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Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per stradalì ricomincia la storia del calcio.

Non so se il famoso aforisma attribuito a Jorge Luis Borges (1899-1986) sia apocrifo o meno, ma mi è sempre piaciuto immaginare uno dei più grandi autori della letteratura mondiale ispirato dalla scena di due bambini che rincorrono una palla in un campo di periferia di Buenos Aires, mentre la luce del tramonto s’incunea tra i palazzi. Probabilmente, se mai disse o scrisse quelle parole, il maestro argentino era già costretto ad affidarsi alle ombre del ricordo e alle voci e agli schiamazzi che gli giungevano alle orecchie, dal momento che la sua retinite pigmentosa si era aggravata al punto da renderlo completamente cieco alla fine degli anni ’60. E questo, tra le altre cose, gli avrebbe impedito di godersi nei suoi ultimi anni le magie del più grande giocatore che abbia preso a calci un pallone.

Su Diego Armando Maradona, che ci ha lasciati lo scorso 25 novembre, mi rendo conto che potrei scrivere decine e decine di pagine senza fermarmi. Credo che sia così per chiunque lo abbia vissuto da tifoso, e chiunque abbia tifato per Maradona, per il suo Napoli o la sua Argentina, non può non aver provato per un lungo periodo della sua vita un sentimento di amore incondizionato e viscerale per il Pibe de Oro. Era ed è una forma di gratitudine per averci sottratti all’oblio e resi partecipi di uno dei più insulsi ma ambiti riti di massa dell’ultimo secolo e mezzo: fuori di tecnicismi e retorica, il gioco del calcio. Per me è stato così fino all’ultimo ed è così ancora adesso.

Anche se oggi non si direbbe a scorrere la marea di ricordi e di cordoglio che ha sommerso la rete, le pagine dei giornali e i palinsesti televisivi, fino a non più di una settimana fa per la quasi totalità degli organi di informazione, come pure, non per fare il puntiglioso, per la quasi totalità degli appassionati di calcio, Maradona veniva trattato come il nemico pubblico N. 1. Le accuse di oltraggio alla morale pubblica, di rappresentare un cattivo esempio per i giovani, di slealtà sportiva, erano all’ordine del giorno quando si parlava di lui, così come l’inevitabile ricordo delle sue dispute giudiziarie con il fisco italiano (una vicenda kafkiana, come ricostruito in questi giorni dal Foglio, scaturita da un gesto di improvvisazione quasi situazionista di due sindacalisti e ingigantitasi fino a diventare una valanga che ha finito per seppellire qualunque cosa, inclusa la verità).

I mille e uno volti di Maradona

Dai primi calci tirati a quella che possiamo immaginare come una palla di stracci per le strade di Villa Fiorito (e nessuno ha usato meglio le parole di Julio Velasco per descrivere la parabola di Diego Armando Maradona dalla periferia di Buenos Aires al jetset internazionale) alla sua villa a Tigre, passando per i campi da gioco di mezzo mondo, la Rambla, le strade della vita notturna di Napoli e i grattacieli di Dubai, quello di Maradona è un corpo che indossa mille maschere, di volta in volta spavaldo, arrogante, rabbioso, sconvolto, annebbiato, assente, sorridente, ma che sotto nasconde sempre lo stesso volto, quello del ragazzo del barrio che all’esordio in Primera División, a sedici anni non ancora compiuti con la casacca degli Argentinos Juniors, dichiara ai giornalisti che nella sua vita è cambiato tutto da quando… è tenuto a rilasciare interviste.

Prestigiatore con il pallone, virtuoso capace di non smarrire mai l’efficacia, architetto di invisibili geometrie di gioco ormai impresse a fuoco nel nostro immaginario calcistico, condottiero in campo, leader politico, antagonista, istrione, castigatore di ogni malcostume che avrebbe poi finito per prevalere nel mondo del calcio non solo italiano (il vizietto di chiudere gli occhi davanti alle tante forme di discriminazione, il carrierismo politico, il ribaltamento dei valori di lealtà e correttezza dello sport perpetrato a piacimento), specchietto per le allodole dei moralismi buoni per ogni stagione; nell’arco della sua carriera Maradona sarebbe stato tutto questo, insieme a tante altre cose che forse in tanti, pur attribuendogli proprio per questo l’inevitabile marchio d’infamia, un po’ gli invidiavano: la vita dissipata, l’abilità di vivere sempre al limite, con il pedale del gas al massimo, di sfidare le convenzioni sempre e comunque. Socialista, terzomondista, peronista. Sperperarore di fortune e accorto gestore delle sue finanze, ma soprattutto benefattore e filantropo. Figlio devoto, marito infedele e padre discutibile. Maradona andava preso per com’era, perché non puoi avere la luce senza le crepe che la lasciano passare, per ricordare ancora una volta Leonard Cohen: pieno di contraddizioni e paradossale forse per sua natura intrinseca, come il suo corpo compatto ma capace di arrivare dappertutto attraverso quell’estensione rappresentata dalla sfera, alfiere di un calcio non euclideo, inventivo, fantasioso, attore di una forza a distanza in grado di sfidare le leggi inappellabili della gravità. E capace, ogni volta, di inventarsi nuovi peccati per cui inevitabilmente arrivare a pentirsi e dover chiedere scusa. Magari dopo poche ore o pochi giorni, come in occasione della terribile rissa scatenata in finale di Copa del Rey ormai agli sgoccioli della sua esperienza spagnola, magari dopo vent’anni.

Per me Maradona è tutto in quello sguardo un po’ timido del quindicenne di Villa Fiorito, tutto il contrario dell’esuberanza atletica, del controllo tecnico, dell’estro artistico, del talento innato – insomma, in una parola, del genio – che già da bambino esibiva sui campi di calcio, al punto da spingere un tassista a suggerire a Gianni Di Marzio, allora tecnico proprio del Napoli, questo ragazzino con le carte in regola per diventare un crac. Era il 1978 e il Napoli avrebbe potuto prenderlo per duecento milioni di lire, se le frontiere non fossero state chiuse. In fondo, come dice con spirito partenopeo un testimone di quegli anni intervistato per il documentario Maradonapoli di Alessio Maria Federici (2017), una sentita ricostruzione dell’impatto avuto da Maradona sulla vita della città e dei suoi abitanti e tifosi, lui era già «un napoletano che viveva all’estero».

