No, non è per cercare a tutti i costi “padri nobili” come quelli provocatoriamente citati nel titolo. E d’altra parte non è capitato spesso di parlare di musica su queste pagine, nonostante il ruolo importantissimo che svolge nelle mie giornate e nelle mie nottate (sono infatti quasi incapace di scrivere senza prima aver messo insieme una playlist come colonna sonora per l’atto compositivo). Se non ne parlo più di quanto mi piacerebbe, è soprattutto per via della consapevolezza dei miei limiti: sono un consumatore di musica vorace, ma privo di qualsiasi base per imbastire un discorso accurato sull’argomento, e questo è il motivo per cui mi riservo di farlo solo in casi particolari. E questo mi sembra un caso particolare, in effetti.

Lo spunto me lo dà l’intervista rilasciata da Francesco De Gregori a Repubblica. È un’intervista densa, ricchissima di spunti di riflessione se si è disposti ad andare al di là del solito titolo da minus habens. E le suggestioni che innesca si allargano in onde concentriche che investono campi sempre più distanti dalla musica, come la scrittura, e anche la scrittura di genere. Perché le parole del sessantatreenne cantautore romano risuonano di una saggezza universale.

Così si possono avere delle interessanti sorprese, come quando De Gregori parla dei suoi gusti da lettore e delle sue influenze cinematografiche:

Nelle canzoni contano molto le letture?
“Io sono un buon lettore. Avendo molti momenti morti nel mio lavoro ed essendo di una generazione non digitale, se sto molte ore in treno invece di smanettare, leggo. Ma detta così sembra che io sfogli solo Kafka, Melville e Proust. Invece devo gratitudine anche a Grisham, Stieg Larsson, Ken Follett e molta narrativa di genere. Comunque in quel momento ero patito per i dadaisti e trovavo corrispondenze tra quel modo di creare con il cinema che mi piaceva”.

Che cinema?

Blow up di Antonioni ma più di tutti Otto e mezzo di Fellini. Vidi quel film e alla fine dissi ho capito tutto. Ma perché? Avrei dovuto non capire niente per come era costruito, scritto, montato, per come cambiava il punto di vista dello spettatore e invece no. Quel film ha influenzato tutto il mio lavoro”.

E delle ancora più interessanti rivelazioni, quando capita di leggere come De Gregori compone le sue canzoni, in che rapporto decide di porsi nei confronti del suo pubblico. Un discorso analogo a quello sulla comunicazione, sviluppato a più riprese su questo blog in occasione di diverse riflessioni sulla scrittura.

Vuol dire che non scrive pensando a chi l’ascolta?
“Sì e no. Vorrei sempre che le mie cose piacessero, ma non scrivo per compiacere chi ascolta. Dopo Rimmel che fu un successo avrei potuto fare una seconda puntata, invece scrissi Bufalo Bill con echi, riverberi e un suono diverso. Ma questo ha fatto sì che anche il pubblico si rigenerasse. Una parte l’ho presa, una parte l’ho persa”.

Non sto cercando nel modello di padri fin troppo illustri la giustificazione alle mie posizioni sull’argomento, ma mi fa indubbiamente piacere – inutile negarlo – vedere espresse opinioni analoghe da parte di una figura tanto importante, in un contesto alquanto distante da quello di riferimento per le mie elucubrazioni da quattro soldi (o anche meno). Un personaggio di cui ricordo le raccolte ascoltate per un periodo della mia vita a ciclo continuo, e strimpellate sulla chitarra da un gruppo di amici mezzi ubriachi, nelle notti d’estate, tra una canzone dei Nomadi e un’altra di De André. Canzoni che sono giunte alla mia generazione senza che gli stessi autori abbiano la minima idea di come abbiano fatto a sopravvivere allo scorrere del tempo, e che allo stesso modo stanno già andando oltre, venendo acquisite dalle generazioni successive alla mia. E in ogni passaggio c’è qualcosa che si perde e qualcosa che si aggiunge, qualcosa che si ritrova e qualcosa che si modifica, perché i fenomeni culturali non sono scolpiti nel granito, ma sono processi fluidi, in continua evoluzione. E questo non è un caso, ma risponde a una precisa strategia evolutiva: è l’unico modo che hanno per restare vive.

Le spiace?
“No. Anzi sono contento di vedere ai miei concerti ragazzi giovani. Ma come fanno a sapere che esisto, mi chiedo. Non vado in tv, non vado troppo in giro, non sono un habitué del web… Quanto a certi rimproveri, magari per arrangiamenti nuovi o per i nuovi testi, me li son sentiti fare proprio dai miei coetanei. Per loro De Gregori è sempre quello, diciamo fino a Titanic, fino a quando cioè loro hanno comprato dischi e ascoltato musica. Ciò che è arrivato dopo non conta, perché non è invecchiato con loro. Sono orgoglioso di essermi sempre contraddetto. Dopo Rimmel il mio posto nel pantheon della musica italiana ce l’avevo. Ma non mi è mai piaciuto che potesse finire così. Preferisco continuare a scrivere canzoni magari più brutte o di scarso successo, ma continuare a scrivere quello che ho in testa. Sempre meglio che cavalcare le onde del passato”.

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