415.146 casi registrati. 18.562 vittime. 108.296 guariti. Ecco la situazione nel mondo nel momento in cui scrivo (dati forniti da Worldometers).

La metà dei casi riguardano l’Europa, che ha ormai staccato la Cina come focolaio più attivo a livello globale: dell’Italia parleremo dopo, ma la Spagna ha raggiunto quasi i 40mila casi, con 2.800 vittime e 5.400 contagiati tra gli operatori sanitari, di cui 2.000 solo negli ultimi 2 giorni a causa della carenza di dispositivi di protezione; la Germania è a 32mila casi e il basso numero di vittime (156) per il momento sembra dovuto alla maggiore diffusione dei contagi tra le fasce più giovani della popolazione e con il diffondersi dell’epidemia sempre più anziani potrebbero essere colpiti, ma sembra difficile che l’emergenza possa assumere le proporzioni raggiunte in Italia, grazie ai 28mila posti in terapia intensiva di cui dispone la Bundesrepublik; la Francia, con oltre 22mila casi, ha superato oggi le mille vittime e i consulenti scientifici del presidente Emmanuel Macron hanno suggerito di proseguire il blocco del paese almeno per altre sei settimane fino alla fine di aprile.

Secondo un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’85% dei nuovi casi registrati nelle ultime 24 ore sono stati in Europa e in USA. Malgrado gli States abbiano più di 50mila casi e 667 decessi, e nonostante la richiesta d’aiuto del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo perché il governo federale sostenga lo stato con 30.000 nuovi respiratori prima che si trasformi nel prossimo epicentro globale del coronavirus, il presidente Donald Trump in controtendenza ostenta ottimismo e rimanda qualsiasi decisione sulla riapertura degli esercizi commerciali alla prossima settimana.

Intanto gli stati che hanno annunciato il lockdown sono 15, con misure che riguardano la metà circa dei 330 milioni di cittadini americani. A questi si aggiungono India, Sud Africa e Nuova Zelanda, che entreranno in lockdown tra poche ore per almeno tre settimane: 2,6 miliardi di persone sono costrette a casa come misura per contenere il dilagare della pandemia.

Anche il Giappone si è arreso e ha accettato di rimandare le Olimpiadi al 2021: non era mai capitato prima che le Olimpiadi venissero spostate e l’ultima volta che erano state annullate era il 1944.

In Italia il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio un nuovo decreto per porre ordine nelle misure di contenimento fin qui disposte, precisando che i provvedimenti adottati possano essere rinnovati per ulteriori 30 giorni alla scadenza e successivamente estesi fino al 31 luglio, data di scadenza dei sei mesi dallo stato di emergenza dichiarato il 31 gennaio scorso. Il testo inasprisce le sanzioni per i trasgressori (che sono comunque molti meno di quanto si pensa e di quanto si sarebbe potuto credere) e introduce per i prefetti la possibilità di avvalersi delle forze armate per far rispettare le misure previste. Agli amministratori regionali e comunali viene riconosciuta la facoltà di disporre in autonomia provvedimenti più restrittivi, che non potranno però avere durata superiore ai sette giorni se non confermati attraverso un decreto ministeriale. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte domani riferirà in Parlamento.

Ma come sta andando il contagio in Italia?

Oggi si sono registrati 5.249 nuovi casi, che portano il totale a 69.176 contagi. I decessi salgono a 6.820 (+743), i guariti a 8.326 (+894). I casi positivi attualmente in corso sono 54.030, con un incremento di 3.612 rispetto a ieri (trend in diminuzione per il terzo giorno di fila): di questi 21.937 sono ricoverati e 3.396 sono i ricoverati in terapia intensiva, con un tasso di saturazione salito al 54%.

Il rallentamento degli ultimi giorni è facilmente percepibile nell’andamento della variazione percentuale giornaliera dei casi.

Potremmo effettivamente essere al picco dei contagi, la concordanza con lo scenario E2, che altro non è che lo scenario E corretto per tener conto dell’andamento degli ultimi giorni, incoraggia a pensarlo.

Questo scenario è sostanzialmente in accordo con le estrapolazioni su cui riflettevamo il 21 marzo. Lo scenario di crescita dei casi totali mostra una leggera sovrastima rispetto ai casi totali effettivamente registrati ad oggi: continuando di questo passo, anziché sfondare quota 120.000 casi registrati a fine epidemia (con l’inevitabile disclaimer che questi sono solo i casi visibili, mentre i casi reali – necessari anche a riportare il tasso di letalità nelle medie registrate in altri paesi – potrebbero già essere molti di più), potremmo fermarci tra i 100 e i 120.000.

Uno scenario di sviluppo dei casi attivi compatibile con queste premesse è quello del grafico seguente, in cui il picco dei casi attivi si assesta verso gli 80.000 casi intorno al 4 aprile.

Questo significa che, malgrado l’ottimismo che inevitabilmente filtrerà dalla lettura dei numeri snocciolati nei bollettini giornalieri, nel giro di poco più di una settimana ci troveremo a fronteggiare un numero di casi che potrebbe essere tra il 30 e il 50% più alto di quelli che abbiamo oggi, con la necessità di soddisfare più di 7.000 ricoveri in terapia intensiva (per essere più precisi siamo in una forbice tra 5 e 8.000).

Come si vede dall’andamento dei ricoveri, già nei prossimi giorni il trend di crescita potrebbe entrare in collisione con la capacità di tenuta del sistema sanitario nazionale, ammesso e non concesso che questo non sia già successo, almeno a livello locale e in alcune regioni, con conseguenze già visibili nello scarto consistente tra l’andamento del modello e quello dei ricoveri effettivi in ICU.

Quindi, se anche la situazione dei contagi potrebbe essere finalmente sotto controllo, grazie alle misure restrittive adottate a partire dall’inizio di marzo, il rallentamento del tasso di crescita dei nuovi contagi registrato negli ultimi giorni non è un invito alla pazza gioia: mentre i cittadini dovranno proseguire nella ferrea disciplina di distanziamento sociale che si sono imposti con questi incoraggianti risultati, le autorità dovranno continuare ad adattare la capacità di ricovero in terapia intensiva per i casi più critici per poterci traghettare felicemente fuori dall’emergenza, configurando i primi segnali di un ritorno alla normalità non prima del mese di maggio.

Qui sopra vedete la sigmoide rossa del numero dei decessi che si stabilizza tra le 12 e le 13.000 vittime. Ma basterà sottovalutare i dieci giorni che ci aspettano o commettere un solo passo falso perché questi valori si alzino come una marea rossa, configurando scenari ben peggiori.