Diego Armando Maradona e la politica

La notizia del suo arrivo a Napoli colse il mondo intero alla sprovvista. Gli anni di Barcellona, che lo aveva acquistato nel 1982 dall’amato Boca Juniors, non furono facili: malgrado le prestazioni di Maradona, il club catalano raggranellò in due anni qualche successo nei confini nazionali, ma rimase sempre lontano dalla vetta della Liga, come pure dai trofei continentali. Per di più, l’esperienza spagnola di Maradona fu costellata di infortuni, a partire da un’epatite virale che lo tenne lontano dal terreno di gioco per diversi mesi, fino alla rottura della caviglia (con annessa lesione dei legamenti) rimediata per un intervento criminale del difensore basco Andoni Goikoetxea Olaskoaga in un match con l’Athletic Bilbao passato tristemente alla storia. Altri mesi di assenza e di riabilitazione, fino al rientro in squadra all’inizio del 1984 per una volata finale che si sarebbe conclusa con la finale di Copa del Rey, di nuovo contro l’Athletic di Goikoetxea. La vita di Maradona, come vedremo, è piena di questi ricorsi, dopotutto «la vita è un cerchio piatto», come insegnano Nic Pizzolatto e True Detective. La partita viene persa dal Barcellona e culmina in una rissa degna delle stracittadine bonaerensi. Nel frattempo, però qualcosa si era incrinato nel rapporto con il club che tanto lo aveva voluto da renderlo il giocatore più pagato del mondo. Le voci sulla vita notturna di Diego indispettiscono la dirigenza blaugrana, che a fine stagione si ritroverà disposta (costretta?) a cederlo.

Il mondo è con il fiato sospeso. Dove giocherà a settembre il giocatore più forte del mondo? Nel documentario che Asif Kapadia dedica a Diego Maradona nel 2019, assistiamo a un compassato giornalista della televisione francese annunciare la prossima destinazione del Pibe de Oro: «La città più povera d’Italia, e forse una delle più povere d’Europa, acquista il giocatore più costoso del mondo». Non è il Real, non è la Juventus, ma il Napoli di Corrado Ferlaino, che fino ad allora sfoggiava in bacheca due Coppe Italia, una Coppa delle Alpi e una Coppa di Lega Italo-Inglese e che adesso metteva a segno il colpo del secolo, portando in una città che nelle riprese dell’epoca sembra davvero una città del terzo mondo (non me ne vogliano gli amici napoletani, dopotutto veniamo dalla stessa terra), l’equivalente moderno degli eroi della mitologia classica.

Ai giornalisti che gli domandano cosa si aspetti da Napoli, Maradona risponde candidamente: «La tranquillità che non avevo a Barcellona. Ma, più di ogni altra cosa, rispetto». E Maradona, acquistato per tredici miliardi e mezzo di lire attraverso una fideiussione del Banco di Napoli rilasciata grazie al patrocinio della DC campana (che all’epoca esprimeva la segreteria del partito con Ciriaco De Mita e il sindaco della città con Vincenzo Scotti, due a cui del Napoli importava relativamente), atterra a Capodichino e attraversa la città in cui ha scelto di vivere gli anni migliori della sua carriera. Nemmeno quattro anni prima il terremoto dell’Irpinia aveva colpito anche la città, ma soprattutto aveva rivelato al resto d’Italia una delle terre più povere del suo territorio, di cui in pochi fino ad allora sapevano qualcosa, e Napoli (calcisticamente parlando, ma probabilmente non solo) era un po’ l’avamposto di un territorio d’oltremare da trattare con l’indulgenza della miglior retorica neocoloniale. Invece, all’improvviso, la sua squadra di calcio, una compagine di mezza classifica con alle spalle una società patronale, reclamava il suo posto al tavolo delle grandi. È il 1984 e Maradona viene presentato in una conferenza stampa incandescente e poi ai suoi tifosi in un’esibizione al San Paolo passata anch’essa alla storia. Già allora, come osserverà poi il suo presidente-carceriere, Maradona incarna lo spirito di Napoli.

Il primo anno, ancora una volta, non è facile. La squadra è poco competitiva e la Serie A non fa sconti al giocatore più forte del mondo: i difensori sono aggressivi, gli arbitri non tutelano quello che è a tutti gli effetti un patrimonio non solo del Napoli ma di tutto il calcio italiano e Maradona colleziona falli su falli, non sempre fischiati. È un calcio completamente diverso da quello a cui siamo ormai abituati, con pochi riflettori e molto fango, giocato su campi spesso al limite della praticabilità, che oggi vediamo solo nelle categorie inferiori. E Maradona risponde a modo suo: invece di perdere tempo in inutili recriminazioni, si adatta, cambia i tempi di gioco, diventa più veloce, alza il tasso tecnico e aumenta il coefficiente di imprevedibilità delle giocate. Il Napoli conclude il campionato a metà classifica ma Maradona segna 14 gol in 30 presenze. L’anno dopo i gol saranno 11, ma è già nato un Maradona diverso, lungo la rotta di avvicinamento ai Mondiali del 1986 e allo Stadio Azteca di Città del Messico, dove prima infliggerà all’Inghilterra la sconfitta più cocente della sua storia, e una settimana dopo condurrà l’Argentina alla sua seconda Coppa del Mondo.

«La vendetta è un piatto che va servito freddo» recita un vecchio proverbio Klingon e Maradona lo aveva cucinato per quattro anni, dopo la disastrosa guerra delle Falkland costata la vita a centinaia di giovani della sua generazione, la prigionia a migliaia di soldati, e l’onta della sconfitta a un popolo intero, già oppresso da anni di crisi economica e di dittatura militare. È una rivincita con il sapore della vendetta soprattutto per come viene consumata: nei quarti di finale, nel giro di quattro minuti, duecentoquaranta secondi che separano il gol più controverso dal gol più bello della storia. E non sarebbe stato lo stesso se l’ordine fosse stato inverso, perché il primo gesto (la famosa «Mano de Dios», nell’espressione usata da Diego) segna il pareggio con la forza militare e le ambizioni neo-imperialistiche della Thatcher, mentre il secondo esprime la prevalenza della bellezza, della classe e dell’arte sopra ogni cosa. Il primo è un gesto politico, il secondo è un atto estetico, che trasforma il vendicatore in un oggetto ultraterreno, un barrilete cósmico nella famosa telecronaca del commentatore argentino Hugo Morales.

È così che nasce la leggenda di Diego Armando Maradona e niente, dopo quella partita, sarà più lo stesso. Per lui, per l’Argentina che vincerà il Mondiale e per il Napoli che l’anno dopo avrebbe vinto il suo primo campionato di Serie A, una conquista impensabile fino ad allora, replicata nel 1990 e mai più ripetuta nei trent’anni successivi.

