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Mosso da un istinto rabdomantico, lo scorso gennaio ho comprato, approfittando dell’offerta dell’editore reiterata come da rito annuale, un libro mai sentito di un autore che non avevo mai letto prima, e in cui mi ero imbattuto solo dopo che negli ultimi anni mi sono deciso a colmare – per gradi – le mie vaste lacune sulla letteratura mitteleuropea (mancanza a cui il catalogo Adelphi offre facilmente l’opportunità di rimediare). Di Un sogno in rosso ad attirarmi al momento dell’acquisto era stata sicuramente la presentazione, che riprendo integralmente dal risvolto di copertina:

Terrifica la profezia pronunciata in un salotto di Mosca alla vigilia della Grande Guerra da un certo Ananchin: ciascuno dei presenti, aveva detto il mediocre scrittore, avrebbe assistito alla propria rovina e a quella della Russia intera, ciascuno avrebbe trovato una morte atroce – e la bella Wera Grocholska avrebbe partorito il Demonio. Vent’anni dopo, il conte Chlodowski, l’uomo che allora stava per sposarla, ha ormai visto realizzarsi ogni cosa: il vecchio mondo è stato travolto, lui stesso è ridotto in miseria, e a nulla è valso che Wera rinunciasse alle nozze e prendesse i voti. La guerra e la Rivoluzione l’hanno strappata al convento e sospinta, fra mille peripezie, nelle steppe dell’Asia – e là, dalla monaca violata da un assassino, è nato quel figlio che Chlodowski cerca in ogni maniera di tenere lontano da sé. Ma tutto sarà vano: come gli spiega Ananchin, che è ora al suo servizio, «il mondo intero è una trama sottile che il Diavolo continua diabolicamente a scompigliare e Dio, invece, con indicibile fatica – così almeno vogliamo sperare a sua gloria – si sforza senza posa di sbrogliare. Al momento, però, il più forte è certo il Diavolo». Per di più, «il Diavolo non ha affatto bisogno di avere corna e artigli, può anche avere charme, addirittura uno charme straordinario, e nutrire le migliori intenzioni, come un vero angelo, quale in realtà egli sarebbe». E sotto spoglie angeliche, infatti, si presenterà nella tenuta del conte, in Polonia, un bellissimo, dolente Anticristo, suscitatore di sventura… Un sogno in rosso è un intreccio inesorabile, dove il racconto di una divinazione passata (sulla Rivoluzione Russa) diventa divinazione dell’immediato futuro, dell’Anticristo hitleriano che avanza.

Argomenti più che sufficienti per indurmi alla lettura, a dispetto di tutta la coda di libri in attesa, nel momento in cui Vladimir Putin dava l’ordine di invadere l’Ucraina e alzare così la posta della sfida che da anni sta lanciando all’Occidente. Il romanzo di Alexander Lernet-Holenia prende avvio proprio in una tenuta polacca, crocevia tra oriente e occidente, contesa tra Varsavia, Vienna e Mosca. Fin dalla prima pagina, veniamo catapultati in un mondo sospeso tra passato e futuro, tra un massacro già compiuto e una catastrofe ancora peggiore ma dai contorni ancora incerti che si prepara all’orizzonte:

Tutte le finestre erano aperte, e l’aria entrava a fiotti. Chlodowski guardava oltre la corte e i tetti delle stalle, oltre il profilo delle colline. Queste ultime erano molto estese, arrivavano assai più lontano del suo sguardo: dietro le altrue della Galizia si stendevano quelle della Volinia, che si spingevano fin dentro l’Ucraina perdendosi nella steppa, e la steppa a sua volta arrivava nel cuore dell’Asia sterminata.

