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Lo so che l’ultima volta che ho preso il discorso vi ho lasciati promettendovi un post imminente e poi sono trascorsi quasi due mesi. Lo so e me ne rammarico. Le pieghe dello spazio-tempo sanno essere non-luoghi decisamente infidi. È facile smarrire l’orientamento. Ma ogni promessa è un debito e io sono qui per saldare il mio. E spero di farlo con gli interessi, perché come se non bastasse Delos ha appena pubblicato le impressioni di altri italiani presenti alla WorldCon. E per di più Silvio Sosio ha annunciato un reportage ancora più completo sul prossimo numero di Robot. Per quello non vi resta che aspettare. Nell’attesa eccovi le mie considerazioni a caldo, ripescate dal mio blocco note virtuale.

Kim Stanley Robinson discute la corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon

Kim Stanley Robinson discute la corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon

La prima sensazione che hai arrivando all’ExCel di Londra è di essere sbarcato su un pianeta alieno. Solo più tardi scoprirai che l’organizzazione calcola in quasi undicimila unità il numero dei partecipanti alla WorldCon edizione 2014, ribattezzata Loncon3. A prevalere numericamente sono – in maniera abbastanza prevedibile – i padroni di casa e gli statunitensi, che insieme assommano i tre quarti delle presenze, ma qui risultano rappresentati praticamente tutti i membri delle Nazioni Unite: ci sono centinaia di canadesi, australiani, tedeschi, olandesi, francesi e scandinavi; decisamente marginale la partecipazione italiana, che alla fine si attesterà dietro a Irlanda, Israele e Polonia. Non ho dati precisi sulla distribuzione degli iscritti tra le diverse fasce di età, ma se la presenza di veterani è indubbiamente cospicua, non è irrilevante la componente più giovane: soprattutto tra i 30-40 anni, ma numerosi sono anche i ventenni (come sempre più di rado se ne avvistano alle con italiane).

La vitalità si riflette nell’offerta tematica della convention: gli organizzatori hanno cercato di sviluppare un percorso tra le centinaia di appuntamenti in cartellone, modulando gli interventi sulla lunghezza d’onda della diversità. Più tardi, tornato in madrepatria, scoprirò che non tutto è filato liscio come da impressione maturata in prima persona attraverso la trentina di eventi che ho avuto modo di seguire: leggerò resoconti di insolenze da parte dei fan più anziani, legati a una concezione nostalgica del genere e a una possessività territoriale del fandom, e di sgradevoli intemperanze verso le relatrici donne “di colore”, di distorsioni grottesche della nozione stessa di diversità, e ne sarò un po’ sorpreso, ricordando di aver attribuito in almeno una circostanza certi atteggiamenti più alla passione che alla maleducazione.

M. Darusha Wehm, Heidi Lyshol, Jack William Bell, Cory Doctorow e Kim Stanley Robinson discutono i piaceri di un buon infodump

M. Darusha Wehm, Heidi Lyshol, Jack William Bell, Cory Doctorow e Kim Stanley Robinson discutono i piaceri di un buon infodump

Jonathan Clements intervista John Clute, uno dei ospiti d’onore della Loncon3

Jonathan Clements intervista John Clute, uno dei ospiti d’onore della Loncon3

Ken MacLeod presiede il commovente panel di editori e collaboratori con cui la Worldcon ha reso omaggio al compianto Iain M. Banks, ospite d’onore “ad memoriam”

Ken MacLeod presiede il commovente panel di editori e collaboratori con cui la Worldcon ha reso omaggio al compianto Iain M. Banks, ospite d’onore “ad memoriam”

Devo comunque ammettere, a onor di cronaca, di stare ancora smaltendo i neutrotrasmettitori mediatori delle ottime sensazioni che la Loncon3 mi ha lasciato addosso.

