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Ieri ricorreva il 97simo anniversario della nascita di Theodore Sturgeon, uno dei giganti che troneggiano sulla storia della fantascienza, e Charlie Jane Anders ha voluto ricordarlo su io9 con una sua citazione. Secondo me si tratta di uno dei migliori consigli che siano mai stati dati a uno scrittore di SF. Poniti la prossima domanda.

Ecco la citazione completa:

C’è un uomo seduto in una caverna che si chiede perché gli uomini non possano volare. Bene, questa è la domanda. La risposta potrebbe non essergli di aiuto, ma la domanda adesso è stata posta. Qual’è la prossima domanda? Come? E così da allora e in ogni epoca la gente ha cercato una risposta a quella domanda. Abbiamo trovato la risposta, e adesso sappiamo volare. Questo vale per ogni conquista, sia in tecnologia che in letteratura, poesia, politica o in qualsiasi altro campo. È tutto lì. Porsi la prossima domanda. E quella che viene dopo.

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I tempi sono maturi per entrare nella fase attiva del SETI? Se lo sono chiesti gli scienziati intervenuti dal 12 al 16 febbraio scorso al meeting annuale dell’AAAS, la American Association for the Advancement of Science. Come riferisce Marco Passarello il dibattito è stato polarizzato tra le posizioni di Douglas A. Vakoch, psicologo e direttore dell’unità del SETI Institute dedicata alla Composizione di Messaggi Interstellari e non a caso sostenitore del METI, ovvero Messaging to Extra-Terrestrial Intelligence, come viene talvolta definito il SETI Attivo; e, sul fronte opposto, la prudenza dello scrittore di fantascienza David Brin, che ha scoraggiato dal proseguire su questa strada.

In effetti, sono già stati inviati una decina di tipi diversi di messaggi verso poco meno di 30 sistemi stellari, distribuiti in un raggio di 17-69 anni luce dalla Terra (con l’unica eccezione dell’Ammasso Globulare M13, nella costellazione di Ercole, distante circa 24.000 anni luce, che tuttavia non riceverà mai il messaggio visto che per quell’epoca si sarà spostato nello spazio dalla posizione che attualmente occupa). Senza contare le trasmissioni radiotelevisive in corso ininterrottamente dal secolo scorso, che pur risultando di difficile separazione dal rumore di fondo sulle distanze astronomiche potrebbero comunque rivelare la nostra presenza a ipotetici osservatori extraterrestri. Si tratta in definitiva di comunicazioni destinate a restare confinate in un volume (in base ai miei calcoli) di più di sei ordini di grandezza più piccolo del volume complessivo della Via Lattea. In questo volume dovrebbero esserci circa 15.000 stelle, quindi per ogni stella raggiunta da un segnale terrestre ce ne sarebbero 20 milioni nell’intera galassia ancora ignare della nostra presenza.

Ammesso e non concesso che nessuna civiltà extraterrestre abbia ancora rilevato l’esistenza della Terra, non è troppo tardi per fermarsi e riflettere meglio sulle possibili conseguenze. Alessandro Vietti, con cui altre volte mi sono trovato d’accordo, classifica dieci diversi tipi di conseguenze di un ipotetico contatto alieno e ne individua due come potenzialmente letali per la sopravvivenza della civiltà umana. Al suo ragionamento posso contrapporre due argomenti, uno debole e l’altro forte.

  • Argomento debole: le 10 tipologie elencate non esauriscono tutte le possibilità. Potrebbero esserci letteralmente centinaia, migliaia di modi diversi in cui potrebbe svolgersi il contatto, e ognuno di essi potrebbe innescare centinaia, migliaia di esiti diversi. I numeri, così come accade per l’equazione di Drake, non ci vengono in soccorso. Anzi, rappresentano un argomento fallace che può essere arbitrariamente piegato alle intenzioni dialettiche di chi decide di servirsene.
  • Argomento forte: astraendo dai numeri in gioco, è sufficiente che ci sia un solo predatore in attesa là fuori per avere un buon motivo per restare nascosti. In questo caso, possiamo guardare alla vecchia legge della giungla: le probabilità di non venire cacciati sono proporzionali alla segretezza del nascondiglio e/o all’efficacia delle tecniche di mimetizzazione adottate.

Ovviamente non sappiamo se c’è un predatore in azione là fuori. Ma da quello che possiamo valutare dopo mezzo secolo di SETI e di tentativi di scrutare nella notte, se qualche civiltà si è sviluppata nei paraggi fino a uno stadio tecnologicamente avanzato (ATC), almeno confrontabile con il nostro, probabilmente non sta facendo molto per rendersi riconoscibile. Per dirlo con le parole di Paul Davies, lo strano silenzio che ci circonda non dovrebbe certo incoraggiarci a uscire allo scoperto.

