Blu:

Mi ritrovo a nominare cose rosse che non sono dolci.
La tua lettera… la tua ultima lettera. Stai certa che non la lascerò dove potrebbe essere letta da uno dei tuoi. È mia. Ci sto attenta, alle cose che mi appartengono.
Ne ho poche, sai, di cose mie. Al Giardino apparteniamo gli uni agli altri in un modo che priva quel termine di significato. Siamo piantati, cresciamo, germogliamo e sbocciamo insieme; pervadiamo il Giardino, il Giardino si propaga in noi. Ma al Giardino non piacciono le parole. Le parole sono astrazione, una frattura nel verde; le parole sono schemi come i recinti e i fossati. Le parole fanno male. Posso nascondermi nelle parole finché le dissemino nel mio corpo; leggere le tue lettere è come cogliere fiori da dentro me stessa, prendere un bocciolo qui, una felce lì, sistemarli e risistemarli perché facciano un bell’effetto in una stanza luminosa.

Rossa:

Stavo per dirti di scusare la mia concisione. Ma mentre ero lì lì per scriverlo ti ho immaginata scuotere la testa. Avevi ragione, all’epoca: ho costruito una te dentro di me, o sei stata tu a farlo. Chissà cosa c’è di me in te.
Ti ringrazio per la lettera, più di quanto riesca a dire. Mi ha colta in un momento di fame.
Le parole possono ferire, ma sono anche ponti. (Come i ponti che sono tutto ciò che Gengis si è lasciato alle spalle.) Ma forse un ponte può essere anche una ferita? Parafrasando un profeta: le lettere sono strutture, non eventi. Le tue mi danno un posto dentro cui vivere.

Blu:

Continuo a evitare di parlare della tua lettera. Sento che… parlarne sminuirebbe l’effetto che ha avuto su di me, lo rimpicciolirebbe. Non voglio farlo. Sono proprio figlia del Giardino, più di quanto lei sappia. Anche la poesia, che spezza il linguaggio in significato, si cristallizza, nel tempo, come fanno gli alberi. Ciò che è morbido, vaporoso, soffice e fresco diventa duro, sviluppa una corazza. Se potessi toccarti, premere un dito sulla tua tempia e piantarti dentro di me come fa il Giardino… forse allora. Ma non lo farei mai.
Quindi ecco questa lettera, invece.

Rossa:

I miei ricordi di te si perdono nei millenni, e in ognuno compari tu in movimento. Quest’immagine di te in casa, con un marito, l’infuso di rosa canina, il tramonto e il fiume, mi riempie il cuore. Un incresparsi della pelle del mare segnala la balena – e puntini di stelle formano un orso grande anni luce –, così adesso mi figuro la tua vita dagli spunti che mi hai dato. Ti immagino quando ti svegli, dormi, sorvegli le oche, lavori duramente all’aperto con braccia, schiena, gambe e la tecnologia dell’epoca. Cercherò un po’ di sommacco la prossima volta che vado in un posto dove cresce. Confesso di conoscerne solo la versione velenosa, e non credo sia quella che intendi tu.
Magari un giorno ci assegneranno allo stesso posto, in un villaggio lontanissimo su nel passato, sotto copertura, per sorvegliarci l’un l’altra, e potremo preparare un infuso insieme, scambiarci libri, riferire a casa descrizioni ritoccate delle rispettive imprese. Penso che scriverei comunque lettere, anche in quel caso.

Da Così si perde la guerra del tempo di Amal El-Mohtar & Max Gladstone
(Mondadori Oscar Fantastica Blink, 2020 – Trad. di Simona Spano, pagg. 99-106)

Gli estratti che riporto qui sopra sono solo alcune battute, ma spero che servano a rendere un’idea efficace del mondo, dei personaggi e dello stile di questo libricino (la dimensione è quella di una novella, e come tale si è aggiudicato nella sua categoria i maggiori premi del settore), scritto a quattro mani da Amal El-Mohtar e Max Gladstone, con una sintesi prodigiosa di sensibilità letteraria e introspezione.

Così si perde la guerra del tempo, titolo italiano di This Is How You Lose the Time War, è uscito a novembre nella veste minimalista ma ben curata di uno spinoff di Oscar Fantastica denominato non a caso Blink, come un battito di palpebre. E il mio consiglio è di farvene dono a Natale e di considerarlo anche per regalarlo un po’ in giro: chi lo riceverà, di certo non potrà dispiacersene.

Su Quaderni d’Altri Tempi, come di consueto, spiego meglio perché.