sottotitolo non fa eccezione: esprime in forma scaramantica tutta la nostra volontà (dei curatori, certo, ma siamo abbastanza sicuri anche di tutti gli autori coinvolti nel connettivismo, oltre che dell’editore stesso) di andare avanti almeno per altri dieci anni.

In effetti, lavorando a questo libro con Sandro Battisti, ci siamo resi conto della mole sterminata di lavori di ottima qualità che avrebbero meritato di essere inclusi in un best of come questa antologia in fondo aspira a essere. Niente di meglio, quindi, per guardare con fiducia ai prossimi dieci anni in cui abbiamo già messo un piede. Nuove Eterotopie può pertanto presentarsi come una vetrina e allo stesso tempo una porta spalancata su un movimento ancora in fieri, un work in progress che va avanti da 13 anni e che non ha nessuna intenzione di lasciarsi imbalsamare per essere esposto in un museo. Gli autori e le autrici che lavorano con noi, coinvolti nei numerosi progetti della pipeline editoriale della Kipple Officina Libraria, devono quindi sentirsi investiti e sfidati a dare il loro meglio in maniera da rendere ancora più complicate le scelte dei prossimi curatori per un’eventuale – ma nemmeno troppo ipotetica a questo punto – futura raccolta (chiamiamola pure Nuove Eterotopie 2, ma avremmo già un titolo d’impatto, nel caso, e questo titolo non potrebbe essere che Nuove Eterocronie!).

Ma adesso è di Nuove Eterotopie che vorrei parlarvi, riprendendo il discorso iniziato in occasione della presentazione del volume tenutasi a Stranimondi.

Innanzitutto, perché Nuove Eterotopie? Il titolo è un omaggio, neanche a dirlo, a Samuel R. Delany, che scelse di intitolare uno dei suoi romanzi più ambiziosi e rappresentativi Trouble on Triton: An Ambiguous Heterotopia (1976). Benché il libro sia stato poi ripetutamente dato alle stampe con il titolo più immediato e sintetico di Triton, la scelta originaria di Delany denunciava la sua intenzione di proseguire il discorso iniziato da Ursula K. Le Guin con il suo capolavoro del 1974 The Dispossessed (in italiano I reietti dell’altro pianeta, ma anche Quelli di Anarres), sottotitolato An Ambiguous Utopia. E non è un caso se sia Delany che Le Guin, voci fuori dal coro di una letteratura di idee dalla forte carica politica e dalla convinta vocazione a infrangere gli schemi precostituiti, potrebbero essere visti come due dei più significativi numi tutelari di tutta questa operazione che va sotto il nome di connettivismo.

Ovviamente, la parola eterotopia, che come spiega Wikipedia sta tanto per “altro spazio” quanto per “spazio delle diversità“, è un prestito dal filosofo francese e “archeologo dei saperi” Michel Foucault, che per primo adottò il termine nel suo saggio del 1967 Spazi Altri per descrivere quei luoghi che si pongono al di là delle convenzioni sociali stabilite, o – citando testualmente – “quegli spazi connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano“. Secondo Foucault la storia della civiltà inanella fin dalle società primitive esempi di eterotopie, che continuano a sopravvivere nelle nostre società moderne e postmoderne in forme sempre diverse: come eterotopie di crisi (esempi ne sono i collegi e le caserme), come eterotopie di deviazione (ospizi e ospedali), o come repliche delle nostre città (quali l’altra città per definizione, ovvero il cimitero, in cui vengono trasferiti al sopraggiungere del passaggio finale gli abitanti della città dei vivi, oppure le colonie delle potenze europee in Africa o America Latina, con gli spazi che replicano fedelmente lo schema degli equilibri dei poteri coinvolti – l’autorità coloniale e la Chiesa – e i tempi della giornata che vengono da questi rigorosamente scanditi).

Ma le eterotopie che ci circondano sono innumerevoli e comprendono anche le prigioni, i manicomi, i giardini, le camere d’albergo, i treni, e in qualche misura si sovrappongono ai nonluoghi teorizzati dall’antropologo ed etnologo Marc Augé (anch’egli francese) per definire quegli spazi con la prerogativa di non essere identitari, relazionali o storici: le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali. I più attenti di voi avranno notato le numerose affinità con alcuni degli spazi evocati nel nostro manifesto. Nel suo saggio, Foucault fa un esempio ancora più illuminante per spiegare l’eterotopia, mettendola in relazione appunto con l’idea a noi più familiare di utopia. Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come capita con le immagini che vediamo riflesse in uno specchio, in cui ci vediamo dove non siamo.

Quella sugli spazi è una riflessione che coinvolge la fantascienza fin dalle origini. Con le utopie, certo, ma poi anche con la contrapposizione in chiave New Wave tra inner space (lo spazio interno ballardiano) e outer space (la frontiera esterna dell’esplorazione spaziale), declinata da J. G. Ballard nel saggio Which Way to Inner Space pubblicato da Michael Moorcock nel 1962 sul numero di maggio di New Worlds. Per proseguire poi sulla frontiera elettronica del cyberspazio, portato alla ribalta all’inizio degli anni ’80 dagli autori cyberpunk. E se i racconti e i romanzi di William Gibson, il futuro informatizzato che prende forma nelle pagine di Neuromancer (1984) e Burning Chrome (1986), sono il principale motivo per cui mi sarei trovato, qualche anno dopo aver letto e riletto i suoi lavori, a scriverne di miei sulla stessa falsariga, se c’è una comune passione che ha decretato la convergenza del mio personale cammino con il percorso artistico di Sandro Battisti prima, e poi di Marco Milani, è stata senza ombra di dubbio quella per i rutilanti scenari postumani dipinti da Bruce Sterling nel suo ciclo della Matrice Spezzata (Schismatrix, 1985). Sterling è stato uno dei capifila della nuova fantascienza degli anni ’80, riconosciuto presto come il teorico del movimento sia per il lavoro con la zine Cheap Truth, sia per la sua sintesi come curatore dell’antologia-manifesto del cyberpunk, Mirrorshades (1986). Ma la sua carica non si è esaurita in quel decennio, continuando a esercitare un’influenza magmatica anche sui decenni successivi, attraverso la transizione dal cyberpunk al post-cyberpunk (e di qui a tutto il filone postumanista), attraverso le sue incursioni in altri territori contigui come lo steampunk o lo slipstream, per non parlare dei suoi progetti collaterali come il Dead Media Project o il Viridian Design Movement (date un’occhiata alla sua pagina su Wikipedia per credere). In definitiva, non potevamo chiedere un regalo migliore per un’antologia come Nuove Eterotopie di un contributo di Sterling, e se avevamo qualche timore nel chiedergli una postfazione, siamo rimasti sbigottiti quando è stato lui stesso a proporci di sua iniziativa di contribuire con il suo primo racconto connettivista!