Lo scrittore cinese Liu Cixin parla a questo proposito di “foresta buia”. A quello che potremmo definire Dark Forest theorem ha dedicato il secondo romanzo della sua trilogia dei Tre Corpi, in corso di traduzione negli USA. Riprendo da una discussione sviluppatasi sul forum di SFF World: “L’universo è una foresta buia, ogni civiltà è come un cacciatore armato, che si muove di soppiatto come uno spettro. Bisogna fare molta attenzione e restare in silenzio, perché là fuori ci sono innumerevoli altri cacciatori. Se un cacciatore ne scopre un altro, non importa se questo sia un angelo o un demonio, un vecchio o un bambino in fasce, una dea bellissima o un santo illuminato, l’unica cosa che può fare è farlo fuori. In questa foresta, gli altri sono l’inferno, gli altri rappresentano una minaccia eterna. Chiunque riveli la propria posizione sarà prima o poi spazzato via dall’universo“.

Ci sono valide ragioni, insomma, per includere il contatto con una ATC extraterrestre nel novero dei rischi esistenziali. E qui mi limito a considerare la minaccia che può derivare attivamente da una civiltà aliena, considerata come da Liu Cixin alla stregua di uno spettro armato in agguato nella foresta della notte. Ma si potrebbe altrettanto ragionevolmente supporre che l’umanità saprebbe benissimo farsi del male da sola, di fronte a un evento epocale di questo tipo, a meno che prima non maturi un’autentica consapevolezza cosmica.

Lo stesso Stephen Hawking ha ammonito che la storia umana è ricca di esempi di cosa potrebbe andare storto nell’incontro con una civiltà più evoluta. Ed è una posizione a cui il mio punto di vista si è progressivamente avvicinato. Siamo di fronte a un dilemma di cui è impossibile valutare vantaggi e rischi. Quindi è irragionevole avere paura, ma d’altra parte è saggio mostrare consapevolezza dei rischi. Tanto più in casi di questa portata, in cui il primo passo falso potrebbe essere anche l’ultimo. In assenza di elementi precisi da valutare, forse l’unica strada percorribile è fare proprio un principio di precauzione.

L’altro giorno L’Inkiesta segnalava questo video curato da Ray Dalio: s’intitola How The Economic Machine Works e merita mezz’ora del vostro tempo, racchiudendo nella sua durata tutta una serie di concetti che si sentono citare spesso, specie negli ultimi tempi, e che qui troverete esposti in forma organica. Dalio è il fondatore di Bridgewater Associates, il più grande fondo privato d’investimento al mondo, ha anticipato la crisi dei mutui subprime del 2007 e la tempesta del 2008 che ne è seguita, e negli ultimi anni è stato più volte indicato da Time e Bloomberg Markets come uno degli uomini più influenti al mondo.

Nel video viene spiegata la natura del capitalismo, con gli effetti determinati dalla logica di scambio (la transazione) su cui si fonda e la necessità di sostenerla “a tutti i costi”. E apprendiamo, per esempio, che il valore dei crediti maturati negli Stati Uniti supera di un fattore 27 il volume di denaro circolante: 51 mila miliardi di dollari contro 3 mila miliardi. Forse vale la pena ricordare che ogni credito è accoppiato a un debito, e diversamente dall’accoppiamento materia-antimateria per essere estinto un debito richiede un’ulteriore iniezione di energia esterna (vale a dire vile denaro), determinato dal tasso d’interesse applicato al prestito. Nella sintesi vediamo tutti i diversi attori del mercato all’opera e appare inoltre ben delineata la struttura ciclica delle fasi di un mercato capitalistico. Questa ciclicità è intrinseca alla sua natura e risulta dalla combinazione di cicli di debito a breve e lungo termine con la crescita della produttività. Quando il valore dei debiti surclassa quello delle entrate si determina una crisi creditizia. Per superare la crisi Dalio individua quattro possibili soluzioni da combinare in una strategia di deleveraging, ovvero di riduzione del debito pubblico e privato:

  • Taglio della spesa
  • Ristrutturazione del debito (che si porta dietro lo spettro del default)
  • Ridistribuzione della ricchezza
  • Stampa di moneta (con conseguente ascesa del tasso di inflazione)

Alcune di queste sono citate più spesso di altre. A voi decidere perché.