È proprio dal cuore di quell’Asia sterminata che una terribile minaccia si prepara a sconvolgere le vite dei protagonisti. Il conte Adam Chlodowski è un nobile caduto in disgrazia, non si sa bene quanto per demeriti propri e quanto per i tiri mancini del destino. In realtà, la tenuta di Rafalówka in cui gli eventi si dipanano non è nemmeno sua, ma vi abita per gentile concessione della sorella, la più avveduta Madeleine. Chlodowski, che ospita una comunità di esuli russi che hanno preferito emigrare all’avvento della Rivoluzione d’Ottobre, incolpa delle proprie sventure uno di loro, lo stalliere Sergej Gavrilovič Ananchin, ex funzionario di un non meglio precisato ministero dell’impero zarista nonché romanziere di scarso successo, che in occasione di un ricevimento svoltosi a Mosca alla vigilia della Prima Guerra Mondiale ebbe modo di profetizzare l’ascesa del bolscevismo, gettando nella costernazione più totale gli astanti, e in particolare lo stesso Chlodowski, che come conseguenza dei vaticini di Ananchin vide sfumare il sogno di un matrimonio con l’amata cugina Wera Grocholska. A lei Ananchin riservò la più terribile delle previsioni, profetizzandole il parto della sola creatura destinata a sopravvivere a tutti i presenti, “[…] ma quel bambino non sarà un essere umano, sarà un demonio“.

Tanto bastò a sgomentarla e indurla a rinunciare alla vita mondana: dopo una profonda depressione, la poveretta si ritirò in convento, ma le vicissitudini della guerra, gli intrighi politici e una fuga rocambolesca verso l’Oriente prepararono comunque le condizioni perché la previsione di Ananchin si avverasse e la transfuga Wera Grocholska, giacendo con Il’ja Aleksandrovič Ussurov, a sua insaputa nientemeno che “discendente diretto […] del conquistatore e distruttore del mondo Gengis khān, le cui guerre erano costate dieci milioni di morti“, mettesse al mondo l’Avversario.

Un sogno in rosso (Ein Traum in Rot, ed. italiana Adelphi, 2006, traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia) è il racconto dell’attesa dell’Anticristo che vide la luce tra le steppe dell’Asia, la cui venuta si compie tra presagi sempre più sinistri, peripezie rocambolesche, scambi di persona e apparizioni spettrali, realizzandosi infine in un’atmosfera da romanzo gotico che sembra preludere agli abissi di follia in cui il nazismo sprofonderà l’Europa e il mondo intero. Dopo aver giocato con le ossessioni tragicomiche della borghesia, la nostalgia farsesca della nobiltà decaduta, e averci fatto ridere amaramente dei loro vezzi, dopo averci intrattenuto con la sarabanda e l’esotismo del romanzo d’avventura, e averci stupito con l’erudizione degli excursus storici e filologici di Chlodowski, e intrigati con i battibecchi filosofici che lo contrappongono ad Ananchin, Alexander Lernet-Holenia risolve il suo sofisticato gioco a incastri con una crudele irruzione del caso nella placida e trasognata atmosfera di Rafalówka.

Ciò che di cogente e di ovvio accade in questo mondo, ciò che non può essere se non così, si compie per mezzo del caso e del malinteso. Perché il necessario e ovvio, di per sé, non sarebbe affatto in grado di imporsi alle altrettanto ovvie necessità che gli si contrappongono. Il necessario in sé non è altro che perpetua preparazione, disponibilità e tensione di cose che si fronteggiano, e infinite sono le necessità che soffocano in se stesse senza neppure cominciare ad agire. Solo dove la folle scintilla del caso dà fuoco alla miscela di conflitti in incubazione, prima che essa venga dispersa dal vento dei tempi, solo là gli eventi esplodono. In questo senso caso e malinteso sono le sole, supreme istanze. Il necessario in sé, infatti, abbonda sempre e ovunque. È solo nell’innesco di coincidenze causali, nel crudo malinteso che mette in moto elementi in principio neppure presi in considerazione ma in realtà dotati di un senso ben preciso – è in questo che si manifesta la volontà del destino.

