Stamattina, andando in ufficio, ascoltavo un dibattito in radio sull’impatto che l’automazione avrà nei prossimi anni sul mondo del lavoro. Un po’ tutti abbiamo sentito o letto gli annunci apocalittici che nei giorni scorsi sono circolati sulla stampa: i titoli più sobri parlavano del furto del lavoro ai danni degli umani perpetrato dalle nuove generazioni di robot, e scaricavano implicitamente sulla tecnologia le responsabilità occupazionali delle politiche inadeguate o fallimentare che da anni vengono perseguite un po’ in ogni parte del mondo.

Il prossimo passo, che vedo già in atto, consisterà probabilmente nell’associare la figura del robot a quella dell’immigrato che s’introduce nel nostro sistema per recare danni più o meno profondi e inguaribili al nostro stile di vita consolidato (si fa per dire). Ho provato un senso di disorientamento, ascoltando il botta e risposta tra la giornalista e l’intervistato, un esperto di nuove tecnologie membro di un’associazione di cui purtroppo non ricordo al momento il nome. Non per i contenuti, ma per la realizzazione che solo qualche anno fa, diciamo quando ho visto per la prima volta Blade Runner a metà anni novanta, o quando ho iniziato a cimentarmi a mia volta con la scrittura del futuro a metà anni zero, un dibattito radiofonico del genere, proiettato nel 2016, mi sarebbe sembrato più che logico, perfino naturale.

Il mio disagio attuale, che ho comunque fatto presto a scacciare, nasce – mi rendo conto – dall’assuefazione all’altra realtà, quella contigua all’immaginario in cui siamo cresciuti, ovvero la realtà fattuale o presunta tale costruita dall’interazione degli abitanti e dei sistemi informazionali del pianeta Terra, gli inforgs di cui parla Luciano Floridi. Quella realtà raccontata che, malgrado tutto, negli ultimi anni sta facendo di tutto, attraverso le sorgenti di condizionamento che “ispirano” e “orientano” l’opinione pubblica (governi, organizzazioni economiche, istituzioni religiose, editori), per provare a convincerci di vivere in Anni Oscuri, in un nuovo medioevo, imponendoci il diritto di non avere diritti come una nuova frontiera della libertà, riscrivendo il mondo perché possiamo godercelo così com’è, anzi accettando e plaudendo alle mille forme di erosione che quotidianamente agiscono sul blocco sempre più friabile dei diritti acquisiti.

E invece, ci accorgiamo adesso, il mondo reale è andato avanti. Non è più quello degli anni ’90, è un mondo in cui è davvero naturale, a pensarci bene, imbattersi per radio, andando al lavoro, in un dibattito sulle conseguenze e le implicazioni dell’impiego dei robot. È questo il mondo in cui viviamo, con buona pace per i reazionari e gli oscurantisti di ogni categoria, inclusi quelli che proprio in questi giorni si stanno sforzando per dimostrare al mondo, se mai ve ne fosse ancora bisogno, quanto arretrata e inadeguata sia la nostra classe politica quando si tratta di scegliere tra l’estensione dei diritti e l’esclusione dagli stessi.

Il luddismo di ritorno che sembra di intravedere tra le righe dei commenti di questi giorni non sorprende affatto, date le premesse. A conti fatti, a chi gioverebbe un’analisi precisa degli effettivi costi e benefici dell’impiego di sistemi artificiali in sostituzione della manodopera umana in contesti rischiosi o magari in mansioni ripetitive, a bassissimo contenuto qualitativo o intellettuale? Molto meglio che un uomo svolga un lavoro meccanico: è stato fatto tanto per insegnargli a non lamentarsi, a occupare le proprie giornate in catena di montaggio, a rispettare la gerarchia e le consegne, non vorremo rinunciare proprio adesso ai magnifici risultati raggiunti nel campo del condizionamento umano? E proprio adesso che stiamo risolvendo gli ultimi problemi ereditati dal Novecento, perché dovremmo accollarci la fatica di pensare a soluzioni nuove, adatte ai tempi che corrono, capaci di garantire maggiori opportunità a sempre più gente, di spalancare gli orizzonti di nuove possibilità a masse che sono state addomesticate a credere che la più grande conquista dell’umanità siano state una casa ipotecata, un lavoro sottopagato, lo smartphone alla moda e una piattaforma televisiva da 500 canali?

Per fortuna il mondo va avanti. E sarà difficile spiegare a un’intelligenza artificiale quale sia il valore aggiunto di una massa lobotomizzata, asservita al volere di pochi, grassi padroni. Insieme ai lavori di più bassa manodopera, magari delegheremo ai robot anche l’onere delle rivendicazioni di quei diritti di cui non abbiamo voluto farci carico.

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