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Numeri pressoché insignificanti per il mondo, ma significativi per il blogger. Perché è da qui che si parte per il 2015. Buona fine e buon inizio ai lettori olonomici!

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.000 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

In un articolo bellissimo ed essenziale di Vittorio Catani, apparso su Delos lo scorso anno, trovo illustrate idee, a sostegno di una visione specifica della fantascienza e del romanzo contemporaneo, che mi trovano del tutto d’accordo. Si parla di livelli di comprensibilità e veridicità del genere, ed è indiscutibile che molte delle difficoltà con cui la fantascienza si ritrova a fare i conti presso i lettori derivano proprio dalle sue caratteristiche intrinseche.

Rendere credibile uno scenario futuro o comunque alternativo impone una serie di scelte e obbliga alla ricerca di un equilibrio. In casi limite, come il racconto di futuri più o meno remoti o di universi paralleli, comprensibilità e veridicità possono giocare l’una a scapito dell’altra: più la storia si attiene a principi di veridicità, più risulterà aliena all’esperienza comune del lettore, a scapito quindi della comprensibilità; di contro, più ci si sforzerà di essere comprensibili, fruibili, a vantaggio del misterioso profilo di un lettore standard (ingiustamente livellato verso il basso per il pregiudizio editoriale legato alla spendibilità commerciale dell’opera), minori pretese di veridicità si potranno nutrire.

La necessità di risultare comprensibili non dovrebbe mai venire meno in un’opera letteraria, che per definizione nasce come canale di comunicazione tra l’autore e i lettori. Tuttavia non bisognerebbe nemmeno essere troppo facilmente disposti a mettere da parte i criteri di veridicità a beneficio di una presunta maggiore fruibilità dell’opera. È un dilemma familiare a ogni scrittore di fantascienza. E anche in relazione al discorso sullo straniamento culturale che facevamo qualche giorno fa, trovo illuminanti le parole di Norman Spinrad con cui Catani conclude l’articolo:

Ciò che tutti questi scrittori hanno in comune è il fatto di lavorare in modo del tutto indipendente e al di fuori di qualsiasi influenza massificante (…) Di tutti i movimenti letterari possibili, quello che comporta uno spostamento verso sempre più ampie diversità di stile, tematiche, forma e filosofia, sarà sempre il più difficile da accettare per i tradizionalisti (…) In fondo la New Wave non è una vera e propria corrente, ma una eterna marea antica quanto l’anima dell’uomo.

Parole che volendo potrebbero avere una risonanza ancora più vasta.

Oggi sono dieci anni di connettivismo. Dieci anni dalla notte in cui con gli altri iniziatori (Sandro Battisti e Marco Milani) mettemmo in moto il meccanismo del movimento. A cominciare dalla convergenza con Lukha B. Kremo e la sua Nazione Caotica, i connettivisti sono cresciuti in numero, sono maturati in esperienza, sono cambiati. Ma siamo ancora qua. E mi viene naturale guardare all’orizzonte dei prossimi dieci anni dal punto in cui ci troviamo adesso. La marcia continua.

Dopo le interessanti riflessioni di Giovanni Agnoloni sulla tematica del Profondo, per la seconda volta questa settimana Critica Impura torna a dedicare attenzione alla fantascienza e al connettivismo, con questa tripla intervista al curatore di Future Fiction Francesco Verso e a due autori pubblicati nella collana, Clelia Farris e il sottoscritto.

Concept art from aborted "Prey 2".

Concept art from aborted “Prey 2”.

Di recente Charles Stross ha affrontato il tema dello straniamento culturale sul suo blog, con la consueta acutezza, in un densissimo post che vi consiglio di leggere. Eviterò di dilungarmi, ma trovo il suo intervento condivisibile dalla prima all’ultima parola.

Come sapete, credo alla definizione della fantascienza come genere incentrato sugli effetti culturali del cambiamento. Finisco così sempre per trovarmi un po’ a disagio davanti a lavori ambientati secoli se non millenni nel futuro, che pensano di poter fare a meno di cambiamenti di profondo impatto sociale, etico e politico. Un esempio tra quelli citati dallo stesso Stross è quello dei romanzi della serie di Alex Benedict di Jack McDevitt: scritti con uno stile efficace e con un ritmo avvincente, eppure a mio modo di vedere – e a quanto pare non solo – carenti sotto il profilo del world-building in quanto per tutti gli aspetti della società e della politica si limitano a trasporre la società occidentale contemporanea in un contesto interstellare. E questo è uno dei casi più eclatanti della correlazione tra i diversi aspetti della scrittura: perché posso avere in scena i personaggi più accattivanti sulla piazza (e Chase Kolpath di sicuro non passa inosservata), però se penso che le sue azioni si svolgono in una società successiva alla nostra di 10.000 anni, devo fare un lavoro aggiuntivo da lettore per adeguare il livello di sospensione dell’incredulità ed accettare che Chase si trova ad agire non nel mio presente, bensì in un’epoca ancora più remota dalla nostra di quanto il nostro presente sia distante dalla Mesopotamia dei Sumeri.