Lernet-Holenia (1897-1976), che nel secondo dopoguerra fu riconosciuto come esempio di resistenza passiva opposta all’egemonia culturale nazionalsocialista (il suo Marte in Ariete, pubblicato nel 1947, è stato indicato come l’unica opera di opposizione al Terzo Reich scritta in Austria durante la guerra), modello e punto di riferimento negli ambienti della letteratura austriaca fino a subirne quasi il ripudio, trasformandosi nel simbolo di un’Austria inattuale e anacronistica per finire con l’isolamento in cui trascorse gli ultimi anni di vita, firma con Un sogno in rosso (1939) alcune delle pagine più dense e affascinanti che mi sia capitato di leggere, evocando nella dimensione ristretta e periferica della campagna galiziana la vertigine storica che separa la società della Belle Èpoque dal mondo emerso dalla catastrofe della Grande Guerra, e il solenne cupio dissolvi con cui questo mondo di mezzo si consegnerà al sacrificio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel sofisticato gioco dei rimandi e delle allusioni che Lernet-Holenia imbastisce a beneficio del lettore, vale la pena rimarcare l’assonanza tra Ananchin e Ananke, la dea greca del destino e della necessità inalterabile, e in maniera altrettanto simbolica il parallelo autobiografico con la figura dell’orfano di incerti natali delineata nell’affascinante Michail Fëderovič Rosenthorpe. Lernet-Holenia propone una lettura gnostica della dimensione divina, da cui lo zampino del Diavolo è inseparabile, e condensa con impareggiabile forza narrativa questa funzione negli esiti via via sempre più distruttivi e catastrofici che comportano i disinteressati tentativi di Rosenthorpe di fare del bene, quasi in un’anticipazione di certo involontaria e del tutto estranea agli scopi dell’autore delle leggi che governano la teoria del caos e che condensano la complessità del mondo.

La qual cosa, forse meglio di ogni altro pregio del romanzo, lo rende tuttora un’opera attuale e capace di parlare al lettore del XXI secolo, con la stessa autorevolezza ed efficacia con cui poteva rivolgersi ai lettori tedeschi alla sua prima edizione il 1° settembre 1939, lo stesso giorno in cui un altro Anticristo, di certo quanto di più distante ci potesse essere dall’ignaro, sfortunato, povero diavolo di Lernet-Holenia, ordinava l’invasione della Polonia.

Ho provato a capirci qualcosa e, malgrado tutto, continuo a provarci. Davvero. Ho letto e ascoltato più che ho potuto negli ultimi undici giorni, cercando di intercettare tutti gli scampoli di un’informazione spesso frammentata, perché le notizie da una zona di guerra – e da questa zona di guerra in particolare, pressoché isolata dal resto del mondo e consegnata alle truppe d’invasione, non fosse per i pochi giornalisti che stanno rischiando la loro pelle per raccontarci quel che succede – sono per loro natura schegge, a meno che non abbiano la necessità di costruire una narrazione per offuscare la verità, ma continuo a non capire. Tante, troppe cose sfuggono alla mia comprensione, e alcune sconfinano nella metafisica.

Tra queste, l’invocazione alla resa dell’Ucraina che attraversa la mia bolla. Un auspicio che si ammanta delle sfumature più svariate, che si appella alle ragioni più disparate: il nostro interesse economico, il male minore per gli ucraini, le colpe della NATO, e via di questo passo. In pochi, audaci, spericolati, arrivano a celebrare Putin e le sue legittime pretese, ma ci sono pure loro, come se parlassero russo, vivessero a Mosca e si cibassero solo di propaganda di regime – miracoli di questi tempi pericolosi e bui!

E provo a mettermi nei panni di chi si augura la capitolazione veloce di Kyiv, ma davvero non ci riesco. Perché stiamo parlando della vita di 44 milioni di persone, ma anche se fossero solo 44 sarebbero comunque otto in più dei Lamed Wufnik di Jorge Luis Borges – otto in più, insomma, di quanti dovremmo essere disposti a perderne non per amore del prossimo, ma di noi stessi – e dall’inizio dell’invasione sono già migliaia i civili uccisi dalle bombe, dai proiettili, o semplicemente dagli stenti, dalla mancanza di cure adeguate, dall’esaurimento delle medicine, dal collasso degli ospedali (e non dimentichiamoci che l’Ucraina è stata colpita nel pieno della sua quinta ondata pandemica e con appena il 34% di vaccinati). 44 milioni di persone, con una loro storia solo in parte condivisa con i vicini russi, e basta leggere mezza pagina su Lviv e la Galizia per capirlo (se ne trovano di ben fatte anche su Wikipedia). 44 milioni di ucraini, senza cibo, senza acqua potabile, senza riscaldamento e ormai in gran parte anche senza elettricità, che abitano un territorio grande il doppio dell’Italia, su cui da quasi due settimane marciano i battaglioni di un esercito nemico, scaricando tonnellate di bombe sulla popolazione civile e organizzando carneficine o deportazioni con la scusa del cessate il fuoco e dei corridoi umanitari.

