Ho sognato una tempesta concettuale forza cinque che soffiava sulla realtà devastata.
— Jean Baudrillard

Mi è capitato di leggere nei giorni scorsi una bellissima lettera aperta scritta da Vittorio Zambardino in risposta a un intervento di Alberto Abruzzese, che a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e lontananze. Ma proprio nella divergenza di punti di vista riescono a offrire una panoramica, se non completa quanto meno attendibile, della vastità del paesaggio che ci circonda. Un paesaggio che facciamo sempre più fatica a decifrare, perché in costante evoluzione, e perché il punto di osservazione da cui stanno scrutando il panorama si trova nel bel mezzo di una tempesta, investito dai venti contrari che stanno spazzando (per parafrasare Baudrillard) la nostra realtà devastata.

I tre interventi originano da un processo di investigazione, analisi ed elaborazione della nostra contemporaneità, che evidentemente prosegue incessante da diverso tempo. Anche nei passaggi più emotivi sono meditati, densi delle esperienze accumulate nel corso degli anni. Intersecano e sovrappongono il loro approccio sociologico, la loro impostazione filosofica e la loro “postura emotiva”, rivelando un metodo d’indagine senz’altro acuminato, che ognuno di loro legittimamente declina secondo la propria personale visione del mondo. Negli spazi tra le parole non faccio inoltre fatica a intuire la voce sottintesa di un discorso che evidentemente li ha già coinvolti in passato e che ancora va avanti, riferimenti che non posso cogliere nella loro interezza anche perché privo delle basi teoriche della loro militanza nello studio dei processi di comunicazione e dei fenomeni culturali, che pure mi appassionano, ma di cui mi ritengo un analfabeta integrale.

Allora perché sembra che voglia arrischiarmi a sfidare quegli stessi ostili venti di tempesta che già minacciano le loro postazioni, scalando la roccia a mani nude e senza corde di sicurezza per raggiungere un punto di osservazione tanto difficile e pericoloso? Perché la lettera di Vittorio, pur essendo rivolta ad Abruzzese, in realtà parla a un trentenne con cui, per ragioni anagrafiche e per le prese di posizione che ho espresso negli ultimi giorni, posso senza difficoltà identificarmi.

Non sarò originale, e sicuramente sarò ancor meno accurato, ma voglio comunque confrontarmi con le considerazioni con cui quella lettera, per il tono adottato e la profondità di pensiero espressa, mi invita a misurarmi.

Voglio però prima menzionare un passaggio cruciale dell’articolo di Abruzzese (che racchiude a sua volta una citazione di una citazione, non male come livello di ricorsività), anche se sarebbe opportuno leggere fino in fondo tutti gli interventi, che come dicevo meritano una approfondita riflessione:

È bene riprendere un brano del testo di Bifo da cui in particolare s’è mossa la mia idea di rassegnazione, il mio invito ad un sentire rassegnato: “Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere “metafisico” della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò “che ha reso possibile” il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”. Da questo semplice passaggio – in cui la soluzione finale del nazismo viene equiparata alla soluzione finale in cui gli automatismi del potere finanziario stanno gettando il mondo presente – si ricava che evidentemente in ballo c’è il rapporto tra tecnica e genere umano.

Pur non trovandomi in totale accordo con il punto di vista espresso, proprio a partire da questo brano ho colto alcune risonanze profonde con il mio personale sentire. Sul rapporto tra tecnica e genere umano mi sono ritrovato a interrogarmi spesso anch’io. Si tratta di un tema che ricorre nelle storie e nelle riflessioni critiche che mi hanno tenuto occupato fin da quando, insieme ad altri, ci siamo avventurati nell’esperienza culturale che abbiamo voluto battezzare “connettivismo”. Come mi sono trovato già a sostenere, ritengo che il vero motore della storia sia la tecnica. Probabilmente è un po’ antiquato e ingenuo cercare di ricondurre tutto a un’unica spinta, sforzarsi di far tornare i conti fondando le proprie considerazioni sull’impalpabile. Dall’acqua di Talete e dal numero di Pitagora allo Spirito di Hegel o all’economia di Marx, passando per le monadi di Leibniz, la storia del pensiero occidentale è tutta una ricerca forsennata del fondamento della realtà. La mia non è una visione né originale né tanto meno confrontabile con la complessità delle strutture di pensiero elaborate nel corso della storia della filosofia, degne di ben altra considerazione. Ma è il filtro attraverso cui guardo la realtà e mi rapporto ad essa, e quindi credo sia utile esporla in questa sede.

Senza la tecnica e la scienza, staremmo ancora dibattendo su quale albero trascorrere la notte. L’economia, in cui Marx individuava la struttura a cui ricondurre tutto, non avrebbe avuto valori da trattare, se non fosse stato per l’acquisizione della tecnica e l’uso della tecnologia, entrambi generatori di valore. Questo credo che sia un punto di convergenza con la visione espressa da Zambardino nel suo testo ed essendo un terreno condiviso lo ritengo un buon punto di partenza da cui sviluppare il confronto.

Con Abruzzese Vittorio condivide la consapevolezza dell’opportunità, forse anche della necessità, di adottare un nuovo atteggiamento nei confronti di ciò che a lungo abbiamo identificato come il nemico: ovvero, per farla breve, il capitale. Abruzzese, in particolare, invita a elaborare un “sapere della rassegnazione” per sottrarsi al dominio finanziario del mondo, che “ha da ricavare ancora molte risorse dai conflitti sociali della terra”. E ancora: “Metabolizzare l’atto di dovere mettersi nelle mani altrui senza tuttavia condividerne il senso; firmare il contratto sociale come se si trattasse di dimettersi. Condividere l’atto giuridico senza più alcun “principio speranza”, senza più alcuna fiducia che non sia riposta in se stessi”. Non conosco Abruzzese, ma mi sembra di cogliere un’amarezza di fondo in queste parole, e insieme il tentativo di superarla, lasciandosi dietro le cause, e puntando invece all’elaborazione di quelle che potremmo chiamare nuove strategie di sopravvivenza.

