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– Cosa credi che sia? – gli chiese Ayesha.
Avevano visto, riavviato e rivisto l’ologramma almeno quattro volte. Poi Jerry aveva perso il conto. Ogni volta Ayesha aveva distolto i suoi occhi dalla magia della luce solo per rivolgergli uno sguardo interrogativo, che lui aveva intuito sebbene nascosto dalle lenti opache del visore Y.
Finora Jerry Lone si era limitato a una mimica fatta di smorfie e scrollate di spalle, ma all’ennesima richiesta sentì un’epifania prendere forma dal suo buio interiore. – Un sistema di navigazione…
Ayesha si sfilò il visore Y e lo scrutò incredula. Nello spazio vuoto davanti a loro, sullo sfondo della scenografia titanica e terribile del sistema di Scylla–Niger, il veicolo di luce manovrò nel cielo di Klapeyron evocando un grappolo di didascalie incomprensibili: albero imponente sospeso sulla punta di un vento ionico e circondato di parole, oltrepassò una luna, manipolò lo spazio e si aprì una fuga sotto il tessuto connettivo della realtà. Senza lenti, Ayesha non riuscì a cogliere il dettaglio frattale dell’ologramma, quella filigrana che compattava in ogni produzione artistica degli Y una densità d’informazione straordinaria. Ma anche senza lenti lo spettacolo era comunque straordinario.
Il vascello ruotò solennemente sul proprio asse. Poi, come ogni altra volta, evaporò in una pioggia di serpenti elettrici.
– Non può essere solo una registrazione? – obiettò Ayesha, quando tutto fu finito. – Come un documentario, oppure un kino
Jerry Lone scosse il capo. – Non mi convince. Se è come dici, perché avrebbero dovuto introdurre tutte quelle annotazioni?
– Sottotitoli?
– Troppo circostanziati, troppo precisi per essere solo le battute di un film muto.
Jerry Lone non era stupito dall’assenza di attori. Se c’era una cosa che gli umani avevano appreso sugli Y era la loro innata avversione all’iconografia. In nessuno dei manufatti culturali rinvenuti tra le rovine era stato trovato un accenno, anche minimo, alla loro individualità. Dalle prove indirette che erano state raccolte, si sapeva che gli Y dovevano avere avuto un aspetto umanoide, appendici manuali, statura media un po’ più alta della media degli spaziali. Si sapeva anche che dovevano aver avuto degli occhi per guardare in una gamma spettrale più estesa di quella che la natura aveva concesso agli umani, e delle orecchie per ascoltare musiche dalla vaga connotazione religiosa.
Quello che più lo aveva colpito della proiezione, era stata proprio l’assenza di un accompagnamento sonoro, che in tutti gli olofilmati recuperati dagli archivi degli Y rappresentava senza dubbio un elemento di primo piano nella creazione artistica. Ne deduceva quindi che l’ologramma che avevano appena contemplato non doveva essere nato con finalità artistiche. D’altro canto, tradurre l’intero corredo delle didascalie al filmato avrebbe richiesto diversi giorni di lavoro anche per uno specialista.
– È vero – s’illuminò Ayesha. – Manca completamente la musica.
Jerry Lone si sfilò il visore Y.
– Hai visto la distorsione?
Ayesha annuì.
– Può voler dire solo una cosa…
Almeno una cosa – lo corresse Ayesha.
– Curvatura – disse Jerry Lone.
– O aberrazione ottica – rilanciò Ayesha. – Un apparato mimetico, una tecnica disindividuante – ma neanche lei si sentiva di appoggiare una di queste ipotesi.
– Finora potevamo solo tirare a indovinare sulla loro tecnologia dei viaggi spaziali, ma adesso abbiamo le prove. Gli Y avevano la curvatura! – La voce di Jerry Lone divenne concitata. – Immagini cosa possono essersi inventati, con la curvatura e un buco nero?
Ayesha sbarrò gli occhi. Visioni di un abisso di tenebra che si spalancava da scariche di elettricità violenta, la forza di Alcubierre che deformava il continuum a quattro dimensioni piegando le linee di campo: uno tsunami gravitazionale che si propagava lungo le pareti di un cunicolo spazio-temporale esadimensionale, verso un punto di fuga situato in un universo adiacente.
– Un wormhole violerebbe il principio di causalità ristretta – osservò Ayesha, senza riuscire però a raffreddare l’entusiasmo di Jerry Lone.