In quegli anni Maradona diventa più influente di tanti capi di stato. Non è solo ammirato come calciatore, ma matura un seguito che le tante figurine politiche da cui siamo assediati oggi, in televisione e sui social, si sognano ancora la notte. Oggi si parlerebbe di leadership, all’epoca si parlava – con un’espressione oggi fin troppo retorica – di condottieri. Maradona dava voce agli ultimi, ancora una volta: dopo gli argentini umiliati alle Falkland, i napoletani che in ogni stadio d’Italia in cui mettevano piede trovavano ad attenderli striscioni e cori degni dell’apartheid (come avrebbe brillantemente riassunto in uno sketch da applausi Massimo Troisi, e come ricorda nella sua ricostruzione impareggiabile Massimiliano Gallo sulle pagine del Napolista).

La vita e gli amori di Diego Armando Maradona

No, non voglio parlare qui del gossip che ha accompagnato Maradona fin dal suo arrivo in Europa, ovunque andasse, prima a Barcellona, come si è visto, e poi a Napoli. Gli aneddoti si sprecano, ne abbiamo lette di tutti i colori in questi giorni e vi risparmio la rassegna. Ma la vita di Maradona è stata indubbiamente piena di amore, dato e ricevuto.

La scelta di Napoli e il legame viscerale che riuscì a instaurare con la città fin dal suo arrivo meriterebbe un’analisi antropologica che non ho gli strumenti per svolgere qui: fu sicuramente una sfida, lanciata da Maradona al mondo del calcio, ma quale calcolo indusse i suoi procuratori ad accettarla rimane e rimarrà sempre un mistero. Come termine di paragone, fatte le debite proporzioni e senza offesa per nessuno, è come se Messi venisse a giocare nel Bologna: non il Messi di oggi, ma quello che dieci anni fa vinceva le Champions con il Barcellona.

L’amore che ricevette in cambio dalla città divenne in un certo modo tossico negli ultimi anni della sua esperienza napoletana, come se un dosaggio eccessivo avesse scatenato degli effetti collaterali. Nel 1989, dopo la finale di ritorno della Coppa UEFA che consegnò al Napoli il primo (e finora unico) grande trofeo internazionale, Maradona chiese a Ferlaino di lasciarlo andare. Anche le grandi storie d’amore finiscono e sicuramente è meglio finirle quando si è ancora in tempo, piuttosto che tirare la corda finché si spezza.

Ma Ferlaino aveva altri programmi. Voleva ancora una grande affermazione continentale, ma per riuscirci il Napoli avrebbe dovuto vincere un altro scudetto. Così trattenne Maradona contro la sua volontà e, viste le voci sulle sue frequentazioni private, gli mise alle calcagna un investigatore privato. È così che ebbe inizio la fine.

La leggenda di Diego Armando Maradona

Dalle partite illegali di beneficenza ai gol impossibili segnati da ogni posizione – la compilation delle reti segnate con il Napoli è impressionante: da fermo, al volo, dalla tre quarti, di testa, direttamente da calcio d’angolo, rigori ogni volta diversi – i sette anni italiani di Maradona rappresentarono qualcosa di mai visto prima e che mai si sarebbe rivisto in seguito.

Ancor più che i suoi gol, però, destano meraviglia ancora oggi le giocate: gli assist, non sempre finalizzati; i tocchi del repertorio (di tacco, sombrero, veronica, no-look), ora per smarcarsi, ora per saltare l’uomo, ora per servire i compagni; i falli subiti senza protestare, di cui sono pieni i suoi anni spagnoli e italiani.

Il vertice inarrivabile, per lo meno dopo la partita con l’Inghilterra, è in un momento non di gioco, e anche questo rende forse la dimensione del personaggio. Semifinale di ritorno della Coppa UEFA 1989 contro il Bayern, durante il riscaldamento pre-partita delle squadre dagli altoparlanti dell’Olympiastadion di Monaco partono le note di Live is Life degli Opus, eseguita da una cover band ingaggiata per l’occasione, e Maradona inizia uno spettacolo passato alla storia.

La partita finirà 2-2 e il Napoli si qualificherà per la finale con lo Stoccarda. Cos’altro aggiungere?

Dopo quella finale, dicevamo, inizia l’arco discendente della parabola di Diego Armando Maradona. «La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo». Sono le parole con cui Eldon Tyrell ammonisce paternalisticamente Roy Batty in una delle scene più cruente di Blade Runner. «E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti». Parole che potremmo applicare anche alla vita di Maradona.

La stagione 1989-90, come tutte quelle a ridosso di un mondiale, non fu per lui come le altre. Malgrado l’intensificarsi di problemi fisici di vecchia data, inclusa una sciatica che lo costrinse per diversi mesi a sottoporsi a delle dolorose infiltrazioni, malgrado la dipendenza dalla cocaina anche per questo diventasse sempre più acuta, Maradona trascinò il Napoli al secondo scudetto e arrivò ai Mondiali di Italia ’90 deciso a condurre anche la nazionale argentina al secondo successo di seguito dopo Messico ’86. L’Argentina era la squadra da battere e fin dal match inaugurale disputato a San Siro (perso per 1-0 contro il sorprendente Camerun di Roger Milla, che riuscì a difendere eroicamente il vantaggio in 9 contro l’assedio albiceleste) apparve chiaro che non sarebbe stata una passeggiata di salute fino alla finale: in qualsiasi stadio giocassero, i gauchos di Carlos Bilardo venivano accolti dall’ostilità del pubblico.

Il percorso complicato dell’Argentina, qualificata agli ottavi come miglior terza classificata del suo girone, superato il Brasile di misura e la Yugoslavia ai rigori, andò quindi a collidere con quello della nazione ospitante, in una partita evidentemente organizzata dal destino: il 3 luglio 1990, nello stadio che lo aveva visto splendere in campionato e in Europa, Maradona avrebbe giocato non solo contro l’Italia, ma contro il suo pubblico.

Checché raccontino oggi cronisti sportivi dalla memoria labile ed ex-giocatori forse colpiti alla testa da troppe pallonate, secondo la vecchia consuetudine italica della ricerca di un alibi a tutti i costi, il San Paolo quella sera non tifò Argentina, nonostante le preventive esortazioni del loro beniamino a non dimenticare gli anni trascorsi insieme e il trattamento riservato ai napoletani dal resto d’Italia, ogni santa domenica. Anzi, le azioni dell’Albiceleste furono accompagnate fin dal primo minuto da fischi sonori, così come il girone infernale dei calci di rigore che decise la partita dopo i supplementari conclusi sull’1-1. Nelle riprese dell’epoca si vede Maradona applaudire agli spalti, a fine partita, ma sugli spalti è tutto un film di sconforto, di lacrime di rabbia e di frustrazione, e sono pochi i settori che ricambiano l’applauso del Pibe de Oro.

