La nostra resistenza deve essere, prima di tutto il resto, una resistenza di natura morale.

Sono passati poco più di dieci anni da quando scrivevo queste parole e sembra trascorsa un’epoca. Pensiamoci: quante volte, solo negli ultimi mesi, ci siamo ripetuti che al peggio non c’è mai fine, che quasi quasi erano meglio quelli di prima, che ci eravamo illusi di avere toccato ormai il fondo quando invece ne avevamo ancora da scavare?

Come spesso ci troviamo a ripetere, gli anni del berlusconismo rampante hanno rappresentato un alibi, ritardando lo sviluppo di una coscienza civile dal basso che altrove sta dando i suoi germogli. Penso per esempio ad Alexandria Ocasio-Cortez negli USA o a Greta Thunberg in Svezia: due giovani donne forti dell’urgenza dei propri argomenti e proprio per questo capaci di imporre la loro agenda agli avversari politici. E se siamo comunque abituati a pensare ai paesi scandinavi come a una sorta di faro per le socialdemocrazie europee, è paradossale che proprio nell’America di Trump un’alternativa possibile sia ben più che delineata all’orizzonte, ma realtà concreta e già in atto (e il GOP lo ha chiaro forse meglio di tutti).

Altrove, invece, non s’intravede via d’uscita dal vicolo cieco in cui ci siamo andati a cacciare: nubi temporalesche si affollano nei cieli dell’Europa, dalla spirale in cui si è avvitato il processo di Brexit all’ascesa apparentemente inarrestabile dei movimenti sovranisti. Ancora una volta, come già con il berlusconismo precursore del trumpismo, l’Italia sembra in prima linea, pronta a rivendicare il ruolo di laboratorio per le peggiori aberrazioni destrorse. Stiamo mandando a picco la zattera su cui siamo tutti stipati e qualcuno che fino a non molte settimane fa ci ripeteva che andava tutto bene e che ci attendevano grandi soddisfazioni si appresta a passare all’incasso, riscuotendo con gli interessi un investimento lungo anni, in cui il disagio e la paura opportunamente coltivate sono ormai degenerate in rabbia sociale. La grancassa della stampa suona la musica scelta dal maestro e davanti all’affresco gialloverde di un paese inesistente, elaborato all’unisono dalle televisioni e dai quotidiani, un mondo di fantasia che non trova il minimo riscontro nella realtà, lo sconcerto sembra l’unico stato d’animo possibile, l’unica reazione all’attuale stato delle cose.

Per questo mai come quest’anno sento il bisogno di non lasciar correre una data importante come il 25 aprile. Nei tempi bui servono modelli a cui guardare, esempi che ci indichino un possibile sentiero per uscire dal fitto del bosco in cui ci sentiamo intrappolati, e i miei ce li ho ben chiari. Ricordiamo che un’alternativa è sempre possibile, anche quando non se ne intravede la possibilità dalla zona morta in cui siamo confinati, a causa della cortina di un futuro a zero dimensioni che ci è stato abbassato intorno. Uscire dalla trappola dell’ur-fascismo è sempre possibile, ma occorre tenacia, costanza, lavoro. Occorre un progetto.

Buona festa della Liberazione, Khruner! In qualsiasi punto dello spazio e del tempo vi troviate, continuate a resistere e non smettete mai di lottare.

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