Sterling ha avuto fin dall’inizio parole molto lusinghiere per il nostro lavoro, ma forse niente batte le sue considerazioni sulla nostra consapevolezza sul mondo in cui viviamo. E in effetti, se c’è una cosa che ci ha distinti fin dall’inizio, è stata proprio quella di scrivere come se il cyberpunk fosse accaduto sul serio, e come se dopo la singolarità del cyberpunk fosse esplosa la galassia del post-cyberpunk, che sono tutte cose accidentalmente successe davvero, mentre alla metà del decennio scorso ci sembrava che molti intorno a noi volessero fingere a tutti i costi che non fossero mai capitate. I connettivisti si sono impegnati fin da subito in uno sforzo comune di sintesi, cercando di mettere in relazione approcci anche molto diversi tra di loro, ma che condividevano un interesse di fondo per l’altro, quello che oggi – con una parola forse inflazionata – viene fatto ricadere sotto l’ombrello della diversità. Abbiamo sempre rivendicato il valore della diversità come ricchezza: formalmente, con la nostra attitudine alle contaminazioni di genere (con il noir e l’horror, per esempio, ma anche con il romance, il weird, e da qualche anno con un progetto di infiltrazione del mainstream attraverso quelle espressioni che potremmo ricondurre a un ideale di fantascienza ripotenziata, vale a dire quella fantascienza ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione meno epica e più umana); e tematicamente, con la nostra curiosità per tutto ciò che si muove sulla frontiera dell’immaginario, come testimoniano anche le nostre frequenti incursioni nel campo del postumano, quando non proprio del post-biologico.

Eterotopie, in relazione a tutto questo, ci sembrava davvero il termine più appropriato per descrivere lo spazio in cui si sono sviluppate le traiettorie delle nostre ricerche, analisi, esplorazioni e proiezioni, tutto quello che generalmente e genericamente facciamo passare sotto la parola di “scritture”. Non mi soffermo sui singoli racconti inclusi nell’antologia, ma ci tengo a sottolineare che nella reciproca diversità provano le differenze nell’approccio seguito da ogni singolo autore, e allo stesso tempo risuonano tra di loro attraverso gli echi reiterati di sensibilità comuni e comuni passioni. Questo in fondo è quello che il connettivismo ha voluto essere fin dalla sua nascita: un laboratorio, un incubatore, un terreno di coltura su cui far fiorire idee aliene, sforzandoci di coinvolgere anche autori che mai e poi mai vorrebbero essere incasellati sotto un’etichetta. Questo è quello che facciamo.

Nel saggio citato di Foucault, non a caso le eterotopie fornivano il gancio per parlare anche di eterocronie, in merito a quei luoghi in cui il tempo si accumula all’infinito (musei e biblioteche, per esempio) oppure viene sospeso ed esaltato nelle sue manifestazioni più futili (i luna park, altro esempio di convergenza con i nonluoghi di Augé). Il nonluogo in cui l’eterotopia si fonde idealmente con l’eterocronia, in cui il tempo si ripiega sullo spazio e annulla ogni distanza, è il non-spazio in cui tutto si svolge in tempo reale, la perfetta sintesi di eterotopia/eterocronia della nostra epoca, qualcosa che Foucault non poteva immaginare e che non ha fatto in tempo a vedere: Internet, lo specchio del mondo in cui viviamo. E questo ci fornisce l’occasione per parlare un po’ anche delle nostre origini, perché senza il web difficilmente ci sarebbe stato il connettivismo, e quindi difficilmente avrebbe potuto esistere un’antologia come Nuove Eterotopie o come tutte quelle che l’hanno preceduta.

I primi connettivisti solevano riunirsi intorno al primo storico blog di Sandro Battisti, Cybergoth, ospitato dalla piattaforma ormai dismessa di Splinder. Un blog che brillava come un faro nella notte quanto i social network erano al più l’embrione di un sogno notturno ancora ben lontano dall’avverarsi, e su cui ci ritrovavamo a-periodicamente per svolgere delle vere e proprie sessioni di scrittura istantanea nello stile delle jam session da cui prese forma il bebop, non a caso richiamato come ideale parallelo culturale anche dagli autori cyberpunk. E con la rete siamo maturati, stringendo connessioni, consolidando legami, esplorando orizzonti che in assenza di questa potente mediazione tecnologica non avremmo mai potuto conoscere. Siamo forse il primo movimento nato nell’era del web, di certo il primo in Italia, e siamo ancora qui dopo tutti questi anni. Non abbiamo intenzione di sparire, quindi sentitevi liberi di trattarci come un fenomeno reale.

 Foto di Marcus Broad Bean, al cui reportage sulla nostra presentazione a Stranimondi rimando per una versione altrettanto appassionata, ma più lucida e meno coinvolta, sul progetto connettivista.

 

Il festival del libro fantastico Stranimondi³, svoltosi a Milano lo scorso 14-15 ottobre con enorme partecipazione di pubblico e addetti ai lavori e ancor maggior soddisfazione dei presenti, ha offerto anche la cornice per la prima presentazione di Nuove Eterotopie, la nuova antologia di racconti connettivisti.

Nuove Eterotopie, che ho avuto il privilegio di curare con Sandro Battisti, è nata su invito dell’editore Silvio Sosio (Delos Digital) per offrire ai lettori di Odissea Fantascienza (una delle migliori collane di fantascienza in circolazione, detto per inciso) una selezione di quanto di meglio prodotto dai connettivisti nei loro primi dieci anni di attività. E se con Sandro abbiamo ricevuto il mandato di assemblarla già nel 2014, metterla insieme con la cura necessaria senza farci rubare il tempo dai nostri altri impegni ci ha tenuti impegnati praticamente fino alla scorsa estate. Tre anni in cui i connettivisti sono andati per fortuna avanti, al punto che non è un’esagerazione pensare di essere entrati in una nuova stagione, di cui magari riusciremo prima o poi a presentare i frutti in una “seconda antologia definitiva del connettivismo”.