L’Italia è fuori dai Mondiali e l’eliminazione brucia, non solo sugli spalti. Si racconta che fu in quell’occasione che la dirigenza del mondo calcistico italiano la giurò a Maradona. La finale dell’Olimpico, di rara noia per una finale mondiale, vide una riedizione della finale dell’Azteca, con l’Argentina opposta alla Germania dell’Ovest. La partita fu decisa da un rigore inventato dall’arbitro e messo dentro da Brehme, che superò un grande Sergio Goycochea, uno dei migliori portieri del torneo.

Maradona andò a ritirare la sua medaglia d’argento in lacrime, deluso da un mondo che, dopo essersi retto per anni sulle sue spalle, all’improvviso gli era franato addosso con tutto il suo peso. Da calciatore più ammirato, si ritrovò a essere nominato personaggio più odiato dagli italiani nei sondaggi dei quotidiani, il suo stile di vita un tempo invidiato fu messo all’improvviso sotto attacco da rotocalchi e trasmissioni televisive.

Maradona smarrì del tutto lo spirito solare, gioioso, che lo aveva accompagnato fino a un anno prima, e divenne una figura pubblica costantemente adombrata. Memorabili le riprese della cena di Natale del Napoli di quell’anno: Maradona, che era stato l’anima di tutte le feste a cui aveva preso parte fino ad allora, assiste in disparte, con aria seriosa e un po’ infastidita. Il 17 marzo 1991 sarebbe risultato positivo a uno dei primi controlli antidoping, dopo una partita casalinga del Napoli contro il Bari vinta di misura. Gli sarebbe stata comminata una squalifica di un anno mezzo, il Napoli avrebbe chiuso la stagione settimo e non avrebbe più rivisto il più grande calciatore del mondo indossare la 10 con i suoi colori.

Spiace doverlo ammettere, ma nella fine di Maradona giocò un ruolo importante anche l’incapacità del Napoli di tutelare il suo campione, come ricorda Gianni Minà, fino a lasciarlo incappare fatalmente nella trappola dell’antidoping.

Maradona avrebbe lasciato Napoli la sera del primo aprile 1991. I conti con lui erano chiusi. Era la fine di un’epoca, anche se non tutti se ne accorsero subito.

Adesso che le lacrime della commozione generale gonfiano la marea del cordoglio, nessuno sembra voler ricordare le parole di condanna, il biasimo unanime, i giudizi sprezzanti, le sentenze del tribunale popolare dell’opinione pubblica che all’epoca accompagnarono l’uscita di scena di Maradona. Ma la mia memoria per fortuna è di ferro e a tutti i sicofanti di allora scopertisi adesso magnanimi nella vittoria, io rivolgo il mio più sincero invito a tapparsi la bocca e andarsene a fare in culo.

Le mille e una morte di Maradona

Maradona ha vissuto mille vite e altrettante volte lo abbiamo visto morire e risorgere. Anche se ha legato indissolubilmente la sua fama a tre maglie (quella blaugrana, quella azzurra e quella dell’Albiceleste), ne ha vestite altre cinque, tra cui quella dell’esordio tra i professionisti degli Argentinos Juniors e quella del Boca, i suoi colori del cuore. Ogni esperienza si è conclusa in maniera malinconica, a dir poco, e gli ultimi anni da calciatore dopo la squalifica per doping del 1991 sono fotogrammi evitabili e per questo ancor più dolorosi di un unico, lungo, lento addio. L’unica parentesi di gloria in grado di riportarlo ai fasti del decennio precedente è rappresentata dai Mondiali di USA ’94, dove un nuovo controllo antidoping mise fine alla rincorsa del terzo titolo mondiale per l’Argentina.

Sulla sua carriera da allenatore e commissario tecnico, possiamo tranquillamente sorvolare. Maradona non era nato per insegnare agli altri il gioco del calcio, e dopotutto il talento non si può condividere, così come il genio non si può travasare.

Maradona era nato semplicemente per renderci felici. Alcuni lo hanno capito solo adesso, dopo essere stati per anni accecati dall’invidia e dalla Schadenfraude. Altri non hanno mai smesso di crederlo, fin dalla prima volta che gli hanno visto prendere a calci una palla, un limone o un’arancia.

Siamo noi, che adesso lo piangiamo. Mentre Maradona consuma l’ultima morte ed è finalmente libero di misurarsi con l’unico limite che compete alla sua dimensione: l’eternità.

Perry Mason è probabilmente l’avvocato per eccellenza a cui finiamo per associare la nostra idea di legal drama in formato televisivo, quelle serie TV a sfondo giudiziario in cui avvocati e studi legali giocano un ruolo centrale. Per i più giovani, Law & Order, The Practice e Suits forniranno degli utili termini di paragone, ma almeno tre generazioni di spettatori non potranno fare a meno di pensare al faccione di Raymond Burr, che ha iconicamente legato alle proprie fattezze il volto dell’avvocato più famoso d’America (e probabilmente non solo), prima attraverso la serie originale della CBS (1957-1966) e poi con una striscia di 30 film trasmessi dalla NBC tra il 1985 e il 1995.

Creato nel 1933 da Erle Stanley Gardner (1889-1970), avvocato californiano che dal ’23 collaborava assiduamente a Black Mask, il più importante periodico di crime fiction dell’epoca, Perry Mason è stato protagonista di qualcosa come ottantadue romanzi e quattro racconti, praticamente tutti basati sulla stessa formula narrativa: Mason difende un innocente ingiustamente accusato di un reato, scagionandolo in sede di udienza preliminare o di processo a costo di mettere la giustizia davanti alla legge, e smascherando il vero colpevole.

Memore di questo meccanismo, ammetto di essermi avvicinato alla nuova serie televisiva prodotta nel 2020 dalla HBO e trasmessa a partire da settembre da Sky Atlantic con ben più di un pregiudizio. E altrettanto sinceramente, riconosco che l’approccio dell’operazione mi ha positivamente sorpreso e smentito con un risultato di assoluta efficacia e di fascino immediato.

