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Un paio di settimane fa hanno fatto molto discutere i nuovi standard di rappresentazione e inclusione elaborati dall’Academy of Motion Pictures and Sciences per essere eleggibili nella categoria miglior film. L’iniziativa si prefigge di richiamare le major a uno sforzo minimo per valorizzare le diversità, le minoranze e in generale rendere in qualche modo “non premiante” le discriminazioni. Ma il coro di dissenso che si è sollevato all’annuncio delle nuove regole ha rivelato come quel minimo impegno di decenza non fosse solo importante, ma necessario e indispensabile.

Molti si sono scagliati contro la dittatura del politically correct, la politicizzazione dell’arte, lo snaturamento della purezza dell’intrattenimento e l’ingerenza esterna nella libertà dei processi creativi. Quanto siano infondate le preoccupazioni e del tutto immotivate le recriminazioni sulla morte della dimensione creativa, e fondamentalmente delle cazzate non meditate tutte le altre lamentazioni che hanno accompagnato la notizia, lo dimostrano serie televisive come True Detective (in particolare la terza stagione), o Watchmen, o Westworld, o Perry Mason, casualmente tutte prodotte da HBO.

Tre produzioni che sono la quintessenza della rappresentazione inclusiva e, senza la necessità di rispettare delle regole per concorrere nella categoria di miglior film per la notte degli Oscar, ne rispettano appieno i requisiti. Tre serie che probabilmente – non dico trenta e nemmeno venti, ma – dieci anni fa sarebbero state molto diverse. E con altrettanta probabilità non sarebbero state i capolavori memorabili che sono riuscite a essere grazie anche alla sensibilità che le ha ispirate.

Senza stare a farla troppo lunga, potete condividere o meno le ragioni che stanno dietro la mossa dell’Academy, ma se siete tra quelli che vi leggono la morte del cinema, dell’arte, della letteratura e della libertà d’ispirazione, sappiate che non siete solo parte del problema che giustifica queste iniziative, ma nella vostra fiera intransigenza avete pure torto marcio. Adesso non sgomitate per accaparrarvi gli ultimi posti, presto partiranno dei lavori di ampliamento degli scranni per farvi stare più comodi con gli altri della vostra orgogliosa maggioranza. Da quest’altra parte della sala, piccola e stretta come si confà all’angolo degli emarginati, continueremo a goderci storie magnifiche e a scoprire validi motivi per imparare le lezioni che emergono dalla diversità. Perché fondamentalmente, fuori dall’orizzonte confortevole delle vostre province mentali, la natura umana è così che funziona e produce quanto di meglio ha da offrire al mondo. Da alcune migliaia di anni.

Dopo alcuni mesi di latitanza dall’ultima apparizione, sono tornato nei giorni scorsi sulle pagine di Quaderni d’Altri Tempi con la recensione di un bel volume di racconti della scrittrice cinese Hao Jingfang, da poco dato alle stampe da add editore.

Hao Jingfang è sicuramente una delle figure di spicco di questa ondata di narratori cinesi a cui la fantascienza occidentale guarda con interesse crescente. E una volta letti i suoi racconti non si fatica a comprenderne la ragione: la sua scrittura coniuga brillantemente critica sociale (motivo per cui le sue pubblicazioni hanno incontrato diverse difficoltà in patria), e consapevolezza artistica, la padronanza dei temi di punta del genere con una sensibilità che sfocia in alcuni passaggi particolarmente lirici, sia per il richiamo a elementi facilmente associabili alla spiritualità orientale (in particolare il buddhismo, ma anche la dottrina morale e filosofica confuciana) che per l’inclinazione malinconica dei suoi personaggi.

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Siccome Tenet è finalmente sbarcato nelle sale e tutti ne parlano, anche chi normalmente forse non lo farebbe ma invece adesso si sente in dovere dal momento che si tratta comunque del primo vero grande film distribuito dopo il lockdown, con tutto ciò che ne consegue, starete forse cercando di orientarvi nella giungla dei pareri discordi e vi starete probabilmente chiedendo se vale la pena andare a vederlo.

Ecco allora alcune buone ragioni per cui non dovreste prestare ascolto alle campane contrarie e dovreste precipitarvi al cinema prima che l’ondata di comportamenti scriteriati delle ultime settimane si traduca in una nuova serrata generale.

1. Perché, come ogni film di Christopher Nolan, dal più riuscito al più zoppicante, è garmonbozia per le vostre menti, in grado di tradurre le più macchinose e astruse contorsioni cerebrali in un senso di appagamento post-orgasmico. Alcune risposte ad alcune domande che vi sorgeranno durante la visione, potete trovarle qui (e in italiano qui). Ma cliccate su questi due link solo dopo aver visto il film, a meno che non siate già passati attraverso un tornello e passati attraverso un’inversione.

