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Questo è il momento in cui Bruce Sterling, nel bel mezzo della sua conferenza all’ultima edizione del SXSW (South by Southwest Festival), l’annuale ciclo di conferenze, mostre e concerti che ha avuto luogo ad Austin (Texas) dall’8 al 17 marzo, in una parabola celeste che da Villa Abegg si spinge fino a Elon Musk alla ricerca delle attitudini più cyberpunk in circolazione, si sofferma sulla fantascienza italiana e su questo movimento che ha cercato di raccogliere l’eredità del suo manifesto della fantascienza degli anni ’80, continuando a dar voce, anche grazie al suo contributo, a una sensibilità che è tutt’altro che morta: una corrente di autori che si fanno chiamare connettivisti. Ed è anche il momento in cui il nostro ego rischia di esplodere.

Grazie a Bruce per le sue parole e a Sandro Battisti per la segnalazione.

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Si è conclusa la prima fase del Premio Italia 2019 e sono stati resi noti i finalisti delle diverse categorie. Un po’ a sorpresa, Karma City Blues è riuscito a ritagliarsi un posticino in finale, in compagnia di romanzi che nel 2019 hanno tenuto alta la bandiera della fantascienza italiana: opere recensite benissimo come Stormachine di Franci Conforti e Il potere di Alessandro Vietti, l’ultima fatica di un maestro del genere come Pier Francesco Prosperi (Il processo numero 13), e last but not least il romanzo più atteso della scorsa stagione letteraria, Naila di Mondo9 di Dario Tonani (che ho recensito qui). Autori e autrici che sono anche degli amici e degli esempi, e come hanno già scritto loro altrove l’esito della categoria rende merito a un’annata di altissimo valore.

Così sarebbe stato anche se uno qualsiasi dei candidati validi rimasti esclusi dalla finale fosse entrato nella cinquina al posto di KCB, perché quest’anno la competizione era più agguerrita che mai. Per citare una lista parziale, correndo l’inevitabile rischio di attirarmi qualche maledizione, Icarus di Giovanna Repetto, Futuro invisibile di Emanuele Boccianti e Luca Persiani, Madre nostra di Stefano Paparozzi, T di Alessandro Forlani, Riviera Napalm di Luca Mazza e Jack Sensolini, I Simbionti di Claudio Vastano, I Camminatori vol. 1 di Francesco Verso, Korchin e l’odio di Lukha B. Kremo, Punico di Sandro Battisti e ovviamente Il fantasma di Eymerich del maestro di tutti noi Valerio Evangelisti, non avevano e non hanno nulla da invidiare a KCB.

Per questo, a prescindere dall’esito finale, ritengo già una vittoria essere riuscito a entrare in una cinquina finalista come questa, onore che già mi era toccato con i precedenti due romanzi. Ringrazio quindi tutti i lettori e votanti che hanno voluto segnalare Karma City Blues.

E grazie anche a tutti i lettori e votanti che hanno voluto segnalare Next-Stream. Visioni di realtà contigue tra le antologie, altra categoria in cui ottimi volumi si sono dati battaglia (in alcuni casi, anche qui, con mancate inclusioni di grande rilievo, come Iperuranio e La vittoria impossibile o Il lettore universale di Andrea Viscusi), e Filosofia della fantascienza tra i saggi in volume, così come anche il mio Civiltà di prova e Lost by Univers di Linda De Santi (pubblicato su Next Station) tra i racconti su pubblicazione non professionale, Angeli killer per le strade di San Francisco tra gli articoli su pubblicazione non professionale, ma anche Harlan Ellison, o l’immaginazione al potere, che seppur di poco purtroppo non ce l’ha fatta a spuntare la finale tra gli articoli apparsi su pubblicazione professionale. Ai link potrete leggere i racconti e l’articolo finalista prima di passare alla prossima e ultima fase.

Ma mi fa soprattutto piacere vedere il nome di Giuseppe Lippi tra i candidati a vincere il premio come miglior curatore: per lui sarà purtroppo l’ultima occasione, spero sinceramente che la comunità degli appassionati non si lasci sfuggire l’occasione di tributare un ultimo doveroso omaggio alla sua gigantesca figura e al ruolo che ha rivestito nel fantastico e nella fantascienza italiani in oltre quarant’anni di carriera e passione.

