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Furono i gemiti a scatenare violente fluttuazioni di stato nel suo spazio delle fasi. La realtà oscillò mentre i parametri cercavano la chiave d’accesso di un’altra possibilità, verso un equilibrio nuovo. Con tutte le variabili in gioco – pressione sanguigna, pulsazione cardiaca, tracciato delle onde Beta e relativi salti di frequenza nella banda 13-30 Hz, a veicolare coordinate spaziali e relativi incrementi differenziali del primo e del secondo ordine, gradiente termico, intensità delle radiazioni e flusso ionico – non era un compito di facile risoluzione.
Si trovavano ad attraversare la zona di fetch, dove si generano le onde gravitazionali in prossimità di una concentrazione significativa di massa e in presenza di venti di particelle intensi; una regione in cui la superficie dello spazio anti-de Sitter che descrive l’universo come una superficie iperbolica appare confusa e i processi che vi si svolgono sono soggetti a un andamento disordinato, con forti oscillazioni indotte nella schiuma quantistica del vuoto dalle continue transizioni energetiche che alimentano le cosiddette onde di swell o di «cosmo morto», che allontanandosi lungo le direttrici tangenti alla superficie della singolarità crescono e si regolarizzano; e loro erano proprio lì, nella zona critica, quando dal reticolo dello spazio anti-de Sitter emersero configurazioni mutanti contro un orizzonte sempre più vasto. Il segnale di generazione dell’onda affiorò dalla superficie a massima entropia con il suono di un corno da postiglione. La configurazione ribollente dello spazio liberò dal Gorgo un treno di onde di mare morto.
Jerry Lone non si fece trovare impreparato. Catturarle era l’aspetto più divertente del suo lavoro: come sempre, brividi e fremiti percorsero le sue membra, evocando un piacere viscerale…
Un attimo prima: sotto di lui Ayesha stava sospirando, mentre assecondava il ritmo incalzante dell’amplesso. Jerry Lone addentava il piacere con un misto di furia fremente e di rabbiosa vitalità. Un’istantanea di brevissima durata gli fissò nella mente l’analogia della fanciulla con le seducenti forme argentate di un incrociatore militare della NERVE…
Un attimo dopo (nell’accezione di Planck, esattamente 10-43 secondi più tardi): il carbonio nanotubolare che componeva la struttura intelligente della loro freccia mutava per adattarsi al cambiamento delle condizioni operative. Sentì il vento di particelle, là fuori, accarezzargli lo scafo con dolcezza. Avvertì il ruggito della singolarità in agguato, appena sotto il ventre della Silver Surfer.
Quando il tempo accelerò bruscamente, assestandosi nuovamente nello spettro delle percezioni umane, Jerry Lone confuse il flusso ininterrotto dei dati tecnici con il forte, sensuale afrore ormonale di Ayesha.
– Oh sì! Ancora… così! Più giù! Così! – stava dicendo Ayesha, scandendo i tempi di una danza orgasmica. – Così…
Sotto le mani Jerry Lone seguì il profilo regolare e snello dei suoi fianchi, percepì il fremito del suo ventre, immaginò i seni sussultare gonfi e turgidi. La percorse fino a incontrare lungo il crinale del piacere le dune sussultanti delle costole. La pelle di Ayesha splendeva in un trionfo di ambra bruna sotto un velo di sudore come rugiada terrestre. Quando si perse sulla curva della sua schiena – la scala vertebrale di un crescendo sinfonico – Jerry comprese che era giunto il momento.
Colse l’attimo.
La freccia scivolò sulla cresta gravitazionale della singolarità, schizzando in un condotto a basso dispendio energetico a una frazione pari al 58% della velocità della luce, proiettando davanti a sé un campo a inversione di spinta. In un effetto domino l’inversione gravitazionale accelerò ulteriormente la loro corsa, lanciandoli all’inseguimento dell’ombra cosmica di una lepre fantasma.
Lontano dalla stazionarietà non c’è modo per controllare su lunghi intervalli una dinamica non-lineare. In quei frangenti, Jerry Lone rimetteva la loro sorte nelle mani dell’istinto.