Come già faceva notare Alastair Reynolds, in uno dei panel più affollati della scorsa Loncon3, il semplice fatto di immaginare un futuro di voli spaziali è uno sforzo rivoluzionario. Probabilmente, pensare a una civiltà umana interstellare è quanto di più vicino ci sia a una celebrazione dell’utopia: se già solo l’impresa di inviare una missione umana tra le stelle presuppone l’allineamento di una serie così difficile di condizioni da sconfinare nell’idealismo, figuriamoci la costruzione e il sostentamento di una società sparsa tra le stelle. E allora come possiamo accettare che, malgrado l’evoluzione tecnologica richiesta per realizzare un simile scenario, i discendenti degli uomini che vivranno in questo contesto potranno non risentire delle ricadute del cambiamento, continuando a comportarsi in maniera del tutto indistinguibile da quella di una normale cittadina americana o europea del 2014?

Una delle ragioni per cui trovo così importante la figura di Aliette de Bodard nella fantascienza contemporanea è proprio la sua capacità di regalarci con poche pennellate scenari radicalmente complessi e profondamente problematici, eppure istintivamente credibili. Il lettore s’immerge nei suoi mondi postumani pressoché senza sforzo, con una spontaneità che ha del miracoloso. Lo straniamento culturale è un presupposto della sua fantascienza e i suoi racconti sono la prova di quanto efficace possa essere il world-building di una società del futuro remoto. Le sue opere fissano così un ideale termine di riferimento a cui chiunque si cimenti con questo tipo di fantascienza dovrebbe aspirare.

4 mesi condensati in 7 minuti, in questo fantastico time-lapse realizzato dal paesaggista Nicolaus Wegner, che tra maggio e settembre ha documentato decine di tempeste tra le Grandi Pianure e le Montagne Rocciose. S’intitola Stormscapes 2 e l’ho scoperto quest’oggi su io9.

Stormscapes 2 from Nicolaus Wegner on Vimeo.

Tavole-Palatine-Metaponto

Una risposta a Giampietro Stocco, che dal suo blog Ucronicamente si scaglia contro il sottoscritto, reo di aver preso posizione contro il lettore riluttante.

Ora, Giovanni, tu sai altrettanto bene di cosa si discute per esempio nel gruppo Facebook Romanzi di Fantascienza, e le tue conclusioni un po’ sprezzanti vanno perciò dritte a giudicare come pensionati gente, faccio qualche nome a caso, del calibro di Umberto Rossi, Silvio Sosio, Vittorio Catani, Lanfranco Fabriani o Sandro Pergameno. Per non parlare di Alessandro Vietti o Dario Tonani – dove sei Dario? Dove ti sei nascosto? – o di altri esponenti della sf italiana appartenenti a generazioni più vicine alla tua.

Temo, Giampietro, che per amor di polemica tu stia mettendo parole non dette in bocca un po’ a tutti. A me, per cominciare, e poi a tutte le altre persone che citi. Magari nessuno di loro è intervenuto perché effettivamente si sono tutti talmente risentiti nei miei confronti da aver preferito ignorarmi e dimenticarmi. Ma se così non fosse, magari è il caso che tu ti ponga il problema di non aver afferrato il senso del mio messaggio.

Sei abbastanza intelligente da capire che nel momento in cui mi attribuisci direttamente un’affinità di metodo con un personaggio politico tanto popolare quanto discutibile stai automaticamente tagliando molte – se non tutte – le linee di dialogo. Ne voglio tenere aperta ancora una in virtù della stima che nutro verso un collega a cui non mi sento di poter negare anche l’ultima opportunità di chiarimento. Ma io parlo del “lettore riluttante” identificando una figura di lettore tipica, come tipiche sono altre figure che per fortuna rendono il “lettore riluttante” una minoranza nel panorama dei lettori di fantascienza, e tu fai sembrare che io abbia dato del “lettore riluttante” ad ogni singolo lettore di fantascienza residente in Italia. E non ti fermi qua: includi persino nella categoria, in maniera del tutto arbitraria e unilaterale, ogni autore di fantascienza che abbia iniziato a scrivere prima di me. Per questo, in fin dei conti, l’impressione che mi lascia questo tuo sfogo, che raccoglie organicamente le tracce seminate su Facebook un paio di settimane fa, non è altra che di un gusto un po’ sterile e forse inconcludente per la polemica.

Infine permettimi di dirti che nel nostro caso il riferimento ai capponi manzoniani è del tutto inappropriato e fuori luogo. Avremmo potuto essere una comunità compatta e coesa, e comunque temo che l’attenzione tributata alla fantascienza da iniziative come quella già discussa di Nuovi Argomenti sarebbe stata la stessa. Perché un conto è la vivacità o la stanchezza del fandom e un’altra è l’autorevolezza delle figure che operano nel genere, come critici, scrittori, curatori, traduttori, studiosi. E’ la stessa differenza che passa, se ci fai caso, tra il livello amatoriale e quello professionale.