Come ha scritto il curatore/supervisore del premio Silvio Sosio nel suo annuncio su Fantascienza.com, quest’anno nella prima fase i votanti sono stati ben 348, quasi il 20% in più rispetto agli ultimi due anni. E la maggiore partecipazione al premio, insieme a una maggiore varietà nelle segnalazioni valide ricevute, rappresenta un ulteriore segnale di crescita, in linea con il trend delle ultime stagioni.

In bocca al lupo a tutti i finalisti!

Invitato da Matteo Berardini a dire la mia sulla terza stagione di True Detective per Point Blank, rivista online di critica cinematogrfica, sono felice di proporvi i miei due centesimi sulla creatura di Nic Pizzolatto. Potete leggermi qui e vi lascio con i versi di Delmore Schwartz che aprono questo magnifico finale di stagione, capaci di distillare alla perfezione lo spirito della serie.

What will become of you and me
(This is the school in which we learn …)
Besides the photo and the memory?
(… that time is the fire in which we burn.)

Cosa rimarrà di me e te
A parte le foto e i ricordi?
Questa è la scuola in cui impariamo,
quel tempo è il fuoco in cui bruciamo.

What is the self amid this blaze?
What am I now that I was then
Which I shall suffer and act again,
[…]
The children shouting are bright as they run
(This is the school in which they learn …)

Qual è il sé in mezzo a questo incendio?
Cosa sono ora che ero anche allora?
Per cosa dovrei soffrire e agire ancora?
[…]
Le urla dei bambini sono gioiose mentre corrono
Questa è la scuola in cui imparano

What am I now that I was then?
May memory restore again and again
The smallest color of the smallest day:
Time is the school in which we learn,
Time is the fire in which we burn.

Cosa sono ora che ero anche allora?
I ricordi si rinnovano ancora e ancora.
Il colore più leggero del giorno più breve:
Il tempo è la scuola in cui impariamo,
Il tempo è il fuoco in cui bruciamo.

Delmore Schwartz, Calmly We Walk through This April’s Day

 

Due rapide segnalazioni che mi riguardano. Su Fantascienza.com è apparsa la mia recensione al volume Fantarock. Stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici, di Mario Gazzola e Ernesto Assante e con la partecipazione di una nutrita pattuglia di collaboratori, tra cui molti amici.

Il libro passa in rassegna la storia del rock spaziando dagli anni ’50 al nuovo millennio. Quando possibile andando a citare direttamente la fonte attraverso brani di interviste e dichiarazioni, documenta così il profondo e antico legame tra due delle più longeve espressioni artistiche espresse dalla cultura popolare americana del Novecento, che affonda le radici nell’interesse per la fantascienza di artisti della scena rock come David Crosby, Jimi Hendrix o Paul Kantner e Grace Slick, che nel 1971 con il concept album Blows Against the Empire accreditato ai Jefferson Starship giunsero persino finalisti allo Hugo nella categoria Best Dramatic Presentation, primo album rock nella storia del premio. In un periodo storico in cui la science fiction poteva contare su una diffusione editoriale che oggi farebbe invidia ad altri generi perfino più floridi, non fa scalpore la foto di Hendrix immortalato mentre legge in un momento di relax un’antologia di fantascienza curata da Brian Aldiss, né dovrebbe stupire il forte impatto delle visioni e degli scenari concepiti dagli scrittori di genere sulla fantasia e la creatività dei musicisti.

Su Next Station è apparsa invece una monumentale disamina di Linda De Santi delle distopie scritte da donne, nella scia del rinnovato interesse per The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood. L’articolo s’intitola Totalitarismi, ruoli di genere e maternità: uno sguardo alla narrativa distopica dell donne. Eccone un estratto:

Come già accennato, al pari di molta fantascienza contemporanea, anche le distopie scritte da donne incanalano in contesti futuristici la rabbia e le ansie del presente. Spesso lo fanno cambiando uno o più elementi del mondo attuale, per mostrare cosa accadrebbe se le cose fossero anche solo leggermente diverse da come sono.
In queste storie è più probabile trovare fatti vicini al presente e riferimenti storici precisi anziché gli elementi spiccatamente finzionali della distopia classica. Basti pensare a Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale, 1985): ogni cosa, a detta della stessa Atwood, è basata su fatti realmente accaduti. Atwood porta come esempio Ceaușescu in Romania, dove la politica costringeva le donne ad avere figli; oppure le Sumptuary Laws, le leggi emanate da Elisabetta I nel 1574, che avevano lo scopo di identificare le differenti classi sociali; e ancora la caccia alle streghe, il maccartismo, il divieto di alfabetizzazione degli schiavi.

