nuovi-argomentiIn maniera del tutto inattesa ci ritroviamo a menzionare Alberto Moravia per la seconda settimana di fila. Che il rapporto dell’intellettuale romano con la fantascienza non sia mai stato improntato – non dico alla stima – alla curiosità, all’interesse minimo per ciò che magari non comprendiamo ma in cui possiamo riconoscere se non altro il pregio della dignità, sia pure con riserva, è storia arcinota. La chiusura al nostro genere da parte di Moravia fu totale e senza ripensamenti. E sulla stessa linea sembra muoversi ancora oggi Nuovi Argomenti, la rivista di critica letteraria che Moravia contribuì a fondare nel 1953 e che oggi rivive in una quinta incarnazione, sotto la cura di un direttorio ben partecipato e sotto l’egida del Gruppo Mondadori.

Nuovi Argomenti ha dedicato l’ultima uscita dell’anno, il numero 68 di ottobre-dicembre 2014, alla fantascienza in Italia. O almeno questo deve essere stato il proposito, denunciato fin dal titolo, che accosta quello della più longeva collana italiana di genere al capolavoro di Ray Bradbury (immortalato per il cinema da François Truffaut), sincera e appassionata dichiarazione d’amore per i libri, le storie e la lettura: Urania 451 s’intitola questo numero monografico, ed è un titolo che alle mie orecchie fin da subito è suonato un po’ troppo lugubre e sinistro per alimentare buoni auspici.

Fahrenheit 451, infatti, alludeva alla temperatura di combustione della carta. E tutta la storia concepita da Bradbury è incentrata sulla salvaguardia e la preservazione della conoscenza umana da parte di Guy Montag, un ex-membro pentito del corpo dei pompieri deputato alla distruzione dei libri in un regime distopico fondato sul controllo dei mass media e il potere egemonico della televisione. La stessa causa che sembra essere stata sposata dalla rivista letteraria di casa Mondadori. Quella del corpo dei pompieri, non quella del redento Guy Montag.

La mia impressione è stata confermata da chi la rivista ha avuto l’audacia di leggerla. Io non mi sento sufficientemente motivato a portare soldi a iniziative simili, già i libri che meritano di essere letti sono talmente tanti da costringerci a convivere con l’idea che non riusciremo mai a leggerli tutti e la vita è davvero troppo breve per sprecare tempo prezioso dando fiducia a operazioni editoriali che puzzano di bruciato. Dando una scorsa all’indice, che è tutto ciò che avrò mai il tempo e il coraggio di leggere di questo Nuovi Argomenti curato da Carlo Mazza Galanti, tre cose mi sono subito balzate all’occhio:

  1. La totale assenza di professionisti provenienti dall’ambiente. Nella sua introduzione (a quanto mi riferiscono) il curatore “rivendica” di aver scelto deliberatamente scrittori che non scrivono fantascienza. Tutto bene, se l’operazione non mirasse a tirare le somme su cosa sia e cosa abbia prodotto la fantascienza in Italia. Se invece questo era l’intento, non dico che per essere credibile l’operazione avrebbe dovuto fondarsi sul coinvolgimento esclusivo dei professionisti del settore (curatori, traduttori, critici, autori), ma forse il loro contributo avrebbe potuto costituire un valore aggiunto. Anche solo un’intervista a Giuseppe Lippi, curatore da un quarto di secolo di quell’Urania da cui l’operazione ha preso in prestito metà del titolo, avrebbe potuto fornire quello sguardo interno e focalizzato sufficiente ad agganciarla all’attualità e allo stato dell’arte del genere. Senza menzionare i critici che alla fantascienza hanno fornito contributi di valore, magari a cominciare dalla triade fondatrice di Anarres (rintracciabile senza sforzi particolari on line e per altro primo risultato di Google alla stringa di ricerca “rivista studi fantascienza”). Oppure gli autori che su Urania hanno pubblicato in questi anni, tra i quali se ne annoverano almeno un paio pubblicati anche all’estero (Dario Tonani in Giappone, Francesco Verso in Australia) e uno capace di scrivere uno dei romanzi italiani (al di là dell’appartenenza di genere) più importanti di questi anni (Vittorio Catani con Il quinto principio). Di diverso avviso è risultato invece il curatore della monografia, che ha invece preferito affidare la testimonianza sullo stato del genere a gente che in tutta evidenza (a giudicare dai relativi curricula) ha avuto con lo stesso, nel migliore dei casi, solo una frequentazione episodica se non proprio accidentale.
  2. Il richiamo del saggio introduttivo di Tommaso Pincio alle figure di Fruttero & Lucentini, i due operatori culturali più ostili alla maturazione di una via italiana alla fantascienza, nonché artefici dalla tolda di comando di Urania di una visione del genere filtrata e parziale di cui ancora oggi il settore sconta le conseguenze. Quel “Marziano in cattedra” varato dalla ditta è un pugno nell’occhio per ogni sano appassionato di fantascienza. E da parte di Pincio (per altro, con Laura Pugno, l’unica firma coinvolta ad aver avuto almeno qualche trascorso documentato di un certo livello con la fantascienza), che ha abituato i lettori ad apprezzare la sua cura per la profondità critica e l’attenzione per i dettagli, è – a voler essere generosi – come minimo un passo falso.
  3. La costrizione della panoramica finale di Gino Roncaglia sulla fantascienza in Italia a due soli decenni: gli anni ’60 e gli anni ’70. Tralasciando tutto ciò che c’è stato prima, dalla protofantascienza agli anni ’50. E tutto ciò che è venito dopo. Un punto di vista comodo forse a giustificare tutte le amnesie già evidenziate in precedenza.