L’ho già scritto altrove e temo che presto sarà nuovamente necessario ribadirlo. Per fare della buona fantascienza, la mia unica ricetta è seguire il proprio gusto. Quale che sia la rivendicazione del gusto dominante. Sia perché non è detto che esista al momento un gusto dominante. Sia perché sono certo che se pure esistesse non è certo quello rispondente alle opinioni dei commentatori più pugnaci. Il loro accanimento tradisce qualcos’altro: non so bene cosa sia, le loro parole per me sono rumore.

E il rumore va filtrato.

A un certo punto, mentre attraversava il media landscape, nell’homo sapiens sapiens divenuto inforg deve essere stata instillata l’idea. Non si sa bene da chi: forse era qualcosa che covava già dentro di lui e che necessitava solo delle condizioni ambientali più adatte. Fatto sta che intorno a questo seme si è poi sviluppata la convinzione. E oggi tutti possiamo ponderare gli effetti di questo processo: l’assunzione che chiunque possa parlare di qualsiasi cosa, la presunzione che non ci sia più bisogno di elaborare l’informazione, che basti semplicemente acquisirla per presentare ad altri il proprio punto di vista. E non solo: gode di popolarità crescente la presunzione che sia necessario esprimere questo punto di vista, comunicarlo, condividerlo.

Sempre senza nessun costo, senza nessun investimento. Tutto facile, tutto scontato. Abbiamo sostituito l’accesso alla comprensione.

Tra le più grandiose idee del Rinascimento compare la riscoperta dell’ideale classico dell’uomo universale, un modello a cui non manca di ispirarsi lo stesso postumanesimo. Il problema è che al momento ci ritroviamo circondati di tuttologi, spesso laureati all’università della strada quando non della vita. Sono una massa scalpitante, che si nutre di visibilità e nel cercare un’esposizione sempre più significativa comprime gli esperti ai bordi del campo. Una massa per di più rumorosa, che diluisce il flusso dell’informazione fino quasi ad annichilirlo. E noi dovremmo invece lavorare per preservare questa informazione, nutrire il flusso per consentirne lo sviluppo, la moltiplicazione, per raggiungere destinatari che restano comunque lontani, malgrado la contrazione delle distanze in un mondo iperconnesso.

L’uomo universale è e resta il nostro modello. Ma la strada per raggiungere la meta è purtroppo ancora lunga.

Riporto un brano estratto da Cloudbuster, il racconto “discronico” pubblicato questo mese sulle pagine di Robot.

cloudbusting

Secondo le pagine della politica estera e interplanetaria, Marte si apprestava a dichiarare guerra alla Terra. USA e URSS avevano avviato negoziati segreti per predisporre un piano di difesa congiunto, quando l’angelo biondo entrò nel mio ufficio.

Che non fosse il solito caso di moglie tradita, me ne accorsi non appena mise piede oltre la porta. La fluente chioma bionda ricadeva in morbide onde dorate sulle spalle della giacca di crespo rosso. La griffe italiana del completo denunciava lo stato delle sue finanze meglio di quanto sarebbe riuscita a fare una dichiarazione dei redditi. La gonna alle ginocchia era intonata con la giacca. Sotto il colletto della camicetta color perla, una collana d’oro ornava un collo da cigno. Riusciva a dare sfoggio di sensualità pur rispettando a prima vista i rigidi dettami sull’abbigliamento imposti dalla Commissione permanente di Vigilanza sui Costumi.

Negli occhi la leggerezza dei trent’anni era tuttavia incupita da un’ombra di preoccupazione. Avrei potuto innamorarmi, se non ci fosse stato di mezzo il lavoro. Questa è la seconda regola: in affari, evitare sempre il coinvolgimento. Di qualsiasi tipo.

Venne avanti sui suoi tacchi: ogni passo, un colpo secco al mio cervello, un battito perso del mio cuore.

– Che cosa posso fare per lei? – domandai, alzandomi dalla sedia sulla quale fino a dieci secondi prima me ne ero stato stravaccato, immerso nelle notizie del giorno. Avevo tolto i talloni dalla scrivania quando avevo sentito bussare.

– È lei Hank Brazell? – ribatté lei, inanellando le sillabe come se fossero note. – Il detective? Cerco un investigatore privato, mi hanno consigliato di rivolgermi a lei.

Piegai il St. Louis Post-Dispatch e le indicai la sedia davanti alla scrivania. Il ripiano tra noi era ingombro di fogli appuntati e fascicoli rilegati, ma non era quello a mettere distanza tra le orbite delle nostre vite. – Prego, si accomodi – le dissi, sforzandomi di tenere un tono professionale. – Di cosa si tratta?

La donna sedette con grazia e accavallò le gambe. Nel farlo, il nylon delle calze strisciò evocando immagini elettriche nella mia testa. Erano delle  autoreggenti francesi da scandalo, l’ultima moda importata dalla vecchia Europa con gran disappunto per il Presidente e i suoi seguaci. E anche questo diceva sul suo conto molte cose: per poterselo permettere, doveva essere o terribilmente potente da non temere le sanzioni amministrative oppure irrimediabilmente pazza da non temere l’internamento correttivo.