Prodotto tra gli altri da Robert Downey Jr e da sua moglie Susan Downey, la nuova serie è stata sviluppata e sceneggiata da Rolin Jones e Ron Fitzgerald dopo l’abbandono di Nic Pizzolatto, originariamente accostato al progetto e poi allontanatosene per dedicarsi alla terza stagione di True Detective. La regia, affidata al veterano Tim Van Patten (già regista, oltre a The Wire e The Pacific, anche di diversi episodi de I Soprano e di Boardwalk Empire, di cui è stato anche produttore esecutivo, e con cui è stato ripetutamente nominato per gli Emmy Award) e alla giovane regista turca naturalizzata francese Deniz Gamze Ergüven (classe 1978, con all’attivo due film impegnati accolti molto bene dalla critica come Mustang e Kings, e alcuni episodi della terza stagione di The Handmaid’s Tale), segue le peripezie di un giovane Perry Mason, veterano traumatizzato dagli orrori della Grande Guerra interpretato dal gallese Matthew Rhys (vincitore dell’Emmy Award per The Americans), nella Los Angeles della Grande Depressione.

L’arco narrativo si sviluppa in otto puntate (o, per meglio dire, riprendendo i titoli della produzione, “capitoli”) tra gli ultimi giorni del 1931 e i primi mesi del 1932, a partire dal ritrovamento del cadavere di un neonato vittima di un efferato omicidio fino al processo imbastito dall’ufficio del procuratore distrettuale contro sua madre, rea agli occhi della stampa e dell’opinione pubblica di aver intrattenuto una relazione extraconiugale con uno dei rapitori. Perry Mason e il suo socio Pete Strickland (Shea Whigham) vengono incaricati dall’avvocato E. B. Johnson (John Lithgow) di indagare sul caso per raccogliere le prove che scagionino la donna, ma quando il suo mentore e datore di lavoro è costretto a una drammatica uscita di scena toccherà a Mason, coadiuvato dall’associata Della Street (Juliet Rylance) e dal detective di quartiere Paul Drake (Chris Chalk), sbrogliare il caso anche in aula e dimostrare, in quello che diverrà il suo battesimo del fuoco in tribunale, l’innocenza della donna.

La trama si dipana tra predicatrici invasate (degna di nota la prova di Tatiana Maslany nel ruolo di Sorella Alice) e poliziotti corrotti, cercando come sempre di far emergere la verità attraverso la coltre fumosa sollevata dal procuratore distrettuale per ritorcere i pregiudizi morali della giuria contro l’accusata, mentre masse di fedeli impoveriti dalla crisi pendono dalle labbra di Sorella Alice e dalle promesse di redenzione della sua Radiosa Assemblea di Dio per trovare una via d’uscita dalla miseria delle strade di L.A. e del suo hinterland sconfinato.

La serie, originariamente pensata come autoconclusiva ma già confermata dalla HBO per una seconda stagione, si segnala oltre che per la precisione del meccanismo narrativo, requisito indispensabile per la riuscita di ogni dramma giudiziario, anche per l’ammaliante atmosfera noir ricreata dalla messa in scena di John P. Goldsmith e dalla fotografia di Darran Tiernan, coadiuvati dalla costumista Emma Potter.

Perry Mason è un prodotto di classe, che tiene incollati dal primo all’ultimo capitolo e che scioglie tutti i nodi di una trama intricata, dimostrandosi al contempo anche un mirabile esempio di un modo nuovo e consapevole di fare cinema e televisione (la linea di separazione tra i due ambiti, come sappiamo, si fa ogni giorno più tenue) di qualità.

[Questo pezzo è rimasto in bozza per quasi quattro anni. A volte, nel corso di questi mille e passa giorni, mi sono ripromesso di riprenderlo, ma poi non mi sono mai deciso a sistemarlo come mi sarebbe piaciuto. Ogni volta che parlo del mio paese e della mia terra, parlo indirettamente dei miei amici, della mia famiglia, e – come è facile verificare dai contenuti del blog – ho sempre cercato di conservare una netta separazione tra pubblico e privato. In più, per me, come credo per molti, parlare della mia terra è come parlare di una storia d’amore che va avanti da decenni, tra alti e bassi… non ne parli, se non ti ci trovi proprio costretto. Ogni volta che l’ho fatto in passato (potete consultare gli archivi dello Strano Attrattore), mi sono pentito un istante dopo aver premuto il tasto invio: sono cose che ancora oggi mi sembrano patetiche, un effetto che detesto. Ma a volte non ne puoi proprio fare a meno. Il pretesto di questo post scaturiva da un articolo apparso nel gennaio del 2017 sull’Espresso, un articolo che parlava del paese in cui sono cresciuto, presentandolo come “il paese cancellato per sempre”. Messa così, non poteva non costringermi a prendere una posizione. Risale così a quei giorni questa mia sorta di replica, che di sicuro non aggiunge granché al dibattito sulla ricorrenza che cadrà domani per i 40 anni dal Terremoto in Irpinia. Ma che dà forma a pensieri meditati a lungo e finora sempre silenziati.]

Castelnuovo non è un paese cancellato per sempre. Non è un museo delle porte chiuse. Non è nemmeno un paese da salvare. È difficile definire davvero cosa sia e forse qualsiasi tentativo in questa direzione sarà invariabilmente destinato a scontrarsi con la frustrazione. Ma anche per questo è tanto più importante cominciare a stabilire quel che non è.

Ovviamente, questa sua mancanza di definizione, lascia un po’ interdetti. Lascia interdetto persino chi come me ci è nato o cresciuto, chi per anni ha vagheggiato di andarsene per poi, una volta lontano, abbracciare l’attesa di segno opposto del ritorno. Figuriamoci chi ci arriva da fuori e si trova davanti questa manciata di case sparse sul fianco di una montagna, nemmeno poi così alta da spiccare ed evitare di finire stritolata tra le montagne che la circondano da questa e dall’altra parte della valle del Sele. Lo capisco. Capisco mia moglie che a distanza di qualche anno dalla prima volta che ce l’ho portata continua ancora a chiedersi quale segreta attrazione possa esercitare questa terra su chi la ha abitata (capisco meno ma mi riempie di irrazionale euforia sentirne parlare il più grande dei nostri figli, che dopo averci messo piede non più di quattro volte ne parla come di un posto mitologico se non fiabesco), quindi comprendo lo spirito dell’articolo di Franco Arminio, che vi giunge da un paese non tanto distante e che nel tempo ha sfiorato il rango di cittadina, per poi ricadere nella dimensione del borgo.