La Stazione orbitava alta nel cielo sopra il Gorgo. La complessa configurazione gravitazionale del sistema la obbligava a una danza senza sosta, un comportamento non-lineare che immancabilmente colpiva l’osservatore esterno con la sua bizzarria.
Ayesha era capace di restarsene ore davanti al transpex, a contemplare quel valzer cosmico senza sosta. Guardava il convoglio degli Estrattori scivolare puntuale sulla sua orbita: lo scafo lucido brillava nella notte cosmica, riflettendo la luce gelida di Scylla e quella del Gorgo che spiraleggiava attorno al buco nero, immenso disco di accrescimento di polveri e plasma incandescente. Il convoglio scivolava su binari invisibili che lo spingevano oltre il limite statico di Niger RX-2047, dentro l’ergosfera, da cui emergeva dopo aver barattato un carico di scorie e rifiuti (avidamente inghiottito dall’orizzonte degli eventi) con un utile di energia angolare. Avvitandosi, il treno transitava poi nella cosiddetta Cattedrale, che provvedeva a estrarre il guadagno energetico convertendolo in forma utilizzabile, per soddisfare il fabbisogno di tutta la Stazione. Il surplus veniva rivenduto sulla proficua borsa dell’energia, a distributori che giungevano da ogni parte dell’Ecumene per acquistare la linfa del buco nero, imbrigliarla nei loro megalitici accumulatori e rivenderla a prezzi competitivi sui mondi dell’uomo.
Gli Estrattori la mercanteggiavano con compilatori di ultima generazione, ricambi per gli apparati della Cattedrale, materiale genetico, know-how e, talvolta, opere d’arte. Antichi volumi rilegati o tascabili sgualciti altrettanto venerandi, installazioni, oggetti d’antiquariato; ma anche statue, manufatti e bigiotteria di qualche civiltà aliena. Le quotazioni migliori toccavano, paradossalmente, all’archeologia Y, disponibile in quantità generose poche unità astronomiche sotto di loro, sulla superficie ormai morta di Klapeyron IV, delle sue lune e della cintura asteroidale.
Gli umani non erano stati i primi a stanziarsi nel sistema. Prima di loro, molto tempo prima, era stata la volta di quelli che i successori avrebbero chiamato “gli Y”. La curiosa denominazione era stata ispirata ai primi esploratori dai manufatti disseminati su Klapeyron IV: nelle incisioni, la somiglianza di alcuni simboli ai vecchi alfabeti terrestri sembrava raggiungere picchi d’affinità inaspettati proprio in corrispondenza della lettera Y. Che quell’appellativo, poi, avesse una connotazione enigmatica per via della sua assonanza con una tipica interrogativa inglese, era un bizzarro scherzo del destino.
Se era ormai abbastanza chiaro che la civiltà degli Y era giunta sull’orlo del buco nero proprio come qualche millennio più tardi avrebbero fatto gli umani, la loro fine restava ancora avvolta nelle spire di un fosco mistero.
Inghiottiti nel nulla. Era possibile un’altra definizione per la loro sorte?
Gli avamposti lunari, come pure le città su Klapeyron IV e le installazioni orbitali, non recavano altri segni che non l’usura del tempo. Ci si sarebbe aspettati di imbattersi nelle tracce di un violento conflitto interplanetario, magari non crateri e sabbia vetrificata ma almeno tecnologia distrutta e resa inservibile, edifici rasi al suolo, resti di cadaveri alieni (scheletri, oppure fossili). Invece, niente di tutto questo. La tecnologia era ancora in funzione. Le case, ancora in piedi, aspettavano forse che i vecchi proprietari rientrassero nelle stanze abbandonate da tempo, riempiendo quel vuoto con il rumore dei passi, con il suono di antiche parole impronunciabili. Era tutto come se, un bel giorno, un’intera civiltà avesse fatto i bagagli e fosse partita per un week-end fuori città. Poteva essergli capitato qualcosa lungo la strada del rientro?
Ad ogni buon conto, il mistero forniva linfa vitale al commercio di Resurgam. Squadre di recuperanti setacciavano le rovine di Klapeyron IV e delle sue lune a caccia di reperti. Il recupero era la principale fonte di collocamento nello spazio locale di Niger RX-2047. Se il traffico in energia era un’esclusiva degli Estrattori, gli altri inquilini di Resurgam erano quasi tutti recuperanti.

[1 – continua]

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Al culmine di uno sforzo internazionale che ha impegnato scienziati da quaranta paesi, il consorzio internazionale EHT (Event Horizon Telescope) ha diffuso ieri la prima immagine di un buco nero. La foto del buco nero supermassiccio che si trova al cuore della galassia M87, distante 53 milioni di anni luce da noi, è il risultato di due anni di elaborazioni dei dati raccolti da una rete di otto radiotelescopi: 5 Petabyte che per poter essere processati da un algoritmo elaborato dalla dottoranda del MIT Katherine Bouman hanno dovuto essere spediti per aereo. L’immagine che ci ha restituito il programma EHT è quella di un mostro della massa di 6,5 miliardi di soli, circondato da un disco di accrescimento di gas ionizzati incandescenti del diametro di 0,39 anni luce, che orbitano intorno al buco nero alla velocità di 1.000 km/s.

Per celebrare questa impresa, che già in molti salutano come la foto del secolo, destinata ad aprire una nuova era nella storia dell’astrofisica, ho pensato di proporre ai lettori del blog un racconto che risale al 2005, originariamente apparso sulle pagine di Continuum (ma non più disponibile on-line) e in seguito ristampato in una versione leggermente rimaneggiata nell’antologia Frammenti di una rosa quantica (2008). Ed è in questa versione che ho pensato di proporvelo, in sette post a partire da oggi, uno per ogni capitolo del racconto.

Enjoy!

  1. Vai profondo, Jerry Lone!
  2. L’incognita Y
  3. Una storia dal Gorgo
  4. Economia del recupero
  5. Frammenti di una rosa olografica
  6. Resurgam
  7. Ergosfera per principianti

 

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