Il programma ha offerto molti momenti memorabili, impreziositi da contributi di rara eccellenza: Kim Stanley Robinson che disquisisce dottamente della corrispondenza inedita tra Virginia Woolf e Olaf Stapledon, descrivendo gli effetti di contrazione e dilatazione temporale nei romanzi, non solo di fantascienza; lo stesso Robinson impegnato con Cory Doctorow in una coraggiosa difesa dell’infodump; le interviste agli ospiti d’onore John Clute (critico e storico della fantascienza, oltre che scrittore a sua volta, cofondatore di Interzone e co-curatore della Encyclopedia of Science Fiction) e Chris Foss (autore di tante memorabili illustrazioni che dalle copertine hanno conquistato alla fantascienza generazioni intere di nuovi lettori); gli interventi commemorativi dedicati al grande Iain M. Banks, purtroppo prematuramente scomparso lo scorso anno, e alla disamina critica della sua opera; interventi incentrati sulla scienza e sul territorio di confine con il nostro genere, dal volo stellare (con contributi embedded come quello atteso e seguitissimo di Alastair Reynolds) alla biologia speculativa (con il fondatore della disciplina Dougal Dixon in persona). Senza trascurare la politica (con Charles Stross a fare la parte del leone) e la cosiddetta World SF, con preziose testimonianze da parte di autori non di madrelingua inglese ma che sono riusciti a conquistarsi un posto nel mercato anglofono (un nome su tutti, la francese di origini vietnamite Aliette de Bodard).

Lord Martin Rees, astronomo reale, intrattiene un auditorium gremito sulle prospettive spaziali di un futuro postumano

Lord Martin Rees, astronomo reale, intrattiene un auditorium gremito sulle prospettive spaziali di un futuro postumano

Fila per l’intervento di Alastair Reynolds sui futuri sviluppi del volo interstellare. Molti di noi resteranno fuori quando gli addetti alla sicurezza dovranno chiudere le porte per sopraggiunti limiti della capienza della sala

Fila per l’intervento di Alastair Reynolds sui futuri sviluppi del volo interstellare. Molti di noi resteranno fuori quando gli addetti alla sicurezza dovranno chiudere le porte per sopraggiunti limiti della capienza della sala

Ho sempre concepito la fantascienza come un laboratorio del futuro, un banco di prova per le idee, un ambiente di test in cui simulare gli effetti dei nostri timori e delle nostre speranze. In quest’accezione, la SF/F diventa per estensione una sorta di versione da banco – se non proprio tascabile – del mondo in cui viviamo, in cui è possibile testarne gli sviluppi futuri. Dalle voci ascoltate alla Loncon3 ho avuto modo di apprezzare la grande fiducia con cui, pur in un periodo di crisi mondiale, paesi emergenti come Singapore, Filippine e Lituania, letterature post-coloniali (Sud Africa, Sud Est Asiatico, Caraibi), tigri (India) e dragoni (Cina), rivelano una visione antitetica rispetto al pessimismo diffuso nei paesi occidentali. Non voglio inciampare nel luogo comune della contrapposizione tra una fantascienza ottimista e una fantascienza pessimista, ma è innegabile che schiere sempre più numerose di autori esterni al kernel anglosassone, agevolati dall’inglese come lingua franca, da qualche anno si stanno affacciando sui mercati occidentali, guadagnando un’attenzione crescente e facendosi portatori di un approccio (tematico, stilistico) al genere profondamente segnato dalle rispettive esperienze “locali”. È il primo effetto evidente della globalizzazione che nei prossimi decenni ridisegnerà le mappe con cui ci siamo orientati finora. I nuovi autori non anglo-americani guardano al futuro della fantascienza con grande slancio, ottimismo e speranza, ritenendola la dimensione ideale per interpretare le onde di cambiamento che attraversano i rispettivi contesti politico-sociali-produttivi nazionali: è da qui che probabilmente arriveranno le prossime spinte rivoluzionarie, in grado di spostare il baricentro geografico (ma non solo) del genere.

Di fronte al tumulto che si annuncia, i paesi in continua decadenza della Vecchia Europa continentale fanno da spettatori. E se non se la passano bene Germania e Francia, figurarsi l’Italia! Il nostro è forse il caso più emblematico: se l’interesse per la fantascienza riflette lo slancio di un paese verso il futuro, probabilmente è il momento di smettere di interrogarci sulla morte della fantascienza e cominciare piuttosto a farci qualche domanda sul futuro (culturale, sociale, economico e politico) del paese in cui viviamo.