In effetti, Castelnuovo forse non è nemmeno un paese. Bensì, come minimo, un trittico di paesi: c’è il centro storico, ricostruito per intero dopo essere stato raso al suolo dal terremoto del 1980, e che con le facciate colorate delle sue case riproduce sullo sperone roccioso su cui sorge l’andamento dei tetti del paese scomparso; c’è l’insediamento provvisorio dei prefabbricati in cui furono alloggiate le famiglie in attesa della Ricostruzione, e che non è mai stato smantellato ma continua ad alloggiare ancora oggi famiglie d’inverno ed emigranti d’estate, oltre a quella che di fatto è diventata la piazza principale del paese; e infine c’è il paese ricostruito, il piano di zona, che non ha una sua personalità ben precisa e, come gran parte dei paesi ricostruiti a seguito del sisma, assomiglia a uno strano incrocio tra una stazione antartica di ricerca e una base militare: ordinato, pulito, ma in fondo anonimo. La monotonia è interrotta da un campo sportivo degno di una compagine semiprofessionale, sovrastato da una chiesa dall’architettura assurda, che a vederla si fa anche un po’ fatica ad accettarla come luogo di culto, e forse per questo la accompagna un campanile monumentale che ricorda piuttosto un razzo pronto al decollo sulla rampa di lancio.

Il paese già così è quindi uno e trino e questa tripartizione è sempre stata un po’ fonte di confusione tra chi vi abita. Dove incontro oggi i miei amici? Alla piazza di sopra o alla piazza di sotto? E dove organizziamo quest’anno la festa patronale? Nel paese nuovo o nel centro storico o nella piazza dei prefabbricati? Capirete quindi dove si origina la mia dissociazione, e sicuramente anche quella di molti altri miei compaesani.

Con il tempo, è vero, in tanti siamo partiti. Chi per necessità, chi per esasperazione, chi per mancanza di alternative. Pochi, credo, per il desiderio di scoprire il grande mondo là fuori. La maggior parte, malgrado tutto, controvoglia. Me compreso.

Già prima che me ne andassi, Castelnuovo di Conza era in proporzione il secondo comune in Italia con il peggior saldo di emigrazione. In pochi di quelli partiti sono tornati. Dopo il miraggio della Ricostruzione, che ha richiamato decine di famiglie dall’estero, l’esodo è ripreso, svuotando di nuovo le case e sprofondando le strade nel silenzio e nell’abbandono. Di questi tempi, purtroppo, chi parte non può confidare in un ritorno a breve. Si finisce per piantare le radici altrove e in un batter d’occhio il sogno di tornare si confonde con la promessa di un buen retiro per la pensione. E poi la pensione diventa un miraggio essa stessa.

Forse per senso di colpa o solo per spirito d’avventura, qualche anno fa ho provato anche a cimentarmi nella vita amministrativa. Il ruolo di consigliere comunale, in paesi come il mio, ha in fondo un alone romantico e a conti fatti si configura a pieno titolo come un’attività di volontariato. Ma consente di imparare alcune cose. Per esempio, cosa banale ma non scontata, che non è quasi mai sufficiente la buona volontà: un muro invisibile esclude la politica locale delle piccole comunità dai centri decisionali di stato e regioni. Oppure che ormai sono così tanti i vincoli posti all’iniziativa, da rischiare con facilità lo stallo amministrativo, al punto da dover combattere quotidianamente per il reperimento delle risorse necessarie all’autosostentamento. Figuriamoci allora pensare di intraprendere progetti di sviluppo, unica possibile ancora di salvezza per un comune che ha perso più di un terzo dei suoi abitanti dal 2001 al 2016.

Eppure, malgrado tutto questo, io e molti altri come me facciamo sempre un po’ fatica ad accettare il quadro a tinte fosche di questa minuscola realtà che periodicamente emerge da articoli come questo. Senza dubbio possiamo ricondurre un simile atteggiamento al legame emotivo che ci costringe al posto in cui siamo nati e cresciuti. E con il tempo mi vado convincendo che questa sia anche una parte del problema, perché in fondo nessuno di noi vorrebbe che il nostro paese cambiasse: né chi ci vive, perché magari è disposto ad accettare come un compromesso l’assenza di servizi e talvolta l’ostilità stessa dello stato, né chi è andato via, perché in fondo spera sempre di tornare e trovare lo stesso paese incantato che ha preservato intatto per così tanti anni nella memoria, quel paese delle meraviglie che probabilmente tanto meraviglioso non era per averlo spinto a partire… E quindi siamo un po’ tutti noi, con la nostra rassegnazione o il nostro egoismo, in ogni caso con la nostra personale mancanza d’iniziativa, a condannare questi posti all’immutabilità, quasi li volessimo conservare sotto una campana di vetro, congelati in una dimensione astratta, che poi non è nient’altro che la dimensione illusoria, fallace e parziale del nostro ricordo.

Tutto questo non dovrebbe tuttavia offuscarci la vista e impedirci di scorgere i difetti e la fallacia del quadro che ci viene ripetutamente presentato. Perché la condizione di Castelnuovo non è un’anomalia, ma è sempre più diffusa e riguarda un numero in crescita costante di paesi, di borghi, di comunità rurali, tagliati fuori da qualsiasi prospettiva di sviluppo, perfino la più timida. Centri che hanno perso in questi anni la stazione della ferrovia o l’ospedale, oppure le scuole primarie e poi anche le scuole materne. Paesi che proprio mentre il resto del mondo si muoveva verso l’integrazione e l’inclusione si sono visti esclusi da ogni circuito virtuoso, anche per colpa di quelle politiche nazionali che ci hanno portati dove siamo oggi: un’Italia incapace di valorizzare la sua ricchezza storica, paesaggistica, culturale, incapace di dotarsi di un piano energetico nazionale, incapace di pensare a concrete strategie di sviluppo, incapace di provvedere alla benché minima programmazione anche di fronte alla certezza di una seconda ondata della crisi globale di questo 2020. E dentro questa Italia vetrina dello sfascio, un’Italia tenuta nascosta, messa tanto male da non poter essere nemmeno esposta in vetrina con le sue vergogne più appariscenti. Un’Italia ancora più vulnerabile nell’Italia già malmessa, un paese parallelo, una nazione invisibile, una sorta di federazione che comprende tutte le terre marginali che si sono volute deliberatamente creare o negligentemente dimenticare.

In questa dimensione sospesa, possiamo trovare anche Castelnuovo. Che oltre a essere un paese uno e trino è quindi anche un paese senza tempo: senza passato, raschiato via dal terremoto; senza futuro, scongiurato dalle logiche del potere che in Bassitalia da sempre declinano le politiche nazionali; e soprattutto senza presente, incapace di offrire alcuna possibilità di attaccamento al di fuori della sfera emotiva (e se vi sembra insopportabile la prospettiva del lockdown in città, provate a immaginare come dev’essere in un paese di 600 abitanti con un’età media di cinquant’anni e un reddito pro capite di 5.894 euro, una media di due componenti per nucleo familiare, un quarto della popolazione sopra i 65 anni [fonte: Comuni-Italiani.it]).

