Con l’inizio della crisi in cui ancora ci dimeniamo per non annegare, il 2008 ha segnato uno spartiacque nella vita di ognuno di noi. Nel 2009, per la prima volta dal dopoguerra il PIL mondiale è caduto e per la prima volta dal 1982 il volume degli scambi commerciali si è contratto. Ciascuno nell’ambito del proprio vissuto, possiamo tutti riconoscere uno scarto del mondo in cui viviamo rispetto a quello precedente. Il potere di acquisto è crollato e la disoccupazione ha sfondato tetti che avrebbero potuto essere alti la metà per risultare già preoccupanti.

In Italia l’immobilismo politico dei nostri rappresentanti eletti (ma anche del nostro governo designato) non lascia presagire niente di buono per il prossimo futuro. Malgrado i ripetuti inviti all’ottimismo, gli annunci del governo vanno costantemente disattesi. Per di più, mi sembra che negli ultimi tempi, grosso modo proprio dall’insediamento di Matteo Renzi, ci sia stata una generale disattenzione da parte degli organi di informazione su tre problemi che difficilmente riusciranno a essere risolti con le politiche di procrastinazione in corso:

  1. La disoccupazione giovanile, che ha raggiunto a marzo quota 42,7%, contro una media europea di 23,7%, e ad aprile è salita al 43,2%, mentre nel resto d’Europa si attestava al 23,5% (con la Germania al 7,9% e l’Austria al 9,5%). Ormai non è più che stiamo bruciando una generazione: abbiamo già bruciato una generazione, che porterà le cicatrici addosso nei prossimi decenni, e con cui tutti dovremo fare i conti.
  2. Il divario tra esportazioni e domanda interna ha concesso in questi anni un po’ di ossigeno all’economia italiana. A fronte di un mercato interno generalmente depresso e di importazioni in calo del 10% nel solo biennio 2012-2013, le esportazioni hanno continuato a crescere fino ad agosto 2012 per poi attestarsi su livelli compressi tra i 32 e i 33 miliardi di euro di valore mensile. Significativo il dato del settore dell’automazione, che malgrado la forza dell’euro ha fatto registrare una crescita costante, dimostrando come il made in Italy non sia circoscritto all’alimentazione e all’abbigliamento, ma abbia anche qualcosa da offrire al campo della tecnologia. D’altro canto, il mercato interno non dà segni di ripresa, e in assenza di investimenti difficilmente riuscirà a risollevarsi. E sugli investimenti grava anche la forte incertezza legata a provvedimenti governativi quanto meno discutibili. [Solo sei mesi fa il premier in carica Enrico Letta poteva tornarsene raggiante dal Kuwait dopo aver strappato al fondo sovrano una promessa di investimenti nella Cdp per 500 milioni di euro (a fronte dei 1.600 miliardi di spesa potenziale che il paese del Golfo effettuerà nell’arco di quest’anno: detto in altre parole, l’Italia si era aggiudicata 31 centesimi per ogni 1.000 euro che il fondo avrebbe investito all’estero, e il nostro primo ministro festeggiava…) attirandosi gli improperi di Confindustria e Unimpresa e suscitando lo scherno di Repubblica. Stampa e associazioni delle imprese si sono rivelate tuttavia molto più benevole verso il suo erede, quando Renzi ha fatto passare il cosiddetto “decreto spalma-incentivi”, pubblicato in Gazzetta il 24-6-2014, destando l’allarme degli investitori stranieri e il sollevamento dell’intero comparto delle rinnovabili (che con l’indotto conta almeno 100.000 posti di lavoro) e finendo poi incagliato (notizia degli ultimi giorni) in Commissione Bilancio al Senato.] Come se non bastasse, l’Italia si ritrova a fare i conti ogni anno con la tara endemica della corruzione (10 miliardi di euro l’impatto sul PIL, secondo le stime più ottimistiche), della criminalità organizzata (arrivata a gestire un volume d’affari di oltre 100 miliardi di euro all’anno, con un impatto del 7% sul PIL) e dell’evasione fiscale (180 miliardi di euro, secondo uno studio commissionato lo scorso anno dal gruppo S&D del Parlamento Europeo). Senza contare le inefficienze di sistema, gli sprechi, etc., che oltre a un impatto reale sul prodotto interno contribuiscono a rendere meno agevole la vita delle persone, proprio nell’erogazione di quei servizi per cui annualmente offriamo in tasse il nostro contributo all’amministrazione dello Stato.
  3. Il crollo del Mezzogiorno prelude al baratro in cui sta scivolando l’Italia. Può essere comodo fornire i dati aggregati a livello di Paese, specie quando aiuta a mascherare le sue debolezze interne. Ma ancora una volta la semplificazione nasconde una realtà impietosa. Il rapporto della Banca d’Italia sulle Economie Regionali nel 2013 ci offre una fotografia della situazione e il quadro che ne emerge è atroce. Dal 2007 al 2013 il PIL è sceso del 7,1% in Italia e di ben il 13,5% nel Mezzogiorno. Dall’inizio della crisi, inoltre, le regioni meridionali sono le uniche ad aver registrato sempre il segno negativo nell’andamento del PIL: nemmeno l’illusione di una ripresa effimera registrata nel resto del Paese tra il 2010 e il 2011 ha alleviato le pene del Sud, che nel biennio 2012-2013 ha toccato il massimo della flessione con un netto e inappellabile -4%. Dal 2007 il Sud ha bruciato 43,7 miliardi di euro di PIL e 600.000 posti di lavoroLa metà dei posti di lavoro persi in Italia in questi sei anni è andata persa a Sud.