Oggi, come ricorda questo articolo sul Post, ricorre il 75simo anniversario della strage di Balvano, il più grave disastro ferroviario nella storia italiana e uno dei più gravi al mondo. Il contesto in cui maturò, l’Italia del 1944, che dopo l’armistizio dell’8 settembre era rimasta di fatto spaccata in due, con il sud sotto il controllo degli Alleati ma devastato dalla ritirata delle truppe nazifasciste, è ben descritto nell’articolo. Qui voglio ricordare la ricorrenza con un brano ispirato proprio dalla sciagura, estratto dal racconto Codice morto (Kipple Officina Libraria, 2013). Maggiori notizie, sul libro e sulle connessioni con quella storia, sul vecchio blog.

Avanzammo lungo la strada ferrata per tre giorni. Avevamo inciso dei segni sugli alberi per individuare il punto in cui il nostro sentiero di penetrazione aveva incrociato la ferrovia.

Per ragioni pratiche, finimmo per ricompattarci. Almeno per tre quarti.

Procedevamo in fila indiana, conservando sempre il contatto visivo: io in avanscoperta, Kramer al centro e il Bufo in retroguardia. L’ultimo quarto del gruppo di fuoco – lo sniper – continuava a seguirci dal suo sentiero parallelo, assicurandoci copertura.

Percorremmo quaranta chilometri, agevolati dalle condizioni regolari della nostra marcia, ma costretti ad affrontare anche le insidie di ponti e gallerie. Le gallerie, forse, furono la cosa peggiore della nostra avanzata. Fin dal primo attraversamento notammo strani rumori, ora striduli ora gravi, come lamenti e boati lontani. Ma ritenemmo di ascrivere quell’impressione alla suggestione e alla stanchezza. Quando i trafori cominciarono a svilupparsi in estensione, il Bufo ci fece notare come l’aria avesse un odore difficilmente definibile, se non per una punta di acidità. Decidemmo di ricorrere ai respiratori e proseguimmo.

Tuttavia, più andavamo avanti, più insistente e nitido si faceva il rumore, fino ad assumere le inquietanti sembianze di un coro di voci umane. Ero assillato da una domanda: poteva la natura della Zona raccogliere tutte le gallerie e le loro storie in un solo posto, come sembrava avere fatto per tutte le boscaglie e le guerriglie della storia dell’uomo? Comunque stessero le cose, ogni galleria mi si presentava come una ennesima Galleria delle Armi, ogni singolo rumore come un frammento di voce o lamento in una richiesta corale d’aiuto proveniente dal treno 8017, dai suoi passeggeri sepolti vivi in attesa che una Spoon River dei poveri venisse composta e recitata per loro.

Ricordavo il monumento che da bambino mio nonno mi aveva condotto a visitare, nel cimitero di Balvano. Il tempio del treno di luce, mi pare si chiamasse, fin dal nome riusciva a evocare uno scenario surreale. Lo aveva fatto costruire, mi aveva spiegato il nonno, un uomo che su quel treno, inghiottito nella fuliggine della Seconda Guerra Mondiale, aveva perso il padre e il fratello. A sorprendermi, quella volta, fu la visione dell’affresco che ricostruiva la tragedia sulla volta della cappella, un dipinto che parve quasi prendere vita sotto i miei occhi al suono delle parole del nonno che mi raccontava di come più di cinquecento persone avessero perso la vita, una gelida notte di marzo del 1944, in una strage dimenticata che era rimasta la peggiore sciagura ferroviaria nella storia italiana. Il numero esatto delle vittime restava un mistero, anche dopo che anni di inchieste erano riusciti a ricostruire ciò che era accaduto in quella galleria maledetta tra le stazioni di Balvano e Bella-Muro. Più di cinquecento, non faceva altro che ripetermi il nonno. E già da bambino quel numero mi impressionava almeno quanto il dipinto di Giuseppe Beato di Portici, colpendomi con le proporzioni del dramma che doveva aver rappresentato quell’episodio, nel dramma di portata più vasta della guerra.

E adesso mi sembrava di sentirle, le voci dei martiri imprigionati in un limbo di disperazione e oblio.

Ci facemmo strada in budelli lunghi anche due chilometri, superando pendenze degne di una tappa alpina del Giro d’Italia. La tattica era di mandare sempre me in ricognizione, e poi procedere a segnalazioni luminose per dare il via libera al resto del gruppo.