Dal canto suo, Vittorio sostituisce al concetto di rassegnazione l’idea di resa, individuando nella resa “il riconoscimento delle ragioni di chi ti ha sconfitto”. E io credo alla profonda verità racchiusa nelle sue parole, quando sostiene con fermezza che “non ci sono complotti ma problemi complessi”. Il mondo è complesso, e la realtà è ancora più complessa di quanto osiamo immaginare, non solo riconoscere o ammettere. Ma provo a ribaltare la tesi di Jaspers sulla dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza incontrollabile della tecnica, “o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale”, come causa e condizione dell’ascesa del Terzo Reich, e presupposto inestirpabile di tutti i nazismi che verranno. Magari non siamo vittime dell’ebbrezza della tecnica, come ci piace credere per giustificare certi effetti della tecnologia, indugiando nella vecchia storia della neutralità originaria e dell’uso buono o cattivo che ne fa l’uomo. Forse la tanto decantata libertà d’uso rivendicata dall’uomo nei confronti della tecnologia è solo una menzogna consolatoria, un inganno, un’autoillusione. E se fossimo noi esseri umani gli strumenti e gli agenti al servizio della tecnologia? Se fin da quando è emersa, scaturendo dalla convergenza di attitudine, comportamento e immaginazione, la tecnologia ci usasse come veicoli di informazione, servendosi di noi come vettori di desideri e bisogni, e come attuatori inconsapevoli della sua agenda? Se i desideri e i bisogni stessi, le stesse fantasie e i sogni, fossero tutti nati per quest’unico scopo: servire alla sua perpetuazione?

Assumiamo di essere dei burattini, e che la tecnologia regga i fili che ci muovono. Ma siamo anche del tutto privi di consapevolezza e autonomia? Credo che il nostro agire al servizio della tecnologia si possa esprimere in maniera più consapevole o meno consapevole. Non è un aut aut digitale, ma uno spettro analogico che riflette una logica fuzzy. Esistono vari gradi di verità, anche qui in accordo alla complessità del mondo. Non è tutto nero o tutto bianco, e allo stesso tempo l’uomo non è schiavo in catene o padrone del proprio destino, esecutore o artefice, ma combina dentro di sé entrambe le condizioni.

Se la tecnologia è l’unico driver, tutto il resto – gli stati nazionali, l’economia di mercato, le ideologie, la cultura, l’intrattenimento – retrocede al rango di manifestazione epifenomenica: accidenti che in alcuni casi possono essere asserviti al conseguimento di obiettivi temporanei, dagli effetti locali e temporali circoscritti. Ma l’unico grande piano resta quello del progresso, l’evoluzione della tecnologia verso manifestazioni sempre nuove, la sua preservazione attraverso la diversificazione.

È quindi del tutto inutile qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà contro il dominio della tecnologia? No, non lo è, perché, come dicevamo, per quanto accidentali, le istituzioni giuridiche, l’economia, etc., producono degli effetti, condizionano le nostre vite, esercitano un’influenza a cui non possiamo sottrarci. Così, spesso finiscono per annebbiare tutto il resto. Per questo non è inutile sforzarci di perseguire o al contrario ostacolare, in base agli interessi e ai valori in cui ci riconosciamo, il cambiamento delle stesse. Ma non dimentico che quelli che perseguiamo sono comunque sempre piani a breve.

Non so se questo mi pone sul piano dei semplici, non so se questi miei vaneggiamenti siano assimilabili alle ossessioni complottiste che non condivido. Ma se credo che la preservazione della tecnologia sia il vero grande piano, allora devo ammettere che niente di quello che subiamo o a cui aspiriamo, che combattiamo o a cui ci arrendiamo, possa avere dignità teleologica: né il libero mercato, né l’egemonia di uno stato sugli altri, né un’ideologia o una religione sulle altre. Nemmeno il riscatto e l’emancipazione dell’umanità dalle catene che si è data. Ma allora tutte le possibilità si equivalgono tra loro? Non credo nemmeno questo: proprio perché stati, mercato e religioni producono effetti “apprezzabili” dall’uomo, possiamo immaginare di dirigerne le manifestazioni affinché, assecondando la freccia del tempo seguita dal progresso, dal passato al futuro, evolvano con essa e si sviluppino in forme più congeniali alla persistenza umana e quindi più sostenibili. Ognuno valuti da sé ciò che per lui è più conveniente, oppure più giusto. E lo ammanti pure del corredo ideologico che crede più conveniente. Il principio resta uno, a prescindere dai valori che uno si sceglie. Ma, appunto, per quanto possa sembrare inutile di fronte alla dittatura del principio unico, la scelta dei valori è l’unico campo in cui ci è dato esercitare la nostra libertà condizionata.

Non è quindi tutto inutile. Benché ogni vittoria a cui potremo mai aspirare sia in fondo solo una condizione temporanea, non possiamo arrenderci alla rassegnazione che sembra volerci imporre l’epoca in cui viviamo. Mentre il grande piano va avanti, nel nostro piccolo abbiamo tutti delle piccole cause in cui riconoscerci, delle piccole battaglie da portare avanti. Cosa cambia sapere che sono già perse? In un sistema complesso, piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo. Possiamo giocare anche noi le nostre piccole partite. Ed è stata appena fatta una prima, piccola mossa.

Seguiamo gli sviluppi.

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