Insomma, non è che non se ne parli, ma nel migliore dei casi si tratta di notizie frammentarie, con dati forniti in quadri ipotetici di ripresa le cui fondamenta finiscono poi sempre per rivelarsi intrinsecamente fragili. Il governo Renzi gode, se non proprio di un endorsement, almeno di un credito fiduciario da parte dei principali organi d’informazione italiani (per non dire tutti), che consente di fornire cifre solo in una prospettiva comunemente accettabile. Come sia stato possibile imporre questo armistizio resta al momento dominio di speculazioni e sospetti, e forse non arriveremo mai a scoprirlo, ma non è di questo che voglio parlare.

I problemi vanno affrontati alla radice. Vi invito quindi a fare un passo indietro con me e tornare a inquadrare la situazione globale, su un intervallo storico più ampio. Il grafico qui in basso mostra l’andamento degli indicatori di produttività (in rosso) e occupazione (in blu) sul periodo 1947-2010. Le due curve procedono appaiate fino alla fine del secolo scorso. Da qualche parte intorno all’anno 2000 accade invece quello che Erik Brynjolfsson, docente alla Sloan School of Management del MIT, e il suo assistente Andrew McAfee hanno definito the Great Decoupling, vale a dire: il Grande Disaccoppiamento.

Employment-and-Productivity-Growth-1947-2012

Il Grande Disaccoppiamento non invertirà la marcia, per il semplice motivo che i progressi nelle tecnologie dell’informazione non sembrano destinati a fermarsi. Sembra anzi che stiano accelerando. E potrebbe essere questa la buona notizia per la società. Il progresso tecnologico riduce i costi, migliora la qualità e ci proietta in un mondo in cui l’abbondanza diventa la norma.

Ma non esiste una legge economica che assicuri dal progresso benefici equamente distribuiti per tutti. Mentre la tecnologia scatta in avanti, potrebbe lasciarsi indietro molti lavoratori. Sulla breve distanza possiamo migliorare le loro prospettive principalmente investendo sulle infrastrutture, riformando la scuola ad ogni livello e incoraggiando gli imprenditori a inventare nuovi prodotti, servizi e industrie per creare nuove professioni.

Ma mentre facciamo questo, dobbiamo comunque iniziare a prepararci per una economia alimentata dalla tecnologia ancora più produttiva, che potrebbe non richiedere un grande apporto di lavoro umano. Progettare una società in salute compatibile con questa economia sarà la grande sfida, e la grande opportunità, della prossima generazione.

Dobbiamo riconoscere che la vecchia tendenza degli indicatori strettamente accoppiati è giunta a termine, e cominciare a pensare su come vorremmo che fosse la nuova tendenza.

Fino ad oggi abbiamo vissuto in una società basata sulla scarsità di risorse, ci ricordano Brynjolfsson e McAfee. È stato questo principio ad aver modellato l’economia su cui si regge il mondo in cui viviamo. Ma questo mondo potrebbe essere ormai giunto al crepuscolo. È impensabile continuare a ragionare secondo i vecchi schemi e modelli. La società sta cambiando inesorabilmente sotto la spinta delle forze della tecnologia, e le stesse forze stanno rimodellando il mondo della produzione. Per uscire dalla crisi potrebbe essere necessario cominciare a pensare secondo nuovi schemi di pensiero. O se non altro potrebbe risultare utile.

Un cambiamento di paradigma.

(fine prima parte – continua)

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