Italiani all’ultimo giro di bevute, domenica notte, dopo la cerimonia di consegna dei premi Hugo

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Fuori dall’Excel, un lunedì sera già stretto nelle morse di una future saudade galoppante

Fuori dall’Excel, un lunedì sera già stretto nelle morse di una future saudade galoppante

Ancora su Corpi spenti, con due pareri autorevoli da parte di due illustri colleghi. Enrico Di Stefano, autore catanese di numerosi racconti a partire da Il record impossibile e del romanzo  L’ultimo volo di Guynemer, approfitta della lettura del romanzo per sviluppare una più ampia riflessione a tutto tondo sul connettivismo. Riporto il suo intervento senza tagli:

Corpi spenti di Giovanni De Matteo conclude (?) la vicenda di un corpo molto speciale della polizia italiana del futuro, quei Necromanti che ho cominciato a seguire con Sezione π2, il romanzo vincitore del Premio Urania 2007. Le due opere si apprezzano appieno se affrontate in successione, senza interporre troppo tempo tra la lettura delle due parti. Io, ad esempio, ho riletto il n° 1528 prima di affrontare il 1607. Vi chiederete: perché tanto zelo? È semplice: a parte il piacere di leggere un buon romanzo di SF, che non guasta mai, desideravo chiarirmi le idee circa il connettivismo. Per i pochi che non lo conoscessero, si tratta di un movimento letterario nato nel 2004 sotto la spinta degli autori che oggi redigono la rivista NeXT e che ha avuto in De Matteo uno dei suoi principali animatori. In realtà diverse suggestioni le avevo tratte dalla lettura di E-Doll di Francesco Verso (“Urania” n°1552). Ma seguendo attentamente le vicende di Vincenzo Briganti, e soprattutto lo scenario in cui questi si muove, ho potuto definire meglio le conclusioni alle quali ero giunto cinque anni or sono.

Il Manifesto del Connettivismo, al suo apparire, mi aveva disorientato. “Troppa carne al fuoco” mi dicevo, non riuscendo a farmi un’idea di dove volessero andare a parare i promotori dell’iniziativa che concludevano il loro programma con la frase “Noi saremo tutto”. Per fortuna sono arrivate le opere che ho appena citato ed in tal modo ho potuto restringere il campo d’indagine. Essendo un vecchio fanzinaro non potevo non dissezionare le mie letture per cercare di decifrarne i significati e confrontarmi su di essi con gli altri appassionati. Mi è venuto spontaneo cercarne i comuni denominatori. Dunque, secondo me il connettivismo è caratterizzato da uno scenario, da una premessa tecnologica e da un tema caratteristici. Il primo è l’ambiente urbano o, meglio ancora, metropolitano. Il secondo è lo straordinario sviluppo delle tecnologie informatiche e nanotecnologiche. Il terzo è il postumano con tutte le sfumature e le implicazioni che il termine comporta. Attenzione, queste tre coordinate non devono essere interpretate come limitazioni perché già offrirebbero territori sterminati da esplorare. Non voglio dire che il connettivismo sia solo questo, ma la massa dei lettori lo conosce prevalentemente per i romanzi di Verso e De Matteo che, su tale substrato, hanno costruito due tra le più interessanti opere prodotte nell’ultimo decennio dalla fantascienza italiana. Che, lasciatemelo dire, in questo ambito temporale non è stata per niente avara di cose valide.

Tornando a Corpi spenti vorrei concludere sottolineando come l’autore abbia lavorato lasciando intravedere molta attenzione all’indagine antropologica definendo personaggi che sono sì futuribili, ma le cui ascendenze potremmo facilmente individuare tra i protagonisti della realtà odierna. Inoltre, ho avuto l’impressione di aver letto un romanzo fortemente politico. E, se permettete, non potrebbe essere altrimenti dato che Giovanni De Matteo, originario della Basilicata, conosce benissimo le realtà sociali ed economiche di quel Mezzogiorno che in Corpi spenti procede verso una forma di secessione. Ipotesi tutt’altro che peregrina, considerando le tormentate vicende della politica italiana dell’ultimo ventennio. Questa, naturalmente, è solo la mia interpretazione. Passo la palla a voi. Buona lettura.

Carmine Treanni, curatore di Delos SF, ha usato parole altrettanto lusinghiere in una nota pubblicata su Facebook, che ha coinciso anche con il suo primo intervento sul social network. Anche in questo caso, riporto integralmente e senza filtri:

Vorrei dedicare questo mio primo post a Giovanni De Matteo, fratello di fantascienza, facendo pubblica ammenda: non sono riuscito a dare spazio al suo romanzo Corpi spenti su Delos. Non posso rimediare, ma con piacere posto qui la mia inedita recensione del romanzo… Se qualcuno non lo ha letto, ricordo che il romanzo è disponibile in e-book.

La città premeva sul porto con la spinta di una nebulosa urbana in decompressione. Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta: la battaglia doveva essersi risolta epoche addietro, tutto ciò che restava era il caos del presente.