Me lo chiesi e, così com’era sorto, lasciai cadere il dubbio. Mi stavo già immaginando a infilare la testa tra le cosce di porcellana strette nelle balze elasticizzate… ma adesso sto divagando.

– Mi chiamo Anne Louise McGovern – si presentò l’angelo biondo. – In Smith. – Assestò quella puntualizzazione come un affondo di fioretto. Il mio cuore perse un altro colpo, benché il sinistro presagio fosse aleggiato sulla stanza fin dal suo ingresso. – Sono qui per mio marito. Sospetto che da diversi mesi ormai porti avanti una relazione clandestina.

Ascoltai senza interromperla, lottando con le redini dei miei pensieri che si accavallavano, con furia selvaggia, del tutto fuori controllo, con le fantasie sulla vita privata di quella donna, caduta nel mio ufficio dalla più prossima allo scranno del Padreterno tra le corti angeliche. Quale uomo potrebbe tradire una moglie come questa?, continuavo a domandarmi. E ancora: quale uomo potrebbe tenere a freno una donna come questa?

– La nostra è sempre stata una vita tranquilla. Mike è un dirigente della Burroughs e fin dall’inizio si è impegnato molto per garantirmi ciò di cui una donna può avere bisogno. Come si suol dire, mi ha assicurato una vita felice. Abbiamo una bella casa, signor Brazell. Amicizie illustri, un’immagine di rispetto e decoro. Ma da qualche tempo mi sembra che qualcosa nell’ingranaggio del nostro matrimonio si sia inceppato.

– Posso chiederle se avete dei figli, signora Smith?

– No, niente figli – ammise Anne Louise, con un velo di tristezza. Dalla borsetta di velluto nero che teneva in grembo estrasse una foto e me la porse. – Ne avremmo voluti, ma purtroppo c’è qualcosa in me che non va come dovrebbe, almeno a giudizio dei medici.

Sempre pensato che i medici dovrebbero essere tutti in cura: sarebbero capaci di auscultare il cofano di un’automobile in panne ed emettere un circostanziato e convintissimo referto diagnostico. Fischi per fiaschi. Presi la foto e guardai l’uomo che ritraeva. Era vicino alla sessantina, quindi molto più vecchio dell’angelo in rosso che avevo davanti, e non posso dire che dimostrasse un’espressione particolarmente brillante. Stempiato, capelli bianchi, sguardo pensieroso: nella sua immagine da burocrate non c’era niente che potesse fornirmi un indizio delle doti che dovevano aver sedotto Anne Louise. Se la medicina ha i suoi misteri, cosa dire del cuore delle donne?

Sollevai gli occhi e li piantai in quelli della mia cliente. Erano di un colore acquamarina che mi ricordava un paradiso tropicale. In quel momento, tradivano imbarazzo.

– Non so come ci si comporta in questi casi – disse. – È la prima volta…

– Non si preoccupi, signora Smith – la tranquillizzai. – Per cominciare, terremo d’occhio suo marito. E magari scopriremo che i suoi sospetti sono semplicemente dettati da un eccesso d’amore.

– Lei è molto gentile, signor Brazell.

– Solo perché lei è una donna che non dovrebbe avere di questi timori – proseguii. – Vedrà che si risolverà tutto per il meglio.

– Lei è il miglior detective della città – mi lusingò lei. – So che non mi deluderà. Le lascio un biglietto da visita, ho appuntato il mio numero di telefono nel caso avesse bisogno di contattarmi.

– Grazie. Immagino che potrò trovare suo marito al quartier generale della Compagnia…

– A dire il vero è fuori città per lavoro, ma rientrerà in serata. Domani sarà sicuramente alla Green World per assistere alla conferenza dell’ospite d’onore.

– Domani è il giorno di quello scienziato pazzo, non è così?

Una strana luce scintillò dietro la superficie cristallina dei suoi occhi. Anne Louise mi sorrise e annuì, tra il divertito e l’ammirato. – Wilhelm Reich, proprio lui – confermò. – Forse accompagnerò Michael. Se vuole potrei presentarglielo, cosa ne pensa?

– Potrebbe essere una buona idea, ma valuteremo domani se è il caso. Mi procurerò subito un biglietto per la conferenza. Se dovessimo incontrarci, può presentarmi come un vecchio amico di suo padre.

Sorrise maliziosa. – O magari di mia madre – replicò.

– Lei pensi a un nome che funzioni – dissi. – Penserò io a circostanziare fatti e connessioni.

Prima di uscire, mi porse la mano e io gliela strinsi.

– Non dovremo mica aspettarci un’altra irruzione di manifestanti europei situazionisti, come l’anno scorso? – dissi per puro spirito di provocazione. – O di qualche altro compare dei loro…

– Oh, no, per quest’anno non credo – ci tenne ad assicurarmi lei. – Mr. Burroughs non si perdonerebbe di essere stato tanto prevedibile…

Mezzo minuto più tardi, dalla finestra dello studio la vidi scendere dal marciapiede e attraversare Clarke Avenue. Si diresse verso una Cadillac Eldorado rosa decapottabile con il tettuccio bianco. Salì a bordo e mise in moto.