Già l’economista sovietico Nikolaj Dmitrievič Kondrat’ev (1892-1936), dapprima stretto collaboratore di Lenin e poi vittima delle Purghe staliniane, aveva teorizzato i cicli sinusoidali del moderno mercato capitalistico. Dal suo nome questi cicli, per la verità più legati all’andamento della produttività ma comunque strettamente legati al fenomeno delle crisi capitalistiche, sono noti come onde di Kondrat’ev o più brevemente onde K. Come si evince dalla rappresentazione schematica riportata qui sotto (tratta da Wikipedia), le onde K alternano periodi di rapida crescita ad altri di sviluppo più lento e vengono innescate da una innovazione di base in grado di determinare una rivoluzione tecnologica, con conseguente ascesa dei settori da essa interessata.

Kondratiev_Wave

I teorici dei cicli hanno individuato finora cinque onde a partire dalla Rivoluzione industriale:

  • Rivoluzione industriale – 1771
  • Era del vapore e delle ferrovie – 1829
  • Era dell’acciaio, dell’elettricità e dell’ingegneria pesante – 1875
  • Era del petrolio, dell’automobile e della produzione di massa – 1908
  • Era dell’informatica e delle telecomunicazioni – 1971

 

Attualmente ci troveremmo nella valle della sesta onda, legata al boom dell’information technology, e staremmo attraversando quello che alcuni economisti chiamano l’inverno di Kondrat’ev.

Jeremy Rifkin è forse tra i più visionari degli economisti in circolazione. Non credo abbia bisogno di presentazioni, specie da queste partiSostiene che il capitalismo sia ormai prossimo al punto di rottura: il sistema economico attuale sarebbe diventato così efficace nell’abbassare i costi di produzione da aver creato le premesse per il suo stesso superamento, con la distruzione del tradizionale sistema di produzione incentrato sull’integrazione verticale e la transizione verso “un’economia basata sulla produzione paritaria”.

Secondo Rifkin è solo questione di tempo. Personalmente credo che una delle principali cause del fallimento del socialismo sia stata la difficoltà di pianificare adeguatamente il rapporto tra produzione e consumi. Però adesso cominciano a essere disponibili strumenti, in abbondanza e a costi competitivi, per monitorare in tempo reale tutto questo e provvedere di conseguenza agli aggiustamenti del caso. Si pensi agli algoritmi adottati nelle transazioni HFT (high frequency trading): non si potrebbero adottare con altrettanta efficacia al controllo dei consumi energetici, per esempio? O ancora: la riduzione dei costi di produzione di cui parla Rifkin non potrebbe essere gestita a vantaggio della fornitura di beni e servizi a tutta la popolazione, piuttosto che continuare ad alimentare la bolla speculativa dei prezzi? Sebbene non si possa ancora parlare di superamento della scarsità, la riallocazione delle risorse può inoltre generare un effetto di mitigazione della scarsità.

Un sistema agalmico è la prossima frontiera.

La convergenza delle innovazioni nei campi della produzione/distribuzione dell’energia, delle comunicazioni e dei trasporti getta le basi per il nuovo modello. Già da tempo si parla di smart grid e di smart city, concetti che hanno conosciuto una popolarità crescente negli ultimi anni. Per di più, come precisa Rifkin, al di fuori di un’economia di mercato si potrebbero valorizzare adeguatamente anche tutte quelle attività che producono capitale “sociale”, oggi del tutto ignorate nelle valutazioni sullo stato di salute delle economie nazionali e locali. In un’ottica di medio-lungo periodo trascurare il tasso di sconto sociale delle nostre scelte e sottostimare i beni pubblici globali, come inevitabilmente porta a fare un’economia di mercato, può solo condurre alla rovina.

Spetta a noi, oggi, a tutti i livelli – individuale, governativo, transnazionale, pubblico e privato – decidere come operare la transizione: in maniera pianificata, con l’adozione di una exit strategy che smorzi i potenziali conflitti insiti nella scelta, oppure con uno strappo, quando il costo del libero mercato sarà ormai divenuto insostenibile e il suo abbandono si prospetterà come l’ultima spiaggia. Se dovesse essere la seconda, come è sempre più evidente, con buona pace per Rifkin, non ci resta che sperare che il nuotatore abbia ancora abbastanza forza nelle braccia per raggiungere la riva e, con una metafora cara a Rafael Benítez, non lasciarci la pelle appena toccata la terraferma.