Il pirotecnico incipit (omaggio a Gibson e Sterling) di Corpi spenti (Urania n. 1607, Mondadori, disponibile in e-book), l’ultimo romanzo di Giovanni De Matteo, mi sembra la giusta introduzione per parlare di un progetto narrativo pienamente riuscito sotto vari punti di vista che proverò a spiegare. Intanto, va segnalato che il romanzo è il seguito di Sezione π², pubblicato nel 2007 sul numero 1528 di Urania, vincitore del Premio Urania, ma appare dopo il breve romanzo Terminal Shock — 2184 Labirinti Alieni (Mezzotints Ebook, 2013), definito dallo stesso autore una cyberspace opera, ossia un’opera narrativa che mescola space opera e cyberpunk. Un testo in cui De Matteo spinge ai limiti la sua prosa con risultati, a mio avviso, notevoli e che ritroveremo anche in Corpi spenti.
Il romanzo si apre con un doppio inizio. Nel primo ritroviamo l’ispettore capo Corrado Virgili, detto Guzza, al porto: sulla Milenaki, una nave mercantile russa, viene ritrovato morto un marinaio. L’uomo è stato assassinato prima che la nave attraccasse al porto di Napoli. La cosa più inquietante, però, è che il corpo mostra i segni di una lettura della mente operata da un necromante. Qui, De Matteo ci introduce nel romanzo in medias res, nel vivo di una indagine che mostra da subito un volto inquietante.
Nel secondo inizio, invece, ritroviamo Vincenzo Briganti, protagonista del precedente romanzo della saga della Pi-Quadro e ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Il poliziotto è tormentato perché Tornatore il suo più giovane collaboratore, si appresta a diventare un necromante, un passaggio che segnerà per sempre la sua vita, così come ha segnato quella di Briganti, allorquando il fondatore della Pi-Quadro Di Cesare lo iniziò alla necromanzia.
All’omicidio del marinaio russo si aggiunge il ritrovamento in fin di vita di due “spaziali”, adolescenti il cui sviluppo è stato bloccato geneticamente per lavorare nello spazio, finite però poi per diventare prostitute: “Le spaziali crescevano, invecchiavano, ma il loro corpo non maturava al punto di esprimere appieno i caratteri sessuali.
Briganti e i suoi uomini si ritrovano ad investigare, ma – pur potendo contare sull’appoggio di Grazia Conti, pubblico ministero della procura di Napoli – devono scontrarsi con il resto del corpo di polizia che mal sopporta i metodi e gli uomini della Pi-Quadro.
Sullo sfondo c’è Napoli, capitale morale del Sud che nel 2061, anno del bicentenario dell’Unità italiana, sta per staccarsi dal resto del paese trasformandosi nel Territorio Autonomo del Mezzogiorno. Una manovra politica che nasconde in realtà un ambizioso obiettivo: trasformare il meridione d’Italia in una zona franca dove la criminalità, con cui la politica è collusa, possa gestire tranquillamente i suoi affari. La città è anche un territorio devastato.
Il protagonista di Corpi spenti è Vincenzo Briganti, ora a capo della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica. Per certi versi è un poliziotto come molti altri: è un leader; sa cercare nelle pieghe dei fatti criminali le informazioni necessarie per arrivare alla verità, giuridica o meno che sia; è amato dai suoi collaboratori e sa come gestire una squadra di poliziotti. Ma l’esercizio della necromanzia, ossia il recuperare informazioni da un cadavere, attraverso un’apposita tecnologia, è anche un fattore di profonda destabilizzazione. Una discesa all’inferno che non è immune da conseguenze devastanti per chi si addentra nella mente di un morto: rivivere la morte o un aggressione vissuta dalla vittima significa addossarsi un dolore insopportabile, difficile da gestire e da digerire.
Il peso di questo dolore sceglie di portarlo il giovane Tornatore che farà proprio da contraltare al personaggio di Briganti. E qui veniamo a uno dei motivi per cui ho segnalato all’inizio di questa recensione la riuscita del progetto narrativo di Corpi spenti: i personaggi. Briganti, Guzza e la PM Conti sono i tre personaggi che emergono con forza nelle pieghe della storia, con una personalità forte e decisa, anche quando le avversità sono estreme. Anche gli altri comprimari – gli altri membri della squadra Pi-Quadro e il direttore di Nova X-Press, Chianese, giornale libero e indipendente – hanno un ruolo preciso e sono funzionali ad una storia che pagina dopo pagina si carica di adrenalina pura, temperata però proprio dal nichilismo dei personaggi. Briganti, Conti, Chianese e tutti quelli della Pi-Quadro si rendono conto che si trovano al centro non semplicemente di un’indagine di polizia, ma alle soglie di una trasformazione epocale del loro vivere civile. Sono loro – poliziotti, giornalisti, magistrati – l’ultimo baluardo di un cambio di rotta che il Paese e il Sud dell’Italia si apprestano a compiere, in nome di una politica sempre più corrotta e collusa con la criminalità.