La guardai percorrere la strada nel traffico sonnolento e rarefatto del primo pomeriggio. Quando le pinne dello squalo da strada svoltarono al semaforo, imboccando il Tucker Boulevard in direzione sud per sparire subito dietro l’angolo, stavo ancora accarezzando l’ombra tattile delle sue dita, il calore del suo palmo soffice e affilato, stretto nel mio.

nuovi-argomentiIn maniera del tutto inattesa ci ritroviamo a menzionare Alberto Moravia per la seconda settimana di fila. Che il rapporto dell’intellettuale romano con la fantascienza non sia mai stato improntato – non dico alla stima – alla curiosità, all’interesse minimo per ciò che magari non comprendiamo ma in cui possiamo riconoscere se non altro il pregio della dignità, sia pure con riserva, è storia arcinota. La chiusura al nostro genere da parte di Moravia fu totale e senza ripensamenti. E sulla stessa linea sembra muoversi ancora oggi Nuovi Argomenti, la rivista di critica letteraria che Moravia contribuì a fondare nel 1953 e che oggi rivive in una quinta incarnazione, sotto la cura di un direttorio ben partecipato e sotto l’egida del Gruppo Mondadori.

Nuovi Argomenti ha dedicato l’ultima uscita dell’anno, il numero 68 di ottobre-dicembre 2014, alla fantascienza in Italia. O almeno questo deve essere stato il proposito, denunciato fin dal titolo, che accosta quello della più longeva collana italiana di genere al capolavoro di Ray Bradbury (immortalato per il cinema da François Truffaut), sincera e appassionata dichiarazione d’amore per i libri, le storie e la lettura: Urania 451 s’intitola questo numero monografico, ed è un titolo che alle mie orecchie fin da subito è suonato un po’ troppo lugubre e sinistro per alimentare buoni auspici.

Fahrenheit 451, infatti, alludeva alla temperatura di combustione della carta. E tutta la storia concepita da Bradbury è incentrata sulla salvaguardia e la preservazione della conoscenza umana da parte di Guy Montag, un ex-membro pentito del corpo dei pompieri deputato alla distruzione dei libri in un regime distopico fondato sul controllo dei mass media e il potere egemonico della televisione. La stessa causa che sembra essere stata sposata dalla rivista letteraria di casa Mondadori. Quella del corpo dei pompieri, non quella del redento Guy Montag. Leggi il seguito di questo post »

L’annuncio è su Fantascienza.com. Ora si aspetta che venga ufficializzata la composizione della giuria di esperti che dovrà valutare le opere finaliste e scegliere la vincitrice. Per la stima e l’ammirazione che, nella quasi costante divergenza di idee, nutrivo nei confronti di Ernesto, un appassionato vero e sincero, provvisto di una qualità umana ormai rarissima e purtroppo venuto a mancare quando c’era ancora troppo bisogno di lui, e perché credo che ci sia bisogno di iniziative credibili per promuovere l’immagine della fantascienza al di fuori dei confini ristretti del fandom, non c’è bisogno che vi dica quanto questo risultato significhi per me.

Ci tengo quindi a ringraziare tutti gli iscritti alla World SF Italia che hanno ritenuto di indicare il mio lavoro nella categoria romanzi. In bocca al lupo agli altri colleghi in finale con i loro titoli: che vinca il migliore!

Robot73_digitalNumero ricchissimo di contenuti, il 73 di Robot che arriva in distribuzione in questi giorni (in formato elettronico lo trovate già disponibile al download sul Delos Store). Dietro la copertina di Alejandro Burdisio vi aspettano 192 pagine di meraviglia, tra cui un ricordo di Gianfranco Viviani (uno dei grandi professionisti della fantascienza in Italia, purtroppo scomparso la scorsa estate), un reportage dalla Worldcon di Londra, la versione ampliata dell’articolo di Marco Passarello sul pessimismo e l’ottimismo nella fantascienza apparso su Repubblica Sera.

Sia l’articolo sulla Loncon3 che quello sull’approccio contemporaneo alla fantascienza includono dei miei interventi, che per altro chi legge questo blog ha già avuto modo di leggere nei mesi scorsi: qui e qui.

Ma l’indice comprende anche un mio racconto inedito, un’ucronia hard-boiled come ha voluto definirlo Francesco Lato – e a me la sua scelta sta benissimo. Il racconto, che s’intitola Cloudbuster, vuole essere un omaggio a Dashiell Hammett, al cui stile mi sono indegnamente ispirato per la scrittura. Ma anche a Wilhelm Reich, controverso personaggio della scienza (e della fringe science) del ‘900 che ha già ricevuto le attenzioni letterarie di Valerio Evangelisti nel bellissimo Il mistero dell’inquisitore Eymerich: tanto lo psichiatra quanto il suo gruppo CORE (acronimo per Cosmic Orgone Engineering) giocano  un ruolo cruciale nella vicenda, che si avvale anche della partecipazione straordinaria di William S. Burroughs, J.G. Ballard e Cordwainer Smith. Il tutto si svolge a St. Louis nei frenetici giorni della Green World Conference del ’75.