L’antologia, che si pregia di una esoterica e ipnotica copertina realizzata da Ksenja Laginja, è accompagnata da un’introduzione dei due curatori e da una illuminante postfazione di Salvatore Proietti, e si compone di 16 racconti scelti tra i migliori apparsi sulle nostre pubblicazioni in questi primi 10-12 anni di attività, più un contributo extra che ci rende particolarmente orgogliosi: un romanzo breve che Bruce Sterling ha voluto scrivere appositamente per questo libro e che quindi abbiamo il privilegio di presentare in anteprima mondiale.

Sterling ci ha onorati della sua presenza anche alla presentazione del 15 ottobre, con un intervento ricco di spunti da approfondire di cui torneremo a parlare nei prossimi giorni in un post dedicato.

Intanto ecco la table of contents del volume:

Sandro Battisti e Giovanni De Matteo Uno, nessuno e centomila: di cosa parliamo quando parliamo di connettivismo
Simone Conti Amiens, 1905
Giovanni De Matteo Nell’occhio del Vortice, con gli spettri del tempo
Fernando Fazzari Un battito di ciglia
Roberto Furlani L’arca dell’Alleanza
Lukha B. Kremo Senza titolo
Umberto Pace I giocolieri
Umberto Bertani Border
Marco Milani In Nomine Patris
Francesca Fichera Interno blu
Marco Moretti Brani scelti dal “Catalogo delle Specie Extrasolari”, II edizione
Francesco Verso Il livello dell’assassino
Alex Tonelli Pensa a Phleba
Giovanni Agnoloni Il sepolcro del nuovo incontro
Domenico Mastrapasqua Osmosiac
Roberto Bommarito Parole
Sandro Battisti Daddy
Bruce Sterling Robot tra le rose (trad. Marco Crosa)
Salvatore Proietti Introduzione alla prossima fantascienza

Il libro è disponibile sia in volume cartaceo che in edizione elettronica. Questa è la pagina sul sito dell’editore, con tutte le informazioni e le opzioni di acquisto. E questa è la quarta:

Le eterotopie sono luoghi dischiusi su altri luoghi, spazi “connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi designano, riflettono o rispecchiano” (Michel Foucault). Le utopie sono consolatorie, le eterotopie inquietanti: “minano segretamente il linguaggio”, “spezzano e aggrovigliano i luoghi comuni”. Come i racconti qui racchiusi, che dissolvono i confini tra i generi in una miscela esplosiva di speculazione scientifica, anticipazione tecnologica, sperimentazione linguistica e proiezione sociologica.

Sedici nuove eterotopie, dunque.

Più una: un inedito di Bruce Sterling, scritto espressamente per quest’antologia.

Postfazione di Salvatore Proietti

E insomma, non di sole distopie vive lo scrittore di fantascienza. Quando Francesco Verso mi ha reclutato per l’antologia Segnali dal futuro, ho pensato di cogliere l’opportunità per visualizzare un mondo molto distante dagli scenari che sono solito frequentare, e che potremmo convenzionalmente ricondurre a futuri – terrestri o spaziali – a tinte alquanto cupe. Per l’occasione ho pensato di avventurarmi in un territorio per me quasi del tutto nuovo, comunque molto al di fuori dalla mia comfort zone.

Volevo descrivere da un punto di vista da embedded il lavoro degli ingegneri e scienziati del futuro, diciamo intorno all’anno 2100, e volevo che il loro progetto derivasse dalle premesse stesse insite nel mondo in cui vivevano, per evitare che la storia potesse inciampare nello schematismo dello scienziato che arriva e risolve tutti i problemi dell’umanità: quella non sarebbe stata né scienza né fantascienza, ma nient’altro che solipsismo in salsa hollywoodiana. Quindi ho provato a immaginare un mondo ancora gravato da contraddizioni, ma già impegnato sull’audace cammino di una “transizione ecologica post-capitalista“, in cui le fondamenta per un nuovo stile di vita e per un nuovo modello di organizzazione sociopolitica vengono gettate dall’adozione di nuovi sistemi di produzione e recupero: lavoro intellettuale, energie sostenibili, integrazione ambientale e tecnologie emergenti aprono le porte a un diverso livello di consapevolezza del ruolo dell’uomo nel mondo, e la società comincia così a muoversi verso un nuovo punto di equilibrio. Per questo avevo bene in mente una serie di modelli di riferimento, primo su tutti Kim Stanley Robinson, ma anche altri autori impegnati sul fronte del futuro come Bruce Sterling e Cory Doctorow.

Il risultato è una società che non ha subito gli effetti della Singolarità (o di un evento di equivalente portata), ma che al contrario ha cominciato da tempo a guidare la propria evoluzione grazie alla sinergia con le tecnologie. Non a caso si parla di Wende, come nel processo di riunificazione delle due Germanie, anche se in termini quasi antitetici: dall’economia di mercato il post-capitalismo imbocca il sentiero di un’economia della post-scarsità pianificata, logisticamente supportata delle intelligenze artificiali. Potremmo forse definirla una tecnocrazia socialista. Ma come sappiamo i cambiamenti comportano sempre degli imprevisti, per cui, per quanto si possa cercare di dirigerne gli effetti, ci saranno sempre degli esiti non calcolati. Specie in un sistema complesso grande quanto il pianeta Terra.

Alla fine La vita nel tempo delle ombre è la cosa più vicina a un’utopia che abbia mai scritto. Una cosa che mi fa uno strano effetto, a dirla tutta. Ma non poi così strano. Dopo il salto, ne condivido con voi un estratto: una sessione di brainstorming tra i due protagonisti. Il libro invece è qui. Leggi il seguito di questo post »

[Se domani dovessi smettere di scrivere, saprei di avere scritto almeno un racconto di cui essere davvero soddisfatto. Questo racconto è Cenere alla cenere. Ho cercato di ripercorrerne la genesi in questo articolo per Delos SF, un paio d’anni fa, in occasione della sua riedizione sulle pagine di Robot. Il racconto aveva fatto la sua prima apparizione su Carmilla, di Valerio Evangelisti, nel 2010, ed è lì che potete ancora leggerlo. Era la vigilia del trentesimo anniversario della strage di Bologna. Ve lo ripropongo adesso. È il mio personale tributo alla memoria delle vittime e dei sopravvissuti.]

strage-di-bologna-33anniversario

Sento addosso il peso di ogni singola pietra dell’edificio, mentre sollevo gli occhi al tabellone con gli orari dei treni e il rumore della folla mi avvolge in un turbine confuso. Lettere bianche su sfondo nero sfarfallano componendo il palinsesto dei viaggi e gli altoparlanti annunciano i treni in arrivo e quelli in partenza. Mi lascio guidare dai miei passi nel cono di sole infranto che spiove da un lucernario, raccogliendosi in una pozza luminosa sulle piastrelle del pavimento.