Anche se poi, a vedere le foto che corredano l’articolo ripreso sulle pagine di Doppiozero, che in realtà ritraggono l’isola-fortezza di Gunkanjima, l’isola-miniera-città al largo delle coste di Nagasaki, che fu della Mitsubishi e dopo l’esaurimento dei suoi giacimenti di carbone fu progressivamente abbandonata… il ricorso a immagini provenienti da un posto dall’altra parte del pianeta desta il sospetto che in fondo, malgrado tutto, Castelnuovo non se la passi poi così male.

Fonte: Wikipedia.
Foto di Newfotosud, Renato Esposito.
Foto di Fabat.

Che Tenet mi fosse piaciuto, per usare un eufemismo, non ne avevo fatto mistero. La settimana scorsa Quaderni d’Altri Tempi mi ha dato la possibilità di circostanziare meglio le mie impressioni e aggiungere alcuni argomenti alle considerazioni a caldo.

Si parla di monumenti cinematografici, di viaggi nel tempo e di icone pop, di spy story e fantascienza. Potete leggere la mia recensione cliccando qui. Buona lettura.

La gestazione di Terminal Shock è stata lunga, passando per riscritture, revisioni, sviluppi, almeno dal 2008 e fino all’uscita nel 2013, nella rimpianta collana Raggi curata da Luigi Acerbi per Mezzotints eBook. Quando la casa editrice ha chiuso i battenti, della novella (uscita come da politica editoriale della casa solo in formato elettronico) si sono perse le tracce, finché quest’anno Carmine Treanni non ha pensato di propormi una riedizione per CentoAutori.

Per me è stata l’occasione per fare un tuffo nel passato e, riprendendo in mano il testo, ho pensato di includere alcune «espansioni» per agevolare il senso dell’orientamento del lettore, che spero apprezzerà.

Il libro è già in circolazione da alcune settimane, acquistabile un po’ ovunque online e ordinabile in libreria se già non disponibile. Non aggiungo altro. Solo la nuova quarta.

2023: un segnale di origine sconosciuta viene intercettato dal programma SETI. La Sequenza è di evidente natura artificiale, ma la sua origine è un enigma che sfida la scienza e la ragione. 2180: l’umanità è una civiltà interplanetaria e nelle turbolente fasi della sua espansione nello spazio si è scissa in numerose fazioni. La loro rivalità alimenta un clima da guerra fredda, ma la scoperta di una struttura artificiale nella nube di Oort rappresenta un valido motivo per unire le forze intorno all’interesse comune. Chi sono i costruttori di Terminus e dove sono adesso? Qual era lo scopo della misteriosa megastruttura spaziale che hanno abbandonato ai confini estremi del sistema solare? Quando la storica missione di contatto con la stazione aliena fallisce, la più potente astronave militare mai uscita dai cantieri orbitali scompare nel nulla.
Viene organizzata una spedizione di soccorso per scoprire cosa è andato storto. Questa è la sua storia.

Parla di ciò che sai, è uno dei consigli che gli aspiranti scrittori si vedono rivolgere da colleghi più esperti o dai lettori che la sanno lunga. Ed è una delle prime cose che di solito mi salta alla mente quando mi capita di leggere, sentire o vedere interventi sulla fantascienza che provengono da non addetti ai lavori, in modo particolare in Italia. Per qualche ragione, di certo non del tutto estranea all’effetto Dunning-Kruger, qui da noi, quelle rare volte in cui la fantascienza emerge dal sommerso, succede di inciampare in articoli ospitati dalle più prestigiose testate, e scritti nel tono più solenne, che contenutisticamente tradiscono una ristrettezza di vedute a malapena conciliabile con un intervento poco più che amatoriale.

Scorrendo il blog, si potrebbe costruire una cronistoria di casi simili, ma mi limito a citare il più eclatante, che non più di sei anni fa coinvolse la rivista Nuovi Argomenti con un numero incentrato su una percezione della fantascienza italiana alquanto distorta e parziale.

Alessandro Bavari, Le Visioni di Lot: La Porta di Minosse (detail), NeXT, no. 17, 2012

L’ultimo caso, dei giorni scorsi, coinvolge nientemeno che il magazine dell’Istituto Treccani, con un articolo molto discusso in rete che propone un viaggio testuale in quello che viene definito Primo Corpus Fantascientifico Italiano e che, al di là della bontà dei titoli scelti (tutti meritevoli della massima attenzione), si ferma a qualcosa come una trentina d’anni fa, approfittando di una recente ristampa di Evangelisti (autore della saga di maggior successo della fantascienza italiana, non di certo per merito degli appassionati italiani del genere, che sono in numero esiguo) per fregiarsi di una conoscenza del panorama contemporaneo che dall’articolo non s’intuisce nemmeno da lontano.

Un atteggiamento di sufficienza che reitera, per l’ennesima volta, la vexata, aeterna quaestio, che non sto qui a riprendere. Quello che riprendo, invece, per confronto, è il lavoro che oltreoceano sta svolgendo Arielle Saiber, docente di lingue e letterature romanze al Bowdoin College di Brunswick (Maine), che da ormai un decennio dedica un’attenzione critica alla fantascienza italiana che negli ambienti accademici nostrani non è ancora stata eguagliata. Mi riferisco alla critica accademica e non a quella militante, anche se pure quest’ultima, a parte rare eccezioni (Salvatore Proietti e pochi altri), non se la passa certa meglio. Non che in questi anni non si siano fatti studi e scritti saggi sul genere, ma i casi in cui i nostri ricercatori si sono addentrati nella produzione di genere degli ultimi trenta o quarant’anni, per non dire del nuovo millennio, si possono forse contare davvero sulle dita di una mano, e non servirebbero nemmeno tutte.

Invece, nel lontanissimo Maine, a un oceano di distanza da noi, almeno dal 2011 la professoressa Saiber dedica un’attenzione costante alla produzione nostrana. Il suo è un lavoro che si nutre di una passione profonda e di una rara curiosità, fin dallo studio che la portò all’attenzione degli appassionati italiani (Flying Saucers Would Never Land in Lucca: The Fiction of Italian Science Fiction) e da un numero speciale di Science Fiction Studies curato con Umberto Rossi e Salvatore Proietti, per arrivare al suo ultimo intervento su Simultanea, rivista di media e cultura popolare in Italia, di solo pochi giorni fa: un’introduzione alle attività del collettivo connettivista.

