L’altro giorno L’Inkiesta segnalava questo video curato da Ray Dalio: s’intitola How The Economic Machine Works e merita mezz’ora del vostro tempo, racchiudendo nella sua durata tutta una serie di concetti che si sentono citare spesso, specie negli ultimi tempi, e che qui troverete esposti in forma organica. Dalio è il fondatore di Bridgewater Associates, il più grande fondo privato d’investimento al mondo, ha anticipato la crisi dei mutui subprime del 2007 e la tempesta del 2008 che ne è seguita, e negli ultimi anni è stato più volte indicato da Time e Bloomberg Markets come uno degli uomini più influenti al mondo.

Nel video viene spiegata la natura del capitalismo, con gli effetti determinati dalla logica di scambio (la transazione) su cui si fonda e la necessità di sostenerla “a tutti i costi”. E apprendiamo, per esempio, che il valore dei crediti maturati negli Stati Uniti supera di un fattore 27 il volume di denaro circolante: 51 mila miliardi di dollari contro 3 mila miliardi. Forse vale la pena ricordare che ogni credito è accoppiato a un debito, e diversamente dall’accoppiamento materia-antimateria per essere estinto un debito richiede un’ulteriore iniezione di energia esterna (vale a dire vile denaro), determinato dal tasso d’interesse applicato al prestito. Nella sintesi vediamo tutti i diversi attori del mercato all’opera e appare inoltre ben delineata la struttura ciclica delle fasi di un mercato capitalistico. Questa ciclicità è intrinseca alla sua natura e risulta dalla combinazione di cicli di debito a breve e lungo termine con la crescita della produttività. Quando il valore dei debiti surclassa quello delle entrate si determina una crisi creditizia. Per superare la crisi Dalio individua quattro possibili soluzioni da combinare in una strategia di deleveraging, ovvero di riduzione del debito pubblico e privato:

  • Taglio della spesa
  • Ristrutturazione del debito (che si porta dietro lo spettro del default)
  • Ridistribuzione della ricchezza
  • Stampa di moneta (con conseguente ascesa del tasso di inflazione)

Alcune di queste sono citate più spesso di altre. A voi decidere perché.

Già l’economista sovietico Nikolaj Dmitrievič Kondrat’ev (1892-1936), dapprima stretto collaboratore di Lenin e poi vittima delle Purghe staliniane, aveva teorizzato i cicli sinusoidali del moderno mercato capitalistico. Dal suo nome questi cicli, per la verità più legati all’andamento della produttività ma comunque strettamente legati al fenomeno delle crisi capitalistiche, sono noti come onde di Kondrat’ev o più brevemente onde K. Come si evince dalla rappresentazione schematica riportata qui sotto (tratta da Wikipedia), le onde K alternano periodi di rapida crescita ad altri di sviluppo più lento e vengono innescate da una innovazione di base in grado di determinare una rivoluzione tecnologica, con conseguente ascesa dei settori da essa interessata.

Kondratiev_Wave

I teorici dei cicli hanno individuato finora cinque onde a partire dalla Rivoluzione industriale:

  • Rivoluzione industriale – 1771
  • Era del vapore e delle ferrovie – 1829
  • Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante – 1875
  • Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa – 1908
  • Era dell’informatica e delle telecomunicazioni – 1971

 

Attualmente ci troveremmo nella valle della sesta onda, legata al boom dell’information technology, e staremmo attraversando quello che alcuni economisti chiamano l’inverno di Kondrat’ev.

Jeremy Rifkin è forse tra i più visionari degli economisti in circolazione. Non credo abbia bisogno di presentazioni, specie da queste partiSostiene che il capitalismo sia ormai prossimo al punto di rottura: il sistema economico attuale sarebbe diventato così efficace nell’abbassare i costi di produzione da aver creato le premesse per il suo stesso superamento, con la distruzione del tradizionale sistema di produzione incentrato sull’integrazione verticale e la transizione verso “un’economia basata sulla produzione paritaria”.

Secondo Rifkin è solo questione di tempo. Personalmente credo che una delle principali cause del fallimento del socialismo sia stata la difficoltà di pianificare adeguatamente il rapporto tra produzione e consumi. Però adesso cominciano a essere disponibili strumenti, in abbondanza e a costi competitivi, per monitorare in tempo reale tutto questo e provvedere di conseguenza agli aggiustamenti del caso. Si pensi agli algoritmi adottati nelle transazioni HFT (high frequency trading): non si potrebbero adottare con altrettanta efficacia al controllo dei consumi energetici, per esempio? O ancora: la riduzione dei costi di produzione di cui parla Rifkin non potrebbe essere gestita a vantaggio della fornitura di beni e servizi a tutta la popolazione, piuttosto che continuare ad alimentare la bolla speculativa dei prezzi? Sebbene non si possa ancora parlare di superamento della scarsità, la riallocazione delle risorse può inoltre generare un effetto di mitigazione della scarsità.

Un sistema agalmico è la prossima frontiera.

La convergenza delle innovazioni nei campi della produzione/distribuzione dell’energia, delle comunicazioni e dei trasporti getta le basi per il nuovo modello. Già da tempo si parla di smart grid e di smart city, concetti che hanno conosciuto una popolarità crescente negli ultimi anni. Per di più, come precisa Rifkin, al di fuori di un’economia di mercato si potrebbero valorizzare adeguatamente anche tutte quelle attività che producono capitale “sociale”, oggi del tutto ignorate nelle valutazioni sullo stato di salute delle economie nazionali e locali. In un’ottica di medio-lungo periodo trascurare il tasso di sconto sociale delle nostre scelte e sottostimare i beni pubblici globali, come inevitabilmente porta a fare un’economia di mercato, può solo condurre alla rovina.

Spetta a noi, oggi, a tutti i livelli – individuale, governativo, transnazionale, pubblico e privato – decidere come operare la transizione: in maniera pianificata, con l’adozione di una exit strategy che smorzi i potenziali conflitti insiti nella scelta, oppure con uno strappo, quando il costo del libero mercato sarà ormai divenuto insostenibile e il suo abbandono si prospetterà come l’ultima spiaggia. Se dovesse essere la seconda, come è sempre più evidente, con buona pace per Rifkin, non ci resta che sperare che il nuotatore abbia ancora abbastanza forza nelle braccia per raggiungere la riva e, con una metafora cara a Rafael Benítez, non lasciarci la pelle appena toccata la terraferma.

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