Pagan - Quelli che restanoIl tono, in storie come questa, è fondamentale alla riuscita finale. Un tono troppo distaccato mal si lega a un noir, mentre un tono troppo coinvolto rischia di sacrificare in favore del volume di rumore la densità d’informazione che invece si richiede a una storia di fantascienza. Per fortuna, la narrazione in terza persona aiuta a tenere il distacco necessario. In questo romanzo ho voluto sperimentare rispetto a Sezione π² una soluzione mimetica, cercando di valorizzare il punto di vista di una galleria di personaggi. Il tono, comunque, specie quando le cose vengono viste dagli occhi di Briganti, assume una connotazione disincantata, à la Hugues Pagan per intenderci.

Sulla scia di Pagan (l’Usine) e Derek Raymond (the Factory), inoltre, Guzza affibbia un nomignolo alla Sezione. Un modo, se me lo concedete, di operare una sorta di “smitizzazione”, che ben si sposa all’atmosfera di dismissione che pervade il romanzo.

Un brano da Quelli che restano (Tarif de group, 1993) di Pagan:

Non conoscevo la sua nostalgia, quella molla piccola e fragile, sorda e lancinante, che permette a tutti noi di restare in qualche modo in piedi, sempre che non abbia già dato tutto quello che poteva. Non è la morte che ci ripulisce le tasche, è la vita la grande borseggiatrice. La morte interviene solo per il conto finale, e dubito le rimanga molto da arraffare.

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