De Matteo racconta le macerie morali di una città che sta per – o potrebbe – subire una rivoluzione politica e sociale senza precedenti, ma Napoli è la metafora dell’Italia di oggi, non quella del 2061. Un paese che vacilla tra una politica che non riesce a offrire risposte concrete e una voglia di anti-politica come una mezzo per esprimere il proprio dissenso politico. Il nichilismo dei personaggi del romanzo sembra essere quello degli italiani, poco importa se sono quelli di oggi o del futuro ipotizzato dall’autore di Sezione π². In questo, Corpi spenti è un romanzo “politico”, nel senso di una denuncia sociale che anche nel passato ha trovato nella fantascienza un alleato ideale.
Come per Sezione π², più che uno scenario, la Napoli del futuro descritta da De Matteo è essa stessa un personaggio, un territorio devastato parzialmente da un’eruzione del Vesuvio e sommersa da una sostanza fangosa denominata Kipple. Ma Napoli è anche una città che vive in piena post-singolarità, ossia quell’accelerazione tecnologica e sociale in cui l’informatica si è sviluppata a livelli incredibili, portando l’umanità a convivere con tecnologie inimmaginabili, di cui un esempio è proprio quella che permette ai necromanti di leggere la mente dei defunti.
Un ulteriore punto di forza del romanzo è lo stile con cui De Matteo ha narrato le vicende di Briganti e dei suoi uomini. Mai banale, capace di osare con un ricchezza di vocabolario che ha pochi eguali nella fantascienza italiana. Una ricercatezza lessicale – declinata al “verbo” fantascienza – che però si alterna ad uno stile semplice che ha l’obiettivo di accompagnare il lettore in quelle parti in cui la trama ha bisogno di scivolare nelle lettura senza affanni.
È questa la fantascienza che ci piace leggere, quella in cui alle spalle di frasi come “Nel melange cleptoarchitettonico che sovrastava le acque torbide, ruderi d’epoca e falansteri si accalcavano intorno al Golfo come un esercito di sbandati in rotta” c’è l’assist dello scrittore che invita noi lettori ad immaginare, evocare sogni e visioni. E non questo uno dei motivi fondanti per cui la fantascienza si distingue dalla letteratura mimetica?
Non ci resta che sottolineare, per quel che vale, la collocazione del romanzo a livello di genere letterario: Corpi spenti è un future-noir, si inserisce cioè in quel filone che ha come precedenti L’uomo disintegrato (1952) di Alfred Bester, Dr. Adder (1984) e Noir (1998) di Kevin W. Jeter. Ancora il cyberpunk, a partire dalla “Trilogia dello Sprawl” di William Gibson, formata da Neuromante (1984), Giù nel cyberspazio (1986) e Monnalisa Cyberpunk (1988). Più recentemente è stato lo scrittore inglese Richard K. Morgan a forgiare opere che esplicitamente propongono un’interessante mistura di noir e science fiction, come nel suo primo e più noto romanzo Bay City (2002).
Non possiamo tralasciare il fatto, poi, che Corpi spenti è un romanzo che si colloca a pieno diritto nel connettivismo, il movimento letterario che Giovanni De Matteo ha co-fondato. Per averne una prova basta leggere l’ultimo punto del Manifesto del Connettivismo, dove si legge: “Noi vogliamo cantare le strade deserte della notte, i monumenti congelati nel silenzio, le luci al neon della metropolitana, le periferie spettrali, i cimiteri di campagna, i reperti dell’archeologia postindustriale, le autostrade abbandonate, le città rase al suolo dai bombardamenti, le strade dei briganti, la morbida geometria dei corpi, il silenzio attinico di stanze d’albergo abbandonate, la carica sensuale della promiscuità tecnologica, il caos, le stelle, i pianeti deserti, le sonde lanciate verso la notte, la musica radiante di quasarmorte, la tenebra metafisica di un orizzonte degli eventi, la connessione neurale.
In definitiva, Corpi spenti è uno dei migliori romanzi degli ultimi tempi e segna la piena maturità di Giovanni De Matteo. Un componimento narrativo visuale e seminale che (ri)usa i generi della narrativa popolare per tracciare nuove direzioni, non quella della contaminazione, categoria ormai superata, ma in quella di un’etica civile, di un ardore per la parola che ascrivono l’opera di De Matteo a ciò che Wu Ming 1 ha ben descritto nel suo Memorandum sul New Italian Epic.

E di fronte a due giudizi così, non posso che inchinarmi e ringraziarne gli autori.

Sul numero 166 di Delos, on line da oggi, trovate il puntuale resoconto di Filippo Radogna sul nostro incontro con le scuole di Matera, nell’ambito dell’edizione 2014 del Women’s Fiction Festival. A corredare l’articolo le foto di Carla Cantore. E domani si assegna il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. Restate sintonizzati!

Un momento della presentazione, con Filippo Radogna e Donato Altomare.

Un momento della presentazione, con Filippo Radogna e Donato Altomare. Foto di Carla Cantore.

FF_Riti_di_passaggioSeconda notizia editoriale della settimana. Esce in questi giorni un mio nuovo racconto, il primo per Future Fiction, la factory fondata da Francesco Verso in seno alla Deleyva Editore di Emanuele Pilia. La collana, fin dalla sua dichiarazione d’intenti, si prefigge di dar voce a storie dal futuro, ovvero a “narrazioni “potenziate” che esplorano la relazione ambigua tra gli esseri umani e la tecnologia, le trasformazioni dell’identità personale e dell’organizzazione sociale, l’incontro tra l’umanità e la scarsità oppure l’abbondanza di risorse: visioni che scrutano in ogni futuro possibile“.

Credo che Riti di passaggio s’inserisca bene in questa visione. Scritto tempo fa (la prima stesura risale al 2009) sull’onda di una serie di suggestioni metaletterarie, non ultime quelle innescate dall’ennesima rilettura del racconto L’integrazione segreta di Thomas Pynchon, di cui tiravo le fila in un vecchio post dello Strano Attrattore, il racconto è imperniato sul dilemma isolazionismo/integrazione (che in termini diversi avevo cominciato a delineare fin da questa panoramica critica risalente al 2008) e affronta il tema della esplorazione spaziale da un punto di vista molto problematico. In presenza di un ecosistema alieno, come converrebbe impostare il processo di colonizzazione: terraformando e distruggendo l’ambiente preesistente, oppure avviando uno sforzo per la modifica biologica dei coloni volta alla piena integrazione della loro società nell’ecosistema del nuovo pianeta? Ai coloni terrestri giunti nel sistema di Kappa Ceti Primo, lontana 30 anni luce dal Sole, viene offerta una ghiotta opportunità: un sistema planetario doppio, due corpi celesti molto simili tra di loro e non privi di vita aliena, su cui poter sperimentare un nuovo inizio.

Rispetto alla prima versione, il racconto è stato profondamente modificato in sede di revisione grazie agli spunti e ai consigli di Francesco Verso, con il quale abbiamo affrontato una fase di editing feroce quanto fruttuosa. E alla fine l’opera ne ha tratto enorme beneficio, tanto a livello di struttura quanto di fruibilità.

Questa la sinossi ufficiale:

Secoli prima, Triton e Siren, due pianeti gemelli nel sistema stellare Kappa Primo Ceti, erano stati colonizzati da una spedizione terrestre secondo filosofie diametralmente opposte: integrazione con l’ecosistema nativo nel primo caso e isolamento biologico della colonia nel secondo. Le conseguenze di queste scelte si riflettono adesso nello stile di vita e nelle contraddizioni delle due società postumane che si sono sviluppate dagli insediamenti originari dei Precursori.

Per Maya, cresciuta su Siren in una bolla pacifica e isolata dalla natura ostile del pianeta, la Vecchia Terra è solo un vago ricordo appreso nel corso delle lezioni di storia pre-Transito. Ma nel passaggio dall’adolescenza alla maturità la protagonista della storia scoprirà di avere una conoscenza molto limitata anche del pianeta in cui vive. Perché il mondo degli adulti è fatto di compromessi e macchinazioni che mal si accordano con la curiosità tipica della sua età. Insieme alla coetanea Larisa e a 3-Naïme, suo droide e tutore personale, Maya si metterà alla ricerca di qualcosa che la porterà a scoprire i segreti del processo di colonizzazione, proprio mentre la crisi politica su Triton rischia di sconvolgere il sogno utopistico della sua comunità.