Intorno a me è un amalgama di suoni e rumori, in cui si perdono le voci e le parole. È come se un abisso incolmabile mi separasse dalla folla che mi circonda e questo mi dà un senso di stordimento. Mi chiedo se tra i treni in programma ci sia anche il mio, ma ho smarrito ogni ricordo della destinazione.

Avverto il respiro delle anime imprigionate qui dentro, in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo come sono concessi alla percezione dei sensi umani. Sento sulla pelle un alito che sospira nella brezza di questa mattina d’estate tutte le parole che non sono state dette, componendo un mantra di saluti spezzati…

Il tempo va in una direzione, la memoria in un altro. Qualcuno una volta ha notato la tendenza della nostra specie a costruire manufatti per vincere il naturale flusso del dimenticare. Questa vocazione risponde a un bisogno originario. È un istinto molto più profondo di quanto siamo portati a credere: l’oblio in cui spesso finiamo per rifugiarci prima o poi rivela la propria natura effimera. Basta un particolare, a volte, per riportare a galla continenti sommersi, segnati dalle cicatrici delle nostre colpe e dei nostri errori.

Riconosco nella folla una camicia dal disegno rosso e bianco, un paio di occhiali da sole. Nelle orecchie esplode il segnale atono di una linea telefonica morta. Mi vedo mezzo addormentato nel riflesso del finestrino, su un treno che corre nella notte. E realizzo di essere nel posto in cui i flussi opposti del tempo e della memoria convergono.

L’Ora Zero è ormai prossima.

Continua a leggere il racconto su Carmilla on line.

Per non perdere il contatto con la realtà, fa piacere ricordarsi con recensioni come queste che i nostri lavori vengono letti, commentati, e più spesso di quanto siamo soliti credere anche apprezzati.

Su Fantascienza.com l’esperto di libri Giampaolo Rai recensisce The Origins con queste parole:

Immagino fosse inevitabile, certe cose prima o poi devono accadere. Comunque a me amante dei libri tradizionali e fisici, recensire un libro privo di supporto cartaceo, esistente solo come oggetto virtuale fa un po’ impressione. Per l’occasione ci voleva qualcosa di particolare e credo che The origins sia la scelta giusta: una raccolta di racconti che riassume il movimento più innovativo della fantascienza italiana.

Il Connettivismo ha sancito, all’alba del nuovo millennio, un ideale passaggio tra la fantascienza più tradizionale e quella scossa prima dal fenomeno cyberpunk e poi dalle tematiche del transumanesimo. Nel 2004 il manifesto del connettivismo annunciava la nascita del movimento e ne delineava i temi portanti, nel 2005 nasceva la rivista Next e nel 2007 veniva pubblicata l’antologia Supernova Express.

Dopo un decennio di iniziative in vari campi, editoriali e no, la Kipple Officina Libraria pubblica ora The origins, un’antologia che riassume in diciassette racconti il percorso del movimento dalle origini sino ai giorni nostri.

[continua a leggere]

Ettore Fobo, invece, parla sul suo curatissimo blog Strani Giorni di Next-Stream, e la sua è una recensione che passa in rassegna tutti i racconti inclusi nell’antologia, attraverso i quali riesce a sondare gli intenti dei curatori e tirare le somme sul loro lavoro.

Per ragioni storiche che non starò qui a indagare, la fantascienza è mal vista in Italia. Non è così nei paesi anglosassoni dove gli scrittori di fantascienza riescono a incidere nell’immaginario, possono godere di un’attenzione critica, talvolta si arricchiscono persino,  arrivano a essere delle vedette contese dai giornali e dalle tv. In Italia ormai, potrei aggiungere con amarezza,  è malvista la letteratura, ma tant’è.

Questa italica avversione per la fantascienza permette,  però,  a un movimento come il Connettivismo di svolgere una funzione quasi clandestina ma di sicuro impatto per leggere il nostro caotico presente  e ce lo conferma quest’antologia di racconti. Lo scopo di NeXT–Stream, antologia edita da Kipple Officina Libraria nel gennaio 2015,  è  quello di svincolare il movimento dalle sue tematiche prettamente fantascientifiche e raggiungere una dimensione in cui i generi si mescolano e forse non c’è più nessun genere riconoscibile.  Il sottotitolo è l’eloquente: “Oltre il confine dei generi”.

[continua a leggere]

A fare strano è che Fobo, la cui acutezza è risaputa e già ampiamente apprezzata, sia stato comunque il primo lettore a interessarsi pubblicamente — a sei mesi dal varo  — di un’operazione come questa, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per richiamare l’attenzione dall’interno del settore, ma anche e forse soprattutto dall’esterno dei confini del genere. A dimostrazione, forse, di quanto difficili da scavalcare siano le barriere che ci vengono imposte dalle categorie di consumo.

E prima di concludere, due articoli che recano la mia firma, che valgono anche come consigli di lettura. Il primo riguarda la riedizione di un classico da tempo fuori catalogo, il romanzo d’esordio di Alessandro Vietti: Cyberworld. Dal mese scorso il libro è tornato disponibile sul circuito digitale grazie a Delos Digital, per soli 3,99 euro. Su Delos potete leggere la mia prefazione: Sulla frontiera del cyberspazio.

Il secondo è invece una ripresa di un mio vecchio saggio, uscito su Next-Station.org nel 2010, in occasione della prima edizione di Little Brother di Cory Doctorow, all’epoca intitolato X da Newton Compton Editori. Adesso Multiplayer.it ripropone il titolo nella sua collana Apocalittici, e lo fa anticipando l’uscita anche del suo seguito, Homeland, per l’autunno, offrendomi l’opportunità di riprendere quell’articolo e rivederlo. Il risultato, anche in questo caso, potete leggerlo sulle pagine di Delos: Little Brother: il canto di libertà di Cory Doctorow.