Di tutto possiamo dire sul fandom, tranne che non ci sia autocritica. Tant’è che, davanti all’indice e ai contenuti di Nuovi Argomenti non hanno tardato ad arrivare i j’accuse e gli atti di dolore. E un fondo di verità c’è: che la comunità sia ripiegata su se stessa lo denunciavo non più di qualche post fa; che troppo spesso prevalgano logiche esclusive piuttosto che aperture verso il nuovo, idem. Probabilmente il fandom che abbiamo in Italia non è il luogo più ricettivo e accogliente verso le novità. Eppure, di fronte a operazioni come questa di Nuovi Argomenti, è curioso vedere come ci si metta subito all’opera per individuare il colpevole interno a cui attribuire la responsabilità. Come se tutto, in fin dei conti, si riducesse all’ennesima occasione per il redde rationem.

In tutta franchezza, non riesco davvero a capire come si possa pensare di giustificare l’esito imbarazzante e discutibile di un’iniziativa nata e maturata al di fuori del settore come se fosse colpa degli addetti ai lavori. Se una rivista letteraria decide di dedicare una monografia alla fantascienza in Italia arrivando a citare Urania fin dal titolo, evidentemente chi sta curando l’operazione ha una cognizione minima di quali siano i canali da investigare e i cammini da percorrere per affrontare l’impresa. Il minimo che il lettore può attendersi per spirito di coerenza sarebbe il coinvolgimento di chi su Urania ha lavorato e continua a lavorare. Solo partendo da lì sono disposto ad analizzare e valutare l’indice di settarietà della SF italiana: se chi viene coinvolto riesce ad allargare la rete ad altri professionisti (tramite il coinvolgimento diretto o anche “solo” il riconoscimento dei meriti), allora possiamo assumerci il coraggio di riconoscere il livello di integrazione e cooperazione finalmente raggiunto nell’ambiente; altrimenti abbiamo la misura di ciò che non va e siamo legittimati a criticare esclusioni, eccezioni, anomalie, particolarismi e faziosità varie – e allora via pure con la resa dei conti.

Invece, in questo caso è mancato fin dall’inizio qualsiasi interesse, qualsiasi apertura a chi nella fantascienza italiana lavora: scrivendo, curando collane, riviste e web magazine, traducendo e facendo critica. La fantascienza di Nuovi Argomenti si ferma a quel titolo, comunque ambiguo e in ogni caso fuorviante: la temperatura a cui è stata ridotta in cenere la storia di più di mezzo secolo di fantascienza italiana. Fin dall’indice e dall’elenco dei collaboratori è forte purtroppo il sentore di opportunità e snobismo a voler essere gentili, e di dilettantismo e superficialità a voler essere invece appena un po’ più severi.

Se non fossi parte in causa vi inviterei a investire i vostri soldi in un numero qualsiasi di Robot. Siccome sono invece direttamente coinvolto, sfiderei i curiosi che non siano frequentatori assidui della fantascienza a comprare entrambe le riviste, Robot e Nuovi Argomenti, per metterle a confronto e avere così un giudizio disinteressato e di prima mano su quale delle due realtà funzioni meglio per divulgare lo stato del genere presso i lettori.

A tutti mi sento di chiedere un’unica cortesia: evitiamo i piagnistei, offrono troppi alibi di comodo utilizzo e non aggiungono valore al dibattito.

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