No, non è per cercare a tutti i costi “padri nobili” come quelli provocatoriamente citati nel titolo. E d’altra parte non è capitato spesso di parlare di musica su queste pagine, nonostante il ruolo importantissimo che svolge nelle mie giornate e nelle mie nottate (sono infatti quasi incapace di scrivere senza prima aver messo insieme una playlist come colonna sonora per l’atto compositivo). Se non ne parlo più di quanto mi piacerebbe, è soprattutto per via della consapevolezza dei miei limiti: sono un consumatore di musica vorace, ma privo di qualsiasi base per imbastire un discorso accurato sull’argomento, e questo è il motivo per cui mi riservo di farlo solo in casi particolari. E questo mi sembra un caso particolare, in effetti.

Lo spunto me lo dà l’intervista rilasciata da Francesco De Gregori a Repubblica. È un’intervista densa, ricchissima di spunti di riflessione se si è disposti ad andare al di là del solito titolo da minus habens. E le suggestioni che innesca si allargano in onde concentriche che investono campi sempre più distanti dalla musica, come la scrittura, e anche la scrittura di genere. Perché le parole del sessantatreenne cantautore romano risuonano di una saggezza universale.

Così si possono avere delle interessanti sorprese, come quando De Gregori parla dei suoi gusti da lettore e delle sue influenze cinematografiche:

Nelle canzoni contano molto le letture?
“Io sono un buon lettore. Avendo molti momenti morti nel mio lavoro ed essendo di una generazione non digitale, se sto molte ore in treno invece di smanettare, leggo. Ma detta così sembra che io sfogli solo Kafka, Melville e Proust. Invece devo gratitudine anche a Grisham, Stieg Larsson, Ken Follett e molta narrativa di genere. Comunque in quel momento ero patito per i dadaisti e trovavo corrispondenze tra quel modo di creare con il cinema che mi piaceva”.

Che cinema?

Blow up di Antonioni ma più di tutti Otto e mezzo di Fellini. Vidi quel film e alla fine dissi ho capito tutto. Ma perché? Avrei dovuto non capire niente per come era costruito, scritto, montato, per come cambiava il punto di vista dello spettatore e invece no. Quel film ha influenzato tutto il mio lavoro”.

E delle ancora più interessanti rivelazioni, quando capita di leggere come De Gregori compone le sue canzoni, in che rapporto decide di porsi nei confronti del suo pubblico. Un discorso analogo a quello sulla comunicazione, sviluppato a più riprese su questo blog in occasione di diverse riflessioni sulla scrittura.

Vuol dire che non scrive pensando a chi l’ascolta?
“Sì e no. Vorrei sempre che le mie cose piacessero, ma non scrivo per compiacere chi ascolta. Dopo Rimmel che fu un successo avrei potuto fare una seconda puntata, invece scrissi Bufalo Bill con echi, riverberi e un suono diverso. Ma questo ha fatto sì che anche il pubblico si rigenerasse. Una parte l’ho presa, una parte l’ho persa”.

Non sto cercando nel modello di padri fin troppo illustri la giustificazione alle mie posizioni sull’argomento, ma mi fa indubbiamente piacere – inutile negarlo – vedere espresse opinioni analoghe da parte di una figura tanto importante, in un contesto alquanto distante da quello di riferimento per le mie elucubrazioni da quattro soldi (o anche meno). Un personaggio di cui ricordo le raccolte ascoltate per un periodo della mia vita a ciclo continuo, e strimpellate sulla chitarra da un gruppo di amici mezzi ubriachi, nelle notti d’estate, tra una canzone dei Nomadi e un’altra di De André. Canzoni che sono giunte alla mia generazione senza che gli stessi autori abbiano la minima idea di come abbiano fatto a sopravvivere allo scorrere del tempo, e che allo stesso modo stanno già andando oltre, venendo acquisite dalle generazioni successive alla mia. E in ogni passaggio c’è qualcosa che si perde e qualcosa che si aggiunge, qualcosa che si ritrova e qualcosa che si modifica, perché i fenomeni culturali non sono scolpiti nel granito, ma sono processi fluidi, in continua evoluzione. E questo non è un caso, ma risponde a una precisa strategia evolutiva: è l’unico modo che hanno per restare vive.