“Riti di passaggio” può essere letto sia come una storia di ‘formazione’ che di ‘terraformazione’, dove gli elementi rituali scandiscono le varie fasi della genesi di Maya e della storia di Siren. Con uno stile fluido e ricercato, e soluzioni che richiamano alla mente sia la narrativa di anticipazione di Samuel Delany che le estrapolazioni postumane di Greg Egan e Alastair Reynolds, Giovanni De Matteo con questo racconto si conferma essere una delle voci più impegnate e interessanti nel panorama della fantascienza italiana.

L’immagine di copertina è di Mattia De Iulis. L’e-book consta di 35 pagine e può essere acquistato al prezzo di 1,46 euro sui principali bookstore on-line, a partire da Amazon.

The Origins coverLa congiunzione degli eventi ha fatto sì che questa settimana mi trovassi con ben due novità editoriali in uscita. Oggi vi parlerò della prima, che riguarda un progetto di cui si vociferava da tempo, e che per la tenacia di Marco Milani e di tutta la squadra di Kipple Officina Libraria è riuscita a vedere la luce mentre ci avviciniamo al fatidico rintocco che suonerà il decimo anniversario della nascita del connettivismo. Si tratta dell’antologia The Origins, che si propone di scavare nelle origini del movimento, raccogliendo i racconti composti da Milani, Battisti e dal sottoscritto – i tre iniziatori (quattro con l’inclusione di Lukha B. Kremo, che fin dall’inizio ha seguito un percorso che ci ha subito portati a convergere) – a ridosso dell’uscita del Manifesto.

Ora, l’operazione non si propone un intento celebrativo, ma credo che abbia un suo spessore storico. Dentro vi troverete 17 racconti: riedizioni di opere dei primi anni, collaborazioni e anche inediti. Con dei contributi di Kremo che tracciano un utile parallelo tra lo sviluppo del movimento e gli eventi della sua Nazione Oscura.

Per quanto mi riguarda, i racconti inclusi nell’antologia sono:

  • La nuova specie – Un’incursione in un futuro distopico, con una cavia che si ribella agli esperimenti a cui viene sottoposto fin dalla nascita, amplificando facoltà ignote al resto degli esseri umani. Il tutto mentre l’avanguardia di un esercito di occupazione alieno raggiunge la Terra. La prima stesura è uscita sull’Iterazione 01 di Next. Il racconto risale al 2005.
  • Zero Assoluto – Supereroi pulp in azione su un doppio binario, che parte dai giorni bui della Seconda Guerra Mondiale. Scritto tra il 2007 e il 2008, pubblicato sull’Iterazione 11 di Next.
  • L’occhio delle stelle – La mia prima collaborazione su un racconto con Sandro Battisti, in una storia che unisce il suo Impero Connettivo con uno dei miei primi scenari spaziali (il Concourse, da cui sarebbero scaturite – tra le altre cose – sia le Cronache del Gorgo che Terminal Shock). Scritto nel 2005, già apparso sull’Iterazione 06 di Next e in una capsula Kipple.
  • Se i replicanti sognano angeli elettrici… – Scritto a inizio 2006 a partire da un’idea di Marco Milani, ispirato dalla nostra comune passione per Blade Runner, è stata una delle collaborazioni più soddisfacenti a cui abbia mai preso parte. Ne conservo ancora oggi un ottimo ricordo. Il racconto uscì nell’Iterazione 05 di Next, dedicato alla figura di Philip K. Dick.
  • Requiem per un sognatore – Un racconto lungo fortemente debitore di William Gibson e Michael Marshall Smith, tra gli altri. Il primo racconto che ho ambientato a Roma, scritto poco prima di lasciare la città. In questo testo ho recuperato intere sezioni pensate per un adattamento cinematografico del racconto Il mercato d’inverno di Gibson (un progetto mai realizzato, malgrado l’interessamento di qualche filmmaker). Scritto tra il 2006 e il 2007, è il mio inedito incluso nella raccolta.

E altrettanta roba arriva dalle penne dei miei compagni d’avventura. Sono 198 pagine per 1,99 euro in e-book (su tutti gli store on-line, per comodità vi linko l’editore e Amazon). Scusate se è poco.