E siccome è domenica, ed è estate, lasciamoci con un quadro di Edward Hopper.

Edward Hopper - Highland Light, North Truro (1930)

Edward Hopper – Highland Light, North Truro (1930)

E adesso che abbiamo messo una toppa anche su questa triste vicenda dei cookie, proviamo a riprendere anche le trasmissioni. Dopo un paio di mesi vissuti intensamente sul piano personale, mi preme aggiornarvi sulle ultime uscite che mi interessano da vicino. Partiamo con una riedizione, e proseguiamo con due inediti.

La riedizione riguarda Riti di passaggio: uscito lo scorso autunno inFF_Storie_dal_futuro_ebook e-book sotto il marchio Future Fiction, che si sta facendo molto apprezzare in Italia e non solo, il racconto, sempre disponibile sugli store on-line, è stato anche incluso nell’antologia che raccoglie in un unico volume le opere uscite nel corso del 2014 nella collana digitale curata da Francesco Verso e Francesco Mantovani. Storie dal domani rappresenta una ghiotta occasione per avere in un unico volume le storie pubblicate da Future Fiction, con racconti a firma di pesi massimi del calibro di Robert J. Sawyer, Ian McDonald, James Patrick Kelly, Paul McAuley e David Marusek, senza dimenticare gli autori non anglosassoni che la collana sta contribuendo a far apprezzare anche al pubblico italiano: il nigeriano Efe Tobunko, il romeno Cristian M. Teodorescu e il greco Michalis Manolios. Storie dal domani è acquistabile sia in cartaceo (prezzo di copertina 16,50 euro) che in e-book (ePub o mobi, per 4,99 euro).

FF_Storie_dal_futuro
Veniamo quindi al primo inedito. L’antologia Il prezzo del futuro, curata da Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani per i tipi di La Ponga Edizioni, raccoglie quindici racconti incardinati su un unico tema, per quanto ampio e declinabile secondo molteplici sensibilità: l’economia del domani. Dalla prefazione a firma di Valerio Evangelisti:

La fantascienza è un genere letterario “massimalista”, per cui può avere per oggetto interi sistemi politici, economici e sociali. La fantascienza è anche un genere che, quando parla del futuro, molte volte allude al nostro presente, lo distorce, lo satireggia, lo critica.

Da queste due premesse discende questa antologia di racconti di fs a sfondo economico. Ci si pensi: sarebbe stata possibile una raccolta del genere, e di tale forza, nel quadro della narrativa corrente, o di altri filoni della cosiddetta “paraletteratura”? No, è evidente. Lo spazio sarebbe stato troppo limitato. Tanti romanzi senza etichetta, o fin troppo etichettati, mettono in scena l’economia. Ma si tratta di singoli aspetti, di ricadute localizzate o individuali.

Solo la fantascienza può rendere protagonista l’economia tutta intera, e affrontare più problemi alla volta fino a delineare uno scenario completo. Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani (che in “fantaeconomia” è particolarmente versato, come si nota dalla sua bibliografia) hanno confezionato una summa destinata a rimanere in vista sugli scaffali domestici, per complessità e intelligenza. Una chiave per leggere, sotto forma appena appena allegorica, i tempi che stiamo vivendo e quelli che verranno.

Tutti autori italiani, e non a caso: l’Italia è tra le vittime di una crisi finanziaria che non pare avere fine, cui si risponde con soluzioni arruffate e discutibili. In un tale contesto, la fantascienza lancia, con questo volume, la sua sfida volutamente arrogante al resto della narrativa, e soprattutto a quella mainstream. Noi, i presunti sognatori volti al futuro, ci occupiamo di ciò che ci accade attorno. E voi, i supposti realisti, che fate?

Su Carmilla on line potete inoltre leggere l’introduzione di Pizzo.

Nel mio racconto In caduta libera mi sono “divertito” (si fa per dire) a immaginare una storia di rivendicazioni sindacali sullo sfondo di un cantiere orbitale. La colonizzazione spaziale innesca le contraddizioni intrinseche del turbocapitalismo e nelle linee lasciate scoperte s’insinua il germe della rivolta, se non proprio dell’utopia. Quello che mi sono soprattutto sbizzarrito a manipolare è la gloriosa tradizione dell’anarcosindacalismo americano, con i wobblies della Industrial Workers of the World (ricordate One Big Union proprio del magister Evangelisti?) che confluiscono in una nuova federazione: la Industrial Workers of the Solar System.

Anche in questo caso il libro è disponibile sia in edizione cartacea (prezzo di copertina 16,90 euro) che digitale (a 4,49 euro).

LaPonga_Prezzo_del_futuro

E completiamo questa breve rassegna con un volume da poco giunto in edicola. Si tratta di un classico della New Wave, firmato da Roger Zelazny, un maestro visionario e poliedrico, lucido anticipatore di temi che sarebbero diventati maggioritari decenni più tardi, e anche per questo gigante tra i più lungimiranti che hanno dato il loro apporto negli anni ’60 alla maturazione della fantascienza. Il romanzo s’intitola Il signore dei sogni e risale proprio a quella fortunatissima stagione. Alcune immagini di Blade Runner e Inception (ma non solo), a distanza di anni, mi sembrano ancora ispirate alle sue descrizioni. Ne parlavo in maniera più circostanziata la bellezza di sette anni fa su Next Station. Ma anche se mi sembra trascorsa un’epoca geologica e più da allora, ricordo ancora il carattere innovativo della lettura, a dimostrazione della sua persistenza.

Cosa c’entro io con Zelazny? È presto detto. Il volume pubblicato da Urania Collezione, che rimarrà in edicola ancora per una settimana o due (quindi, consiglio interessato, affrettatevi a recuperare la vostra copia se siete ancora affezionati alla carta), include in appendice un romanzo breve firmato dal sottoscritto in collaborazione con Lanfranco Fabriani, un veterano che non ha certo bisogno di presentazioni. S’intitola YouWorld e fa chiaramente il verso alla piattaforma di video sharing che ha aperto la strada ai nuovi consumi delle nostre vite digitali, sociali o solitarie. Si tratta di una storia nata su un terreno abbastanza distante dai percorsi narrativi che ci erano familiari, e penso di poter parlare anche a nome del mio socio, anche se mi auguro di tornarci sopra nei prossimi giorni per poter mettere a pubblico confronto le nostre rispettive esperienze.