Credit: Il Post.

Quindi mi sfugge come si possa desiderare che gli ucraini, in più di un milione e mezzo già costretti a fuggire all’estero nella più grave catastrofe umanitaria della storia recente, lasciando le proprie case (o quel che ne rimante), separandosi dai propri cari costretti a restare, a organizzare una resistenza disperata per lo più incentrata, vista la sproporzione tra le forze in campo, su approssimativi piani di guerriglia urbana, possano accettare di cedere di buon grado non solo la loro terra e la loro identità di popolo, ma anche le legittime aspirazioni ad autodeterminarsi come popolo, a scegliere i propri rappresentanti politici, a salvare le proprie istituzioni, nel nome del male minore. Come se riuscissimo a dare per scontato che il male minore si risolva in una pacifica convivenza, quando invece lo scenario più probabile in caso di cacciata di Zelensky e insediamento di un governo collaborazionista non potrà che essere, per tutte le ragioni sopra elencate, una lunga guerra civile. E abbiamo già visto in Cecenia questo che cosa significhi, o ce lo siamo tutti già dimenticati?

Non pretendo di avere la formula magica per uscire da questo vicolo cieco, siamo tutti intrappolati nell’ennesima zona morta, ma come dicevo una settimana fa dipenderà dalla strategia che decideremo di seguire che dipenderà il nostro futuro. Purtroppo, la prima persona plurale è solo un artificio retorico, perché in realtà sappiamo tutti che nessuno di noi giocherà davvero un ruolo nelle decisioni che ci porteranno in guerra contro Putin oppure ci terranno alla finestra mentre si consuma il più vile atto di aggressione internazionale che si ricordi dal 1939 a oggi. Ma se c’è una speranza di favorire una spallata al regime che schiaccia Mosca non può che passare per una No-Fly Zone: con tutti i rischi che comporta, ma con il possibile vantaggio di non coinvolgere nel conflitto armato i civili russi. Non è un auspicio, ma una settimana fa non credevo possibile che paesi abituati a seguire le proprie agende, a tutelare prima di tutto i propri interessi di parte, potessero trovare un accordo su sanzioni così dure come quelle che sono state adottate. E non sono il solo ad aver notato il carattere di imprevedibilità che la crisi si sta portando dietro. Quindi non possiamo fare altro che seguire l’evolversi della situazione.

PS: Mi sono sforzato di evitare il parallelo per non scadere nella reductio ad Hitlerum che minerebbe l’intero discorso, ma non posso fare a meno di chiedermi in cosa consistano le differenze tra l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste e l’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin. Anche all’epoca ci saremmo appellati alla neutralità nel nome di una guerra veloce e del superiore interesse della nostra economia? Anche con la consapevolezza di quanto accaduto dopo, saremmo stati disposti a chiudere entrambi gli occhi?

PPS: Sono d’accordo con chi dice che la Terza Guerra Mondiale è già cominciata, se non altro perché non si vedono ragioni, dopo gli annunci ad allargare la sfera d’influenza russa dei giorni e dei mesi scorsi, perché Putin debba accontentarsi dell’Ucraina e risparmiare un trattamento analogo ad altri paesi «dissidenti» della sfera ex-sovietica (repubbliche baltiche in primis) da sigillare nell’orbita di una Mosca neozarista. Ma proprio come non dovremmo invocare la resa dell’Ucraina, non dovremmo nemmeno caricare sulle spalle degli ucraini il fardello dell’ultima difesa del mondo occidentale. Perché a resistenza sconfitta la trappola logica e morale del male minore risulterà smascherata, ma sarà anche troppo tardi per porvi efficacemente rimedio.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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