Remoria. La città invertita è l’ultimo libro di Valerio Mattioli, la persona a cui devo l’idea e la spinta per questo articolo sulla fantascienza del nuovo secolo che ancora oggi continua a essere tra i più letti, menzionati e considerati tra le mille e passa cose che ho scritto. Remoria è un oggetto narrativo non identificato, per dirla alla Wu Ming, che mescola cronaca, memoir, filosofia, sociologia, esoterismo e psicogeografia, in un distillato di etnografia urbana stupefacente in tutti i sensi. La lettura è ipnotica, tiene incollati alla pagina, come se un rito di negromanzia risucchiasse il lettore nel centro di gravità permanente rappresentato dal Grande Raccordo Anulare.

Questi sono alcuni passaggi, per darvi un’idea del tono, dello stile e, se non fossi stato chiaro a sufficienza, del tema.

Il GRA è un immane ouroboros d’asfalto lungo sessantanove chilometri complessivi a quattro corsie per senso di marcia. È una delle autostrade più trafficate d’Europa, eppure le sue origini restano avvolte nella bruma dell’enigma e del simbolico, dell’occulto e dell’arcano. A dirla tutta, sono origini che appaiono semplicemente inspiegabili. [pag. 15]

La natura totemica del GRA lo ha trasformato quasi istantaneamente in un attrattore di leggende, culti e aneddoti strani: storie di motociclisti senza testa che scorrazzano tra le uscite Aurelia e Boccea, di cadaveri seppelliti nei piloni dello svincolo Tiburtina, di coccodrilli che attraversano impunemente la strada… Il particolare che più colpisce l’immaginazione, è però il nome dell’ingegnere capo dell’Anas a cui si deve il progetto originario: Eugenio Gra. Il fatto che il suo cognome coincida con l’acronimo ufficiale dell’opera suggerisce da solo che siamo in presenza di un sigillo, forse addirittura di una firma magica. Tutto, nel GRA, odora assieme di incenso e di zolfo, di messaggi criptati e allegorie per iniziati. «La sua unica cosa certa», dirà Renato Nicolini, «è l’assolutezza del cerchio». [pag. 17]

Per Nicolini, il GRA rappresentava un oggetto di immenso fascino, oltre che un gigantesco punto interrogativo tracciato sui terreni argillosi dell’ormai ex agro romano. Più che un’opera di ingegneria infrastrutturale, l’anello progettato dall’Anas era per lui «un’espressione del tardo surrealismo» che rimandava alle «macchine celibi» di Marcel Duchamp: un dispositivo «definitivamente incompiuto» dai meccanismi bizzarri e senza finalità apparente, una sorta di giocattolo privo di scopo e, appunto, inutile.

Ben prima del GRA, alla categoria delle macchine celibi sono state ascritte figure di fantasia come Frankenstein. Ed è interessante che a posteriori la creatura di Mary Shelley sia stata interpretata come antenata dell’androide e del cyborg. Di certo in Frankenstein troviamo i primi indizi della fusione tra genere umano e macchina: solo che questa fusione si manifesta sotto le insegne dell’improduttività, anche in senso biologico – e quindi, ancora una volta, dell’inutilità. A essere messo in scena è l’abominio per via tecnologica dei limiti imposti dalla natura, ma il senso di quell’abominio non è che l’unione tra uomo e macchina è sbagliata perché moralmente riprovevole: a rendere Frankenstein un mostro è semmai il particolare che non risponde a logiche funzionali, non assolve a compiti quantificabili, riproducibili, monetizzabili. Accelera un processo senza individuarne il traguardo. Produce una tensione continua, e questa tensione è per sua natura destabilizzante, incerta, testardamente priva di finalità. Lo stesso possiamo dire del GRA. [pag. 18]

Ancora a inizio 2012, già malato e ormai prossimo alla morte che sarebbe arrivata nell’agosto di quell’anno, Renato Nicolini tornava per l’ennesima volta sull’inspiegabilità del GRA: «Perché l’hanno costruito, qual è la ragione?», si chiedeva attonito, perso nei suoi ragionamenti a bordo di un veicolo e ripreso da una telecamera. L’occasione erano gli studi preparatori di un film-documentario che l’anno successivo avrebbe vinto il Festival del Cinema di Venezia: si chiamava Sacro GRA e, già dal titolo, ribadiva la natura metafisica di un’opera «di grande forza simbolica» ma irriducibile a qualsivoglia motivazione sensata. Per Nicolini, il GRA lo si «gira in tondo» ed è quindi «un luogo infinito» che «non ha un centro». È «una firma immateriale fatta di bitume e asfalto», «un’idea astratta», «un mostro». È un loop che «contiene più piani temporali» e in cui anzi «il tempo si annulla e la città diventa eterna», allungandosi tanto in direzione passata quanto in direzione futura. Ancora meglio, è il contenitore di «tanti futuri possibili» e quindi, per proprietà transitiva, di tanti passati possibili. [pag. 19]

Qui potete ascoltare i brani composti dagli Heroin in Tahiti, duo death surf di cui Valerio è membro, ispirati alle atmosfere della città invertita.

Qui invece potete leggere la mia recensione per Quaderni d’Altri Tempi.