Come? È la prima volta che ne sentite parlare? Fidatevi, non è l’unica cosa che vi suonerà strana alla lettura di queste pagine. Il racconto è stato infatti concepito nell’ambito di un progetto di scrittura poi abortito, un’antologia che avrebbe dovuto uscire per i tipi di Edizioni XII e che purtroppo non riuscì a vedere la luce prima della chiusura della coraggiosa casa editrice. Il progetto, curato da Luigi Acerbi, Sandro Battisti e Daniele Bonfanti, era incentrato sull’idea di discronia: universi che seguono leggi fisiche diverse dal nostro, da cui divergono per effetto di qualche anomalia capace di rendere scienza quella che per noi è solo scienza di confine. Come avrete intuito, la teoria dell’orgone di Reich è il concept da cui ho sviluppato la mia storia.

A Reich l’impareggiabile cantautrice britannica Kate Bush, tornata recentemente a calcare le scene, dedicò la canzone Cloudbusting (inclusa nell’album Hounds of Love del 1985), che parlava di un ragazzo che vive la perdita del padre. Il video della canzone fu concepito dalla stessa autrice con Terry Gilliam e realizzato da Julian Doyle (che proprio in quel periodo stava collaborando con Gilliam alla realizzazione degli effetti speciali di Brazil) e vanta la partecipazione di Donald Sutherland nei panni dello scienziato.

Una delle critiche che più di frequente viene mossa all’agenda transumanista è la sua negazione delle radici umaniste della nostra società. Se da un lato il malinteso tende ad essere alimentato dalle posizioni delle frange superomiste dei vari network locali afferenti alla World Transhumanist Association – Humanity+, dall’altro è incontestabile che il transumanesimo, inteso come filosofia, attitudine e sensibilità, attinga invece a piene mani al complesso di valori e caratteristiche proprie dell’umanesimo. Senza farla troppo lunga e assumendomi il rischio della semplificazione, il principio stesso alla base dell’umanesimo rinascimentale, ovvero la valorizzazione della dignità umana attraverso la conoscenza, il sapere e gli strumenti della tecnica, si riversa nel transumanesimo attraverso i capitoli-chiave dell’Illuminismo e del Positivismo.

L’idea del transumanesimo che personalmente sposo è quella di riportare l’umanità al centro dell’universo, proprio come ai tempi del Rinascimento, ma nella consapevolezza morale che l’umanità non è un’idea scolpita nella pietra, ma un sistema dinamico di valori, in corso di cambiamento continuo. L’uomo di domani non sarà come l’uomo di ieri, che non è come l’uomo di oggi. E, scusate se mi ripeto, sono convinto che dovremmo fin da subito prendere a considerare in termini più ampi e inclusivi concetti come l’identità, la coscienza e, in ultima istanza, l’umanità. Se e quando riusciremo a sviluppare costrutti artificiali di intelligenza, esseri biologicamente modificati, impianti neurali capaci di accrescere le nostre facoltà cognitive, la necessità di modificare il perimetro delle convinzioni attuali, derivate da una stratificazione millenaria di accettazione pseudo-dogmatica, diventerà improcrastinabile. Per indole preferisco gestire il rischio per tempo, piuttosto che doverne affrontare le conseguenze rinunciando a una preparazione adeguata -tanto più quando, come in questo caso, quello che potremmo definire come rischio esistenziale resta circoscritto al campo di una sottoipotesi di una ipotesi.

Il postumanesimo non è nient’altro che l’aspirazione di determinare consapevolmente il proprio futuro, come individui e come specie, usando gli strumenti che ci sono dati, che sono quelli della scienza e della tecnologia, e riconoscendo l’estensione dei diritti validi per l’uomo ad ogni entità senziente.

True_Detective_24

Fin dalla primissima visione ho provato un’affinità istintiva con le tematiche e i personaggi di True Detective (la celebratissima serie di Nic Pizzolatto prodotta dalla HBO, di cui è in preparazione proprio in questi mesi la seconda stagione). Questa riflessione del sociologo Adolfo Fattori, apparsa sull’ultimo numero di Quaderni d’Altri Tempi, mi ha spinto ad approfondire le ragioni e i motivi di questa fascinazione. Che in realtà potrebbe avere radici più razionali di quanto finora sono stato disposto a considerare, solo ben nascoste dalle spire dell’irrazionale che avvolgono tutta l’opera. A proposito di Rustin “Rust” Cohle, il detective disincantato e nichilista ispirato alla visione del mondo di Thomas Ligotti e interpretato da Matthew McConaughey, Fattori scrive:

Nichilismo puro. Forse uno dei primi esempi di eroe del postumanesimo – prima dei replicanti, degli androidi, dei cloni, cui a volte pensiamo quando usiamo il termine “postumano”, alla ricerca di oggetti che lo riempiano, senza fermarci ad una progressione quantitativa (protesi e mutazioni che aumentano le capacità umane), ma pensando ad uno strappo qualitativo: qualcosa che cambia in noi, umani fatti di sangue, carne, emozioni, affetti.