Ora, sarebbe fin troppo facile rifugiarsi nell’antico adagio del nemo propheta in patria. Ben più amaro e motivo di disappunto, forse, è constatare invece che mentre da noi l’approssimazione è ormai la norma, al punto da ricadere periodicamente negli stessi errori, nelle stesse distorsioni, negli stessi vuoti di memoria, altrove un modo serio per fare critica, per parlare di fantascienza, perfino di fantascienza italiana, non solo è possibile, ma è ormai una consuetudine. Appunto, non è occasionale né estemporaneo, ma è il risultato di una pratica che richiede dedizione, studio, e sicuramente immersione. Che per farlo si debba andare a 6.500 chilometri di distanza, è una cosa che dovrebbe darci da pensare.

Sono trascorsi quasi due mesi dall’ultimo post, un lasso di tempo che ha inghiottito tutti i buoni propositi con cui ogni volta mi avvicinavo al blog, le rare volte in cui riuscivo a superare una sorta di blocco psicologico che quasi sempre mi impediva addirittura di aprire il link. Stati d’animo contrari, abbinati alla cronica assenza di tempo, sono state le cause principali della latitanza, mentre la mia testa era presa a rimuginare per tutta la durata di ottobre, masticando sensazioni stratificate nel tempo e indugiando in ricordi autunnali.

Foto di James Jordan: ”Night Station”.

Non hanno certo contribuito a migliorare l’umore le statistiche che hanno ripreso a delineare un nuovo stato emergenziale che sembravamo tutti aspettare, come sempre senza darci la pena di prepararci. Perché senza avanzare soluzioni da bacchetta magica, è dalla scorsa primavera che gli esperti prospettavano scenari e opportunità, ma ovviamente predicavano nel deserto perché intanto i politici, come sempre, erano troppo impegnati a rimirare il dito per concentrarsi anche sulla luna. E così già da maggio sapevamo che non sarebbe cambiato granché, e ovviamente che ci saremmo fatti trovare impreparati come la prima volta (ma senza le stesse puerili giustificazioni).

E lungi da me il voler giustificare l’ostinazione di un numero crescente di nostri concittadini a far finta di nulla, a resistere alle misure pensate dal governo per contenere il contagio, limitare i danni sociali e preservare il servizio di salute pubblica. Se la novità della prima volta aveva stimolato un senso di coesione, che aveva portato alle consuete celebrazioni patriottiche dell’italiano restio alla disciplina ma sempre pronto al sacrificio e alla solidarietà se le condizioni lo impongono, non è che le condizioni attuali richiedano meno sacrificio della prima volta, è solo che le crepe della narrazione già falsata della prima ondata si sono spalancate, aprendo voragini che stanno vomitando tutto il peggio che eravamo riusciti a nascondere sotto il tappeto o nell’armadio.

Ovviamente, le responsabilità sono equamente distribuite. 1. C’è l’incompetenza di una classe dirigente inadeguata, come dimostrano tuttora scandali che – specialmente dopo le sciaguratezze compiute in Lombardia – sarebbe bastata un minimo di attenzione per evitare. 2. C’è la vanità di una schiera crescente di scienziati che hanno pensato di poter approfittare della visibilità acquisita per imporre un nuovo culto dell’immagine, peccato che abbiano voluto far passare le proprie opinioni personali per verità incontrovertibili, come ben sottolineato da Carlo Rovelli nel corso della sua intervista andata in onda durante l’ultima puntata di Propaganda Live.

3. C’è l’opportunismo ipocrita e sempre più miope di un giornalismo che sempre più ama rimestare nella confusione, più incline a massaggiare la pancia dell’opinione pubblica piuttosto che nutrire e confrontarsi con il suo cervello. 4. E ovviamente c’è la responsabilità dei cittadini, sempre meno responsabilizzati e a corto di senso civico, su cui tutte le altre cause già enumerate finiscono per prosperare.

Sul terzo punto, ha scritto parole largamente condivisibili Luca Sofri sul suo blog, che ci ricorda, adesso che i conteggi sono ultimati, quanto poco ci sia mancato perché il mondo imboccasse ancora una volta il peggiore dei sentieri possibili. Malgrado i proclami, il trumpismo si avvia a essere una parentesi di follia cripto-dittatoriale nella tradizione retorica della democrazia americana, benché il monocrate non si stia negando tutte le armi ormai spuntate del suo repertorio populista: la parata tra due ali di sostenitori inneggianti scesi per strada per rivendicare una vittoria immaginaria, mentre si dirige scortato dal sevizio d’ordine presidenziale verso i suoi campi da golf in Virginia, è la fotografia emblematica della sua uscita di scena, il congedo perfetto di questo quadriennio deleterio.

Credit: Il Post.

Se non rimpiangeremo Trump tra le cose che ci lasceremo dietro in questo anno nefasto, sono tante le perdite che conteremo una volta portata a termine la traversata. E non potrebbe essere diversamente: mentre scrivo, il conto dei casi di COVID-19 accertati nel mondo si appresta a superare i 55 milioni e le vittime sono ben 1.320.286. Paesi come USA, India e Brasile stanno pagando un prezzo altissimo, ma anche nella civilissima Europa, Francia, Spagna, UK e Italia (con un minimo di un milione e un massimo di due, e un numero di vittime compreso tra le quaranta e le cinquantamila) sono state messe in ginocchio dalla pandemia.

Ci sarà inevitabilmente un prima e un dopo questa crisi sanitaria globale. E se al momento ci sembra di essere tutti impegnati in un’impresa titanica che somiglia ogni giorno di più a una scalata lungo un percorso impervio, con la parete rocciosa del domani che ci impedisce di lanciare anche solo un fugace sguardo oltre l’ostacolo, a un certo punto ci sembrerà chiaro che questi mesi, più che uno spartiacque, sono stati in realtà un abisso, un baratro che ha inghiottito tutte le nostre certezze, dalla scala più larga alla dimensione più intima del nostro privato. Ma non illudiamoci con il mantra che niente sarà più come prima: non abbiamo imparato dai nostri errori finora, dubito che lo faremo anche stavolta. L’unica cosa che potremo dire, forse, sarà di aver imparato nuove scuse e nuovi alibi. Tutto il resto, lo troveremo ancora lì, la prossima volta che ci sarà bisogno di prendere decisioni vitali sul medio e lungo periodo.

Tutto, tranne molte delle cose che abbiamo amato pensare che sarebbero state per sempre.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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