Ponti e gallerie erano anche i tratti in cui Natali era obbligato a ricongiungersi a noi, ma continuava a conservare sempre il suo distacco: si guardava le spalle come se il gruppo in sua presenza fosse più vulnerabile, cosa che non mi sarei sentito di discutere.

Fu dopo l’ennesima galleria che, il terzo giorno lungo i binari, ci imbattemmo nella prima stazione. Non aveva niente da spartire con gli edifici familiari del sistema ferroviario italiano. L’architettura recava un’impronta aliena e combinava pietra e legno, materiali di cui v’era abbondanza nei paraggi. Ma non mancavano plastiche e leghe di non agevole definizione, che potevano essere state trasportate fin laggiù sulla strada ferrata. Dimensioni e disposizioni di piani e angoli infittivano il mistero, del tutto incompatibili con gli standard a cui siamo abituati.

Ci assicurammo che l’edificio non fosse presidiato, ma al suo interno non trovammo niente di utile. Solo degli ambienti che avrebbero potuto servire da sale di attesa e qualche automatismo meccanico per la selezione e lo smistamento delle merci. Poi nient’altro.

Si prospettava la necessità di prendere una nuova decisione.

– Cosa ne pensate? – s’informò il Bufo.

– Una stazione di transito – dissi. – Deve esserci un insediamento, nei dintorni.

– Oppure potrebbe essere solo un impianto di servizio – mi contraddisse Kramer.

– È possibile – ammisi.

Ma ci trovammo d’accordo sul tentare una ricognizione nei paraggi prima di riprendere la marcia.

In questa intervista per il ricchissimo numero 204 di Delos, l’ultracentenario direttore Carmine Treanni (che ringrazio) mi strappa alcuni dettagli sui retroscena di Karma City Blues.

Dopo Sezione π² e Corpi spenti mi sarei aspettato il terzo romanzo con protagonista Vincenzo Briganti, e invece mi hai spiazzato (favorevolmente e credo anche i tuoi lettori), scrivendone uno ambientato nello stesso universo, ma con un nuovo principale personaggio. Quali sono i motivi che ti hanno spinto verso questa scelta e che collegamenti ci sono con i due precedenti romanzi?

Anche se l’esordio letterario di Vincenzo Briganti era fin dall’inizio pensato come parte di un possibile racconto seriale, l’universo della Sezione Speciale di Polizia Psicografica di Napoli abbracciava un più ampio orizzonte narrativo ancora prima che Briganti entrasse in scena. Prima di Sezione π² era stata infatti la volta di un fumetto uscito a puntate sulle pagine di Solaris*, un progetto di Cagliostro ePress tanto interessante quanto sfortunato, e come la stessa rivista rimasto incompiuto. C’era tutto un mondo lì fuori che Sezione π² e Corpi spenti mi hanno permesso solo di intravedere di sfuggita, e un romanzo slegato dalla continuity delle indagini dei necromanti poteva aiutarmi ad addentrarmi nei suoi recessi.

I collegamenti con i due romanzi «canonici» non mancano, con alcuni personaggi di contorno che tornano in Karma City Blues, unendosi a una galleria ancora più ampia. Ma i punti di contatto principali sono sicuramente l’ambientazione, che al lettore dei precedenti romanzi risulterà allo stesso tempo familiare e straniante, e la psicografia, qui mostrata secondo la lezione di William Gibson nell’uso che la strada ha trovato il modo di farne. Uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere un romanzo staccato dalle indagini dell’Officina è anche questo: esplorare il contesto criminale dall’altra parte della barricata.

Come nasce l’idea di Karma City Blues, che, leggendo la tua nota alla fine del romanzo, ha avuto una lunga gestazione?

Ovviamente dal ricordo di una donna, in particolare una che l’interruzione delle pubblicazioni di Solaris* aveva condannato a un oblio prematuro e immeritato. In Pi-Quadro Angelica Vicino era in un certo senso il braccio armato della Ksenja Corporation, uno dei colossi industriali che dominano questo mondo futuro. Karma City Blues è stata l’occasione per riportarla in azione. E in dodici anni Angelica non è certo rimasta con le mani in mano, ma ha avuto tutto il tempo necessario per aggiornare la sua agenda e tornare più determinata che mai a perseguire i suoi obiettivi.

Il resto lo trovate qui.

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