Ricordate il Grande Disaccoppiamento tra la produttività e l’occupazione, individuato da Erik BrynjolfssonAndrew McAfee, della Sloan School of Management del MIT, di cui parlavamo non molto tempo fa? Ricorderete allora anche le stime di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, che calcolavano in un 47% del totale i mestieri attuali negli Stati Uniti a rischio estinzione per l’informatizzazione.

Una delle misure proposte da più parti per contrastare la disoccupazione tecnologica e quindi il progressivo impoverimento di strati sociali sempre più ampi consiste nell’adozione di un reddito minimo universale, che operi anche una redistribuzione della ricchezza dopo che negli ultimi 40 anni è più che raddoppiata, da meno del 10% a oltre il 20%, la concentrazione del reddito nella disponibilità dell’1% delle famiglie ai vertici della piramide sociale. Se ne trova una dettagliata descrizione su io9, a firma di George Dvorsky, che ne illustra anche diversi meccanismi di finanziamento. E potrebbe combinarsi proficuamente con le soluzioni già discusse.

Purtroppo si tratta sempre di misure che richiedono una profonda revisione dell’approccio al problema: vale a dire una regolamentazione che segni anche una netta discontinuità con le politiche keynesiane e il culto del capitale oggi imperanti. Un atto di coraggio, come quello che viene generalmente richiesto per superare i periodi di crisi.

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