Le spiace?
“No. Anzi sono contento di vedere ai miei concerti ragazzi giovani. Ma come fanno a sapere che esisto, mi chiedo. Non vado in tv, non vado troppo in giro, non sono un habitué del web… Quanto a certi rimproveri, magari per arrangiamenti nuovi o per i nuovi testi, me li son sentiti fare proprio dai miei coetanei. Per loro De Gregori è sempre quello, diciamo fino a Titanic, fino a quando cioè loro hanno comprato dischi e ascoltato musica. Ciò che è arrivato dopo non conta, perché non è invecchiato con loro. Sono orgoglioso di essermi sempre contraddetto. Dopo Rimmel il mio posto nel pantheon della musica italiana ce l’avevo. Ma non mi è mai piaciuto che potesse finire così. Preferisco continuare a scrivere canzoni magari più brutte o di scarso successo, ma continuare a scrivere quello che ho in testa. Sempre meglio che cavalcare le onde del passato”.

Next-StreamDisponibile sia in cartaceo che in e-book sul sito della Kipple Officina Libraria e anche su Amazon, dove per inciso è partito fin da subito molto bene, potete trovare da ieri la nuova antologia di racconti connettivisti curata da Lukha B. Kremo, Sandro Battisti e dal sottoscritto: Next-Stream, oltre il confine dei generi.

La stupenda copertina è di Luca Cervini. La quarta, che riporto fedelmente, recita:

I connettivisti sono un nutrito manipolo di sperimentatori a tutto tondo, nessuna espressione artistica è loro preclusa. NeXT-Stream rappresenta forse la più ambiziosa forma di sperimentazione del collettivo che vuole, ora, esportare i suoi tratti distintivi anche nella letteratura non di genere, avendo come substrato sempre presente le suggestioni del fantastico e della science fiction.
La realtà ha altri aspetti, se la osservate bene.

I racconti che compongono l’ossatura di questo nuovo progetto, sviluppato a partire dal 2012, sono i seguenti:

  • Chi si ferma è perduto di Umberto Pace
  • Il diario del senatore Giuliani (Sette guerrieri contemporanei) di Lukha B. Kremo
  • Buonanotte Modu; dormi bene di Filippo Carignani Battaglia
  • Psycolandia di Marco Milani
  • La cuspide del dissenso di Domenico Mastrapasqua
  • Unplugged di Sandro Battisti
  • Autopilot di Fernando Fazzari
  • L’eremita di Roberto Furlani
  • Non si esce vivi dagli anni ’80 di Mario Gazzola
  • Ponti di Roberto Bommarito
  • BloodBusters di Francesco Verso
  • Il sepolcro del nuovo incontro di Giovanni Agnoloni,
  • Il peso del mondo è amore di Denise Bresci & Ugo Polli
  • Tornare a Cape Cod di Giovanni De Matteo

Come scriviamo nell’introduzione alla raccolta:

Abbiamo cercato di lavorare privilegiando il principio della massima inclusività possibile dei diversi approcci, con il proposito di fornire uno spaccato variegato e attendibile della complessità da cui muovevamo.

Nella selezione potrete quindi imbattervi in una raccolta eterogenea di sensibilità e di punti di vista sulla scrittura non di genere o, per meglio dire, oltre i generi: contaminazioni di poliziesco e fantascienza che gli appassionati di entrambi i generi potrebbero con qualche fatica incastrare sotto una definizione univoca: scorci del futuro narrati secondo una prospettiva iperrealista; incursioni nel surreale e nel metafisico; soluzioni riconducibili alla literary fiction. E spesso potrete trovare diversi di questi approcci all’interno dello stesso racconto, proprio come se, parafrasando una precedente pubblicazione che ci è particolarmente cara, ogni racconto non fosse altro che il frammento di una rosa olografica.

Quattro mesi dopo The Origins, Kipple Officina Libraria propone dunque un nuovo lavoro collettivo, che forse proprio dalle lettura giustapposta a The Origins potrebbe ricavare maggior forza.

Secondo Lukha B. Kremo è un’antologia che potrebbe piacere a lettori che di solito non leggono né fantascienza né autori connettivisti. In effetti questa antologia vuole portare alla luce un approccio connettivista alla scrittura non di genere, sfruttando l’esperienza maturata nell’alveo della fantascienza e dei generi limitrofi (soprattutto lungo lo spettro che va dal fantastico al poliziesco) per proporre un racconto altro del reale. Nella piena consapevolezza che il reale è un mondo liquido, in continuo cambiamento, in costante evoluzione, e quindi, come una foto non ritrae la realtà meglio di un film, il racconto del presente non presenta particolari vantaggi rispetto al racconto del futuro.

Abbiamo messo insieme 14 visioni sul nostro mondo e sui nostri tempi: 14 punti di vista, 14 approcci diversi. Dalla metafora alla literary fiction, dal surreale alla contaminazione dei generi: sono le nostre idee per i possibili mainstream del futuro. E per questo abbiamo voluto chiamarlo next-stream.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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