Se siete in cerca di etichette per classificare un lavoro di questo tipo, penso che fantascienza sociologica, postcyberpunk, satira di costume, postmoderno e action thriller siano tutte, ciascuna alla sua maniera, adatte allo scopo. Ci sono delle Intelligenze Artificiali stanche di farsi sfruttare dalla società dello spettacolo 2.0. C’è un citazionismo che mi auguro troverete simpatico. E soprattutto ci sono un bel ritmo e tante sorprese. È stato divertente, per quanto faticoso, scriverlo. Ma credo che la lettura possa risultare altrettanto divertente, e sicuramente meno faticosa. Ma solo voi potrete dircelo.

Il libro è in edicola fino alla prima decade di luglio al prezzo di 6,50 euro e in e-book a 3,99 euro.

UC_zelazny

Next-StreamDisponibile sia in cartaceo che in e-book sul sito della Kipple Officina Libraria e anche su Amazon, dove per inciso è partito fin da subito molto bene, potete trovare da ieri la nuova antologia di racconti connettivisti curata da Lukha B. Kremo, Sandro Battisti e dal sottoscritto: Next-Stream, oltre il confine dei generi.

La stupenda copertina è di Luca Cervini. La quarta, che riporto fedelmente, recita:

I connettivisti sono un nutrito manipolo di sperimentatori a tutto tondo, nessuna espressione artistica è loro preclusa. NeXT-Stream rappresenta forse la più ambiziosa forma di sperimentazione del collettivo che vuole, ora, esportare i suoi tratti distintivi anche nella letteratura non di genere, avendo come substrato sempre presente le suggestioni del fantastico e della science fiction.
La realtà ha altri aspetti, se la osservate bene.

I racconti che compongono l’ossatura di questo nuovo progetto, sviluppato a partire dal 2012, sono i seguenti:

  • Chi si ferma è perduto di Umberto Pace
  • Il diario del senatore Giuliani (Sette guerrieri contemporanei) di Lukha B. Kremo
  • Buonanotte Modu; dormi bene di Filippo Carignani Battaglia
  • Psycolandia di Marco Milani
  • La cuspide del dissenso di Domenico Mastrapasqua
  • Unplugged di Sandro Battisti
  • Autopilot di Fernando Fazzari
  • L’eremita di Roberto Furlani
  • Non si esce vivi dagli anni ’80 di Mario Gazzola
  • Ponti di Roberto Bommarito
  • BloodBusters di Francesco Verso
  • Il sepolcro del nuovo incontro di Giovanni Agnoloni,
  • Il peso del mondo è amore di Denise Bresci & Ugo Polli
  • Tornare a Cape Cod di Giovanni De Matteo

Come scriviamo nell’introduzione alla raccolta:

Abbiamo cercato di lavorare privilegiando il principio della massima inclusività possibile dei diversi approcci, con il proposito di fornire uno spaccato variegato e attendibile della complessità da cui muovevamo.

Nella selezione potrete quindi imbattervi in una raccolta eterogenea di sensibilità e di punti di vista sulla scrittura non di genere o, per meglio dire, oltre i generi: contaminazioni di poliziesco e fantascienza che gli appassionati di entrambi i generi potrebbero con qualche fatica incastrare sotto una definizione univoca: scorci del futuro narrati secondo una prospettiva iperrealista; incursioni nel surreale e nel metafisico; soluzioni riconducibili alla literary fiction. E spesso potrete trovare diversi di questi approcci all’interno dello stesso racconto, proprio come se, parafrasando una precedente pubblicazione che ci è particolarmente cara, ogni racconto non fosse altro che il frammento di una rosa olografica.

Quattro mesi dopo The Origins, Kipple Officina Libraria propone dunque un nuovo lavoro collettivo, che forse proprio dalle lettura giustapposta a The Origins potrebbe ricavare maggior forza.

Secondo Lukha B. Kremo è un’antologia che potrebbe piacere a lettori che di solito non leggono né fantascienza né autori connettivisti. In effetti questa antologia vuole portare alla luce un approccio connettivista alla scrittura non di genere, sfruttando l’esperienza maturata nell’alveo della fantascienza e dei generi limitrofi (soprattutto lungo lo spettro che va dal fantastico al poliziesco) per proporre un racconto altro del reale. Nella piena consapevolezza che il reale è un mondo liquido, in continuo cambiamento, in costante evoluzione, e quindi, come una foto non ritrae la realtà meglio di un film, il racconto del presente non presenta particolari vantaggi rispetto al racconto del futuro.

Abbiamo messo insieme 14 visioni sul nostro mondo e sui nostri tempi: 14 punti di vista, 14 approcci diversi. Dalla metafora alla literary fiction, dal surreale alla contaminazione dei generi: sono le nostre idee per i possibili mainstream del futuro. E per questo abbiamo voluto chiamarlo next-stream.

Dalla settimana scorsa è tornato disponibile sui principali store on-line, in una nuova versione rivista e corretta, l’edizione digitale di Ptaxghu6, romanzo di Sandro Battisti e Marco Milani. Per acquistarlo potete rivolgervi al sito dell’editore o ad Amazon. La sua riedizione è l’occasione per inaugurare una nuova collana della Kipple Officina Libraria: si chiamerà Spin-off e ospiterà contributi scritti da diversi autori che prenderanno in prestito e svilupperanno lo scenario dell’Impero Connettivo ideato da Sandro Battisti. Per maggiori informazioni sul libro – impreziosito da una cover di Ksenja Laginja – e sul progetto vi rimando direttamente alla pagina di presentazione sul blog della Kipple. Intanto vi riporto qui di seguito la mia introduzione.

Ptaxghu6

Non amo ripetermi, ma l’occasione me lo impone: a poco più di due anni di distanza dall’uscita del romanzo Olonomico di Sandro Battisti siamo di fronte a un nuovo evento. Cinque anni dopo la prima edizione per i tipi di Diversa Sintonia, torna infatti disponibile Ptaxghu6, il romanzo che Battisti ha scritto a quattro mani con Marco Milani, altro co-iniziatore del connettivismo.