Nella teoria dell’olomovimento di David Bohm, che poi era il substrato su cui si fondava l’intero sapere umano, il tempo non esisteva se non come proprietà locale dell’universo: non una dimensione aggiuntiva alle estensioni spaziali, ma un’illusione prodotta dalle interazioni della materia, o meglio degli “archetipi” della materia, informazione relegata su una superficie fotografica bidimensionale. Smesse le vesti di una grandezza assoluta, il tempo si riduceva a una proprietà relativa al nostro universo sensoriale, il quale nella realtà esisteva al di là di ogni processo evolutivo e di ogni dinamica, come una collezione di istantanee statiche simultanee, tutte indifferentemente concrete, tutte astratte da ogni logica evolutiva. Il problema connesso alla teoria era che essa restava per definizione inverificabile. Per questo ne era stata approntata una versione ridotta, in accordo con le osservazioni e le misure, capace di conciliare dati sperimentali e pura teoria attraverso un semplice passaggio al limite: il principio di causalità ristretta, che ne era la colonna portante, ripristinava la dialettica di causa-effetto come necessità nel nostro universo percepito. Nessuna violazione poteva essere tollerata, nemmeno localmente, a livello di materia ed energia. Ed ecco il dogma: la nostra realtà era strutturata nella totale obbedienza a questo principio, escludendo nel modo più assoluto i viaggi nel tempo, e limitando i viaggi a velocità iperluce alla pura informazione.
In quest’ottica, per via della loro natura singolare e stravagante, i buchi neri erano degli oggetti da maneggiare con cura: in una realtà a due dimensioni, un buco nero era la porta d’accesso all’altra faccia della realtà, oppure a un wormhole che sfociava sulla superficie di un universo completamente diverso. Alieno, pensarono simultaneamente Ayesha e Jerry Lone. Quel pensiero spalancò sotto i loro piedi la vertigine di un abisso siderale.
– Al contrario – replicò Jerry Lone. – Non ci sarebbe nessun paradosso. Un cunicolo spazio-temporale sarebbe solo la dimostrazione che la realtà è più complessa e meravigliosa di quanto vorrebbero farci credere gli scienziati e le Logiche, con i loro enormi cervelli strapieni di formule e equazioni integrali.
– Uhm – fece Ayesha, pensierosa.
– Forse l’olomovimento di Bohm è più complesso di quanto si siano ostinati a credere finora – riprese Jerry Lone. – Forse possiamo davvero accedere alla cosa che sta dietro al velo: la realtà ultima, definitiva…
– Lo credi davvero?
Le implicazioni di quell’idea erano evidenti a entrambi.
– È una possibilità – disse Jerry Lone.
Possibile, però, che fosse stata compresa anche dai misteriosi inquilini precedenti di Scylla–Niger? Tra le rovine della civiltà Y, era stato trovato un po’ di tutto: dispositivi quantistici, pseudo-libri, armi di ogni tipo, oggetti d’uso comune e di ogni foggia. Mai, però, qualcosa di più complesso. Gli Y non si erano lasciati dietro una sola nave, a quanto pareva. Tutto doveva essere stato imbarcato sugli immensi incrociatori ad albero che l’ologramma gli aveva mostrato. La loro consapevolezza si era dispersa nel vuoto interstellare. Ma un sistema di guida poteva voler dire, forse, un vascello nascosto da qualche parte.
La prima nave Y.
Era un’idea sconvolgente e Ayesha si sentì ribollire il sangue nelle vene al solo pensiero. Un vascello alieno nascosto chissà dove, magari in un hangar sotterraneo che centinaia di operazioni di recupero avevano sfiorato negli anni, senza mai arrivare a violarlo. All’interno di un asteroide.
– Ricordi dove l’abbiamo trovato?
Ayesha annuì. A differenza della maggior parte dei recuperanti – pivelli! – che si riversavano nelle città abbandonate o sugli asteroidi maggiori, come sciacalli famelici, Jerry Lone accordava da tempo le sue preferenze agli insediamenti più piccoli. Lo aveva imparato dalla Bruja, che lo aveva tenuto a battesimo: era lontano dai grossi centri che si concentravano le sorprese più interessanti; il che, considerato il carico ridotto che poteva essere imbarcato su una freccia – per ovvie ragioni di economia algebrica – e il desiderio di novità dei collezionisti, significava coniugare spesso il miglior bottino con la caccia più breve. Era stato proprio un asteroide insignificante, immerso nell’oceano di detriti spaziali che orbitava intorno a Niger RX-2047, la meta del loro ultimo recupero.
Dallo sguardo pianificatore di Jerry Lone, Ayesha comprese che sarebbe stata anche la loro prossima destinazione.

[3 – continua]

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, ma per brevità mi firmo X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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