2. Perché Tenet è sia un film di spionaggio che un film di fantascienza, è un blockbuster tutto azione e colpi di scena e allo stesso tempo un esercizio filosofico sulla natura della realtà, un film alla vecchia maniera (vedi il punto 3) e un film del futuro (vedi sempre il punto 3).

3. Perché pochi registi come Nolan riescono a essere così efficaci nel coniugare il citazionismo (molti i modelli qui omaggiati, dalla spy story alla James Bond al western di Sergio Leone, dal solito Philip K. Dick al solito Christopher Priest) e l’autocitazionismo (l’assalto al teatro dell’Opera di Kiev nella sequenza di apertura è un condensato di tutte le più spettacolari operazioni di Bane in The Dark Knight Rises); così credibili nel sintetizzare la fedeltà a un’idea di spettacolo e una visione del cinema pronta a sfidare ogni volta nuovi limiti.

4. Perché Tenet è un gioco di prestigio e come ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata la promessa. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: una sequenza d’azione, un’operazione dei servizi segreti che finisce male, o un pezzo di metallo dalla forma strana. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare che sia davvero reale… sì, inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato la svolta. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario: il pezzo di metallo viaggia indietro nel tempo: vi salta in mano dal pavimento, si muove prima che lo tocchiate, rotola verso le vostre dita senza che nessuno lo abbia spinto. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Ma ancora non applaudite. Perché mostrare qualcosa che sfida il nostro senso comune non è sufficiente; bisogna anche farci credere che sia possibile. O, ancora meglio, che sia inevitabile. Ecco perché ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo il prestigio. E Tenet fa tutte e tre queste cose meglio di qualsiasi altra cosa si sia vista al cinema, per lo mento dai tempi di The Prestige.

5. Perché a ogni nuovo film Nolan si ritaglia un posto nell’olimpo dei registi più grandi di tutti i tempi – quello, per intenderci, dove siedono Orson Welles e Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Akira Kurosawa, Andrej Tarkovskij e Sergio Leone, e continuate voi l’elenco. Dell’ultima generazione di cineasti, lui e il collega Denis Villeneuve sono i candidati più accreditati a unirsi alla schiera di cui sopra. E questo dovrebbe bastare per non lasciarsi scappare ogni nuovo parto delle loro menti.

6. Perché Tenet prosegue una riflessione sul tempo che accompagna Nolan fin dai suoi esordi, da Following e Memento fino a Interstellar e Dunkirk, passando per Insomnia e Inception, e mette insieme il gusto per i paradossi e la fascinazione della meccanica quantistica che già facevano capolino in The Prestige e Interstellar. E riesce a costruire due ore e mezza di spettacolo senza tregua a partire da uno schema di 5 parole:

S  A  T  O  R
A  R  E  P  O
T  E  N  E  T
O  P  E  R  A
R  O  T  A  S

7. Perché ci sono 5 attori in stato di grazia: John David Washington è già da BlacKkKlansman qualcosa di ben più di un “figlio d’arte” e non è quindi una sorpresa, come non lo sono Kenneth Branagh (qui alla seconda collaborazione con Nolan dopo Dunkirk) e ovviamente Michael Caine (a cui bastano pochi minuti per registrare l’ennesima interpretazione indimenticabile di una carriera straordinaria); ma sono state per me delle rivelazioni sia Robert Pattinson (su cui, malgrado la buona prova di Cosmopolis, ammetto il mio pregiudizio) che Elizabeth Debicki (che era anche nei Guardiani della Galassia Vol. 2, ma di cui non avevo visto altro prima di questo film).

8. Perché non credo che vi capiterà di vedere tanto presto qualcosa di simile o anche solo di lontanamente paragonabile. Per la molteplicità di livelli di lettura/visione (pellicola action, riflessione filosofica sulla realtà, operazione metanarrativa fin dal nome e dal ruolo eterodiretto del Protagonista… vedi il punto 2); e per la magistrale resa coreografica dello spettacolo, in grado di filmare qualcosa che sulla carta è per sua definizione non filmabile.

9. Perché forse lo avete già visto. E quindi dovete per forza rivederlo.

10. Perché Tenet è tutto questo e molto altro ancora e quindi, se non sono riuscito a convincervi, andate a vederlo per farvi un’idea vostra. E magari tornate da queste parti e riparliamone.

11. Perché viviamo in un mondo crepuscolare. Nessun amico al tramonto.

Buona visione!

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

United We Stand. Divided We Fall.

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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