La loro è una collaborazione letteraria che suggella un’amicizia di lungo corso. I progetti comuni in cui si sono cimentati spaziano dalla fondazione e cura di Next (con il sottoscritto a fare da complice), rivista che si è meritata il Premio Italia nel 2011, alla compilazione di antologie come Avanguardie di un Futuro Oscuro, curata nel 2009 da Battisti e pubblicata da EDS, la casa editrice fondata e diretta da Milani. Mancava un romanzo fino al 2010, quando i due hanno unito le loro forze in questa impresa capace di instillare nuova linfa nel movimento.

Ptaxghu6 è un distillato purissimo di essenza connettivista. Prendete l’Impero Connettivo, l’invenzione di Battisti che riprende in chiave fantascientifica le vicende dell’Impero Romano trasponendole su uno sfondo cosmico, in una operazione post-asimoviana e post-herbertiana da cui scaturisce uno degli affreschi letterari più ambiziosi di questi anni. Aggiungete la sensibilità di Milani per la spiritualità zen e tutto ciò che è invisibile agli occhi e dunque essenziale. Giusto un tocco di ironia a stemperare le ombre più oscure. Una spruzzata di Roger Zelazny e J.G. Ballard e un’altra di Valerio Evangelisti. E servite con del ghiaccio: ecco pronta una bevanda fresca e dissetante per le vostre menti, perfetta come lettura tanto di evasione quanto di riflessione.

Purtroppo sono costretto a sorvolare sugli elementi di maggior pregio del romanzo, essendo inopportuno svelare in una prefazione gli ingranaggi del meccanismo narrativo a cui vi apprestate a consegnarvi. E tuttavia voglio lo stesso spendere due parole sull’idea di costruire una replica della Terra e una variazione sulla storia dei suoi popoli, che a pensarci bene rende omaggio anche allo stesso Philip K. Dick, un autore menzionato di frequente da chi poco o nulla conosce delle sue opere e ancor meno avrà letto di fantascienza. Battisti e Milani sanno invece di cosa parlano e, anche rifuggendo da qualsiasi accostamento diretto, riescono a confezionare uno scenario che avrebbe benissimo potuto essere adottato dal grande e sfortunato autore americano come ambiente di collaudo per una delle sue realtà artificiali.

D’altro canto l’importanza di Ptaxghu6 si spinge al di là del valore letterario – comunque indiscutibile – dell’opera. Si tratta infatti della prima collaborazione a cui si presta l’universo narrativo di Battisti, che nei suoi lavori ha sempre rivendicato quell’attitudine all’apertura tipica degli ambienti di sviluppo open source. E questo romanzo è il primo passo verso la condivisione dell’Impero Connettivo. Gli autori e Kipple Officina Libraria hanno infatti scelto proprio questo titolo per inaugurare un progetto di ampio respiro, il cui decollo è previsto per quest’anno: mettere lo scenario di Battisti a disposizione di altri scrittori, che potranno così cimentarsi con i suoi personaggi e i suoi intrighi, ambientando le proprie storie sullo sfondo dell’Impero retto da Totka_II.

Il mondo che vi attende è disseminato di insidie: ogni realtà del mazzo di sequenze temporali su cui l’Impero estende il proprio dominio è potenzialmente letale per chi non si adegua alla legge del nephilim. Se volete, prendete questo libro come un manuale di sopravvivenza. Spremuto e condensato in un cocktail inebriante di visionarietà terminale e avventura sfrenata.

Giovanni De Matteo

Ptaxghu6_banner

Oggi sono dieci anni di connettivismo. Dieci anni dalla notte in cui con gli altri iniziatori (Sandro Battisti e Marco Milani) mettemmo in moto il meccanismo del movimento. A cominciare dalla convergenza con Lukha B. Kremo e la sua Nazione Caotica, i connettivisti sono cresciuti in numero, sono maturati in esperienza, sono cambiati. Ma siamo ancora qua. E mi viene naturale guardare all’orizzonte dei prossimi dieci anni dal punto in cui ci troviamo adesso. La marcia continua.

Riporto un brano estratto da Cloudbuster, il racconto “discronico” pubblicato questo mese sulle pagine di Robot.

cloudbusting

Secondo le pagine della politica estera e interplanetaria, Marte si apprestava a dichiarare guerra alla Terra. USA e URSS avevano avviato negoziati segreti per predisporre un piano di difesa congiunto, quando l’angelo biondo entrò nel mio ufficio.

Che non fosse il solito caso di moglie tradita, me ne accorsi non appena mise piede oltre la porta. La fluente chioma bionda ricadeva in morbide onde dorate sulle spalle della giacca di crespo rosso. La griffe italiana del completo denunciava lo stato delle sue finanze meglio di quanto sarebbe riuscita a fare una dichiarazione dei redditi. La gonna alle ginocchia era intonata con la giacca. Sotto il colletto della camicetta color perla, una collana d’oro ornava un collo da cigno. Riusciva a dare sfoggio di sensualità pur rispettando a prima vista i rigidi dettami sull’abbigliamento imposti dalla Commissione permanente di Vigilanza sui Costumi.

Negli occhi la leggerezza dei trent’anni era tuttavia incupita da un’ombra di preoccupazione. Avrei potuto innamorarmi, se non ci fosse stato di mezzo il lavoro. Questa è la seconda regola: in affari, evitare sempre il coinvolgimento. Di qualsiasi tipo.

Venne avanti sui suoi tacchi: ogni passo, un colpo secco al mio cervello, un battito perso del mio cuore.

– Che cosa posso fare per lei? – domandai, alzandomi dalla sedia sulla quale fino a dieci secondi prima me ne ero stato stravaccato, immerso nelle notizie del giorno. Avevo tolto i talloni dalla scrivania quando avevo sentito bussare.

– È lei Hank Brazell? – ribatté lei, inanellando le sillabe come se fossero note. – Il detective? Cerco un investigatore privato, mi hanno consigliato di rivolgermi a lei.

Piegai il St. Louis Post-Dispatch e le indicai la sedia davanti alla scrivania. Il ripiano tra noi era ingombro di fogli appuntati e fascicoli rilegati, ma non era quello a mettere distanza tra le orbite delle nostre vite. – Prego, si accomodi – le dissi, sforzandomi di tenere un tono professionale. – Di cosa si tratta?