Potremmo quindi interpretare il personaggio di Rust, scomodo, inquietante, estraneo – addirittura alieno – al consesso umano, non come il classico antieroe a cui tanta letteratura e tanto cinema ci hanno abituati, ma come il prototipo di una nuova classe di eroi, adatto a una sensibilità postumanista. E in effetti, a ben guardare, di inizi a favore di questa ipotesi ne possiamo raccogliere un certo numero.

Rust è un nichilista, anzi come si definisce lui stesso un “pessimista cosmico”, che non riconosce nessuna autorità al di fuori del concetto ideale di giustizia. Porta con sé il dolore della perdita prematura di una figlia che ha mandato in frantumi la sua vita privata. Ha subito delle lesioni permanenti nel corso di un precedente incarico da infiltrato in un clan di motociclisti narcotrafficanti, che lo ha reso schiavo delle anfetamine. «Io non dormo. Sogno e basta» confida a Marty Hart / Woody Harrelson. E le sue parole fanno il paio con queste altre che scambia con Marty in un altro dialogo così efficace e denso, assolutamente improponibile in un confronto televisivo (eppure…):

Rust Cohle: «Sono dell’idea che la coscienza umana sia stato un tragico passo falso nell’evoluzione. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi. La natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Noi siamo creature che non dovrebbero esistere, secondo le leggi della natura. Siamo solo delle cose che si sforzano sotto l’illusione di avere una coscienza, questo incremento delle esperienze sensoriali e della nostra sensibilità, programmata con la completa assicurazione che ognuno di noi è una persona a se’ stante quando, in realtà, ognuno di noi è nessuno. Penso che l’unica cosa onorevole da fare per le specie come la nostra sia rifiutare come siamo fatti. E smettere di riprodurci, procedendo tutti insieme verso l’estinzione. Un’ultima notte nella quale fratelli e sorelle si liberano da un trattamento iniquo».
Marty Hart: «Ma allora… che senso ha alzarsi dal letto, di mattina?».
Rust Cohle: «Mi convinco di essere un testimone, ma la vera risposta è che sono fatto così. Inoltre, non ho la tempra necessaria per suicidarmi».

Rust si vede dunque come un testimone, eppure lui è uno che non dorme. Che sogna e basta, al punto che le visioni oniriche si sovrappongono ai fatti, si mescolano alla realtà, e diventano un tutt’uno, come nella sigla d’apertura scandita dalle note di Far From Any Road del gruppo country alternativo The Handsome Family. Il suo è un vagabondare nelle Terre del Sogno che altri esseri umani scambiano per realtà. Vi ricorda qualcosa?

Rust Cohle: «Nell’eternità, priva di tempo, nulla può crescere. Nulla può divenire. Nulla cambia. Perciò la Morte ha creato il Tempo affinchè facesse crescere tutto ciò che poi lei avrebbe ucciso. Ed ecco che tutte le creature rinascono. Ma solo per rivivere la stessa vita che si è vissuta in precedenza. Pensateci un po’, detective. Quante volte abbiamo già avuto questa conversazione? Chi può dirlo? Se nessuno può ricordare le proprie vite precedenti nessuno può cambiare la propria vita. Ed è questo il terribile ed oscuro segreto della vita stessa. Siamo in trappola. Confinati in quell’incubo nel quale continuiamo a destarci».

O ancora:

Rust Cohle: «Questo è quello di cui parlo quando parlo di tempo e morte e futilità. Ci sono idee più ampie al lavoro soprattutto quello che ci spetta in quanto società per le nostre reciproche illusioni. Quattordici ore di fila a guardare foto di cadaveri queste sono le cose a cui pensi. L’avete mai fatto? Guardi nei loro occhi anche in una foto. Non importa se sono morte o vive. Puoi comunque leggerli e sai cosa vedi? Loro l’hanno accolto. Non subito ma… proprio li’, nell’ultimo istante. E’ un sollievo inconfondibile. Vedete, perchè erano spaventate e ora vedono per la prima volta quanto era facile semplicemente lasciarsi andare ed hanno visto, in quell’ultimo nanosecondo, hanno visto cosa erano state, che tu, proprio tu, tutto questo grande dramma non è mai stato altro che un coacervo raffazzonato di presunzione e stupida volontà e puoi semplicemente lasciarti andare, finalmente, adesso che non devi più aggrapparti così forte… per renderti conto che…tutta la tua vita, sai, tutto il tuo amore, il tuo odio, i tuoi ricordi, il tuo…dolore… era tutto la stessa cosa. Era tutto lo stesso sogno, un sogno che hai avuto dentro una stanza chiusa. Un sogno sull’essere una persona. E come in tanti sogni, c’è un mostro, alla fine».