Origins_banner

Sul Napolista domenicale trovate l’ultima parte del racconto dedicato alle vicissitudini partenopee della stagione 2034-35. Buona lettura!

IlNapolista_12-10-2014

Il Napolista, web magazine di informazione e analisi politico-calcistica, pubblica oggi la prima parte (di due) di un mio racconto di fantasport, sulla memorabile annata 2034-2035 della SSC Napoli. Per leggerlo cliccate qui sotto. Buon divertimento!

Napolista-8-10-2014

HieroglyphIl Project Hieroglyph nasce dal confronto di Neal Stephenson, autore di monumentali opere di fantascienza fortemente ancorate al sostrato tecnologico come Snow CrashCyptonomicon, il Ciclo Barocco e Anathem, con i docenti e i ricercatori della Arizona State University, che lo hanno invitato a considerare la possibilità di sviluppare, attraverso le sue opere, idee che potessero essere adottate e implementate sul breve-medio termine da scienziati, ingegneri, architetti. Esaltando, in questo modo, le caratteristiche della fantascienza di condizionare il progresso tecnologico. Il progetto, che ha subito attirato l’interesse di numerosi colleghi (da Bruce Sterling a Cory Doctorow, da Kathleen Ann Goonan a Elizabeth Bear, da Rudy Rucker a Charlie Jane Anders, in molti hanno contribuito con le loro storie all’antologia Hieroglyph curata da Ed Finn e Kathryn Cramer), è interessante soprattutto per un motivo: nasce programmaticamente per mettere a confronto le visioni di scrittori e scienziati e creare uno spazio comune di riflessione e discussione sul futuro, capace di autoalimentarsi attraverso una sorta di catena di retroazione positiva.

Martedì scorso Marco Passarello ne ha parlato su Repubblica Sera, in un articolo che riportava anche i punti di vista di alcuni autori italiani, tra cui anche il sottoscritto. Come riporta ora sul suo blog, Marco pubblicherà la versione integrale del pezzo, completa degli interventi di tutti gli autori consultati, sul prossimo numero di Robot. Intanto qui potete leggere l’articolo scritto per Repubblica. Dove mi sono scoperto nel ruolo del più possibilista tra tutti i colleghi italiani consultati sul progetto. La qual cosa, viste le cose che solitamente scrivo, potrebbe destare una certa incredulità. Rimando al prossimo numero di Robot per circostanziare meglio il mio pensiero, in maniera da non bruciare l’articolo integrale di Marco, e in questa sede riporto solo un breve estratto che forse serve a precisare meglio la mia posizione:

A mio avviso è solo collaterale la connotazione che pure si sta dando al progetto in relazione a un approccio

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

Author Neal Stephenson writes of a fictional 20km-tall tower constructed of steel (source: BBC News Magazine)

improntato all’ottimismo tecnologico. È solo un pretesto il ricorso alla contrapposizione verso il filone dei futuri distopici, pressoché dominante negli ultimi decenni, un espediente utile a marcare ulteriormente i contorni di questo tipo di fantascienza, con lo svantaggio di offrire una visione parziale, riduttiva e in definitiva ingrata della fantascienza più cupa. Dopotutto, come fa notare giustamente Annalee Newitz, altra importante personalità che ha aderito al progetto, anche nelle sue manifestazioni pessimiste la fantascienza non può essere liquidata come puro e semplice sensazionalismo nichilista: “[queste opere] nascondono anche imprevedibili messaggi di speranza. Se riusciamo a richiamare l’attenzione su questi avvertimenti immaginari […], allora possiamo anche immaginare le soluzioni prima che il disastro colpisca”.

Non dimentichiamo che William Gibson iniziò a presentarci [il cyberspazio] in storie oppresse da una pesante cappa di pessimismo. Eppure la tecnologia e l’uso che ne faceva la strada venivano presentate come risorse nelle mani dei preteriti, degli ultimi, dei reietti relegati ai margini della società, sottolineandone in tal modo la natura di arma a doppio taglio. È come se ogni distopia racchiudesse in sé, opportunamente camuffato, il seme di un’utopia.

Comunque, dal punto di vista strettamente critico, mi piace constatare come la mia posizione odierna sia abbastanza in linea con quella che esprimevo nel 2008 in relazione a un dibattito analogo in corso all’epoca nel mondo anglosassone. Lasciamo gli autori liberi di scrivere la fantascienza che preferiscono. Quello che conta è l’onestà di ciascuno di noi verso se stesso e verso i lettori.

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