La donna sedette con grazia e accavallò le gambe. Nel farlo, il nylon delle calze strisciò evocando immagini elettriche nella mia testa. Erano delle  autoreggenti francesi da scandalo, l’ultima moda importata dalla vecchia Europa con gran disappunto per il Presidente e i suoi seguaci. E anche questo diceva sul suo conto molte cose: per poterselo permettere, doveva essere o terribilmente potente da non temere le sanzioni amministrative oppure irrimediabilmente pazza da non temere l’internamento correttivo.

Me lo chiesi e, così com’era sorto, lasciai cadere il dubbio. Mi stavo già immaginando a infilare la testa tra le cosce di porcellana strette nelle balze elasticizzate… ma adesso sto divagando.

– Mi chiamo Anne Louise McGovern – si presentò l’angelo biondo. – In Smith. – Assestò quella puntualizzazione come un affondo di fioretto. Il mio cuore perse un altro colpo, benché il sinistro presagio fosse aleggiato sulla stanza fin dal suo ingresso. – Sono qui per mio marito. Sospetto che da diversi mesi ormai porti avanti una relazione clandestina.

Ascoltai senza interromperla, lottando con le redini dei miei pensieri che si accavallavano, con furia selvaggia, del tutto fuori controllo, con le fantasie sulla vita privata di quella donna, caduta nel mio ufficio dalla più prossima allo scranno del Padreterno tra le corti angeliche. Quale uomo potrebbe tradire una moglie come questa?, continuavo a domandarmi. E ancora: quale uomo potrebbe tenere a freno una donna come questa?

– La nostra è sempre stata una vita tranquilla. Mike è un dirigente della Burroughs e fin dall’inizio si è impegnato molto per garantirmi ciò di cui una donna può avere bisogno. Come si suol dire, mi ha assicurato una vita felice. Abbiamo una bella casa, signor Brazell. Amicizie illustri, un’immagine di rispetto e decoro. Ma da qualche tempo mi sembra che qualcosa nell’ingranaggio del nostro matrimonio si sia inceppato.

– Posso chiederle se avete dei figli, signora Smith?

– No, niente figli – ammise Anne Louise, con un velo di tristezza. Dalla borsetta di velluto nero che teneva in grembo estrasse una foto e me la porse. – Ne avremmo voluti, ma purtroppo c’è qualcosa in me che non va come dovrebbe, almeno a giudizio dei medici.

Sempre pensato che i medici dovrebbero essere tutti in cura: sarebbero capaci di auscultare il cofano di un’automobile in panne ed emettere un circostanziato e convintissimo referto diagnostico. Fischi per fiaschi. Presi la foto e guardai l’uomo che ritraeva. Era vicino alla sessantina, quindi molto più vecchio dell’angelo in rosso che avevo davanti, e non posso dire che dimostrasse un’espressione particolarmente brillante. Stempiato, capelli bianchi, sguardo pensieroso: nella sua immagine da burocrate non c’era niente che potesse fornirmi un indizio delle doti che dovevano aver sedotto Anne Louise. Se la medicina ha i suoi misteri, cosa dire del cuore delle donne?

Sollevai gli occhi e li piantai in quelli della mia cliente. Erano di un colore acquamarina che mi ricordava un paradiso tropicale. In quel momento, tradivano imbarazzo.

– Non so come ci si comporta in questi casi – disse. – È la prima volta…

– Non si preoccupi, signora Smith – la tranquillizzai. – Per cominciare, terremo d’occhio suo marito. E magari scopriremo che i suoi sospetti sono semplicemente dettati da un eccesso d’amore.

– Lei è molto gentile, signor Brazell.

– Solo perché lei è una donna che non dovrebbe avere di questi timori – proseguii. – Vedrà che si risolverà tutto per il meglio.

– Lei è il miglior detective della città – mi lusingò lei. – So che non mi deluderà. Le lascio un biglietto da visita, ho appuntato il mio numero di telefono nel caso avesse bisogno di contattarmi.

– Grazie. Immagino che potrò trovare suo marito al quartier generale della Compagnia…

– A dire il vero è fuori città per lavoro, ma rientrerà in serata. Domani sarà sicuramente alla Green World per assistere alla conferenza dell’ospite d’onore.

– Domani è il giorno di quello scienziato pazzo, non è così?

Una strana luce scintillò dietro la superficie cristallina dei suoi occhi. Anne Louise mi sorrise e annuì, tra il divertito e l’ammirato. – Wilhelm Reich, proprio lui – confermò. – Forse accompagnerò Michael. Se vuole potrei presentarglielo, cosa ne pensa?

– Potrebbe essere una buona idea, ma valuteremo domani se è il caso. Mi procurerò subito un biglietto per la conferenza. Se dovessimo incontrarci, può presentarmi come un vecchio amico di suo padre.

Sorrise maliziosa. – O magari di mia madre – replicò.

– Lei pensi a un nome che funzioni – dissi. – Penserò io a circostanziare fatti e connessioni.

Prima di uscire, mi porse la mano e io gliela strinsi.

– Non dovremo mica aspettarci un’altra irruzione di manifestanti europei situazionisti, come l’anno scorso? – dissi per puro spirito di provocazione. – O di qualche altro compare dei loro…

– Oh, no, per quest’anno non credo – ci tenne ad assicurarmi lei. – Mr. Burroughs non si perdonerebbe di essere stato tanto prevedibile…

Mezzo minuto più tardi, dalla finestra dello studio la vidi scendere dal marciapiede e attraversare Clarke Avenue. Si diresse verso una Cadillac Eldorado rosa decapottabile con il tettuccio bianco. Salì a bordo e mise in moto.

La guardai percorrere la strada nel traffico sonnolento e rarefatto del primo pomeriggio. Quando le pinne dello squalo da strada svoltarono al semaforo, imboccando il Tucker Boulevard in direzione sud per sparire subito dietro l’angolo, stavo ancora accarezzando l’ombra tattile delle sue dita, il calore del suo palmo soffice e affilato, stretto nel mio.

Direttive

Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

Avviso ai naviganti

Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

Altrove in 140 caratteri

Unisciti ad altri 113 follower

aprile: 2021
L M M G V S D
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Categorie

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: