C’è una cosa più odiosa delle innumerevoli dittature delle minoranze disseminate lungo il cammino della civiltà, se così vogliamo definirla. È la dittatura della maggioranza, molto più subdola e meschina delle pur dannosissime minoranze oppressive che abbiamo conosciuto. E la base ideologica, la confusione semantica su cui si regge, sono i tratti distintivi che mi fanno più ribrezzo: la dittatura della maggioranza si fonda sull’equivoco che il numero giustifichi tutto, che la prevalenza numerica legittimi ogni tipo di misura promossa da una fazione maggioritaria, come se il consenso acquisito implicasse automaticamente l’accettazione e il sostegno da parte dei suoi sostenitori nei confronti di qualsiasi disposizione promossa dalla maggioranza.

La realtà ci insegna che le semplificazioni sono deleterie, eppure dobbiamo fare ancora molta strada per maturare una vera sensibilità verso la complessità delle situazioni: troppi di noi continuano a leggere la realtà secondo un approccio riduzionista, sposando la logica binaria del tutto bianco o tutto nero, tutto vero o tutto falso, tutto giusto o tutto sbagliato. La percezione delle sfumature è il fronte strategico più delicato su cui dobbiamo ancora lavorare per aiutare il progresso e l’evoluzione della civiltà.

In quella maggioranza che oggi in Italia sembra essersi saldata per modificare i pilastri della nostra Costituzione, esiste un seguito numerico solo virtuale. Esiste un fronte di partiti che può contare sulla maggioranza schiacciante, in termini di consensi raccolti alle ultime elezioni politiche del 2013, ma nessuno dovrebbe dimenticare che più o meno ciascuno di questi partiti era portatore nel febbraio 2013 di una diversa idea di maggioranza, ciascuno influenzato dalla propria matrice politica. In quella maggioranza che oggi scalpita e s’infastidisce per ogni tentativo di resistenza alle “riforme” che va propugnando, convivono realtà così diverse che, in caso di voto a novembre, è più probabile che si finisca per innescare una frammentazione a catena rispetto al sistema “tripolare” emerso nel 2013 piuttosto che una polarizzazione netta tra due opposti ben definiti, secondo quel principio aggregante che tutti sembrano oggi riconoscere al premier in carica. E non dovremmo nemmeno dimenticare che il 41% raccolto dal principale partito di questa maggioranza alle ultime consultazioni europee è maturato appunto in un ambito che non era quello del voto politico mirato a eleggere la rappresentanza parlamentare chiamata a esprimere un governo: il governo in carica non ha mai ricevuto dai cittadini un’investitura o una sfiducia sul programma che va perseguendo, perché il popolo italiano non è ancora mai stato chiamato a pronunciarsi sulla materia.

Lo spettacolo a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è raccapricciante per chiunque nutra un pur minimo rispetto per i diritti. E purtroppo da qualche giorno la già aggressiva strategia del pugno di ferro adottata dal governo sembra preludere a un salto di qualità. Il fatto che le opposizioni, così diverse tra loro e alcune fino a qualche settimana fa ancora così battagliere, si siano viste costrette a un’azione che di colpo ne ha scoperto la totale impotenza, lasciandole nude e disarmate di fronte all’opinione pubblica del Paese, dovrebbe darci da pensare. La richiesta di un colloquio con il Presidente della Repubblica e il rifiuto di quest’ultimo, la carica di massima garanzia prevista dalla Costituzione, lascia basiti e sconcertati. Non ho altre parole per esprimere la mia preoccupazione.

La catena di eventi che è stata ormai innescata, a meno che non venga spezzata da un sussulto estremo di coscienza o logorata dall’ostruzionismo parlamentare, non ci porterà a niente di buono. Non c’è bisogno di scomodare i pur preoccupanti paralleli con il piano di rinascita nazionale che pure imbarazzerebbero chiunque. Quello che è certo è che dietro le manovre di questi mesi appare sempre più evidente la logica del dominio che ispira l’azione del manovratore, per superare il caos degli ultimi anni con l’instaurazione di una nuova egemonia che non sembra poi così diversa da quella vecchia che ci ha tenuti soggiogati per vent’anni. Per questo, malgrado le riforme vengano presentate in maniera martellante come una misura necessaria di sviluppo e progresso, tutto quello che vedo io è la pretesa di una restaurazione. E anche per questo dovremmo tutti impegnarci a esercitare meglio il nostro senso critico, per riuscire a cogliere nelle sfumature i rischi che minacciano il nostro futuro.

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