Rust è refrattario all’irrazionale, alla fede, alla superstizione e all’oscurantismo che dilagano nel Bayou ( «E questa qui sarebbe vita? Persone che si radunano e si raccontano panzane che sono in aperto contrasto con tutte le leggi dell’universo solo per finire una cazzo di giornata in santa pace? No. Sarebbe questa la realtà in cui vivete voi, Marty?»). Compatisce gli altri uomini che non hanno la forza per resistere ai soprusi dell’autorità, alla violenza o anche solo al retaggio delle convenzioni imposte dalla società. Un personaggio contro, in tutto e per tutto. Ma alla fine, messo di fronte alla prova di un nuovo dolore, sopravvissuto alla morte confida a Marty: «A un certo punto quando ero immerso nell’oscurità, so che qualcosa… Qualunque cosa fossi diventato…Non era neanche coscienza, più una indistinta consapevolezza, nell’oscurità. E potevo, potevo sentire i miei contorni… sbiadire. Al di sotto di quella oscurità ce n’era un’altra di tipo diverso, era più profonda. Calda come fattasi sostanza, capisci? Riuscivo a sentire… E sapevo, sapevo per certo che mia figlia mi stava aspettando laggiù».

Non esattamente una redenzione, però Rust, dopo aver trascorso 17 anni ad affrontare la realtà a muso duro, sfidando tutti e resistendo a qualsiasi potere attrattivo da parte degli altri, nei minuti finali della serie torna. Con qualcosa da raccontare. Non lo fa controvoglia, come ha sempre fatto con le sue esternazioni nel corso delle indagini. Lo fa di sua iniziativa:

Rust Cohle: «Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io, è la luce che sta vincendo».

Qualcuno potrebbe volerci leggere una chiave religiosa. Per me non è così. Credo invece che Rusty da testimone si sia infine convinto a diventare attore, abbracciando la sfida all’irrazionalità del mondo. Non si fa più carico di un dolore e di un pessimismo senza argini, ma piuttosto di un messaggio. E questo messaggio dalle parole si trasferisce nelle azioni, e per tramite loro si cala nel mondo. C’è qualcosa da fare, finalmente, non solo da criticare. Questa è la mia interpretazione.

Forse le parole finali di Cohle non sono abbastanza da arrivare a una pronuncia definitiva. Ma per me risultano più che sufficienti a indirizzare un sospetto.

True_Detective_03

Giovanni Agnoloni ha sintetizzato per PostPopuli alcune sue riflessioni sull’Altro, che presto confluiranno in un saggio più strutturato sul connettivismo, conducendo una panoramica su Corpi spenti e la serie della psicografia in cui si inserisce. Con l’occasione mi ha rivolto anche alcune domande su argomenti di cui si è molto discusso in rete – anche da queste parti – negli ultimi tempi: i “realisti di una realtà più grande” di Ursula K. Le Guin, il congresso di futurologia e lo stato della fantascienza in Italia. E così l’articolo è diventato una sorta di termometro della situazione. Ve lo consiglio anche per questo.

Eccone un estratto:

In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?

Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani

Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.

Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.

Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?

Wanderers - The Open Road

Pubblicato da nemmeno un mese, c’è un cortometraggio fantascientifico che sta facendo il giro della rete, rimbalzando da un sito a un altro. Ho avuto modo di vederlo qualche giorno fa su io9 grazie alla pronta segnalazione di Ivan Lusetti e oggi me lo ritrovo replicato dappertutto, sui social network e sui siti non solo di settore. S’intitola Wanderers e a realizzarlo è stato l’artista digitale e animatore svedese Erik Wernquist, spinto dalla sua passione per l’esplorazione spaziale e ispirato dalle visioni fantascientifiche di Kim Stanley Robinson e Arthur C. Clarke, nonché dalle illustrazioni del leggendario Chesley Bonestell. Realizzato come un documentario, Wanderers si avvale del commento fuori campo – non autorizzato, per ammissione dello stesso Wernquist – di Carl Sagan.

Wanderers - Verona Rupes Uranus

Nel corso di poco più di 3 minuti, Wernquist ripercorre il cammino futuro dell’uomo – tornato nomade e riscopertosi pioniere – attraverso il sistema solare. E ci lascia senza fiato davanti alla vivida bellezza dei panorami alieni, resi ancora più sublimi e perturbanti dai segni di un processo di antropizzazione in fase più o meno avanzata: ascensori spaziali, miniere asteroidali, avamposti nel deserto marziano e sulle lune di Giove, Saturno e Urano. Il risultato è talmente suggestivo da lasciare attoniti, a riflettere sulla missione che ci attende e a domandarci cosa stiamo aspettando ad intraprendere questa lunga marcia verso la Nuova Frontiera.

Wanderers – a short film by Erik Wernquist from Erik Wernquist on Vimeo.

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Vivere anche il quotidiano nei termini più lontani. -- Italo Calvino, 1968

Neppure di fronte all'Apocalisse. Nessun compromesso. -- Rorschach (Alan Moore, Watchmen)

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Mi chiamo Giovanni De Matteo, per gli amici X. Nel 2004 sono stato tra gli iniziatori del connettivismo. Leggo e guardo quel che posso, e se riesco poi ne scrivo. Mi occupo soprattutto di fantascienza e generi contigui. Mi piace sondare il futuro attraverso le lenti della scienza e della tecnologia.
Il mio ultimo romanzo è Karma City Blues.

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